Quando Trademark scriveva: “Il Palas? Manca la fattibilità economica”

Quando Trademark scriveva: “Il Palas? Manca la fattibilità economica”

“La scelta di un nuovo Palacongressi diventa esclusivamente politica, non essendo sostenuta, come si evince da questo studio, da elementi oggettivi di

“La scelta di un nuovo Palacongressi diventa esclusivamente politica, non essendo sostenuta, come si evince da questo studio, da elementi oggettivi di fattibilità economica”. Parole scolpite nella pietra nel dicembre del 2001. Che smentiscono clamorosamente quelle pronunciate nelle scorse settimane sia da Lorenzo Cagnoni e sia dagli amministratori comunali di centrosinistra. I quali sembrano aver perso la memoria quando parlano della loro creatura congressuale: l’astronave dei debiti.
Dicono coloro che hanno redatto i piani finanziari del nuovo centro congressi e che hanno sempre assicurato la sostenibilità economica del progetto, che le cose sono andate storte a causa della crisi che dal 2008 si è abbattuta sul mondo intero e che continua a non mollare la sua presa mortale. Secondo la direzione provinciale del Pd che si è riunita il 23 gennaio scorso (dove ha preso la parola la vecchia e la nuova guardia: Ravaioli, Melucci, Gnassi, e in precedenza anche Cagnoni …) saremmo di fronte a “una vera e propria offensiva politica tesa a dimostrare che le scelte fatte alla fine degli anni ’90 si stanno rivelando sbagliate ed insostenibili dal punto di vista economico”. Invece quelle scelte furono “lungimiranti”. Il Pd è convinto che “leggere i dati oggi, pesantemente segnati dalla crisi di questi anni, con l’obiettivo di dimostrare ipotetici fallimenti appare strumentale e privo di fondamento”. E “confondere la crisi economica che ha ridotto drasticamente il settore congressuale in Italia, con l’insostenibilità del Palacongressi appare del tutto inconsistente e fuori luogo”.

I fatti. Abbiamo già visto come nel 2006 alcune voci, purtroppo minoritarie, si levarono dal coro dei favorevoli a prescindere (a sinistra soprattutto, ma anche nella opposizione, a partire da Forza Italia) per dire che il business plan del nuovo Palas mostrava preoccupanti livelli di scostamento dalla realtà. Lo sostennero Renato Capacci, Eraldo Giudici e pochi altri.

Ora, sempre per aiutare chi ha perso la memoria e scarica sulla crisi, riportiamo a galla il documento citato all’inizio. Il titolo recita: “Rimini e il futuro congressuale. Le condizioni di fattibilità economica di un Centro Congressi a Rimini”. In copertina c’è anche la data: dicembre 2001. Più due “marchi”: Trademark Italia e Thalia (consulenza e marketing per il turismo). Sessantuno pagine più diverse tabelle di numeri. Il team di ricerca era coordinato da Aureliano Bonini e composto da Alessandro Lepri, Franco Boarelli, Alberto Paterniani, Giuseppe Demaria.
A commissionare il lavoro la Cdo di Rimini, allora presieduta da Mimmo Pirozzi, che optava per la riqualificazione dei padiglioni esistenti (“una struttura recente, funzionante, collaudata…”) e non per imbarcarsi nell’avventura del nuovo Palas.

Già nelle prime pagine si può leggere che “i pilastri ipotetici su cui si è costruita la ‘fattibilità economica di un nuovo Palacongressi si basano su dati di previsione congressuale ottimistici che, essendo stati tracciati prima dell’11 settembre, risultano sovrastimati”. Previsioni che definisce addirittura “opzioni trionfali, ma indimostrabili”.
Per esprimere un giudizio il più fondato possibile, lo studio si basò su 87 interviste ad operatori specializzati nazionali ed europei, analizzò i risultati di 15 Palacongressi dell’area mediterranea e di 3 grandi città europee (Parigi, Monaco, Birmingham) sedi di quartieri fieristici. “Per un confronto scientifico dei dati ed un supplemento di analisi sono stati interpellati anche: 5 esperti nazionali di marketing turistico, specializzati in turismo d’affari, fiere e congressi; 2 docenti di organizzazione aziendale della Facoltà di Economia del turismo di Assisi per le verifiche sui costi organizzativi; 1 esperto gestore congressuale qualificato della Scuola di management Luiss di Roma”. Confrontarono gli studi precedenti, studiarono l’andamento congressuale a Rimini, in Italia e in Europa.

