Vitali rottama Cagnoni: “Privatizzazione del sistema fieristico e alleanza con Bologna”

Rimini non si basta più. Chi resiste alla privatizzazione del sistema fieristico e congressuale riminese e all'accordo con i soggetti bolognesi, è condannato al provincialismo. "La classe dirigente bolognese non è migliore di quella di Rimini, anzi forse in questo momento se la passa peggio perché ha sempre immaginato di bastarsi, forte anche del fatto di essere capoluogo e quindi locomotiva. Bologna deve essere sì la locomotiva, ma portandosi dietro i vagoni dei territori e possibilmente diventando un Frecciarossa. Bologna ha spesso giocato per “limitare” i territori ma credo che oggi si sia resa conto che la competizione non è su scala emiliano romagnola ma molto più ampia". Intervista al presidente della Provincia di Rimini, Stefano Vitali. Che alle associazioni di categoria dice: "Siamo cambiati più noi della politica che non il mondo associativo".

“La privatizzazione del sistema fieristico e congressuale riminese non è un optional, ma una necessità, che i partner pubblici devono concludere quanto prima. La Provincia ha fatto la propria parte, ora occorre andare avanti senza incertezze”. Il presidente della Provincia, Stefano Vitali, manda un messaggio inequivocabile all’indirizzo di Comune di Rimini, Camera di Commercio e di Lorenzo Cagnoni. Nella prospettiva della trasformazione dell’ente di corso d’Augusto in una sorta di Circondario, Vitali lo scorso novembre aveva messo i soci pubblici e gli amministratori di Rimini Congressi (Cagnoni compreso) davanti a precise responsabilità, chiedendo “l’ingresso di capitali privati”. Nell’ultimo consiglio provinciale è andato oltre, approvando la delibera di privatizzazione. Il numero uno di Rimini Fiera, però, ha continuato a “resistere” e solo due mesi fa delineava un quadro molto ottimistico della situazione, in una sorta di controcanto al presidente Vitali: la Fiera non è in sofferenza e anzi sarà in grado di far fronte alle sofferenze altrui e distribuire dividendi. Raffreddava anche gli animi sulla alleanza con Bologna rilanciando l’autonomia di Rimini. E’ questo il quadro che occorre avere davanti agli occhi nel leggere l’intervista che segue al presidente della Provincia Stefano Vitali. Che suona come la rottamazione di Cagnoni e di un modo di intendere il beato isolamento di Rimini nonostante la situazione finanziaria di Rimini Congressi, Palazzo dei Congressi e Rimini Fiera.

Allora presidente Vitali, la parola d’ordine è privatizzazione. Ma si tratta della solita dichiarazione d’intenti o di qualcosa di concreto?
La solita dichiarazione d’intenti non direi, anche perché è una volontà talmente concreta da avere comportato, da parte nostra, modifiche agli statuti di Rimini Congressi e Rimini Fiera. Siamo partiti con l’errore strategico di prevedere solo dei partner pubblici, anche perché in quel momento si sarebbe potuto fare solo così, ma adesso la musica è cambiata. Fino a che le cose sono andate bene il pubblico se n’è fatto un vanto, della serie “faccio tutto io”. Il problema è che nel frattempo si è capovolto tutto. La mia lettera dello scorso novembre nasceva dal fatto che il piano industriale sul quale si basava tutta l’impalcatura del sistema fieristico congressuale riminese, non solo ha evidenziato problematiche legate alla crisi economica, ma anche al fatto che gli enti pubblici, per le nuove regole del gioco che sono tenuti a rispettare e che sono sorte nel frattempo, non possono più investire risorse in certi ambiti. Fra parentesi, mancano anche le risorse, ma prima di tutto è cambiata l’architettura e quindi è caduta l’impalcatura culturale e strutturale, si potrebbe dire. Seppure obtorto collo, oggettivamente il percorso iniziato dalla Provincia ritengo non possa non essere condiviso da tutti.

