Mauro Ioli: "La società è cambiata e i meccanismi tradizionali della rappresentanza non sempre riescono a intercettare con tempestività ciò che accade nei territori. Per questo il Coordinamento può diventare un pungolo importante"
Mobilità, ambiente, consumo di suolo, qualità urbana, traffico, degrado, grandi opere, commercio, verde pubblico, pianificazione urbanistica. Le prese di posizione dei diversi Comitati riminesi sono differenti per origine e per contenuto, ma sembrano convergere verso una domanda comune: chi rappresenta oggi, dentro il processo decisionale della città, i cittadini che vivono quotidianamente le conseguenze delle scelte amministrative?
Il Rione Clodio pone il problema del traffico e delle promesse rimaste inevase; Sinistra del Porto richiama la tutela ambientale e il rischio idrogeologico; l’Osservatorio sull’ampliamento della Fiera contesta dimensioni e impatto dell’intervento; Viserbapuntoeacapo mette in discussione la cosiddetta variante piscine; Rivabella chiede meno cemento e più verde; No Variante SS16 domanda conto delle compensazioni ambientali; Borgo Marina denuncia degrado e insufficienza della manutenzione; Quartiere 5 indica nel recupero di alcune grandi aree una possibile occasione per la città; l’ex Comitato Borgo Sant’Andrea allarga infine la riflessione al rapporto fra urbanistica, commercio, viabilità e grandi interessi economici.
Non è tanto la somma delle singole rivendicazioni a rappresentare la novità. È il fatto che queste realtà abbiano scelto di mettersi in rete.
Da qui nasce una domanda eminentemente politica: siamo di fronte alla formazione di un nuovo soggetto della partecipazione cittadina, capace di incidere sull’agenda pubblica di Rimini?
E, soprattutto, i partiti sono pronti a confrontarsi con questa realtà senza tentare di ricondurla dentro i propri tradizionali schemi?
Ne abbiamo parlato con Mauro Ioli, noto architetto e molto altro, attento osservatore delle dinamiche sociali e amministrative della città in cui ha avuto diversi ruoli di rilievo, il più recente come Presidente della Fondazione Cassa di Risparmio di Rimini.
Partiamo da una sua impressione: che cosa sta accadendo, a suo giudizio, con il Coordinamento dei Comitati di Rimini?
“La mia impressione è che il Coordinamento sia ormai diventato un soggetto che la politica riminese dovrebbe osservare con attenzione. Non so ancora dire se siamo di fronte a qualcosa di destinato a durare e a strutturarsi ulteriormente. Sarebbe prematuro. Però credo che sarebbe un errore considerarlo semplicemente come la somma di alcuni comitati di quartiere, ciascuno alle prese con la propria vertenza. La cosa interessante è proprio il tentativo di mettere in relazione esperienze territoriali diverse. Quando problemi differenti cominciano a confrontarsi e a riconoscersi in alcune questioni comuni, può nascere qualcosa di nuovo. E questo, per una città, è sempre un fatto interessante”.
Perché lo considera un fatto politico?
“Perché dietro le singole questioni vedo una domanda che va oltre la singola vertenza: quella di cittadini che non vogliono soltanto subire le decisioni, ma chiedono di poter partecipare alla loro formazione.
Le questioni sono diverse: traffico, ambiente, consumo di suolo, grandi opere, quartiere fieristico, piscine, degrado, commercio, pianificazione. Se le guardiamo una per una, sono problemi locali. Se le mettiamo insieme, cominciano però a raccontare una certa idea della città. E forse raccontano anche una certa insofferenza verso un modo di decidere nel quale il confronto con i cittadini arriva qualche volta troppo tardi, quando le scelte sono già sostanzialmente definite.
Credo che questo sia un tema serio: una città non è soltanto ciò che viene progettato, ma anche il modo in cui quelle trasformazioni vengono discusse con chi la vive”.
Quindi il vero elemento di novità non sarebbe tanto ciò che i Comitati contestano, quanto il fatto che si siano messi insieme?
“Sì, direi che questo è uno degli elementi più interessanti. A Rimini cittadini critici, comitati e associazioni sono sempre esistiti. La novità, semmai, è che esperienze diverse abbiano iniziato a parlarsi e a cercare un terreno comune. Quando un cittadino protesta per un problema della propria zona può essere considerato, magari anche ingiustamente, un caso isolato. Quando quelle esperienze si mettono in rete, la prospettiva cambia.
