Sabbia aliena: ecco come i ripascimenti stanno cambiando l’arenile della Costa romagnola

Sabbia aliena: ecco come i ripascimenti stanno cambiando l’arenile della Costa romagnola

Ha un colore grigio, si compatta e diventa durissima. Oppure, a contatto con l'acqua, crea l'effetto "sabbie mobili". Questa sabbia è stata prelevata da un sito in mare a circa 40 chilometri da Ravenna, una paleospiaggia formatasi più o meno 10 milioni di anni fa. Con una spesa esorbitante. Per quale risultato in termini di durata e qualità? Parla il geologo Giancarlo Faina.

Venti milioni di euro spesi per il ripascimento artificiale della costa prima della stagione 2016. E quando si parla di costa si fa riferimento a tratti di arenile di Misano, Riccione, passando per Torre Pedrera, Bellaria Igea Marina, Cesenatico, Milano Marittima, Lido di Dante, Punta Marina, Lido di Spina. La Regione Emilia Romagna ci ha messo 1 milione e mezzo, il resto il ministero dell’Ambiente.
Ma sono interventi che somigliano all’ingrasso forzato delle oche per ottenere il foie gras, con la differenza che il risultato dell’ingozzamento resta mentre le spiagge si assottigliano sempre di più. Un tubo “spara” cibo nella bocca di oche e anatre, è la famosa alimentazione forzata aborrita dagli animalisti che permette di ottenere il più che calorico fegato grasso. Nel caso dell’arenile “la sabbia viene prelevata da un sito in mare a circa 40 chilometri da Ravenna, una paleospiaggia formatasi più o meno 10 milioni di anni fa e poi attraverso due draghe e grandi tubi, viene convogliata sulle spiagge”. Chi parla è un geologo da molti anni impegnato (sono circa trent’anni che esegue rilievi batimetrici e monitora l’erosione anche in diversi comuni della provincia di Rimini) in interventi di ripascimento “naturale” lungo l’arenile della provincia di Rimini e anche in altre zone d’Italia. Senza bisogno di materiale aggiunto artificialmente ma solo intervenendo, ad esempio, sulle scogliere, ha ottenuto risultati che la stampa in alcuni casi ha definito “miracolosi”, com’è il caso di Viserba. Le spiagge si “allungano” e l’erosione cessa.
Si chiama Giancarlo Faina, ed è talmente convinto del suo metodo di difesa della costa, da averlo brevettato col titolo di: “Metodo per modificare e o regolare la direzione e la velocità della corrente marina litoranea che scorre nei pressi della costa”.

