“Unindustria Rimini: strada obbligata, che dovrà essere seguita anche da altre associazioni di categoria”

“Unindustria Rimini: strada obbligata, che dovrà essere seguita anche da altre associazioni di categoria”

Ragioni interne ad Api e un lungo lavoro "ai fianchi" da parte di Confindustria hanno portato ad una novità di non poco conto nel panorama delle assoc

Ragioni interne ad Api e un lungo lavoro “ai fianchi” da parte di Confindustria hanno portato ad una novità di non poco conto nel panorama delle associazioni di categoria della provincia di Rimini: la fine di Api – dopo 20 anni di onorata carriera – e la fusione in Confindustria, dando vita ad un nuovo soggetto: Unindustria Rimini. E’ stato un parto difficile.
paolo-maggioli-e-massimo-colomboChi passerà alla storia come il presidente che ha messo in liquidazione l’Associazione delle piccole e medie imprese e si è stretto nell’abbraccio con Confindustria, è Massimo Colombo (nella foto, a sinistra, insieme a Paolo Maggioli al momento della firma del documento d’intenti di Unindustria), da 18 anni in Api, prima a capo dei giovani, poi vice e infine presidente, titolare della Coser di Torriana.
Ancora pochi giorni nella vecchia sede e poi dal primo maggio quel che resta di Api confluirà in piazza Cavour, storico quartier generale di Confindustria, che erediterà anche qualcuno dei sei dipendenti che erano in servizio in via Rodriguez (“se si contano i due o tre che hanno preso altre strade, praticamente non lasciamo a casa nessuno”, dice Colombo). Api è in liquidazione e il liquidatore è, appunto, l’ultimo dei suoi presidenti.
A pesare nella scelta di unirsi all’associazione delle imprese guidata da Paolo Maggioli, è stata sia l’emorragia di aziende che principalmente hanno chiuso o lasciato l’ovile di Api, tanto da scendere ad un centinaio, quando ai tempi d’oro avevano raggiunto quota 150, e sia la constatazione di non essere più in grado di garantire agli associati servizi all’altezza dei tempi.
Colombo è però consapevole di non essersi impegnato in un matrimonio indissolubile: “Ci siamo dati tre anni di verifica, fino al 2017, vedremo come andrà, se varrà la pena rimanere in Unindustria oppure no. Può essere una opportunità come potrebbe rivelarsi un fallimento, questo lo valuteremo. Io mi auguro possa servire a ricreare una rappresentanza forte del mondo industriale riminese, che ne ha davvero bisogno”.

Allora presidente Colombo, cosa c’è all’origine della decisione di dar vita a Unindustria Rimini?
Il percorso verso questa decisione era iniziato da tempo. Personalmente quello che mi ha fatto spingere sull’acceleratore è stata la disdetta del nostro associato numero 100. Questo, insieme ad una situazione poco rosea dei bilanci, e soprattutto alla difficoltà a garantire servizi fondamentali per le nostre imprese, ha fatto si che si intensificassero le riflessioni e anche il confronto al nostro interno. Ci siamo chiesti: chi rappresentiamo e come lo facciamo?

Cerchiamo di spiegare quale era il quadro di contesto venutosi a creare.
Nel riminese l’industria è abbastanza marginale e una realtà che potrebbe avere un bacino d’utenza di mille imprese di fatto fatica a tenere in vita un’associazione di categoria.

Si dice che Confindustria aspirasse da tempo ad inglobare Api e dunque motivi di soddisfazione per l’operazione che avete concluso ne abbiano soprattutto loro.
Da un certo punto di vista il vantaggio è soprattutto loro, anche se adesso è tutta una famiglia. Ma sul piatto della bilancia ha inciso in maniera determinante la situazione di Api: credo non fosse serio attendere di autoliquidarci e perdere le aziende per inerzia, come stava avvenendo. Abbiamo optato per un salto in avanti andando incontro a quella che sarà l’evoluzione futura del territorio, dove a mio parere ci dovrà essere un’unica rappresentanza del mondo imprenditoriale industriale e una del mondo artigianale. La strada è segnata e quindi è del tutto inutile disperdersi in mille rivoli senza incidere veramente.

