La chiesa di Sant’Agostino e la pittura riminese del Trecento famosa nel mondo

La chiesa di Sant’Agostino e la pittura riminese del Trecento famosa nel mondo

Rimini è una città d'arte e nel suo piccolo, malgrado le immani distruzioni belliche, conserva un suo fascino antico, medievale, rinascimentale, alla pari di Ravenna e di Ferrara. La chiesa di cui ci parla oggi il prof. Rimondini è in grado di suscitare emozioni forti.

Facciata a palinsesto della chiesa di San Giovanni Evangelista o di Sant’Agostino, progettata per i frati Agostiniani alla metà del ‘200 da un architetto lombardo cistercense, con un primo sistema di illuminazione a tre piccole finestrelle rotonde poste ai vertici di un triangolo equilatero – tamponate -, seguite dopo pochi anni da due lunghe finestre ogivali – tamponate – nel ‘500 o ‘600 da una grande finestra termale, – tamponata salvo la finestra centrale rimasta aperta.

Il professore arriva davanti alla chiesa di San Giovanni Evangelista, meglio nota come Sant’Agostino, dove ha un appuntamento con Alessia e Christian, che aiuta a produrre una tesina sul turismo culturale, loro due soli, perché la classe ha scelto altri obbiettivi didattici. E’ un martedì pomeriggio di maggio. La luce del sole è radente sulla facciata.
Con loro c’è un signore sulla sessantina vestito con abiti che si rivelano, messi a fuoco, eleganti e costosi, con l’aria del vecchio birro. La camicia aperta, lascia vedere un petto villoso e una grossa catena d’oro con medaglia.

UNO STUDENTE RIVOLUZIONARIO DEL ’68 DA ANZIANO. FABIO, IL NONNO DI ALESSIA

FABIO
Professore mi riconosce? Sono stato suo allievo, quarant’anni fa. Sono Fabio, il nonno di Alessia.

PROFESSORE
Ma certo…Fabio, devo dire che non hai… che non ha cambiato molto i tratti del volto, che adesso riconosco, dopo tanti anni, un po’ appesantiti.

FABIO
Anche lei è sempre lo stesso, solo è tutto bianco, barba e capelli. E un po’ in carne. Ho accompagnato Alessia per discutere con lei di turismo culturale. Parlo sempre con Alessia, la mia nipotina intelligente, mica come suo padre quel tontolone…che mi ha riferito le cose che lei le ha raccontato. Non capisco niente di arte e di storia, ma di turismo ho l’impressione che a non capire sia lei.
Mi sono arrabbiato quando Alessia mi ha detto che lei butterebbe via i turisti che vanno a visitare Italia in Miniatura, che finora hanno fatto la fortuna del nostro mercato turistico, quelli che secondo lei riempiono il mare di piscio e di merda, per sostituirli con.., come ha detto? Turisti colti e ricchi.
Posso dirle che trovo quest’idea pazzesca? Dovremmo buttar via la domanda che abbiamo da due secoli per che cosa? Per dei turisti colti e ricchi di fantasia ai quali dovremmo offrire questa roba qui? Dove sono poi questi turisti colti e ricchi?

Il nonno dell’Alessia è diventato rosso e ha alzato la voce, come quando era giovane è un tipo che si riscalda, e sta indicando con un gesto perentorio la chiesa illuminata dal sole. Vicino all’indice destro luccica un grosso diamante.

IL TURISMO CULTURALE È UN’UTOPIA?

PROFESSORE
Fabio sei sempre uguale a come eri da ragazzo.
Guarda che ricordo bene come ti comportavi e cosa dicevi in classe nei primi anni settanta, quando eri un capetto di Lotta Proletaria, sì lo so bene, militavi nel tuo gruppetto per fare impazzire di rabbia il tuo povero e ricco papà fascista.
Diamoci del tu, ormai non siamo più nei rapporti di allora. Eri, come adesso l’oracolo di Delfi, o il papa giovane dell’istituto, col tuo corteggio di compagni e compagne adoranti; mi ricordo eccome: urlavi che volevi la rivoluzione e subito, vogliamo tutto… e non avevi nemmeno il coraggio di imporre, no, cosa dico? di proporre a tuo padre di pagare i diritti sindacali al personale stagionale nel tuo albergo. E come te tutti gli altri capetti figli di albergatori e pensionanti.
Ovvio che le cose che ho detto ad Alessia sono pronto a discuterle, a trovare dei fondamenti concreti agli ipotetici fantasmi… e poi non si tratta di cacciare via i turisti che cagano e pisciano in mare, per fortuna o per sfortuna se ne vanno da soli e proprio anche perché in mare trovano galleggianti, ogni volta che piove seriamente, le proprie deiezioni…

FABIO
Ma stai scherzando? Lo sai quanto abbiamo speso nelle nuove fogne?

