Aureliano Bonini: Rimini perde appeal turistico, ma non è colpa del mare grigio

Aureliano Bonini: Rimini perde appeal turistico, ma non è colpa del mare grigio

Intervista al guru di Trademark, la terza persona della Trinità turistica. La Fiera, il Palas e l'ipotesi di gestione dell'astronave congressuale da parte di un gruppo di albergatori. Il turismo riminese alle prese coi falsi problemi (la qualità del mare) e quelli veri (il deficit di "romagnolità"). La stagione Gnassi e il sardone decapitato. Il sistema emiliano romagnolo orfano della sorveglianza del partito della sinistra e di Vasco Errani genera mostri: il fallimento di Aeradria e la crisi del Palas.

Aureliano Bonini (nella foto) non dà ricette. Non ti segue se cerchi di condurlo su terreni troppo astratti. Non ama l’approccio filosofico ma quello fenomenologico al turismo. Sfodera un’ironia pungente quando parla di certi luoghi comuni cuciti addosso a Rimini e ai riminesi, e lo fa sia che dica e sia che accenni solo, per non dire troppo. Ne ha visti di attori e di comparse nell’ambito del quale si occupa professionalmente da decenni e forse per questo non dà mai giudizi definitivi su chi ricopre ruoli di responsabilità amministrativa.
Con i suoi osservatori detta la linea in fatto di statistiche e sondaggi e puntualmente spiega dove vanno in vacanza gli italiani. Turisticamente parlando è stato sempre considerato una delle tre persone della santissima trinità all’interno del sistema emiliano romagnolo: Errani (il padre), Babbi (il figlio) e Bonini (lo spirito santo). Ed è per questo che non apre tutti i cassetti quando parla con i giornalisti, ma se non vede taccuini e telecamere e si dimentica di essere il guru di Trademark Italia, allora sforna definizioni magistrali. Alcune le ha infilate anche in questa conversazione: occhio al sardone decapitato.

Bonini, cosa pensa della situazione che si è venuta a creare nel sistema fieristico-congressuale di Rimini?
Per quanto riguarda la Fiera i problemi sono limitati alla congiuntura negativa generale, e dunque sono meno preoccupato. E’ vero che sono state perse delle fiere e che ci sono “buchi” vistosi fra un evento e l’altro, ma le difficoltà sono un po’ generalizzate e toccano tutti.
La Fiera di Rimini è baricentrica, è un prodotto collaudato, e se si rimette a fare le fiere di pubblico, come io suggerisco, può reggere bene. Cagnoni la Fiera sa gestirla.

Invece il Palas?
Sono dolori. Ma si è verificata una cosa che noi sapevamo perché avevamo fatto uno studio al riguardo già nel 2001, che voi di Rimini 2.0 avete riportato a galla di recente. Esagerando avevamo previsto 400 mila presenze, quindi avevamo sbagliato anche noi, ma Rimini Fiera ne assicurava molte di più. Dai nostri dati si capiva che sarebbe stato meglio usare il palacongressi che c’era, migliorandolo, ma non si reggeva economicamente il progetto di costruirne uno nuovo così costoso, come invece è stato fatto.

Ma oggi, data questa situazione segnata dai conti in rosso e da prospettive poco rosee, qual è la strada per uscirne?
Non la privatizzazione perché se non è capace il pubblico a gestirlo, che pur con tutti i limiti oggi è spesso meglio del privato, non lo è nemmeno il privato. E poi quali privati sono disposti ad accollarsi una situazione come quella? A mio parere il Palas non lo vogliono nemmeno le banche… E’ un problema gigantesco per Rimini perché abbiamo una struttura bella, da orgoglio, per la quale però è difficile immaginare un futuro tanto più in un momento in cui il settore congressuale è in declino ovunque.

E dunque?
Si sconta un peccato d’origine, cioè il fatto che è stato costruito un Palas esagerato. Bellissimo sì, ma che per mantenersi avrebbe bisogno di lavorare un numero di giornate e con una quantità di presenze che probabilmente non si avranno mai. In più ha costi di gestione e di utilizzo troppo alti e non a caso molti potenziali clienti al palazzo dei congressi di Rimini preferiscono quello di Riccione.
Forse una possibilità per uscirne, e mi pare che di questo si stia ragionando, sarebbe quella che un gruppo di albergatori, titolari di strutture che hanno le camera adatte per il congressuale, si metta insieme per gestirlo, ovviamente ad una cifra molto ragionevole perché altrimenti non ci sarebbe nessuna convenienza, e limitando al minimo le spese di gestione.

Una gestione al risparmio.
Sì, che farebbe comunque lavorare la struttura, altrimenti destinata a rimanere inutilizzata e, col tempo, a degradare. Detto questo, ritengo che il palacongressi sia una struttura irrinunciabile per Rimini e non vedrei male se si pensasse di far convergere su quel contenitore una serie di funzioni diverse per garantire presenze ed entrate: dai concerti al museo Fellini.

Qual è oggi il posizionamento di Rimini dal punto di vista dell’appeal turistico?
Non c’è dubbio che stia perdendo quota, è un trend che si registra da un po’ di anni a questa parte. Col sindaco Gnassi la tendenza è quella di rendere Rimini protagonista, anche sul piano politico a livello del turismo regionale, ma se si guardano le performance della destinazione continuano ad essere negative.

Ci si consola coi russi.
I russi sono in aumento oggettivo, ma quanto ci è costato il turismo russo? Basta pensare ad Aeradria. Senza dimenticare che quello russo è un turista che non staziona a Rimini.

