Milwaukee-Rimini andata e ritorno: il mondo che cambia e non cambia di Katharine Hooker

Milwaukee-Rimini andata e ritorno: il mondo che cambia e non cambia di Katharine Hooker

Rimini un po’ la delude, ma qualcosa la sorprende. Scontenta della banalità del presente, si volge all’invenzione del passato e di ciò che ne resta. La comprendiamo, la perdoniamo. Ci aspetta di peggio nel futuro.

Viandante non c’è via,
la via si fa con l’andare.
(Antonio Machado, Campos de Castilla, 1912)

Da riminese se penso a Milwaukee mi vengono in mente tre cose. In ordine sparso: l’Harley Davidson, il mostro di Milwaukee e Happy Days. La prima è la moto che ho sempre sognato, se solo avessi avuto anche la patente. Del secondo non mi sono mai sinceramente troppo occupato. E di Happy Days, di cui credo di non essermi perso neanche una puntata come tanti della mia generazione, ora penso solo che se capitassi a Milwaukee, come membro della Loggia Giovanni Venerucci n. 849 di Rimini non avrei nessuna difficoltà a frequentare una delle riunioni settimanali della Loggia del Leopardo n. 462, dove papà Cunningham ha rivestito l’altissimo rango di Grand Poobah.
Ponzando un po’ di più, a causa di una lunga e ignominiosa pratica con i cruciverba della Settimana Enigmistica, abitudine trasmessami dalla mamma, mi vengono anche in mente tre celebrità nate a Milwaukee: Spencer Tracy, Gene Wilder e Al Jarreau. Ma qui sono palesemente abbarbicato al nozionismo stigmatizzato dalla matrice sessantottesca, la quisquiliologia applicata a cui va preferito la semplicità odierna e immediata del «Romolo e Remolo» alla berlusconiana. Oppure del «non siamo animati da nessuno spirito antisemita» del supercomitato riminese contro rom, sinti e nomadi, il cui dizionario, oltre all’errore segnalato, ha anche il limite di ritenere che la parola integrazione significhi «o diventi come noi o te ne stai alla larga» e non contempla che anche lo zingaro Banderas e la sua gallina Rosita hanno da tempo una microarea nel Mulino Bianco.
È anche per questo che qualche volta ho l’impressione di essere cresciuto in una città diversa, in un paese altro dal loro. Sentendomi di una specie completamente diversa, tendo a gravitare intorno a domande che riguardano la città che stupidamente credo di poter ritenere mia. Tipo: al millwaukense se pensa a Rimini, caso mai lo facesse, cosa gli verrà in mente?
Ai più potrà sembrare una domanda assurda: di sicuro agli espertoni di Destinazione Romagna. Ma le ricerche più sono eccentriche e più offrono perle di seduttoria saggezza in un filo di assennata riflessione e di acquisizioni nuove che al contrario il mainstream omologante ottunde.
Il milwaukense penserà alla moto Burasca? Ma dai! Il prototipo dell’Harley venne realizzato il 1903 nel garage di casa di Arthur Davidson, mica sul tetto del museo di Milwaukee perché conosceva il mayor e gli diceva: «ci ho un progetto, ci ho un sogno, ci ho una moto». Misurava 3 metri per 5, mica un air garage, un container gonfiabile di 70 metri quadri che misteriosamente vedo dalla mia terrazza spuntare sul lastrico solare dell’ala nuova del Museo. Una cosa che se la facessero a Milwaukee arriverebbero gli elicotteri del FBI – mica Tizio e Caio della Forestale per la baracca di Casa Gallo –, raderebbero il tendone al suolo col napalm e arresterebbero tutti i responsabili dell’eventuale abuso.
Il mostro di Milwaukee negli anni ‘80 faceva a pezzettini le sue vittime. Qui a Rimini, a leggere le cronache di questi giorni, sembra che abbiamo cominciato a lavorarci da poco o, come direbbe il nostro mayor «stiamo cercando di interpretare il cambiamento», essendo già primi in Italia per reati.