PROFESSORE
Ogni volta che piove in modo straordinario le nuove fogne, come le vecchie, scaricano in mare la merda che poi la mattina dopo galleggia tra i bambini vicino al bagnasciuga. Senti, facciamo un’altra volta una discussione sulle fogne e su come fin dal dopoguerra le amministrazioni comunali hanno trasformato la foce di un fiume bellissimo, l’Ausa, in un tubo fognario… Che mancanza totale, rabbrividente, di sensibilità naturale ed estetica. L’Ausa prima che arrivi Rimini è un lungo bosco e giardino, hai mai seguito il suo corso fin sotto San Marino dove nasce?

RIMINI CITTÀ D’ARTE

La colpa è di tutti però… ma adesso parliamo piuttosto di turismo culturale. Ci sono alcune premesse sulle quali bisogna essere d’accordo… per esempio l’affermazione di fondo: Rimini è una città d’arte, non come Firenze o Roma o Venezia, si capisce, e nemmeno come Bologna, nel suo piccolo, malgrado le immani distruzioni belliche, ha ancora un suo fascino antico, medievale, rinascimentale, alla pari di Ravenna e di Ferrara, e possiede diversi monumenti culturali e storici che possono suscitare in certe persone quelle emozioni profonde, che Lacan assimilava all’orgasmo per l’intensità dei piaceri. Sì proprio all’acme del piacere fisico sessuale. Ridi, ridi.

LA SINDROME DI STENDHAL

Queste emozioni profonde si possono riconoscere perché si manifestano anche in negativo con crisi psicosomatiche, come ci ha insegnato Graziella Magherini nel suo libro La sindrome di Stendhal (1).

ALESSIA
Mai sentito, cos’è prof? la sindrome di…

PROFESSORE
La sindrome di Stendhal è una reazione psicosomatica traumatica davanti ad un quadro famoso o dentro una chiesa di grande valore, le emozioni estetiche e storiche sono sempre profonde e ambivalenti, hanno momenti di intenso piacere ma anche possono provocare momenti di sofferenza, e viceversa. La Magherini è stata – credo abbia 93 anni -, una psichiatra dell’ospedale di Firenze che curava queste persone che si sentivano male nella Galleria degli Uffizi o davanti al David di Michelangelo nella Galleria dell’Accademia, con tachicardia, capogiri, vertigini, confusione e allucinazioni, e cercava di capire e guariva queste reazioni profonde dei turisti che i confratelli della Misericordia, con i loro cappucci neri, le portavano in ospedale. Il nome che lei ha dato a queste sofferenze brevi e intense, che poi altri psichiatri hanno ripreso e articolato in categorie cliniche diverse, viene da un malore fiorentino del famoso scrittore francese Stendhal – Marie – Henri Beyle (1783-1842) -. Stendhal nel 1817 era a Firenze dentro la chiesa di Santa Croce; mentre guardava un affresco di… non mi ricordo, bè comunque erano immagini che lo avevano preso profondamente, l’autore non era uno dei grandi pittori, mi verrà in mente… Stendhal cominciò a sentirsi male, temette qualcosa di serio, uscì dalla chiesa e si sedette in una panchina della piazza. Aveva un dantino, se ricordo bene, cioè un piccolo libro della Divina Commedia, si mise a leggerlo e quasi subito il malore gli passò.
Questo episodio e questa sindrome ci rendono certi che le emozioni delle opere d’arte, e aggiungerei anche di monumenti di storia, sono altrettanto visibili e apprezzabili nei turisti di quelle della spiaggia, del mangiare e bere, del sesso e del mare. E aggiungo anche che non bisogna avere paura della sindrome, perché, come insegnavano i padri Senoi ai loro piccoli che avevano sognato di cadere, quella sensazione angosciosa del precipitare era ambivalente, si poteva trasformare in un piacevolissimo sogno di volo. L’ambivalenza delle grandi emozioni. Ma… è vero che il turista culturale non è della classe del turista da spiaggia. Non si tratta di scegliere questo o quello ma di conservare quelli che vengono per il mare e di farne venire altri a godersi il nostro patrimonio artistico e naturale. E non solo quello di Rimini, la Romagna intera ha delle eccellenze, la Biblioteca rinascimentale intatta di Malatesta Novello di Cesena, i mosaici bizantini di Ravenna, il museo internazionale delle ceramiche di Faenza, che ha anche palazzi e pitture strepitose dell’ultimo periodo dell’antico regime…

FABIO
I Senoi me li ricordo. Ce li hai raccontati almeno due o tre volte l’anno. Ogni anno, erano nel tuo repertorio. Tu avevi un repertorio di argomenti ricorrenti. Ma il turista culturale non l’hai mai nominato…