Quanto ha contato per lei avere come interlocutore un presidente della sua generazione come Paolo Maggioli?
Molto, penso che con la vecchia guardia il passaggio non sarebbe avvenuto. Mi sono interfacciato con gente della mia generazione e tutti abbiamo condiviso la priorità di dotarci di un contenitore in grado di fornire servizi efficienti alle nostre aziende, una rappresentanza per quanto riguarda sindacati, banche, politica, e non da ultimo con la garanzia di poter portare le nostre idee ed esperienze che abbiamo maturato in questi anni.
Spero che la famosa unione possa fare la forza. Se verrà dato spazio a quelli della mia generazione ci potrà essere una comunità d’intenti, se i “vecchi” vorranno mettere ancora becco le difficoltà aumenteranno.

Da parte vostra cosa perdete rispetto alla identità di Api?
La perdita può essere quella di una sorta di indipendenza, però con l’indipendenza non si garantiscono i servizi alle imprese e non si dà da mangiare ai dipendenti.
Già in passato, sotto la presidenza Bargellini, c’era stato un tentativo di unione con Confindustria che però non era approdato a nulla anche perché c’era un rapporto diverso con Confindustria di quel periodo. Alla fine ha prevalso in tutti la convinzione che sia molto meglio impegnarsi per una associazione da 500 iscritti che tenerne in vita una da 400 (Confindustria, ndr) e una da 100 (Api).

Riuscirete a contare qualcosa in Unindustria?
Lo vedremo ma penso di si. Nella fase di transizione viene mantenuto l’organigramma di Confindustria che si amplierà con qualche nostro ingresso: io e il mio vice entreremo nel consiglio direttivo e altri quattro consiglieri Api faranno parte della giunta allargata. Così si andrà avanti fino al 2017 e poi ci saranno le elezioni per il rinnovo degli organi e a quel punto saremo tutti alla pari in vista del rinnovo della rappresentanza di Unindustria. Se in questi tre anni saremo bravi ad esprimere un gruppo coeso potremo aspirare ad avere dei rappresentanti anche in futuro, se ci disperderemo – ma spero non avvenga – resterà solo la possibilità di giocare da singoli.

Ha trovato resistenze all’interno di Api per portare in porto il progetto di fusione?
Direi che ci sono state tre fasi di questo percorso: nella prima non ho incontrato resistenze e c’è stata quasi l’unanimità d’intenti. La seconda fase è stata quella più critica, ed è andata dal momento del primo accordo all’assemblea di Api: qualcuno voleva tirarsi fuori perché non si sentiva più rappresentato. Poi nella terza fase successiva all’assemblea (che si è svolta l’1 marzo scorso) abbiamo raccolto l’adesione di quasi tutti i nostri associati. Alla fine un po’ tutti si sono resi conto della validità del progetto, dell’opportunità che si presentava di entrare in una organizzazione più forte e con una solidità finanziaria maggiore.

Perché lei dice che come Api non eravate più in grado di dare servizi alle imprese?
Per scarsità di risorse finanziarie e umane. Da diversi anni facevamo solo servizio paghe, sicurezza e niente di più, mentre le imprese hanno bisogno d’altro: servizi finanziari, per l’internazionalizzazione e così via. Il discorso non riguarda solo Api.

Cioè?
Le associazioni di categoria per certi versi sono vecchie, spesso anziché mettere in contatto gli imprenditori a livello di business, come fa ad esempio Compagnia delle Opere, svolgono quasi solo il ruolo di vetrina per l’imprenditore, assecondando ambizioni di visibilità ed anche “politiche”. Personalmente sono convinto che ci saranno anche altre aziende che rimarranno orfane da altre parti…

Ad esempio?
Penso alla situazione che sta vivendo Cna così come un po’ tutte le associazioni riminesi, alle prese con problemi di bilanci, di numeri, di rappresentanza. Addirittura io sono convinto che le alleanze vadano strette in ambito romagnolo, non solo riminese, se si vuole contare davvero e di questo sto ragionando anche con Paolo Maggioli. Chi non capisce che serve massa critica sia per farsi ascoltare dalle istituzioni e sia per dare più servizi ed efficienza, è tagliato fuori. Ecco perché ritengo che la strada intrapresa da Api e Confindustria possa indicare il percorso anche ad altre associazioni sia per un discorso di economie di scala e sia di rappresentanza. Bisogna fare un passo indietro come singoli, come ho fatto anche io, e un passo avanti come squadra. Personalmente di essere il presidente di quattro gatti o di essere titolare in Lega Pro non mi interessa, preferisco fare la panchina in serie A, dove ho qualcosa da imparare.

