Giuliana Guerra, fioriranno i nostri giorni all’improvviso

Giuliana Guerra, fioriranno i nostri giorni all’improvviso

Nata a Ravenna il 22 dicembre 1954, nel 1969 si trasferisce a Cesena e frequenta l'università a Bologna. Gli ultimi anni della sua esistenza li trascorre tra Pesaro e Rimini, dove lavora. Ma un incontro inatteso e l’amore per la bellezza la portano ad intrecciare amicizie con missionari in varie parti del mondo. Stroncata a 55 anni da un tumore, il 3 novembre del 2010. Giuliana Guerra è raccontata in un libro curato dalla sorella Laura, presentato a Cesena il 12 novembre scorso.

Giuliana. Fioriranno i nostri giorni all’improvviso a cura di Laura Guerra è il volume edito da Itaca con prefazione di Maria Gloria Riva e postfazione di Davide Rondoni. La sorella Laura ne ha curato la redazione ma questo volume è il frutto della stessa protagonista, che custodiva tutti i suoi scritti, pensieri e poesie; non solo i suoi, ma anche quelli degli amici. L’origine di questo libro affonda nella richiesta sorprendente fatta da Giuliana alle sorelle la sera prima di essere operata al San Raffaele: “Desidero che la mia casa a Pesaro sia venduta e i tre quarti del ricavato vada ai miei amici nel mondo”. Come dice suor Gloria nella prefazione, “il libro è come l’avventurarsi in quel sentiero di montagna che Giuliana tanto amava e che inizialmente offre un percorso dimesso e normale ma man mano che il viaggio prosegue si scopre uno spazio immenso, panorami inusitati e sculture naturali da togliere il respiro”. Insomma la vita di Giuliana è una miniera in cui si incontra una umanità ricca, inquieta e insieme straordinaria nella quotidianità e dove il rapporto con l’Infinito è diventato habitus cosciente, desiderato e immediatamente percepito e percepibile da chi incontrava.
I capitoli delle circa 200 pagine fanno emergere anche altre biografie. Come quella di padre Bepi Berton a Freetown in Sierra Leone, dove Giuliana ha donato una chiesa e dove padre Bepi ha salvato migliaia di bambini soldati dagli orrori della guerra recuperando questi ragazzi alla società con le costruzione di case famiglia. Questo missionario, che meriterebbe un libro tutto suo, vedendo questi bambini col mitra a tracolla più grande di loro, pensò di ‘farsi ladro’ per rubarli ai capi ribelli coi quali ha trattato come fosse lui stesso un capobanda, infatti si presentò loro dicendo: “Sono il generale Berton”.
Un altro capitolo descrive gli anni e gli amici del liceo a Cesena, il rapporto con don Lino Mancini e la partecipazione generosa all’attività di Gioventù Studentesca e anche il ‘vorticoso giro’ di molti ragazzi attorno a lei, affascinati dalla sua bellezza, dal suo prorompente carattere e dal sorriso solare e simpatico. Ma nessuno di questi ragazzi ‘centrerà’ l’obiettivo.
Poi la famiglia, all’inizio del 1974, si trasferisce a Pistoia, dove la sorella più piccola Anna Maria frequenta il liceo, mentre Giuliana e Laura all’università di Bologna si iscrivono a scienze motorie e al corso di assistente sociale. In questo capitolo c’è anche la storia di Paola che in verità era compagna di classe e studi, prima alle elementari poi all’università della sorella Laura. Paola dopo essere entrata nelle suore trappiste di clausura a Vitorchiano, fu invece inviata in Venezuela a Humocaro dove fu per tanti anni economa del convento poi anche badessa. Cominciò a conoscere Giuliana attraverso le lettere che le scriveva poi la incontrò nei suoi viaggi di ritorno alla casa madre di Vitorchiano.