Non significa automaticamente che abbiano ragione su tutto, né che rappresentino da sole l’intera città. Questo sarebbe un errore.
Significa però che esiste una domanda che merita di essere ascoltata. E quando una domanda diventa organizzata e trasversale, la politica non può più ignorarla”.
Una domanda politica che mette in difficoltà i partiti?
“Potenzialmente sì. Ma non credo che sia questo il modo migliore per guardare al fenomeno.
Il problema non è se il Coordinamento metta in difficoltà i partiti. Il problema è capire perché nascono comitati di questo tipo.
La politica organizzata ha avuto per decenni un ruolo fondamentale nel mettere in relazione i cittadini con le istituzioni. Oggi, però, quel rapporto è diventato più fragile. La società è cambiata e i meccanismi tradizionali della rappresentanza non sempre riescono a intercettare con tempestività ciò che accade nei territori. Per questo il Coordinamento può diventare un pungolo importante.
E non soltanto per la maggioranza. Anche l’opposizione dovrebbe interrogarsi: se questi cittadini stanno ponendo questioni che riescono a entrare nel dibattito pubblico, perché la politica tradizionale non è riuscita a farlo prima?”
Lei parla di “agenda amministrativa”. È questo il punto centrale?
“Credo sia uno dei punti centrali. La città è cambiata molto più velocemente dei meccanismi attraverso i quali continuiamo a rappresentarla. Per molto tempo l’agenda urbana è stata costruita attraverso partiti, istituzioni, organizzazioni economiche e sindacali, categorie, associazioni e altri soggetti riconosciuti. Quel sistema ha avuto una sua funzione e non va liquidato. Ma oggi abbiamo una società più articolata, più informata e anche più capace di organizzarsi autonomamente. Questo significa che dobbiamo accettare una cosa semplice: la rappresentanza non può più essere considerata un monopolio. Se nascono nuove forme di partecipazione, bisogna confrontarsi con esse, non semplicemente chiedersi dove collocarle dentro gli schemi che già conosciamo”.
Però lei individua anche un rischio: quello che il Coordinamento venga a sua volta “conquistato” dalla politica.
“È un rischio reale. Un soggetto che acquisisce visibilità e capacità di incidere diventa inevitabilmente interessante per la politica. E non c’è nulla di strano in questo. Il problema nasce quando l’interesse diventa tentativo di controllo. Il Coordinamento dovrà quindi stare accorto, soprattutto badare a sé stesso. Dovrà difendere la propria autonomia e cercare di non diventare lo strumento di qualcuno. Perché, alla fine, la sua forza è proprio questa: essere nato fuori dai tradizionali circuiti della rappresentanza. Se perde quell’autonomia, perde anche una parte importante della ragione per cui oggi viene ascoltato e temuto”.
In questa prospettiva, anche il rapporto con le realtà sindacali e associazionistiche può diventare delicato?
“Certamente, anche se non vedo una contrapposizione necessaria.
Sindacati, associazioni e organizzazioni tradizionali hanno avuto e continuano ad avere un ruolo importante. Il punto è un altro: nessuno può pensare che la società di oggi sia rappresentata esattamente come venti o trent’anni fa. Ci sono equilibri che hanno avuto una ragione storica e che hanno rappresentato milioni di persone. Ma gli equilibri cambiano. Se nasce una nuova forma di partecipazione dal basso, anche le organizzazioni tradizionali dovrebbero chiedersi se siano ancora capaci di rappresentare tutta la complessità della società. Non si tratta di esautorare qualcuno. Si tratta di riconoscere che oggi possono esistere più forme di rappresentanza.
E, se mi permette la battuta, si chiama democrazia, bellezza”.
Qual è allora il rapporto che i partiti dovrebbero instaurare con il Coordinamento?
“Dovrebbero ascoltarlo senza cercare di addomesticarlo. E soprattutto dovrebbero avere il coraggio di entrare nel merito delle questioni che pone. Se un Comitato contesta una scelta urbanistica, la politica dovrebbe discutere di urbanistica. Se viene denunciato un problema di traffico, si dovrebbe discutere di mobilità. Se viene contestato il consumo di suolo, bisogna avere il coraggio di discutere quale modello urbanistico vogliamo per Rimini.
Dire semplicemente che “si è già deciso” non è una risposta politica. Anzi, può essere il modo migliore per rafforzare la protesta”.
Lei vede dunque il Coordinamento come un possibile interlocutore della politica, ma non come un soggetto politico tradizionale?