Alla sitcom Happy Days noi cosa gli opponiamo? Le italian comedy «Rimini Rimini» e «Rimini Rimini – Un anno dopo»? Non sarà un paragone nocivo? Infine possiamo sognarci di competere con le loro celebrità tramite il nostro Fellini su cui l’amministrazione sta puntando molto come si premura di ricordarci.
Gira la voce che al Milwaukee Film Festival (il loro Riminicinema, che però esiste diversamente dal nostro) lo scorso 3 marzo abbiano proiettato Amarcord. È un mistero assoluto sapere quanti milwaukensi abbiano capito che il film è il sinonimo della Rimini degli anni Trenta, la «sua» Rimini. Quella speciale Rimini felliniana la cui scatola chiusa è meglio non aprire. Fellini confessava ad Alberto Arbasino in Ritratti italiani (Adelphi, Milano 2014) infatti: «Non so se i miei ricordi sono veri o falsi, sospetto però che siano in gran parte inventati… La memoria che ho della mia infanzia non è affatto nostalgica, perché dei miei primi anni a Rimini rammento soprattutto un mood fermo, indolente, noioso… il senso di una vita sprecata, con piccole speranze, piccole cialtronerie… certi miti, come la scoperta dei film americani del ’30… E naturalmente sono i miei anni, sono i nostri anni, non li rinnego né li butto via, fanno parte di me… Eppure oggi mi volto indietro con un po’ di malinconia, un po’ di irritazione, e parecchio senso critico…».
Condivido la stessa quantità di malinconia e di irritazione per gli anni Dieci del corrente secolo: il mood noioso, lo spreco inutile, le anguste speranze, le meschine cialtronerie. Nella mia versione della recente storia riminese non è cambiato niente.
Pure a Milwaukee verso Rimini subiscono ancora l’incantamento di un libro non ritirato dagli scaffali. Il che consiglia di abbassare le aspettative sul cambiamento e concentrarci sulla precedente carriera della nostra città a Milwaukee.
L’immagine del nostro territorio nel resto del mondo, come non mi stancherò di ripetere, è innanzitutto un’immagine letteraria ed artistica. Nasce spesso da autori e artisti e dalla loro esperienza che spesso si è formata in luoghi diversi e lontani dal nostro, da conoscenze composite, dall’applicazione di chiavi di lettura che risentono dell’una e delle altre. Un esempio, se non si vuole restare chiusi nel localismo senza aperture verso il mondo, di confronto della conoscenza letteraria e artistica, e dunque dell’aspettativa che si ha con la verifica concreta sul campo, è offerta da Katharine Putnam Hooker (1849-1935).

Katharine era nata a Milwaukee. È del 1896 il suo primo viaggio in Italia e dopo il suo secondo viaggio nel 1899 le lettere che scriveva al marito John Daggett Hooker (1838-1911) – un imprenditore nel settore siderurgico del ferro e dei rottami e presidente della compagnia petrolifera di Los Angeles che aveva sposato a 20 anni – divennero un libro intitolato Wayfarers in Italy («Viandanti in Italia»). Stampato per la prima volta privatamente nel 1901 in un’edizione limitata di 100 e 300 copie da D.V. Elder e Morgan Shepard a San Francisco per le presse della Stanley-Taylor Company, l’anno dopo ne acquistò i diritti l’editore newyorkese Scribner. Fu un best-seller: nel 1905 era arrivato alla quarta edizione e fu ristampato nel 1910 e nel 1917. Non fu l’unico libro che Katharine dedicò all’Italia, seguirono Byways in Southern Tuscany (1918), Farmhouses and Small Provincial Buildings in Southern Italy (1925) e Through the Heel of Italy (1927). Tutti e tre i libri erano illustrati da fotografie della figlia di Katharine, Marian Osgood Hooker (1875-1968).
Katharine, oltre ad essere bella, era coltissima. Gli zii materni erano Josiah Dwight Whitney (1819-1896), professore a Harvard di geologia dal quale il Monte Whitney, la vetta più alta degli Stati Uniti, prende il nome e William Dwight Whitney (1827-1894), professore a Yale e il principale studioso di sanscrito dell’epoca.