PROFESSORE
Invece l’ho sempre fatto. Era anche questo appunto uno dei miei temi ricorrenti, che gli studenti quando non volevano essere interrogati mi chiedevano e ottenevano subito come spingere un interruttore. Semplicemente tu non stavi attento. Tu eri nato imparato. Ho anche detto, e tu allora non mi ascoltavi perché disprezzavi la miniera d’oro che aveva arricchito i tuoi genitori, che un albergo a Rimini era un assurdo economico, tutte le spese annuali e le tasse intere di un albergo, per dire, di Milano, e solo tre, quattro mesi di lavoro e di guadagno. Mi era sembrato ovvio che bisognasse cercare di sfruttare il patrimonio alberghiero di Rimini e cercare altre attrazioni turistiche, un’altra tipologia di clienti, per allungare i tempi di apertura. Con la speranza che una parte dei profitti venisse investita nella manutenzione e nella valorizzazione delle opere d’arte.
Bisognava riconoscere, mi ripeto, il valore non solo dei beni culturali di Rimini, ma anche di quelli dell’Emilia, della Romagna, del Veneto, delle Marche, dell’Umbria, della Toscana, raggiungibili in una giornata da Rimini, potevano essere un’alternativa turistica valida tutto l’anno. Rimini poteva diventare il punto di partenza di molti itinerari di turismo culturale, ben individuati e studiati, a partire dal più impegnativo: un giro dei cantieri dei pittori riminesi del ‘300 che vanno da Zagabria a Tolentino…

FABIO
Sì prof… ti sei spiegato. Poi ricordo che… negli anni ’90 avevi lanciato sul “Carlino” e poi sul “Messaggero” la tua campagna del turismo culturale, proprio per iniziare i restauri di questa chiesa.
Le risate che ci siamo fatti. Però, però, però… l’argomento del patrimonio alberghiero non utilizzato non mi lascia indifferente. Ho una pensione con l’impianto di riscaldamento… mi piacerebbe tentare un esperimento, con il tuo aiuto, per vedere se si possa aprire la strada del turismo culturale o di altro turismo alternativo invernale… devo pensarci, poi ti faccio sapere. Adesso devo andarmene, ho qui un impegno alla Camera di Commercio… (2)

PROFESSORE
Mi sa che per me sia ormai troppo tardi… ma ci sono dei giovani archeologi e storici di Rimini, dei bravi ragazzi, bè magari per me sono ragazzi, te ne presento qualcuno, e c’è anche Ferruccio, che tu conosci, sì? ha aperto la strada dei contatti culturali con gli States con le sue benemerite iniziative su Francesca da Polenta o Francesca da Rimini. E poi ricordati che gli storici vanno pagati, non si può continuare a sfruttarli…

Si salutano con la mano.

Ricostruzione del primo sistema di apertura a rosoncini circolari posti in triangolo equilatero simbolo della Trinità.

IL TURISTA CULTURALE

PROFESSORE
Adesso ragazzi concentriamoci sul turista culturale mentre ci facciamo la chiesa che dopo il Tempio Malatestiano è la più importante di Rimini. Ma no, pensiamo prima a noi, a goderci l’eredità artistica e culturale di una città che ha avuto una grande storia. Subito dopo ci occupiamo del turista culturale.
Il turista culturale dobbiamo capire com’è fatto, prima di cercare dove si trova e come possiamo farlo venire a Rimini e in Romagna. E’ un personaggio colto che ha una capacità innata di amare il bello, del passato e del presente, fin da bambino ha fatto capire che gli piace la storia e l’arte, saperi che ha approfondito con studi continui di diverse tendenze culturali; ma va tutto bene, i vari saperi culturali bisogna conoscerli tutti. Però ci sono anche tra noi riminesi, persone che senza avere chissà quali curricula di studi sanno godersi spontaneamente l’arte e la storia. Sì anche i bambini. Il nostro turista, facciamolo colto, sa apprezzare questa facciata di chiesa nell’insieme e nei dettagli. Per lui questo edificio sotto il sole equivale ad un’apparizione. Come in un sogno. Conosce lo stile dell’architettura, la sa datare e conosce persino l’architetto. Non il nome e cognome, certo, ma l’educazione stilistica, l’appartenenza a una scuola, a un gruppo figurativo e anche religioso. Monumenti ecclesiastici come questo ne ha già visti in Padania, e precisamente vicino a Milano, nei monasteri cistercensi, che si chiamano spesso Chiaravalle.

LA FACCIATA DELLA CHIESA DI SANT’AGOSTINO. UN PALINSESTO ARCHITETTONICO

ALESSIA
Cos’è che lo emoziona, il nostro cliente colto, in questa facciata così piena di… cicatrici e di interventi di gusti diversi?