“Per il momento lo vedo come un nuovo interlocutore della politica. Poi vedremo quale sarà la sua evoluzione. Non credo necessariamente che debba trasformarsi in partito o in lista elettorale. Potrebbe anche essere un errore. La sua forza potrebbe stare proprio nell’essere altro: una rete civica capace di mettere in relazione problemi e territori, di produrre opinioni, di fare proposte, di chiedere risposte e soprattutto di verificare ciò che la politica promette. Potrebbe diventare, se vogliamo usare una formula semplice, una sorta di termometro della città reale. E per la politica questo può essere molto più interessante di una nuova lista elettorale”.
C’è però un’altra questione: il Coordinamento rischia di diventare una somma di “no”.
“È un’obiezione legittima. E credo che sarà uno dei suoi principali banchi di prova. Una rete civica acquista credibilità non soltanto quando dice ciò che non vuole, ma quando riesce a spiegare anche ciò che vorrebbe al suo posto. La protesta è importante, soprattutto quando porta all’attenzione problemi reali. Ma poi bisogna fare un passo in più. E qui entra in gioco anche la competenza. Se si vuole incidere sulle scelte di una città, bisogna essere capaci di entrare nel merito, studiare i problemi, confrontarsi con dati, progetti e alternative. Il passaggio dalla protesta alla proposta è quello che può dare al Coordinamento una dimensione realmente nuova”.
Una visione che, dalle posizioni espresse dai Comitati, sembra già emergere.
“Qualcosa si intravede, sì. Anche se sarei prudente nel dire che esiste già una vera e propria visione comune. Vedo però alcuni temi ricorrenti: un maggiore equilibrio fra turismo e residenti, attenzione all’ambiente e al consumo di suolo, una mobilità più razionale, una maggiore cura della città, una riflessione sul commercio e sulla grande distribuzione. E soprattutto vedo una richiesta di partecipazione. Sono ancora elementi diversi fra loro, non necessariamente un programma politico. Ma possono diventare i pezzi di un’agenda alternativa per la città, se riusciranno a confrontarsi e a trovare una sintesi”.
E arriviamo così alla frase che forse sintetizza meglio tutto: “A Rimini, oltre ai turisti, vivono 150 mila cittadini”.
“È una frase molto più politica di quanto possa sembrare. Non significa “meno turismo”. Significa che il turismo non può essere l’unico parametro attraverso il quale misurare il successo della città. Rimini deve naturalmente continuare a essere attrattiva per chi viene da fuori. Ma deve essere una città che funziona bene anche per chi ci vive tutto l’anno. Il residente non può diventare una variabile secondaria della programmazione urbana. Una città turistica deve riuscire a tenere insieme le due cose: accoglienza e qualità della vita dei residenti. Se una città è straordinariamente attrattiva per alcuni mesi ma diventa più difficile da vivere per chi la abita, prima o poi bisogna interrogarsi sul modello che stiamo perseguendo”.
In definitiva, cosa potrebbe rappresentare il Coordinamento dei Comitati per Rimini?
“Potrebbe rappresentare un segnale di trasformazione della politica cittadina. E, francamente, non sarebbe una cosa negativa. Non so se diventerà un soggetto stabile, se crescerà ancora o quale sarà la sua evoluzione. È troppo presto per dirlo. Ma credo che sarebbe un errore sottovalutarlo. Perché dietro il Coordinamento non vedo soltanto dei Comitati. Vedo cittadini che hanno deciso di organizzarsi, di informarsi e di provare a incidere sulle decisioni che riguardano i luoghi nei quali vivono. E sono cittadini che, spesso, non provengono dalle tradizionali trafile della politica, ma possono avere competenze, esperienza e una conoscenza concreta dei problemi della città.
Questa è una novità che merita attenzione”.
Quindi quale dovrebbe essere, oggi, l’atteggiamento della politica?
“Ascoltare. Confrontarsi. E soprattutto non avere paura. La politica non dovrebbe chiedersi come neutralizzare il Coordinamento, ma perché il Coordinamento è nato. Questa, secondo me, è la domanda vera. Se la politica saprà confrontarsi con quella domanda, il Coordinamento potrà diventare una straordinaria occasione di partecipazione democratica. Se invece proverà a inglobarlo, dividerlo o ricondurlo dentro gli schemi tradizionali, rischierà di confermare proprio ciò che quei cittadini stanno contestando. Perché alla fine la questione è molto semplice: chi decide la città?”


COMMENTI