Il primo grosso punto interrogativo che emerge riguarda la previsione di una “frenata” del congressuale (nonostante il Giubileo): “Vi sono già numerosi indicatori che segnalano una riduzione del numero dei congressi”. Si legge anche che “le località turistiche sottraggono piccole quote di mercato ai centri urbani, tradizionali leader del mercato congressuale italiano (col 70% del mercato).” E aggiunge un altro dato significativo: “Nessuna città possiede un contenitore che possa generare un flusso di utenza congressuale e di esposizione per almeno 200 giornate all’anno, ma solo in questo modo ci si potrebbe avvicinare al traguardo della fattibilità economica”.
Lo studio ha messo in chiaro anche un aspetto che poi le varie lettere di patronage si sarebbero assunte l’onere di confermare: “Nessun istituto di credito può immaginare una soluzione di project financing per le strutture congressuali senza la garanzia di enti pubblici come Ente Fiera, Comune, Provincia, Camera di Commercio”. Esattamente il film che si è visto a Rimini.
Non manca il tema dei competitor (Milano, Firenze, Roma, Bologna) in grado di rendere “scarsamente interessante” l’offerta congressuale di un nuovo Palas a Rimini. Mette il dito nella piaga di una città “che non ha un aeroporto internazionale” ed è “difficile che Rimini nei prossimi anni riesca a rafforzare il suo peso tra gli scali nazionali”. Solleva la questione di un “calendario congressuale ‘tarpato’ da almeno 40 giornate fieristiche (destinate a crescere con l’entrata a regime del nuovo quartiere)” e “di un monopolio delle date, sia sul fronte stagionale che da parte della Fiera di Rimini, che frena lo sviluppo dei congressi”.
E senza fare troppi sconti a Cagnoni, gli esperti hanno messo bene in chiaro che “le cosiddette royalties congressuali, che sono state presentate come una novità, sono prassi ordinaria, non una conquista. Gli albergatori sono già abituati a riconoscere commissioni a Convention Bureau per flussi di traffico congressuale”. Mentre Cagnoni ha sempre parlato dello strumento delle royalties come di una “cosa inedita”.
Alla mania di grandezza di un Palas da oltre 100 milioni di euro che punta tutto sul fatto di essere il numero uno negli effetti speciali, lo studio di Trademark e Thalia ha ribattuto: “Per avere successo internazionale non basta un edificio prestigioso o un’infrastruttura d’avanguardia. La location resta la prima ragione di scelta: le capitali, i capoluoghi, le grandi città, gli aeroporti, la presenza di grandi alberghi congressuali, sono cinque elementi che vengono prima della forma, del prestigio, della modernità del Palacongressi”.
Forte di queste ed altre analisi, il documento si chiude con quattro scenari per il Palazzo dei congressi di Rimini e implora i “decisori” di optare per una attività di “cash cows” limitando gli investimenti in attesa di tempi migliori, ottimizzando le strutture e i servizi esistenti, rastrellando congressi ed eventi, potenziando i posizionamento congressuale di Rimini rispetto ai competitor.

I quattro scenari:

1) revamping della struttura attuale con interventi leggeri di adeguamento (avrebbe comportato poca spesa ma ugualmente era previsto un risultato positivo solo dal quinto anno);

2) revamping della struttura attuale con interventi leggeri di adeguamento più il nuovo Auditorium: con un risultato negativo fino all’ottavo anno di gestione;

3) interventi di ristrutturazione architettonica e funzionale della struttura esistente più il nuovo Auditorium: fu quella privilegiata dalla Cdo e un gruppo di progettisti guidati dall’ing. Roberto Mingucci sviluppò anche un piano di sviluppo. Circa 30 miliardi delle vecchie lire l’investimento previsto in questo caso, con un risultato netto negativo per dieci anni, ritenuto tuttavia “accessibile da una comunità che si voglia dotare di un Palacongressi all’avanguardia”.

4) Il quarto scenario era quello della costruzione di un nuovo Palazzo dei Congressi: in questo caso lo studio parlava di un “risultato netto pesantemente negativo” per tutti i primi dieci anni.

Le conclusioni furono chiare. “Nei primi due scenari si raggiungono risultati positivi nel medio termine con un Palacongressi che funziona e non perde denaro. La comunità riminese godrebbe così di una infrastruttura utile che presenta un equilibrio tra costi e ricavi”.
E nel terzo e quarto scenario? “Si verifica la non fattibilità economica dell’intervento. Tuttavia, vi sono evidenti differenze tra le due ipotesi: se nella terza emergono valori ‘sopportabili’ da una comunità con ambizioni di posizionamento sul mercato congressuale nazionale ed internazionale, nella quarta ipotesi i valori finali sono pesantemente negativi a causa di una serie di oneri (anche sottostimati) per la costruzione ex novo, ovunque questa si realizzi. La cifra calcolata per la realizzazione del nuovo Palacongressi risulterebbe infatti superiore ai 200 miliardi di lire, e nulla di scientifico garantisce un numero di eventi e presenze così elevato come quello ipotizzato”.
Impressionante precisione anche nello stabilire il costo, se è vero che il Palas ha prosciugato 101 milioni di euro (dato fornito da Cagnoni nella commissione consiliare del 17 gennaio scorso).
E avvertiva: “… senza garanzie pubbliche questo progetto non otterrà mai un finanziamento …”