Vorace lettrice per tutta la vita e bibliofila, per mantenere la sua grande biblioteca era anche divenuta un’abile rilegatrice di libri. Nella sua giovinezza, aveva imparato il francese e il tedesco. Non divenne solo una scrittrice di talento, ma doveva essere anche protetta da Mercurio, il dio dei viaggiatori. Era sopravvissuta a due naufragi, il primo nella baia di San Francisco nel 1853 quando aveva solo 4 anni dopo che la nave nella nebbia aveva urtato gli scogli affondando e il secondo a 14 anni nei dintorni dell’isola di Alcatraz dove la nave si era arenata e incendiata. Trovandosi in visita al padre, l’avrebbe scampata anche al famoso terremoto di San Francisco del 18 aprile 1906 e al successivo incendio che spazzò via la città.
Atletica e gagliarda, non solo sapeva cavalcare, ma anche andare a dorso di mulo – cosa che per un’americana del suo tempo può non essere sorprendente – ma fu anche una delle prime donne a scalare e scendere le montagne con la corda, come fece con l’Half Dome, la vetta del Parco nazionale di Yosemite, e nel Grand Canyon. Quando le automobili furono disponibili, imparò subito a guidarle e all’età di 66 anni, nel 1915, percorse in lungo e in largo la Valle della Morte. Avendo fatto i miei viaggi in gran parte attraverso libri, film e qualche sostanza euforizzante, incluso l’alcol, la invidio molto, dal momento che io, la Death Valley, l’ho vista solo in Zabriskie Point di Antonioni, diversamente da mia moglie che se l’è scarrozzata nel 1980 e come Katharine è stata anche a Yosemite, anche se dubito abbia scalato in verticale con corde e chiodi la sua roccia granitica soffrendo di vertigini.
Ciò che voglio dire è che Katharine Putnam Hooker era una donna decisamente tosta e che faceva cose che oggi per una donna sono normali ma che ai suoi tempi erano considerate assolutamente anticonvenzionali ed eccentriche. Un’esploratrice nata, nel senso più ampio della parola.
La sua migliore compagna di viaggio e di esplorazioni fu la figlia Marian. Le due donne fecero il primo lungo viaggio in Europa nel 1896 con un amico di famiglia, Samuel Marshall Ilsley (1863-1946), anche lui di Milwaukee, anche lui scrittore. Gibilterra, Spagna, Tangeri, Grecia, Austria, Germania, Svizzera, Francia, Belgio, Amsterdam e Inghilterra, ma l’Italia, visitata dal trio, affascinò a tal punto Katharine che il nostro paese divenne un interesse centrale per tutta la sua vita. Katharine iniziò a studiare seriamente la lingua italiana e nel 1899, al suo secondo viaggio con la sola figlia, il suo italiano era diventato fluente ed è questo secondo viaggio che fu la base per Wayfarers. Un loro terzo viaggio di ritorno in Italia è del 1903. Nel 1913-1914, visitarono Costantinopoli, l’Inghilterra, l’Irlanda, l’Egitto e, di nuovo, l’Italia. Nel 1922 il loro ultimo viaggio nel nostro paese, principalmente concentrato sulla Puglia, il tacco dello stivale italiano, da cui nacque Through the Heel of Italy.
Marian, come la madre, fu una figura femminile influente, carismatica e indipendente. È stata la prima donna a scalare il Monte Whitney, intitolato al prozio, nel 1903. Dopo essersi laureata prima in storia dell’arte, fu anche una delle prime donne medico e pubblicò numerosi libri nel campo della medicina e della scienza. Fu anche una delle prime fotografe dilettanti di primo piano e, oggi, le sue fotografie e negativi, con cui documentava meticolosamente le loro avventure, sono conservate nei loro album e faldoni negli archivi dell’Università di Berkeley.