PROFESSORE
Questa facciata mostra un tipico e comune palinsesto di interventi compiuti nei secoli ogni volta che il gusto cambiava. Il nome palinsesto è proprio delle pergamene che sono state nei secoli riutilizzate e presentano le tracce delle diverse scritture cancellate e sovrapposte. Nella facciata dobbiamo individuare le tracce di diversi interventi subìti in un tempo di otto secoli e mezzo circa.
Anche un palinsesto è attraente, è una sorta di rebus che richiede un’esercizio della ragione e della sensibilità.
L’insieme è ancora l’originale struttura della metà del Duecento ed è godibilissimo, ma per il palinsesto bisogna cercare e trovare i dettagli da apprezzare.
Per esempio, ci sono almeno quattro sistemi di finestre o di illuminazione che si sono sovrapposti nel tempo. Uno è l’originale.
Il primo sistema… cercatelo voi ragazzi, vi do solo qualche indizio: guardate ai bordi in basso delle finestre lunghe chiuse, subito sopra il portale, trovate…

CHRISTIAN
Ehi, ma ci sono due aperture circolari tamponate, si vedono i contorni puliti… sono … rose, rosoni?

PROFESSORE
Piccoli rosoni. Bravo Christian, sì Alessia… Christian ha una certa e sicura sensibilità per i beni estetici.

ALESSIA
L’ho sempre detto anch’io e ridacchio per solidarietà…

PROFESSORE
Adesso guardate in alto, alla finestra rettangolare aperta, l’ultima apertura della fine del ‘600, ai bordi in basso i segni simili di preesistenze tamponate.

CHRISTIAN
Ma… c’è un’altro piccolo rosone. In tutto fanno tre, e sono disposti come un triangolo equilatero…

PROFESSORE
Vero Christian, è un motivo cistercense raro, ma lo troviamo nell’abside dell’abbazia di Morimoldo nel milanese – restaurata per altro -.
Il triangolo ha ovviamente un carattere teologico, relativo alla Trinità divina. Ce l’aspetteremmo più al centro della facciata, ma questo scivolamento verso il basso assicura alla facciata una sua allungata eleganza. Vi faccio vedere le bellissime ricostruzione grafiche al pc di Carlo Valdameri sul numero 6 del 2016 di “Ariminum”. (3)

QUATTRO STRATI DI SIGNIFICATI LETTERALI E SIMBOLICI

Ma prima vi devo dare una chiave generale di comprensione dei monumenti medievali: ci sono sempre da trovare quattro strati di significati, come avverte una frase medievale latina:
Littera gesta docet, quid credas allegoria, moralis quid agas, quo tendas (quid speres) anagogia” [il primo strato di lettura di un testo sacro ma anche di un’architettura o di una immagine, ti racconta una storia, il secondo significato, quello allegorico, ti insegna cosa devi credere, il terzo, il significato morale, ti suggerisce come ti devi comportare, il quarto qual è il fine della tua vita (a cosa tendere o cosa sperare)].
Possiamo quindi scegliere il primo significato, datare la costruzione, per esempio, il secondo a considerarla la casa o il tempio di Cristo, il terzo a seguire la sua legge, il quarto a sperare nel Paradiso. Leggete, per gli affreschi, se volete individuare tutti gli altri significati oltre quelli che vedete dipinti le dottissime precisazioni di Alessandro Giovanardi, nel libro che vi indicherò tra poco.
Torniamo alle ricostruzioni di Valdameri, nel numero 6 dell’anno XXIII (2016) di “Ariminum”, ci fanno godere pulita, per così dire, la primitiva struttura cistercense della chiesa, articolata con compiaciuta chiarezza geometrica, come un vaso greco arcaico. Siamo a metà del ‘200, quando i papi, unificando alcune comunità di eremiti, hanno creato l’Ordine Agostiniano. A Rimini gli Agostiniani ricostruirono per accogliere le masse la chiesa di San Giovanni Evangelista, che gli aveva dato il vescovo, “opere sontuoso” con grandiosità e lusso. Sarebbe importante capire dove hanno trovato i soldi. Guardate la strepitosa conclusione dei muri, in cima alla facciata e dappertutto le bellissime, eleganti cornici continue a doppia archeggiatura. Le lesene della facciata sono cinque…

LA SUCCESSIONE DI FIBONACCI … QUASI

CHRISTIAN
Mi faccia contare… un portale, tre rosoni, cinque lesene… ma è la successione di Fibonacci, quasi però: gli archetti sono 30 e dovrebbero essere 34: 1, 2, 3, 5, 8, 13, 21, 34. Ogni due numeri si sommano e danno origine al numero successivo, l’ultimo numero diviso per quello che lo precede dà sempre il valore 1,68, l’unità matematica che rappresenta l’armonia dei molteplici particolari e dettagli…l’ho letto su Wikipedia…

ALESSIA
E vai, Christian…

PROFESSORE
Christian sei proprio bravo, mi fa piacere ascoltarti, complimenti…

CHRISTIAN
Bè, prof, vado bene in matematica… mica per dire…

ALESSIA
E’ il genietto numeratore della classe… ma ha detto che ci sono quattro sistemi di illuminazione, gli altri tre?