Nelle pagine del libro si racconta anche l’amicizia che Giuliana aveva intrecciato con don Elia Bellebono, morto a Fano, dov’era ospite nel convento dei camaldolesi, il 2 settembre 1996. Don Elia, si legge a pagina 69 del libro “che all’inizio degli anni ’80 ha messo in atto la volontà di Gesù, che gli è apparso durante tutta la vita circa la costruzione di un santuario dedicato al Cuore di Gesù nella città di Urbino”. Un’impresa umanamente ardua e che ha richiesto l’aiuto di fedeli che hanno dato credito all’esperienza di questo sacerdote, fondando un’associazione con lo scopo di realizzare questo santuario. Nel febbraio del 1996 il consiglio comunale di Urbino ne approvò la costruzione. Il santuario fu dedicato al Cuore Divino di Gesù.
Un esteso capitolo è dedicato a madre Rosaria della Carità (al secolo Guglielmina Manfredini, nata nelle campagne modenesi il primo settembre del 44), la ‘stilista di Dio’ a Medjugorje e, attraverso di lei, i pellegrinaggi a Medjugorje che segnano profondamente Giuliana e le faranno riscoprire di essere molto amata da Gesù e riscoprire la tenerezza di Dio e della Madre Celeste attraverso il sacramento della confessione. Altri capitoli sono dedicati a padre Aldo Trento missionario in Paraguay che la chiamava ‘la Giuliana dei rosari’ perché le inviava materiale per le corone che faceva confezionare ai malati terminali che ospitava nel suo ospedale. E poi ancora a Marcos e Cleuza Zerbini. Due coniugi che in Brasile organizzano il movimento dei ‘Senza Terra’ che una volta (era la prima volta che accadeva) si sono visti arrivare una notevole somma di denaro che li ha talmente sorpresi da ricercare l’indirizzo di questa Giuliana Guerra, che dall’Italia li aveva voluti aiutare e che loro non avevano mai visto. Un altro incontro di cui parla il libro è quello con don Gabriele Azzalin, un prete della fraternità San Carlo che Giuliana conobbe al Meeting a metà degli anni 2000 che ora vive a Denver negli Stati Uniti.
Laura Guerra, l’autrice del libro è un’insegnante di religione e la prima stesura l’ha fatta a mano sul tavolo della cucina; non di rado nelle prime ore del giorno quando era ancora buio. Poco più di un anno di lavoro ed è venuto alla luce questo libro che mette in evidenza l’opera di Colui che “chiama all’esistenza le cose che ancora non esistono”.
Ma chiedo scusa se concludo con un ricordo personale che finora ho conservato nel cuore da quando il 3 novembre 2010 Giuliana, di cui ero grande amico, è tornata alla casa del Padre. Chi gli era stato più vicino nei momenti finali della sua vita terrena mi aveva raccontato che il dolore e la sofferenza derivati dalla malattia ne segnavano l’aspetto fisico ma che lei offriva come segno di amore a Gesù per tutte le persone incontrate. Ero solo quando sono entrato nella camera mortuaria all’ospedale di Rimini: davanti mi si è parata Giuliana distesa sulla bara come se dormisse. Il suo volto era talmente bello e luminoso e con un sorriso accennato che mi sono quasi spaventato al pensiero che, da un momento all’altro, mi rivolgesse un saluto come faceva sempre quando ci si incontrava. Ho pregato e me ne sono andato in fretta perché non ho retto alla vertigine che, in un contesto di morte, mi provocava questa visione, che rivelava un’esperienza misteriosa di vita.