Privatizzare è diventato un obbligo?
E’ chiaro che, in ultima istanza, la privatizzazione rimane una scelta politica, ma ormai incanalata su una strada che a mio parere non si potrà non imboccare e l’advisor dovrà cercare dei partner importanti, non ci si può accontentare del piccolo cabotaggio, e magari si trovasse qualcuno disposto anche ad acquisire quote della Fiera di Bologna in modo da “obbligarci” in qualche modo a fare sistema, altro obiettivo a mio parere ineludibile, che purtroppo non abbiamo centrato fino ad oggi.

Eppure la Provincia scompare e quel che resta non avrà denari…
Non dico che manchino le incertezze e le contraddizioni. Per il nostro ente la previsione di bilancio del prossimo anno dice che soldi non ce ne saranno. Si riuscirà a chiudere il bialncio secondo le previsioni che abbiamo fino a questo momento. Tolte le rate dei mutui che bisogna pagare, tolto il personale, non resta nulla. E fortunatamente la Provincia di Rimini ha una spesa per il personale più bassa di tutta Italia… è un piccolo vanto ma è così.

Quindi chi verrà dopo di lei a guidare questo ente ridimensionato al lumicino, pur volendo farà fatica a giocare un ruolo significativo anche nella trasformazione del sistema fieristico.
Ritengo invece che chi verrà dopo di me avrà la responsabilità politica importante di gestire questa fase di transizione assolutamente decisiva. E, ribadisco, investitori stranieri potenziali ce ne sono e un advisor che si rispetti non credo farà fatica a trovarli. Le tre gambe pubbliche sulle quali si regge l’impalcatura dovranno avere il coraggio di fare la scelta della privatizzazione.

Però la Provincia è agli sgoccioli e la Camera di Commercio viene ridimensionata enormemente. Restano in pista Comune di Rimini e Lorenzo Cagnoni, cioè i soggetti che fino ad oggi sono sembrati meno convinti della privatizzazione e della opportunità di stringere alleanze con Bologna.
Nonostante tutto, il percorso è ormai avviato, la macchina si è messa in moto. Posso prendermi mezzo merito di aver aperto un ragionamento e di avere “costretto” gli altri soci a fare delle scelte?

Anche la quotazione in Borsa della Fiera era data per certa, ma poi…
Nel frattempo è cambiato il mondo. Nessuno può essere così cieco da non vederlo.

Ammetterà che sul Palas è stato fatto il passo più lungo della gamba?
Non si possono decontestualizzare le scelte. Lo scenario nazionale e internazionale era un altro. In più venivamo dalla esperienza della Fiera, che resta un modello, costruita con risorse locali e con gli introiti derivanti dall’attività. In tempi di vacche grasse, tutto questo per la Fiera ha funzionato, e si è ipotizzato di fare lo stesso sul Palas, costruendo la più grande struttura italiana e non solo, pensando di potere chiudere il cerchio, come accadde con la Fiera appunto. Tanto è vero che quando nel 2009 ho firmato la famosa lettera di patronage, in realtà era un patronage molto blando perché si reggeva sul presupposto che i dividendi della Fiera avrebbero fatto la parte del leone, e i soci pubblici sarebbero intervenuti solo a supporto.

Un altro film rispetto a quello che si è verificato…
Certo, l’architettura del passato è crollata.

Lei ha espresso un’accelerazione alla privatizzazione, però ha aspettato la fine del mandato per farlo. Perché non ci ha pensato prima?
La discussione su questo è iniziata circa due anni fa, quando si è posto il problema Aeradria. Ci siamo accorti che l’impalcatura era traballante anche per il sistema fieristico e congressuale e abbiamo cominciato a dire che le soluzioni erano queste, poi il tempo per poter discutere e … siamo arrivati ad oggi. E, comunque, le colonne del sistema pubblico sono tre, e io la mia parte l’ho fatta.

