“Il braccio destro”: caduta e volo nel romanzo di Walter Delogu e Davide Grassi

“Il braccio destro”: caduta e volo nel romanzo di Walter Delogu e Davide Grassi

La soluzione catartica è proprio nell'incipit del libro. L'apparizione di un'immensa speranza per il futuro di noi poveri umani oppressi da una società la cui dimensione criminale è eccessiva e i sovrappiù da una pandemia dai contorni medievali inquietanti.

Voce narrante e modello del protagonista, Walter. Scrittura liscia, mimetica, ritmo veloce colloquiale, superficie piana che ogni tanto si increspa e lascia indovinare gli abissi che cela, Davide. Vien subito da pensare alla società del romanzo e alla nostra che stiamo vivendo.
Solitamente non ne parliamo, lo nascondiamo a noi stessi, il fatto tremendo che non siamo più sull’orlo del precipizio, ma stiamo cadendo in un vuoto senza fondo. Questo romanzo ci stimolerà a ricordare. Forse anche ci farà pensare a come trasformare la caduta in un volo…
E’ la storia di Angelo, un ragazzo della piccola borghesia milanese, povera ma che trova il modo di farlo studiare. A scuola incontra tra gli insegnanti i superstiti delle generazioni ‘rivoluzionare’ della fine degli anni ’60 e dei primi anni ’70. Non riescono ad emozionare le nuove generazioni degli studenti con i valori della politica. La rivoluzione si è rivelata un’illusione. I poteri politici e sociali veri, nemmeno scalfiti dalle ribellioni giovanili in tutto il mondo occidentale e la multiforme malavita con la distribuzione delle droghe hanno creato un ver sacrum, come nelle città antiche, quando i giovani diventavano molto fastidiosi i vecchi li consacravano e li buttavano fuori dalle mura, che andassero con gli Dei. Dopo gli anni ’70, la maggior parte dei giovani studenti si è consacrata al piacere assoluto. Passa come acqua su vetro la voce di Epicuro, che da millenni ammonisce sulle terribili e mortifere conseguenze del piacere. I giovani sono attratti dal piacere che per loro e per gli adulti veniva e viene dalle droghe, uno dei grandi mercati neri gestiti dal mondo criminale.

Qui in Riviera, tutte le sere degli ultimi anni ’60 e dei primi anni ’70, d’estate e d’inverno, la piazza grande si riempiva di gruppi dei giovani impegnati di tutte le tendenze politiche. Convivevano tutti i gruppi presidiando la piazza e guardandosi in cagnesco, accapigliandosi di quando in quando.
L’eroina cominciò a fare vittime tra i giovani di Destra, che si radunavano intorno alla cappella di S. Antonio.
E poi dilagò a macchia d’olio.
Le nuove generazioni continuarono a farsi d’eroina e di diverse droghe sintetiche, le classi alte aumentarono l’uso della cocaina, la malavita diventò quotidianamente necessaria per tutti. Le nuove generazioni si emozionano, come i personaggi del romanzo, per il piacere e per gli oggetti di lusso, gli status symbol. Non c’è niente di valore culturale e umano vero in questi rolex, negli abiti firmati, nei cibi e vini costosi, nelle auto di lusso, simboli di una società alta occidentale decadente, popolata di feroci eunuchi, buffoni politicanti e intrighi di palazzo, che comunque non appartiene a tutti ma è governata da una percentuale molto ristretta della popolazione mondiale.
C’è di peggio. Molti giovani poveri, come il personaggio Angelo del romanzo, cercano di consolidarsi un’identità, di coltivarsi un’autostima, identificandosi con i padrini criminali, avviandosi ad un cursus honorum criminale, che comincia dallo spaccio. Per usare il linguaggio di James Hillman, si direbbe che le figure archetipe dominanti in questa società giovanile, con i loro stili di vita siano Dioniso, il dio delle estasi ebbre, che ha un lato oscuro mortifero, e Narciso, l’eroe classico innamorato di se stesso. Ma su Narciso l’essenziale e profondo significato lo ha rivelato Sigmund Freud, come vediamo subito.

Freud ha scoperto “l’onnipotenza dei pensieri” che, diciamolo papale, papale, alimenta una fondamentale e universale illusione o, se si vuole, forma la struttura unitaria di fondo della nostra mente: ognuno di noi crede nell’inconscio di essere Dio, l’unico, il solo, siamo in costante adorazione di noi stessi, come il personaggio Angelo in quasi tutto il romanzo, cercando sempre di rubare la scena al prossimo. Ecco il fondamento narcisistico inconscio della pretesa di avere privilegi di ogni tipo che ci distinguano dagli altri. Sono vissuti come segni profondi del nostro valore narcisistico. In realtà però sono pretese infernali.
Ma non è solo un guaio, il narcisismo non è solo patologico. Elvio Facchinelli ne La mente estatica, ci mostra la natura narcisistica della creatività scientifica e artistica, e anche della mistica. E un’altra illuminante osservazione di Freud sul narcisismo, e cioè che l’Es o l’inconscio non crede di morire, che ho sperimentato come vera o funzionante, può servire nella terapia dei malati terminali.