Laura Guerra
Fioriranno i nostri giorni all’improvviso
Itaca
12 €

Suor Gloria Riva: la vita di questa donna è stata un’opera d’arte

“Raramente si può penetrare il mistero del quotidiano e leggerne la bellezza. Abbiamo occhi offuscati dal pensiero ottuso per cui solo di rado facciamo esperienza della realtà, di ciò che abbiamo dinnanzi, come una porta di accesso alla bellezza”. Questa è una frase di Giuliana a commento del quadro Le lavandaie di Abram Archipov.
Seconda di tre sorelle, Giuliana ha una vita costellata di incontri con persone straordinarie e comuni con la stessa passione e capacità di amicizia. Dopo la sua morte, quando Anna Maria e Laura, le due sorelle, vanno in casa per eseguire le volontà testamentarie scoprono che la vita della sorella è una vera e propria miniera e, in particolare Laura, che voleva mantenere vivo il suo ricordo e anche comunicare a tutti la sua esperienza, si cimenta nella redazione di questo libro Giuliana, fioriranno i nostri giorni all’improvviso, edito da Itaca.
Libro la cui più recente presentazione è stata nella Biblioteca Malatestiana di Cesena il 12 novembre a cura del centro culturale ‘Il Campo della Stella’, presieduto da Ombretta Sternini. Relatrici sono state, l’autrice Laura Guerra e suor Gloria Maria Riva esperta di storia dell’arte che ha parlato di Giuliana attraverso il commento di alcuni quadri.
E’ stata proprio suor Gloria, parlando del quadro di van Gogh Il buon Samaritano (che l’autore ‘copia’ da un’opera di Delacroix) a sorprendere il pubblico: “Non mi meraviglierei – ha detto – che l’origine della sua malattia fosse psicosomatica perché il fatto che Giuliana abbia preso su di sé il dolore della vita degli altri non lascia indenni. Ho conosciuto Giuliana soprattutto negli ultimi anni della sua vita ma il nostro rapporto è stato molto intenso e questo libro fa venire fuori la quantità immensa di amori e relazioni difficile da sintetizzare in poche parole. Sono partita da alcune immagini che ci hanno accomunato anche perché avevamo un progetto di fare un libro insieme. Il nostro primo incontro fu nel Meeting del 2007. Una delle opere che colpirono di più Giuliana fu il Buon Samaritano di van Gogh e con Giuliana abbiamo parlato molto di questo dipinto che van Gogh fece quando era in manicomio e a pochi mesi (meno di un anno) dal suicidio. Parto da questo quadro perché mi sembra quanto mai appropriato alla personalità di Giuliana. Lei non si accontentava di aiutare i ragazzi di Gs e soprattutto quelli di San Patrignano (i più lontani, per così dire) dove ha insegnato. Lei li prendeva proprio su di sé e così questo dipinto è molto efficace perché la prospettiva con cui van Gogh dipinge è quella del malcapitato della parabola. In questo quadro non c’è nulla di rosso, solo il berretto del samaritano. Li in quel punto è concentrato il cuore e l’amore di Giuliana. Lei aveva un cuore capace di ribaltare le condizioni di chi incontrava, capace di occuparsi e di preoccuparsi di tutte le persone che aveva conosciuto anche da poco. Non c’era davvero nulla di estraneo per lei. C’è un altro quadro che mi colpì molto, è un’opera autobiografica di Picasso che a lei piacque tanto quando gliela mostrai: Acrobata e la giovane equilibrista. Vi racconto di Giuliana con quest’opera perché io la ritrovo tantissimo nella giovane equilibrista che sta con grande leggiadria su una sfera, davanti a questo saltimbanco rude e forte, seduto sul cubo. Mi ricorda Giuliana perché lei nei momenti difficili della vita era capace di affrontare le cose con la stessa leggiadria a dispetto di un mondo che cercava di ridurla alle sue ragioni e misure. Ricordo i contrasti che ebbe nell’ambito di San Patrignano. Potete immaginare quanto di economico e di sociale ci fosse dietro per il recupero di questi ragazzi molto difficili. Lei era capace di stare in una situazione così come l’equilibrista del quadro, sempre tenendo alto lo sguardo, con le mani alzate al cielo, un cielo che per Picasso non aveva nome ma che per Giuliana aveva il nome di Gesù”.
L’ultima opera riguarda il periodo finale della vita di Giuliana (quello dove ha aiutato “gli altri a rientrare in sé”): Giorgio De Chirico Il figlio prodigo. Suor Gloria racconta come “Giuliana si sentiva una che era tornata alla casa del Padre. Mi ha raccontato di quando aveva vissuto lontano col cuore, del dolore, del dispiacere, della bruttezza di essere senza fede e quindi del fascino di avere incontrato Cristo e di quello che era stato per lei l’esperienza di andare a Medjugorie, dopo avere trovato le fede più attiva e più presente. Con le lacrime agli occhi mi raccontava le sue prime ore di adorazione eucaristica, la scoperta degli ultimi anni della sua vita e per questo si legò tantissimo a noi. E ci confidò del rammarico di non poter condividere spesso con gli amici del movimento questa esperienza e questo spazio unico, a tu per tu con Cristo. L’adorazione eucaristica per Giuliana era proprio un ‘ritorno al Padre’ come nel quadro Il Figlio prodigo; De Chirico s’innamorò dell’Italia ma in particolare di Ferrara e questo modo di dipingere, pur essendo molto carnale, portava in sé questa caratteristica: aveva bisogno di andare oltre alla fisicità, fino alla metafisicità, ecco allora le forme geometriche dei manichini. Così era un po’ anche Giuliana, una persona estremamente umana e passionale, una persona che non viveva la verità ‘di profilo’ ma l’abbracciava con tutta se stessa e, nello stesso tempo, così profondamente innamorata di un Oltre che voleva toccare. De Chirico nel dipinto ci rappresenta la sua corsa verso la metafisica: lo testimonia la muscolosità del manichino. Ma soprattutto è il padre (la statua greca sul piedistallo) che scende per andare ad abbracciare il figlio che ritorna, non viceversa. Così mi appare Giuliana nell’ultimo periodo della sua vita, quando scoprì che il tesoro della sua esistenza era molto vicino e le cose che aveva cercato per tutta la vita, in fondo, le aveva dentro di sé. Forse per questo nella sua malattia si è trincerata, forse perché non voleva che si appannasse di lei l’immagine solare consueta. Si chiuse in un grande riserbo dove maturò (si vede anche nei suoi scritti di quel periodo e dal libro) questo profondo e interiore cambiamento che ci prepara all’incontro con il Padre e io sono convinta che, anche se Giuliana si riconosceva molto nel Figlio prodigo della parabola, Dio Padre nel giorno in cui venne a prenderla lasciò il Suo cielo per regalarle un abbraccio come questo”. (serafino drudi)