Non crede che la privatizzazione possa essere una strada molto difficile da realizzare e che alla fine il rischio di un “inglobamento” da parte di Bologna possa restare l’ipotesi in campo più in discesa?
L’idea di una colonizzazione di Rimini da parte di Bologna esprime il solito provincialismo riminese. Noi ci siamo costruiti i nostri colossi fieristici e congressuali senza aiuti esterni, a differenza ad esempio di realtà come Milano. E abbiamo sempre cercato di fare da soli, ma adesso si è entrati in una fase tutta nuova. O a Rimini si capisce che occorre aprirsi, prima di tutto dal punto di vista mentale, oppure non andremo da nessuna parte. E questo non vale solo per il fieristico: tutte le realtà aeroportuali che funzionano si stanno aprendo ai grandi gruppi, ai fondi di investimenti e così via. Io sono più preoccupato che la classe dirigente di Rimini salga di livello per acquisire una autorevolezza vera, più che delle mani di Bologna sulla Fiera. Rimini è diventata grande giocando in proprio ma adesso restando fermi a questo beato isolamento rischieremmo di scomparire. Se ho un rammarico, giunto al termine del mio mandato, è proprio quello di non avere avuto la forza di trascinare su questo aspetto, nonostante siano temi che vado ripetendo da anni. Io spero che un salto di qualità possa essere fatto. Rimini non si basta più.

Come la immagina una eventuale partnership con Bologna?
Rimini non può pensare di rubare la scena a Bologna, ma insieme a Bologna può fare molto. La classe dirigente bolognese non è migliore di quella di Rimini, anzi forse in questo momento se la passa peggio perché ha sempre immaginato di bastarsi, forte anche del fatto di essere capoluogo e quindi locomotiva. Bologna deve essere sì la locomotiva, ma portandosi dietro i vagoni dei territori e possibilmente diventando un Frecciarossa. Bologna ha spesso giocato per “limitare” i territori ma credo che oggi si sia resa conto che la competizione non è su scala emiliano romagnola ma molto più ampia.

Sia sulle fiere che sugli aeroporti non è mancata una regia vera della Regione?
Probabilmente si, ma non semplificherei troppo perché in realtà le questioni non sono così semplici. Mentre a Rimini il sistema è pubblico, a Bologna la prevalenza è privata e la Regione non ha avuto voce in capitolo per determinare le scelte.
Quindi la politica ha certamente le sue responsabilità ma non fermiamoci qui, nel senso che la classe dirigente è molto ampia e va al di la della politica.

Sarebbe disposto a scommettere che la privatizzazione della galassia fieristica possa andare in porto a Rimini?
Sono convinto che si riuscirà. Rimini è appetibile, eccome. Sfido a trovare altre città con strutture fieristico congressuali come la nostra e con il sistema ricettivo della provincia di Rimini. All’esterno c’è grande fascino e ammirazione per Rimini, che per dinamismo e forza turistica e imprenditoriale compete con le capitali europee.

Il sindaco di Rimini lo vede impegnato sulla privatizzazione?
Sono convinto di si, la volontà mi sembra quella. E ormai non è solo una questione di volontà ma di costi… il sistema Rimini non può reggere una situazione finanziaria come quella che si è venuta a creare nelle società fieristiche e congressuali.

Però Cagnoni, che spesso ha “condizionato” i soci pubblici, continua a dire “ci penso io, i dividendi nel 2017…”
Ormai c’è poco da condizionare. Come ho già detto, lo scenario è molto ben delineato e sono cambiate le regole del gioco, i soci pubblici e tutti gli attori in campo non possono non tenerne conto.

Via dalla Provincia non le piacerebbe fare una esperienza in Regione o addirittura in Parlamento?
Il problema è che deve essere la politica a chiedertelo, non dico per favore, ma … ci devono essere le condizioni. Poi le prossime elezioni politiche si terranno nel 2018 e in politica non puoi fare una programmazione che vada oltre l’anno.

Cosa pensa di quel che sta succedendo all’interno della Camera di Commercio, con Bugli costretto a scendere dal tram in corsa?
È la crisi di un sistema… il nostro modello batte in testa, e ha bisogno di una spinta innovativa forte. Anche le associazioni di categoria stanno attraversando un momento difficile. Siamo cambiati più noi della politica che non il mondo associativo.