PROFESSORE
Le due finestre lunghe che hanno intercettato i due rosoni ai lati del portale, sono simili a quelle dell’abside, devono essere state aperte per dare più luce all’interno, forse già nei primi del ‘300. Poi nel ‘500-‘600 le hanno chiuse per aprire al centro della facciata una grande finestra termale, un grande arco a semicerchio, interrotto da due pilastrini, lo vedete, ma credo si siano subito accorti che questa grande finestra indeboliva il muro e alla fine del ‘600 l’hanno chiusa, lasciando aperta solo la finestra rettangolare, che ha la forma delle sei sui lati, organizzate secondo la nuova struttura dell’interno, appunto della fine del ‘600.

I FIANCHI, L’ABSIDE E L’ASSE DELL’EDIFICIO INSERITO NELLA FORMA URBIS

PROFESSORE
Sono proprio contento, Christian, sei uno dei pochi ragazzi che capiscono e che prenderanno il testimone… Adesso giriamo intorno alla chiesa… vedete il suo fianco destro con i segni di una cappella gotica aggiunta e poi distrutta… l’abside formata da tre cappelle, quella centrale più grande, orientata ad est, per le ragioni simboliche che valorizzano la nascita del sole, ma anche per avere luce sugli altari, è di base rettangolare, secondo il modello cistercense…
La cosa più importante: l’orientamento. L’asse della chiesa è parallelo ai decumani della forma urbis della città romana. Come un’altra costruzione, che andremo a vedere, il palazzo dell’Arengo, datato 1204, opera anch’essa di un architetto cistercense, ha l’asse parallelo ai cardini.
Questi architetti cistercensi avevano orientato le costruzioni, quasi secundum coelum cioè seguendo gli assi della città romana, quasi nord-sud i cardines e quasi est-ovest i decumani.
Avevano ritrovato la pianta romana che i Romani chiamavano la forma urbis che non doveva essere poi tanto visibile nel ‘200.

ALESSIA
Cos’è la forma urbis prof?

PROFESSORE
Avrei dovuto già spiegarvelo la prima volta che ci siamo incontrati. O forse ve l’ho già detto, bè mi ripeto. Repetita iuvant, ripetere è la chiave della memoria, dicevano i miei professori.
Immaginatevi i Romani, molti provenivano dal Lazio, arrivati qui alla foce del Marecchia nel 268 prima di Cristo, qui sulla piattaforma sabbiosa ondulata e sopraelevata sul mare, tra il Marecchia che si chiamava Ariminus e l’Ausa. Forse c’erano pini, querce e cespugli che subito vennero tagliati.
Dovevano essersi accampati dove oggi c’è piazza Tre Martiri e avevano piantato la groma, ossia un palo diritto, più o meno dove oggi c’è sul pavimento raffigurato il sole. L’area centrale si chiamava l’umbilicus. L’ombelico della città, pensata come un corpo umano e nello stesso tempo come la perfetta volta celeste.
Avete presente il disegno di Leonardo dell’uomo dentro un cerchio e dentro un quadrato?
Guardatelo nel verso delle monete da un euro.
Alla mattina del giorno scelto per la fondazione, il sole nascente aveva proiettato l’ombra della groma in un punto, al tramonto in un altro, come insegna Vitruvio, i tecnici romani avrebbero poi determinato una linea che univa i due punti e l’andamento del decumanus maximus est-ovest e, con un apparecchio con due braccia perfettamente a croce, che andava fissato sulla groma, anche l’andamento del cardo maximus nord-sud perpendicolare al primo. Ma prima di procedere avrebbero spostato l’impianto in modo da far puntare il cardine non proprio a nord ma a nord-est, per impedire che i venti del nord e del sud spazzassero le strade.

ALESSIA
Quindi non c’era proprio una corrispondenza astronomica con l’asse celeste del… cardine, no?

PROFESSORE
No, non c’era una corrispondenza precisa coi quattro punti cardinali, ma il significato simbolico di creare un piccolo cosmo sulla terra era lo stesso mantenuto. Vitruvio elenca le malattie che possono portare i venti del nord e quelli del sud, dovute al troppo freddo o al troppo caldo, che hanno imposto questo spostamento in modo da impedire ai venti di spazzare le strade.

La cella del campanile – condotto sulla cappella di sinistra prolungando i muri – mostra l’intervento negli archi a punta saracena, nelle colonne delle quattro bifore e nella loggetta superiore opera di un architetto e di scalpellini di Venezia, nello stile delle finestre gotiche veneziane che Ruskin definiva del terzo tipo.

IL CAMPANILE VENEZIANO DI SANT’AGOSTINO DEI PRIMI DECENNI DEL ‘300

Andiamo nella parte dell’abside.
Il campanile è il più alto dei campanili di Rimini. Lo vedete che nasce sul prolungamento della cappella a sinistra dell’abside, con le sue partizioni con grossi spigoli e una parasta in mezzo alle facciate laterali. Di lombardo ci sono anche le due cornici ad una fila di archetti del fusto e della cella. Ma le bifore, ad arco gotico che ha una punta saracena, e la balaustra superiore in pietra d’Istria sono manufatti veneziani, aria di laguna. Gli Agostiniani avevano fatto venire da Venezia un architetto e delle maestranze capaci di lavorare la pietra d’Istria, le cui cave di epoca romana erano nei loro territori. O forse si sono limitati a mandare le misure ai tagliapietre di Venezia e poi hanno ricevuto con i barconi nel porto i pezzi lavorati da comporre. Ma il disegno della bifore l’ha fatto un veneziano.
La forma dell’archetto delle bifore, gotica ma con una punta orientale, con la colonna dal capitello di stile così detto ‘corinzio gotico’, è quella che Johan Ruskin nel suo bel libro The stones of Venice (1851) definisce del terzo tipo, datandola ai primi anni del ‘300.
Finora che emozioni avete provato, che pensieri vi sono venuti?