Ora, caro lettore, devi avere la pazienza per sopportare un’altra digressione, un tentativo di spiegare il fascino inconscio e conscio delle figure criminali nei giovani come il personaggio Angelo. Il padre-padrino criminale, uomo di violenza e di potere, equivale per i giovani al padre divus di Augusto, se mio padre è dio anch’io lo sono, come dimostrano le infinite fantasie dei giovani di basso livello sociale di essere “in realtà” i figli segreti e smarriti di un sovrano regnante o di un grande industriale, o di un campione dello sport che verrà a riconoscerli.
Incontriamo nell’ambito del narcisismo un nodo psichico e sociale di primaria grandezza: la natura disumana negli esiti di prepotenza mortifera di una figura del romanzo e della realtà, la figura del “guerriero” che è la stessa del killer criminale.
Gli esseri umani in genere sono, come i lupi nelle loro ferocissime lotte, inibiti da un comando interiore ad uccidere un proprio simile. Su cento soldati sulla linea del fuoco che sparano, una percentuale alta non spara sul nemico, che non vuole e non può uccidere. Non i “guerrieri” che sparano sul nemico per ucciderlo, e lo possono fare solo dopo avere mutato profondamente la loro psiche inconscia e conscia. C’entrano in questa trasformazione i conti con la propria morte. Il “guerriero” diventa capace di uccidere quando, dopo una crisi profonda che può anche essere rivelata in un’iniziazione, accetta di morire in combattimento, anzi si sente come se fosse già morto e non ha più paura di morire. Segnalo due opere che trattano questo fenomeno: Claude Barrois, Psicoanalisi del Guerriero, e Dave Grossman On Killing.
Il “guerriero” lega solo con gli altri guerrieri e disprezza la gente comune che ha paura di morire e di uccidere. Certamente un “guerriero” ubbidisce a un’etica comunitaria e patriottica. Ma quando non uccide in una guerra è in grave crisi depressiva, se pure non si comporta sempre come Rambo.
Il killer della malavita come un “guerriero” non è inibito ad uccidere. Il criminale disprezza e sfrutta il mondo degli esseri umani che hanno paura di morire. Il killer malavitoso è senza un’etica comunitaria, ma è profondamente inserito in un vero e proprio stato feudale, con una gerarchia rigida e la fedeltà personale – l’homage medievale al proprio signore – al proprio capo e al capo dei capi.
Ancora Narciso. Il capo dei capi è mio padre, pensa ogni giovane criminale iniziato. Narciso spinge Angelo, la cui famiglia proviene dalla società sarda, ad intraprendere una carriera criminale, il cursus honorum della malavita, che prevede un graduale avvicinamento alla mutazione antropologica fondamentale che rende capaci di assassinare il prossimo.
Angelo dapprima spaccia ai diversi livelli della base criminale, poi ‘si innamora’, in senso feudale, del capo dei capi dello spaccio milanese che lui pensa lo stimi e lo protegga, proprio come a Roma un giovane monsignore si mette al servizio di un cardinale che lo appoggerà, se lo appoggerà, nella sua carriera.
Il capo amato gli mette in mano un’arma, ma non gli dice subito di uccidere un uomo, lo farà più tardi magari se il giovane avrà dimostrato di padroneggiare il panico umano dell’uccidere. Prima dovrà mostrasi freddo nel gambizzare due nemici del capo. Angelo lo fa. Ma Dioniso è un Dio crudele. Angelo, come tutti i giovani ingenui delle classi subalterne, non è stato educato a gestire il potere e non sa resistere al piacere, come tutti i giovani ingenui delle classi subalterne, ha cominciato a bucarsi, come quasi tutti gli spacciatori: per origine sociale ha il destino di un perdente, non riuscirà mai a diventare un capo. Anzi si riduce in fin di vita nella casa dei suoi con una partita mal tagliata di droga.
Lo portano in Comunità, dove trova un secondo capo dei capi…che lo salva, per ben due volte, ma lo coinvolge in strani traffici, facendolo diventare il suo braccio destro.

Adesso arriva la terza digressione, per capire il non detto nel romanzo, perché il capo dei capi della Comunità, il personaggio “Sergio”, se pure fa esportare ai suoi fedeli il denaro sporco all’estero, frequenta il mercato nero dei costosi cavalli, dei cani e dell’arte, acquista auto di lusso, e ha legami con l’alta società criminale – sto parlando delle vicende del romanzo –, un potere salvifico ce l’ha, anche se Angelo ne parla poco nel romanzo.
Angelo nella Comunità aumenta di status diventa il “braccio destro” di Sergio, il nuovo padre narcisistico. Non mancano però gravi problemi che la sua carica comporta. E’ salvo dalla droga, ma il potere nella comunità presenta tutti i caratteri inquietanti del potere, potrebbe ancora finire male.
E’ proprio nell’incipit del libro la soluzione catartica, il finale positivo della storia di Angelo.
Angelo nella Comunità si era sposato ed era diventato il padre di una bambina, un nuovo essere umano che gli rivelò il valore vero degli affetti familiari e della “normalità”. La bambina lo aveva liberato da Narciso come Sergio lo aveva liberato da Dioniso. Era diventato, direbbe uno psicoanalista della mutua, il padre di se stesso. Era diventato capace di trovare i valori profondi del narcisismo, dell’autostima non solo nelle discese infernali.
Questa bambina e il lavoro di autista di un’autoambulanza gli avevano rivelato che esisteva un narcisismo benevolo, Angelo ogni giorno nel suo lavoro “normale” partecipa alla creatività salvifica, assiste ai numerosi veri miracoli compiuti dalle squadre di esseri umani, di cui faceva parte, che liberano dal dolore tutti gli esseri umani senza esibizioni mediatiche. La “normalità” gli è apparsa eroica anche nel suo apparente grigiore sociale, profondamente appagante.
Il braccio destro è forse l’apparizione di un’immensa speranza per il futuro di noi poveri umani oppressi da una società la cui dimensione criminale è eccessiva e i sovrappiù da una pandemia dai contorni medievali inquietanti.

Walter Delogu e Davide Grassi, Il braccio destro, Mursia