Fatte tutte queste lunghe premesse e digressioni, è il momento di venire alla cartolina di Rimini di Katharine. Come tutti gli americani colti del suo tempo conosce Dante e la Divina Commedia e il libro Memoirs of the Dukes of Urbino (1851) di James Dennistoun (1803-1855), un viaggiatore scozzese, antiquario e collezionista d’arte. Katharine arriva nella nostra città da Pesaro dopo essere stata a Urbino. Descrive questo tragitto, facendoci comprendere che, se la condizione della donna è molto cambiata negli ultimi 120 anni nei modi di cui lei è stata antesignana, le abitudini dei conducenti privati, carrozza o taxi, Uber o no, sono sempre le stesse: «La discesa da Urbino a Pesaro, che si trova sulla costa, richiede tuttavia due ore e mezza. Il nostro conducente, un piacevole mascalzone, ci assicura che ce ne vogliono tre o quattro, e così il cliente accetta di pagargli venti lire che è di gran lunga un prezzo troppo alto. Ma si dimentica il dispetto di essere stati messi nel sacco nella dolcezza del paesaggio e nel movimento gioioso sopra le strade lisce che ci trasportano di sbieco verso l’Adriatico».
In Wayfarers ci racconta di essere rimasta intensamente impressionata da un’incisione presente nei Duchi di Urbino di Dennistoun che ritrae la rocca di San Leo e che descrive e riproduce anche nel suo libro. È da Rimini che parte per visitare San Leo. Devo qui convenientemente arrestarmi per non invadere il campo delle eccezionali competenze turistiche del presidente di San Leo 2000, il geometra Giorgio Pruccoli: c’è chi può e chi non può, c’è chi sa fare le cose e chi no. Sono per altro certo che, se opportunamente sollecitato nel suo egotismo – da una Raffaella Sensoli, da un Maurizio Melucci o da uno Juri Magrini –, essendo la sua mission aiutare il paese leontino e pur perdendo parte del suo preziosissimo tempo, egli saprà recitarvi a modino le vaporose e romantiche pagine che la Hooker dedica prima alla San Leo immaginata a partire dall’esergo dantesco Vassi in Sanleo etc. etc. e poi alla San Leo veduta.
La prosa di Katharine Putnam Hooker è piacevole. Rimini un po’ la delude, ma qualcosa la sorprende. Scontenta della banalità del presente, si volge all’invenzione del passato e di ciò che ne resta. La comprendiamo, la perdoniamo. Ci aspetta di peggio nel futuro. Concludiamo con la sua descrizione di Rimini, facciamola parlare e riflettiamo:
«È stata una delusione non poter avvicinarci a Rimini con i mezzi più deferenti o almeno appropriati di cavalli e carrozza. Prendere un treno ferroviario contrastava con i sentimenti con cui ci si avvicinava al palcoscenico su cui si sono srotolati alcuni dei drammi più suggestivi del Medioevo, anche se può essere abbastanza in conformità con le condizioni presenti; e confesso che c’è delusione anche nell’arrivo. Distesa sulla pianura, vicina al mare, ma non facendo della sua costa una caratteristica importante, è troppo moderna, troppo banale, e i pochi monumenti del suo passato che rimangono sono isolati e restano distanti, senza nemmeno il sostegno della vicinanza a concedere un’atmosfera rassicurante tra essi e a consolare il pellegrino. Non possiamo scoprire nessun memoriale di quella infelice Francesca, che, ingannata e intrappolata dalla disfatta del suo cuore, è venuta qui a incontrare il troncamento della sua vita e la tragedia di quella eternità che è diventata per noi più reale dei due amanti.
«Senza dubbio avremmo dovuto essere grate che l’era di sangue e violenza fosse finita, che questo terreno di battaglia di brutali passioni e feroci lotte si sia trasformato in una mite comunità operosa. Avremmo dovuto essere contente di sentire della redditizia industria della seta e della passeggiata per i bagnanti estivi sulla spiaggia, ma tale è l’egoismo di coloro che si ostinano a cercare i santuari del passato che abbiamo fatto orecchie da mercante alla volgare prosperità del suo presente e palesemente pianto la cancellazione non filiale del suo crudele, tumultuoso, palpitante passato.