ALESSIA
Sto sempre pensando al turista culturale… sì, lo ammetto, sono cose interessanti, ma non mi sembrano eccezionali da svenire…

CHRISTIAN
A me hanno prodotto una certa emozione, vedo la chiesa antica come l’ha disegnata Carlo Valdameri, nel numero di “Ariminum” che ci ha portato, c’è ancora tutta e mi sembra proprio una bella costruzione, ben congegnata, geometrica, elegante. Le pareti erano così a mattone a vista?

PROFESSORE
No, come tutti gli edifici sia antichi che del Medio Evo, le pareti erano tinteggiate e i colori avevano anche loro un valore simbolico. Il palazzo dell’Arengo e la sua torre erano bianchi con i risalti rossi. Bianco e rosso erano i colori della “divisa” del Comune di Rimini, come dice un cronista del ‘600, oggi sono i colori della squadra di calcio. Anche questa chiesa doveva essere tinteggiata di bianco nelle pareti, mentre la cornice doveva essere rossa. Ma qui i simboli erano religiosi, il bianco simboleggiava la Fede e il rosso la Carità, cioè l’Amore. Niente peraltro impediva che i due significati si sovrapponessero…

Il portale maggiore di Sant’Agostino, attribuito all’architetto Giovanni Laurentini Arrigoni, datato 1618.

IL PORTALE PRINCIPALE, QUELLO SECONDARIO E LA TOMBA AD ARCOSOLIO DEL 1618 ATTRIBUITI A GIOVANNI LAURENTINI ARRIGONI

Prima di entrare, torniamo davanti alla facciata, vale la pena di ‘farsi’ i portali in pietra d’Istria e una tomba ad arcosolio tutti marcati dalla data 1618. Sono piuttosto belli, disegno ancora manierista, ma con elementi realistici barocchi. La tomba ad arcosolio è di Giovan Battista Paci eroico commendatore dell’ordine di Santo Stefano. e ricorda le tombe romane delle catacombe, che proprio all’inizio del secolo XVII cominciarono ad interessare gli eruditi e gli artisti.
Il grande portale della facciata, presenta due colonne di stile dorico su alte basi. Fiancheggiate da paraste che scompaiono dietro le colonne, Questi elementi verticali sono “dorici” – ma dovremo dedicare un incontro agli ordini architettonici -, per ora vi dico che sono dorici perché la chiesa è dedicata a un santo maschio. Colonne e pilastri reggono una ricca trabeazione, gli elementi orizzontali in numero di tre, a partire dal basso: l’ architrave, segue il fregio e infine copre tutto la cornice. Il portale è pensato come un piccolo tempio a sé stante. Il fregio è articolato in triglifi, quei rettangoli con incise tre linee, alternati da quadrati con teste di cherubini davvero ben scolpite.

Tomba ad arcosolio di Giovan Battista Paci commendatore dell’Ordine di Santo Stefano, eroe in terra e mare, eretta col consenso del priore Angelo Vanzi nel 1618, attribuita a Giovanni Laurentini Arrigoni.

Bravi, prendete appunti, poi cercate le parole nuove che vi ho appena detto su Wikipedia…questa architettura è quella classica che ha avuto molte metamorfosi a partire dai primo modelli greci del VI secolo avanti Cristo. L’architettura classica è il greco e il latino dell’architettura…dopo secoli era tornata nell’uso dal ‘400 in Italia e poi in Europa, obliterando il gotico. Ci sarebbero da dire mille cose…alcuni architetti viventi la disprezzano, altri come Pier Carlo Bontempi e Davide Dutto, autori del Labirinto della Masone a Fontanellato di Parma, dicono che l’abbiamo nel dna. A Rimini questa architettura classica variamente articolata, rinata col Tempio Malatestiano di Leon Battista Alberti, nella sua ultima edizione o forma, è durata fino agli anni ’30 del ‘900. Magari ne riparliamo.
Sopra l’ultima parte molto sporgente della cornice, si erge quasi sorretta da due volute, quelle specie di conchiglie attorcigliate…anche sulle volute ce ne sarebbero delle cose da dire, come le trovate?