In questa perdita di appeal quanto incidono fattori interni ed esterni?
A mio parere incidono moltissimo quelli interni, cioè i cambiamenti intervenuti nell’ospitalità. A fare la fortuna di Rimini è stata una certa caratterizzazione: il parlare e mangiare romagnolo, la simpatia, l’apertura, un certo modo di vivere e così via. Però con la nuova generazione di albergatori, che stanno al computer, dietro al banco, che non portano le valigie e che si comportano un po’ da arcigni notai, è cambiato molto. Oggi lo scambio col cliente avviene via mail, prima era tutto basato sulla voce il rapporto col cliente, e la voce ha un carico emotivo fortissimo. Diventando manager, il rapporto con l’ospite si è molto burocratizzato. Internet ci sta uccidendo ed è all’origine di quel sordomutismo nel rapporto con il cliente che commercialmente sta dominando lo scenario e che per Rimini è letale.

E quanto incidono invece i problemi della viabilità, del mare coi divieti di balneazione e tutti gli altri aspetti legati alle conseguenze negative della metropoli balneare?
Non incidono più di tanto: chi abita a Milano non ha problemi ad arrivare a Rimini, a fare la coda in autostrada. Dalle interviste che realizziamo vediamo che non è questo a scoraggiare nella scelta di Rimini. E’ vero invece che gli operatori turistici dicono: io non ho ristrutturato ma la colpa è del territorio, del lungomare che il Comune non riqualifica, eccetera. C’è sempre una scusa per giustificare il proprio immobilismo, ma questa è un’altra storia. Ma per il resto è inutile credere ai miraggi: il mare di Rimini è grigio da vent’anni, forse nella mia infanzia non lo era….

Quindi la separazione delle fogne, quasi biblica come quella di Mosè con le acque, con relativo enorme investimento economico, la giudica abbastanza inutile.
Se ne potrebbe fare benissimo a meno, e infatti mi sembra che se ne stia facendo a meno, non vedo una grande fretta nell’attuare quel progetto. Il problema per Rimini non è il mare ma l’ospitalità, il turista non viene attratto nella nostra località dal mare ma da un mix di emozioni e dal modo di essere del riminese. Rimini smette di attirare quando perde la propria peculiare romagnolità.

Cosa pensa degli eventi come la Molo Street Parade e la Notte rosa in termini di utilità turistica?
Per la mia generazione il sardone decapitato non va bene, è una vecchia quaglia svernata, ma tutto quello che si mangia con le mani alle nuove generazioni piace molto. Scherzi a parte, ritengo che dal punto di vista turistico siano eventi inutili, che non portano pernottamenti ma solo grandi invasioni barbariche. Ma è anche vero che Rimini non può esistere senza eventi, è diventata quello che è grazie alle sagre, alle rustide, ai fuochi d’artificio.

Ho l’impressione che lei parli di una Rimini che esiste nonostante i suoi amministratori, è così?
La nostra città è un prodotto complesso, nato spontaneamente, che quasi mai ha avuto una guida, tranne forse che nella fase del sindaco Ceccaroni. Per il resto si è lasciato che la spontaneità proseguisse, forse perché anche a Rimini la politica è mossa dalla ricerca del consenso, non dei turisti.

La stagione Gnassi come la giudica dal punto di vista turistico?
Si dà un gran daffare, è andato in Germania, Cina… anche se i turisti cinesi non li vedremo mai. Mi sembra si stia impegnando molto, però le presenze a Rimini calano. Non è certo colpa sua ma è un dato di fatto.

Come è cambiato il sistema turistico regionale dalla fase dell’apparire di Vasco Errani all’assessorato al Turismo ad oggi?
E’ cambiato moltissimo. Quando Errani è diventato assessore al Turismo (nel 1997, ndr) e per i primi tre anni, c’era una forte sorveglianza sul sistema turistico. In quel periodo non sarebbe potuto accadere, ad esempio, un tracollo come quello che ha interessato Aeradria. E nemmeno i problemi del Palas. Il “sorvegliante” Errani sarebbe intervenuto prima. Certi bubboni che sono esplosi sono figli della mancata sorveglianza e del consociativismo, che anche se l’hanno chiamato concertazione la sostanza non cambia. Quando Errani è diventato presidente della Regione gradualmente ha distolto l’attenzione dal sistema del turismo e oggi mi pare che la filiera si sia rotta in diversi settori, non solo nel turismo.

L’Expo 2015 porterà qualcosa a Rimini o questa provincia sarà totalmente tagliata fuori?
La mia convinzione è che sull’Expo in generale le aspettative siano eccessive e molti rimarranno delusi. Ci sarà un boom iniziale che però non credo darà frutti per un lungo periodo. E prima di Rimini l’Expo nutrirà città con una valore storico e monumentale in un perimetro più vicino a Milano. Certo, qualche visitatore arriverà anche a Rimini, ma nulla di eccezionale.

Lei avverte preoccupazione, se non proprio disperazione, nei nostri operatori turistici in vista della prossima stagione e sotto il peso della crisi, oppure una normale incertezza, nemmeno più marcata del passato?
Non vedo eccessiva preoccupazione. Le strutture ricettive riminesi sono aziende flessibili, aprono e chiudono quando vogliono, assumono quando ne hanno la necessità, i costi fissi non incidono più di tanto. A differenza delle passate generazioni di albergatori, i giovani hanno il bollo del Suv da pagare, qualche vizio in più, ma reggono ugualmente. La crisi non è così drammatica come può sembrare.

Trademark ha già fatto qualche indagine sul ponte di Pasqua per capire se Rimini sarà o meno gettonata?
Indagini ancora no ma penso che tutto si giocherà sulle condizioni meteo. Se il tempo non farà le bizze, la voglia di andare al mare e di raggiungere Rimini in uno dei periodi più belli dell’anno porterà risultati soddisfacenti.