Il “faccendiere” e il capo di gabinetto di Gnassi: l’inchiesta che agita palazzo Garampi

Il “faccendiere” e il capo di gabinetto di Gnassi: l’inchiesta che agita palazzo Garampi

Invece di attaccare Biagini il sindaco gli assegni il Sigismondo d'Oro

L'ex assessore Roberto Biagini dà un altro aiutino alla conoscenza di una inchiesta stranamente silenziata: svela montagne di documenti relativi alla indagine svolta dalla Guardia di Finanza e sulla quale martedì prossimo ci sarà l'udienza davanti al Gip che dovrà decidere sul rinvio a giudizio di 18 persone, compresi alcuni dipendenti comunali. Gnassi ora accusa Biagini di aver voluto "far saltare il banco". Ma se è stato scoperchiato il pentolone su presunti gravi illeciti, bisogna dire grazie a chi è andato subito in Procura. Merita il riconoscimento attribuito ai cittadini che abbiano onorato, con la propria attività, la città di Rimini.

Il cantiere di Acquarena alcuni protagonisti di questa vicenda nelle intercettazioni telefoniche lo chiamano “la pozza”. Il che la dice lunga. Dall’attività di indagine svolta dalla Guardia di Finanza, fatta di intercettazioni telefoniche e ambientali, ma anche pedinamenti, emerge che il “faccendiere” Mirco Ragazzi ha intrattenuto rapporti a dir poco familiari con dirigenti e dipendenti dell’assessorato al lavori pubblici del Comune di Rimini. Effettuava telefonate dall’apparecchio di questi stessi uffici, chiedeva ed otteneva verbali che non potevano uscire all’esterno, e non meno confidenziali erano le sue relazioni con altri uffici pubblici, come alcuni posti all’interno della Provincia. Ma soprattutto il “facilitatore” risulterebbe collegatissimo al capo di gabinetto del sindaco, Sergio Funelli. Si parla di un alto funzionario infedele, di un sistema che ha alterato le regole della sana competizione tra imprese facendo aumentare i costi dei servizi pubblici. Di atti pubblici falsi, prodotti per ottenere contributi pubblici, turbative che sarebbero finalizzate a condizionare la scelta dei vincitori degli appalti. Un quadro di presunti illeciti da far paura. Alcuni dipendenti pubblici avrebbero agito per finalità diverse da quelle del bene collettivo.

Diciotto gli indagati e fra questi il nome che scotta è quello del capo di gabinetto del sindaco Gnassi, Sergio Funelli (che non ha ricevuto nessuna informazione di garanzia). Indagato insieme a Mirco Ragazzi per concussione e tentata concussione, sotto il peso di almeno una consulenza: un imprenditore avrebbe versato soldi a Ragazzi. Per oliare il “sistema Rimini degli appalti”? Martedì è attesa l’udienza preliminare. Per tre dipendenti comunali le accuse vanno dalla truffa aggravata ai danni dello Stato al falso. Avrebbero certificato collaudi attraverso documentazione falsa, secondo gli inquirenti. Il filone Acquarena vede la questione della documentazione bancaria retrodatata legata alla gara d’appalto: turbativa d’asta, che sarebbe stata orchestrata dal solito “facilitatore”.

Le intercettazioni raccontano di dipendenti comunali che si davano appuntamento con altri protagonisti al centro dell’inchiesta in bar o luoghi appartati, o che intrattenevano lunghe conversazioni sotto alla pioggia, riparati da un ombrello ma non dagli occhi delle fiamme gialle che li tenevano sotto controllo.

L’ex assessore ai lavori pubblici Roberto Biagini, di professione avvocato, nella conferenza stampa di ieri mattina ha consegnato a giornalisti e blogger presenti montagne di documenti, frutto del suo accesso agli atti all’ufficio dei giudici per le indagini preliminari e per le udienze preliminari, in quanto in qualità di assessore, nell’agosto di quattro anni fa presentò una memoria che ha dato origine all’inchiesta, ma anche in vista della possibile costituzione di parte civile “se dagli atti procedimentali ravvisasse elementi tali per avanzare in sede penale la domanda risarcitoria nei confronti di uno o più imputati”. Vi do un aiutino, sembra voler dire Biagini. Visto che, stranamente, il fattaccio brutto di Tecnopolo&Aquarena sulla stampa proprio non passa. Praticamente quello che si è letto fino ad oggi, compresa l’ultima puntata, è frutto dell’impegno dell’ex assessore.

Sempre ieri il sindaco Gnassi (nemmeno sfiorato dal terremoto giudiziario) ha replicato in merito alla ricostruzione dei fatti politici legati alla esclusione di Biagini dalla candidatura alle ultime elezioni amministrative, ma nel merito del bubbone giudiziario, che pure potrebbe avere non indifferenti ripercussioni politiche, si è limitato a suggerire di “evitare il sospetto, anche il più vago, di utilizzare fatti al vaglio della Magistratura per scopi altri e personali”. Però lui un sospetto lo solleva, quello “che prima delle indagini e di eventuali giudizi della Magistratura, si volesse semplicemente far saltare il banco. Per la propria candidatura?”.