ALESSIA
Bò… non mi dicono molto… carucce…

CHRISTIAN
Io le volute le conosco, me le ha insegnate un frate cappuccino bravissimo in arte, sono elementi… che hanno effetti visivi dinamici, con la curva, come quella del nautilus, che ubbidisce alla successione di Fibonacci. Questa volta pura. Danno spinta, movimento…

Portale laterale della chiesa di Sant’Agostino, attribuito a Giovanni Laurentini Arrigoni.

PROFESSORE
Appunto, sempre più bravo il ragazzo… le volute spalleggiano la piccola architettura con due pilastrini dorici, con sopra un’architrave e una cornice, senza fregio, che contiene l’epigrafe dedicatoria della chiesa. Ma sulla cimasa di questo tempietto si è scatenata la fantasia realistica, barocca, dell’architetto.
Sotto e intorno all’aquila, simbolo dell’Evangelista Giovanni, cosa vedete?

Finestrone sul portale di palazzo Gambalunga, attribuito a Giovanni Laurentini Arrigoni.

CHRISTIAN
Ci sono dei libri, due aperti, e altri messi uno sull’altro, sono cinque, no sette, forse otto, cinque o sei stesi di dorso e di taglio.

PROFESSORE
Sono i libri del Vangelo e dell’Apocalisse di Giovanni Evangelista, ma soprattutto sono un libero e realistico omaggio ai libri e alle biblioteche. A me è sembrato che l’architetto nel disegnare questo piccolo acroterio avesse in mente il grande bibliofilo, per me suo amico e parente, Alessandro Gambalunga. Adesso giriamo sul fianco, per vedere la porta laterale di questa chiesa che, con il timpano o triangolo superiore, quasi un cappello, sopra il cornicione due elementi obliqui spezzati – dell’originario triangolo – che terminano con piccole volute, assomiglia molto alla finestra centrale del palazzo Gambalunga. Qui nel mezzo delle volute c’è l’aquila simbolo dell’Evangelista Giovanni, là un vaso di non facile significato. Ho attribuito il palazzo Gambalunga, i portali e la tomba di Sant’Agostino, e anche il portale della chiesa di San Giovanni Battista o del Carmine, a Giovanni Laurenti Arrigoni (1550-1633), l’architetto pittore che aveva due cognomi, abitava a Rimini e proveniva da Sant’Agata Feltria (4).

ALESSIA
Per quali ragioni ha fatto questa attribuzione? Aveva dei documenti?

La cimasa del portale col motivo realistico dei libri – allusivi ai tomi del vangelo di Giovanni e dell’Apocalisse ma visti come omaggio al bibliofilo Alessandro Gambalunga parente, amico e committente di Giovanni Laurentini Arrigoni.

PROFESSORE
Avevo dei documenti. Il Laurentini Arrigoni aveva progettato la chiesa di S.Antonio dei Teatini, purtroppo distrutta dalla guerra, commissionata da Raffella Diotallevi, moglie del Gambalunga. Sua sorella Ginevra Arrigoni aveva sposato Giorgio Diotallevi. Alessandro Gambalunga aveva commissionato al Laurentini Arrigoni la chiesetta del Paradiso, mausoleo dei Gambalunga, un gioiellino che si ispirava alle decorazioni e alle statue neorinascimentali di Federico Brandani (1520-1575) , urbinate contemporaneo del Barocci, purtroppo distrutta dalla guerra. Insomma c’erano stretti rapporti di parentela e di collaborazione.
Poi, soprattutto ci sono le prove stilistiche. Come pittore Giovanni ‘parla’ il riconoscibile linguaggio pittorico urbinate del grande pittore Federico Barocci (1528-1612); ha imparato a dipingere a Urbino e a Pesaro, dove deve avere visto sia le sculture del Brandani sia soprattutto le opere di un architetto del duca Guidobaldo II della Rovere, che si chiamava Filippo Terzi (1520 – 1597), un bolognese che rompe con la tradizione urbinate e introduce il linguaggio del Serlio e del Vignola nell’architettura urbinate. Guardate i nomi su internet. Ci sono archi e portali del Terzi che mi sono venuti in mente e continuano a venirmi in mente quando vedo il portale di Sant’Agostino (5).

Veduta della controfacciata sopra il soffitto di Ferdinando Bibiena, con i resti delle decorazioni circolari del Duecento. Foto di Gianni Donati.

LO SPAZIO SOPRA IL SOFFITTO DEL 1719 E IL TETTO. LE GRANDI ROSE DELLA DECORAZIONE DUECENTESCA. UNA DECORAZIONE ASTRATTA

PROFESSORE
Adesso ragazzi entriamo, ma indugiamo un attimo sulla soglia, è un luogo magico, poi vi dirò…
La chiesa dentro è stata ristrutturata a partire dal 1668 e terminata negli anni ’70 del ‘700. Non la prendiamo in considerazione adesso, la analizzeremo insieme alle altre chiese barocche, e sarà come entrare in un teatro, vedrete.
Ma prima ancora devo dirvi che sopra il soffitto progettato nel 1719 da Ferdinando Galli Bibiena, un’archistar della scenografia e dei teatri delle corti regie e imperiali del ‘700, c’è uno spazio praticabile.