Nel caso delle oche le proteste degli animalisti qualche risultato l’hanno prodotto e i metodi per ottenere il foie gras stanno cambiando. Per il ripascimento, invece, nonostante le critiche dei geologi, degli ambientalisti e di documentati studiosi, nulla cambia. Il prof. Enzo Farabegoli, dell’università di Bologna, in un convegno che si è tenuto lo scorso anno ha sostenuto, a proposito dei precedenti ripascimenti, che “a distanza di un anno, solo una piccola frazione del materiale sabbioso di ripascimento è rimasto sulla spiaggia emersa. È stata applicata una piccola toppa a un grande buco”.
Si continuano ad “ingrassare” le spiagge prima dell’estate ma, direbbero Franco IV e Franco I, è come scrivere t’amo sulla sabbia. Basta qualche violenta mareggiata per tornare punto e a capo.
Circa ogni cinque anni si mette in moto la costosissima macchina del ripascimento, euri permettendo. Nel 2002, poi nel 2007. Poi non è stato possibile mettere insieme i finanziamenti necessari e sono passati quasi dieci anni per arrivare agli interventi attuati pochi mesi fa, riversando sulle otto spiagge della costa 1 milione e 200mila metri cubi di sabbia. Tutti più o meno contenti gli operatori balneari e gli amministratori comunali, perché comunque una “pezza” è stata messa. Ma c’è dell’altro. Secondo la Regione la sabbia dirottata sulle spiagge è “di ottima qualità”.
Ha il colore grigio dei limo ed è quindi molto diversa dalla sabbia “giallina” che da sempre vediamo negli stabilimenti balneari della costa. “Le sabbie hanno un colore grigio perché derivano da zone lontane dall’entroterra e dalla frantumazione di rocce portate dal fiume Po, differenti da quelle delle nostre spiagge, che derivano invece dalle arenarie delle colline Romagnolo-marchigiane”, spiega Faina. “Le propaggini del monte San Bartolo, in provincia di Pesaro, già circa cento anni fa si allungavano di quasi tre chilometri verso il mare e l’erosione di questo monte, formato da arenarie e cioè da sabbie debolmente cementate, ha alimentato e mantenuto le nostre spiagge”. Ma non è appena questione di impatto visivo: “La sabbia prelevata da questa paleospiaggia presenta non solo una colorazione differente, ma anche una granulometria medio-fine, diversa dalla sabbia che siamo abituati a vedere sulle nostre spiagge. Probabilmente la sabbia apportata di recente con il ripascimento è composta da granulometrie differenti e questo provoca un assestamento dei chicchi di sabbia che rendono la battigia compatta, mentre la sabbia che si viene a trovare in acqua viene dilavata e differenziata dalle onde per granulometrie. Le sabbie più grosse vengono portate sulla battigia mentre i limi rimangono in acqua provocando una sorta di effetto sabbie mobili”. Non è quindi una soluzione ideale per il ripascimento. Ma, aggiunge Faina, “forse con il tempo e mischiandosi con le nostre sabbie, sarà possibile un sensibile miglioramento nel colore, anche se l’ossidazione non ne cambierà la colorazione e le sabbie apportate rimarranno grigie. Purtroppo non esistono siti economicamente convenienti e con quantità tali da soddisfare le esigenze di ripascimento e pertanto l’unica soluzione è quella adottata”.
Se questo è lo stato dell’arte, e se è vero che l’Ordine dei geologi dell’Emilia Romagna già lo scorso anno ha lanciato l’allarme sul rischio che “buona parte della costa romagnola in futuro vada perduta”, come assicurare il migliore mantenimento delle spiagge senza ricorrere a ripascimenti onerosissimi e abbastanza inutili, oltre che discutibili per il materiale impiegato? Prima di iniziare ad affrontare questo problema, diamo ancora per un attimo la parola ai geologi, che individuano in fattori naturali (i cambiamenti climatici e l’innalzamento del mare) e antropici una seria minaccia all’equilibrio costiero: “Se i trend climatici e di subsidenza non subiranno importanti modifiche, nei prossimi decenni perderemo buona parte della costa, in particolare nei lidi ravennati e ferraresi”, dice Gabriele Cesari, presidente dell’Ordine dei Geologi regionale. “Per questo il primo intervento necessario riguarda la conoscenza: servono infatti dati sul trasporto solido dei fiumi, sulla subsidenza naturale e antropica, sui giacimenti di sabbia disponibili”. Secondo Cesari “le spese ingenti finora sostenute per i ripascimenti della costa si stanno rivelando ‘costi di esercizio’ e non investimenti, perché in un questo contesto mutato la loro efficacia è sempre minore”. E i geologi hanno stimato che “solo per difendere le spiagge nei prossimi 20 anni saranno necessari 200 milioni di euro. Ma se la subsidenza non diminuirà, ci saranno notevoli problemi: perciò vanno ripensate le opere idrauliche, gli argini e i ponti”.
I geologi emiliano romagnoli hanno chiesto alla Regione di convocare al termine di questa stagione un tavolo di confronto sulla costa romagnola e ferrarese, “per riunire tutti gli attori della filiera, dalle istituzioni pubbliche agli operatori privati, e arrivare alla definizione di strategie e politiche condivise ed innovative, con l’obiettivo finale della salvaguardia delle nostre spiagge.”
Occorre conoscere prima di intervenire. E’ quello che fa il geologo Giancarlo Faina per mettere mano a problematiche “spesso connesse fra loro”, puntualizza lui: “Dall’insabbiamento dei porti alla sistemazione di aree in erosione, fino al miglioramento della qualità delle acque di balneazione e dell’estetica del waterfront”. Studiare le correnti di fondo e non solo il moto ondoso, è il suo segreto. Giancarlo Faina studia il trasporto della sabbia lungo la linea di costa, mossa dalla corrente di fondo. E il suo è un approccio nuovo al problema dell’erosione.
Anzitutto. “Le opere rigide effettuate a difesa della costa difficilmente raggiungono le prospettive attese nelle progettazioni. Spesso per proteggere un’area in erosione con il posizionamento di scogliere si provocano delle erosioni collaterali non previste”, dice Faina. Ed è quello che si è osservato in decine e decine di casi.
Il geologo Faina mette in discussione principi generali e modelli matematici elaborati fino ad oggi per contrastare l’erosione delle spiagge. Proprio a questo scopo sono state posizionate le scogliere, in superficie o soffolte, ovvero per contrastare il moto ondoso e ridurne l’energia cinetica, con la finalità di “salvare” gli arenili. Ma in buona parte questa metodologia d’intervento si è dimostrata fallimentare.