Diplomaticamente si potrebbe rispondere: chissenefrega degli eventuali obiettivi di Roberto Biagini. Al suo “esposto” è seguita un’indagine che ha portato “allo stralcio di un procedimento su Pesaro, uno su Bologna e uno su Rimini”, come ha spiegato ieri mattina lo stesso Biagini. Dieci faldoni di carta che canta, anche se per il momento non condanna nessuno. E soprattutto diciotto richieste di rinvio a giudizio, oggetto della udienza, appunto, di martedì prossimo. Nel corso delle indagini preliminari ci sono state anche alcune richieste di arresti domiciliari, però rigettate. Se Biagini si fosse cucito la bocca, non saremmo qui a parlare di tutto questo, nonostante il sindaco Gnassi assicuri che “per dovere civico e dovere d’ufficio, come hanno fatto e continuano a fare sindaco, vice sindaco, giunta, dirigenti, direttore generale, organo anti corruzione, vige una sola regola: ‘se c’è qualsiasi cosa, vai in Procura’.” In Procura c’è andato Biagini, il sindaco vuole almeno dirgli grazie?

L’indagine è partita da quanto ha messo nero su bianco Biagini e consegnato in Procura il 12 agosto 2015. Non proprio bruscolini. Perché ad originare quello che si preannuncia come uno sconquasso, è l’attività di “facilitatore” di Mirco Ragazzi, che sarebbe stato accreditato dal capo di gabinetto del sindaco, Sergio Funelli, negli uffici comunali. E’ ciò che bolle nel pentolone scoperchiato da Roberto Biagini, che andrebbe premiato col Sigismondo d’Oro, anche perché nessuno pensi che possa essere lasciato solo e accusato di secondi fini. In fondo il riconoscimento viene attribuito ai cittadini riminesi che abbiano onorato, con la propria attività, la città di Rimini.

Biagini ha parlato anche di questo in conferenza stampa, seppure riferendosi a fatti pregressi: “Nel 2016, quando emerse che avevo fatto l’esposto, andavano a dire (nel giro del partito, ndr) che era una mia invenzione, che ero un visionario, che lo facevo per dare contro a Gnassi in campagna elettorale, volevano screditarmi; io dovevo stare zitto perché da un anno ero già andato in Procura… per dire l’intelligenza di persone che adesso ricoprono anche ruoli in giunta”.

“La ragione di questa conferenza stampa è quella di far conoscere alla città un sistema inquinato che permeava parte del settore lavori pubblici, non solo le commesse pubbliche ma anche quelle private”, ha spiegato l’ex assessore prima al fianco di Alberto Ravaioli e poi di Andrea Gnassi. Sotto la lente c’è anche l’appalto del Valgimigli: “il sistema delle imprese che faceva capo ai consorzi era interessato anche a quell’appalto”.

Biagini ha stigmatizzato il “sistema col quale alcuni dipendenti pubblici trattavano le istituzioni, in totale spregio dei loro doveri di correttezza, imparzialità, fedeltà“. C’era “un assessore che era lì per fare il suo dovere mentre dietro aveva un apparato parallelo che “lavorava” non dico contro ma non certo in sintonia”.

E i politici? “L’atteggiamento della politica è stato totalmente omertoso, sapevano che Ragazzi si muoveva con molta facilità all’interno degli uffici, però invece di parlarmene (Biagini seppe da Marco Bellocchi presidente del Consorzio Artigiano Romagnolo delle “interferenze” del “faccendiere”, ndr), cercavano di nascondersi tra di loro”.

Il Comune si costituisca parte civile. “Se ci sarà il rinvio a giudizio il Comune e la Regione devono costituirsi parte civile, sarebbe vergognoso se non lo facessero”. Comune che è persona offesa, insieme alla Regione e alla società Ar.Co. arrivata seconda nell’appalto di Acquarena, dietro Axia (capogruppo del consorzio di imprese).

Quando la Guardia di Finanza si reca negli uffici di via Rosaspina per acquisire atti e documenti al centro dell’indagine, nel febbraio del 2016, la notizia non tarda a filtrare all’esterno a beneficio di chi è preoccupato di conoscere quali materiali siano stati oggetto di attenzione. E quando La Voce di Rimini scrive l’articolo sul blitz, sale la febbre da parte di qualcuno e nelle stanze vicine a quella del sindaco scatta la caccia alla gola profonda. Ma anche la corsa a metterci una pezza e ad accreditare la visita dei finanzieri come “normale attività di ricognizione sugli appalti pubblici”, perché “questa cosa va schiantata” subito, dicono due persone intercettate. Tanto i documenti li presero anche sul “Galli, sul Fulgor e sulla Murri”, ma non successe nulla. E infatti dal Comune uscì una nota stampa che recitava: “Controlli che fanno parte della normale attività ispettiva”. Tutto come da copione.

Eppure, ha commentato Biagini davanti ai giornalisti, “in città tutti zitti”. Parlateci di Acquarena e Tecnopolo.