«Ma almeno, nella solitudine gratificante di un quartiere poco frequentato, sotto un cielo grigio e gocciolante, sorgeva la più strana di tutte le chiese, simbolo di una fede cristiana, e decentemente dedicata a San Francesco, eppure insolentemente resa altare di una passione che per anni sfidò la legge umana e si ostentò davanti a occhi in cui la sua presenza era un insulto giornaliero. Abbastanza apertamente è stato chiamata il Tempio dei Malatesta, quella razza di tiranni, ostinati, indomabili, violenti, che governarono Rimini; e gli emblemi di Sigismondo e della bella Isotta appaiono ovunque all’interno di esso. È stato con una sorta di timorosa gioia che abbiamo osservato i medaglioni dell’uomo che era il modello di tutto ciò che c’era di più mostruoso e terribile nelle incredibili combinazioni di carattere che il Rinascimento produsse. Nella forma inclinata della testa, nella curiosa compressione del naso, nella insolita piattezza e lunghezza degli occhi, abbiamo cercato i segni di quella natura la cui energica precocità prese il comando di un esercito e vinse una battaglia a tredici anni; che governò in seguito una provincia; che combatté per altri principi come d’abitudine in quei tempi, ma fu dominato dal tradimento piuttosto che dalla fedeltà. Abbiamo cercato l’espressione dell’essere che fu il crudele tiranno di molti, eppure (tale era la sua passione per la conoscenza e il suo interesse nell’incoraggiare le arti) il sottomesso pupillo di una manciata di saggi; la cui natura senza legge, anomala è stata condannata per quasi ogni aperto oltraggio e crimine senza nome, ma che nonostante tutto è rimasta vera, a modo suo, per l’amore di una donna, che ha posposto più e più volte a schemi ambiziosi, ma su cui sempre contò e che spesso fu la reggente e protettrice della sua città.
«L’elefante e la rosa, emblemi scelti di Sigismondo e Isotta, guardano giù dal durevole marmo; le loro cifre e stemmi appaiono non dissimulatamente nell’arabescata ornamentazione di balaustre e schermi; le loro tombe sono i monumenti per i quali tutto esiste. La decenza del XIX secolo sembra aver cancellato l’epitaffio ribaldo che lo sdegnoso Sigismondo predispose di iscrivere sulla sua; ma gli angeli fluttuanti, le truppe di fanciulli cantanti, le bestie marine, il fantasioso tumulto di ghirlande festonate e l’abbellimento classico rimangono, e portano l’occhio da cappella a cappella, da pannello a pannello, con stupore e smarrimento. E qui in mezzo a tutto questo si è un tempo seduta la bellissima e dotta Isotta, nella pompa della dedica trionfale che apriva questo incredibile santuario, che beffò il cristianesimo nella sua celebrazione di lei e del suo amante. Quali sono stati i suoi pensieri mentre guardava lo spettacolo preparato per lei, quali i suoi sentimenti come i suoi occhi caddero sulla sventurata moglie, che potrebbe essere stata presente, anche, e la cui esistenza si è resa, con tutta la gloria dell’omaggio offerto ad Isotta e l’esaltazione della sua orgogliosa posizione, vuota per lei? Come allora, non finito ma allestito in fretta per una data speciale, resta oggi, e con i secoli la meraviglia non cresce di meno.
«Nelle ore serali all’hotel il proprietario ci ha portato per nostro diversivo la ponderosa massa di un’ampia storia di Rimini. Qualche sua lettura ci ha rivelato che lo scopo dell’autore è la totale candeggiatura del carattere di Sigismondo come appariva per gettare la responsabilità della mistificazione su tutti gli altri storici.
«Oltre a questo tempio c’è il palazzo-fortezza dei Malatesta, in piedi sul bordo esterno della città e ora utilizzato come prigione. Si erge orgogliosamente come sempre, con la soffice erba primaverile che accarezza le pietre grezze della sua base e che prima di essa la spazza via in un tratto di manto erboso».
Katharine alludeva alla monumentale Storia civile e sacra riminese di Luigi Tonini (1807-1874) che aveva cercato di sbiancare la leggenda nera di Sigismondo. E il palazzo-fortezza dei Malatesta, allora utilizzato come prigione, domani sarà una macchina felliniana. C’era chi candeggiava e oggi c’è chi centrifuga capi di colori diversi.