Come vede la situazione economica riminese?
Grama. Per limitarci al manifatturiero si tratta di un comparto abbastanza debole perché a parte un numero di aziende di una certa dimensione, che però si conta sulle dita di una mano, le altre sono tutte piccole e medie e non hanno un mercato consolidato. Bisogna aggiungere che a mio parere ci sarà ancora una certa selezione sia quest’anno e sia nel 2015, al termine della quale le imprese che resteranno in vita saranno ancora di meno. Queste potrebbero godere dei benefici di una certa ripresa economica, molto al rallentatore ma che nel manifatturiero c’è e di riflesso potrebbe trarne beneficio anche il territorio riminese. Sempre che si consolidi la mentalità di non voler fare tutto da soli.

Qual è il limite che lei riscontra nella imprenditoria riminese?
Una certa debolezza, che si evidenzia sia nel manifatturiero e sia nel turismo e nel commercio, che è quella di avere ancora la testa della partita Iva. Non è più vero da tempo che piccolo è bello. Bisogna pensare ad aggregarsi con qualcuno che può permetterti di essere competitivo nei confronti del resto del mercato. Il manifatturiero riminese è nato in molti casi di riflesso al turismo. A parte il mercato delle macchine per il legno e il tessile-abbigliamento nel distretto di Cattolica, il resto dell’industria è derivata o dalla subfornitura di macchine per il legno o da quella del turismo. La forza di questa imprenditoria è stata nella capacità di intraprendere, nel non badare agli orari, nel lavorare sodo, eccetera, però guardando poco o nulla a quel che succedeva fuori dal proprio orticello. Ma adesso è venuto il momento di tirare le fila e mettersi insieme.

Come giudica il rapporto delle associazioni di categoria con gli enti pubblici territoriali?
La politica decide in proprio e poi comunica quello che ha deciso alle associazioni, eventualmente ascolta se hanno qualcosa da dire, ma nulla di più. Anche a Rimini è così, di fatto le associazioni possono dire la loro ma poi… la politica viaggia per strade proprie.

Quindi anche per evitare questo rischio di risultare inincidenti lei dice che occorre mettersi insieme.
Sì. Nel riminese, ma anche in Romagna, non abbiamo un tessuto industriale produttivo consolidato come in altre zone della regione (Modena, Bologna, Reggio) e d’Italia, in grado quindi di avere una rappresentanza diffusa. La dispersione indebolisce e la politica ha buon gioco che ci sia consociativismo, così di fatto decide da sola.

Con Paolo Maggioli state ipotizzando anche nuovi servizi per Unindustria?
Già Confindustria è ben dotata dal punto di vista dei servizi. L’importante sarà dunque aprire un po’ la mente su iniziative di allargamento, espansione, conquista di nuovi mercati, senza passare per i percorsi istituzionali classici. Da questo punto di vista potremo dare il nostro contributo visto che veniamo da una associazione abbastanza elastica e vivace. Immettendo forze fresche anche Confindustria avrà di che guadagnarne.

Qual è a Rimini il rapporto delle imprese con le banche?
Si pagano le conseguenze di un rapporto segnato negativamente dall’immobiliare, che il mondo bancario ha favorito. C’è stato un lungo periodo nel quale tutti si sentivano immobiliaristi a Rimini. Quel periodo è finito, la bolla doveva esplodere ed è esplosa. Adesso chi fa impresa deve pensare a far bene il proprio mestiere e chi fa banca deve ricominciare a fare banca. Sarà duro perché il cosiddetto incaglio bancario pesa enormemente.

La Camera di Commercio ha svolto un ruolo importante di sostegno per le imprese del territorio?
Ha svolto soprattutto un ruolo autoreferenziale. A mio parere insufficiente.

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