ALESSIA
Che bello…possiamo andarci?

PROFESSORE
Lo dovete chiedere al parroco, si arriva salendo da una scaletta di ferro da una terrazza della casa parrocchiale, si entra nel campanile sopra le volte della cappella e poi, attraverso una porticina si passa nel grande vuoto del sottotetto. Quando ci sono stato, no oggi non potrei certo accompagnarvi, appena dentro non vedevo niente. Buio assoluto. Pochi minuti dopo, l’occhio si era abituato e cominciavo a vedere tutto abbastanza bene. La porticina di accesso si apre nel triangolo di muro dal quale è stato staccato l’affresco del Giudizio Universale.

CHRISTIAN
Bello prof, c’erano i resti delle sinopie?

PROFESSORE
Non me lo ricordo Christian, ma forse non ho nemmeno esaminato diligentemente quel muro. Mi aveva attratto il muro di fondo, interno della facciata. La luce entra nello spazio dal piccolo finestrino rotondo che si vede in facciata. Una passerella formata di assi al centro, sopra le grandi travi trasversali che reggono il soffitto settecentesco del Bibiena, porta fino al muro di facciata.

CHRISTIAN
Le travi prof di che legno sono?

PROFESSORE
Bella domanda Christian…Ma anche a questa non so rispondere. Faggio, noce, castagno? Tu sai riconoscere il tipo di legno?

CHRISTIAN
Qualcosa…siamo stati nell’Alpe della Luna a vedere gli alberi centenari, con la scuola…

PROFESSORE
A proposito, le grandi travi erano state rinnovate proprio per l’occasione. Su una delle travi i restauratori hanno trovato la data 1717. Sappiamo che le avevano tagliate nel 1708 nell’alta valle del Marecchia, e quindi, sì, nelle froeste dell’Alpe della Luna, e poi per fluitazione, cioè sfruttando le fiumane del Marecchia che permettevano ai legni di galleggiare verso valle, in due anni erano arrivate a Rimini (6).

La sorpresa, alla fine della passerella, sono tre grandi cerchi dipinti, due ai lati dell’occhio centrale. Sono quanto rimane della decorazione ‘astratta’ delle pareti nel secolo XIII, insieme ad altri resti di una ‘spalliera’ geoemtrica in basso nell’abside. Vi ho portato l’immagine di com’è ora questa decorazione e la ricostruzione delle due ruote grandi ricostruite da Gianni Donati, quella piccola centrale è quasi scomaprsa ai lat della finestrella circolare. Che siano i resti della decorazione parietale del ‘200 lo dimostra anche quanto rimane della due fasce rosse che incorniciano in alto la parete tinteggiata di bianco.
Conosco simili decorazioni duecentesche nella parte alta dei muri della chiesa templare di San Bevignate presso Perugia. Mi è stata segnalata da Federico Zeri in risposta ad una mia lettera nella quale gli avevo trasmesso una foto della santa trovata vicino all’abside della chiesa di San Michelino in Foro.
Le due rose sono opere figurative astratte, certamente hanno significati simbolici di non facile precisazione, e forse anche araldici. Diciamo che da queste rose che rappresentavano per i Guelfi astrattamente la Vergine e la chiesa romana, i Malatesta hanno poi tratto la loro rosa quadripetala.

Il grande cerchio di destra nella ricostruzione di Gianni Donati.

ALESSIA
Prof a me l’arte astratta continua a rimanere ostica, ce la vuole spiegare in modo convincente?

CHRISTIAN
Sì prof, non abbiamo le idee chiare.

PROFESSORE
Va bene ragazzi. Non ora però, ci vuole tempo; facciamo così, ci prendiamo una mezza giornata e andiamo a vedere il monumento che Elio Morri (1913-1992), lo scultore riminese, ha eretto alla Resistenza nel Parco Cervi, che possiamo definire genericamente astratto, e lì svisceriamo tutte le problematiche dell’arte astratta, vedrete che vi è familiare senza che voi ve ne rendiate conto.

Il grande cerchio di sinistra nella ricostruzione di Gianni Donati.

Torniamo alle rose o ai cerchi, quella alla nostra sinistra è la meglio conservata, appare divisa in diversi cerchi concentrici nei quali sono ricavate lungo i raggi figure bicrome di sei colori: bianco, rosso chiaro, rosso scuro, giallo, arancione, verde chiaro – che forse era azzurro – e verde scuro, in ordine alternato. I cerchi più grandi contengono otto esagoni bianchi e rossi. Il rosso si fonde con un cerchio e il fondo di queste figure, in modo che appaiono otto metà di esagoni bianchi che sembrano le pale di un mulino, seguono altre otto figure di due ruote concentriche, spostate in modo da suggerire un movimento, e infine un rosone centrale. Nell’abside, sotto gli affreschi del ‘300, è rimasta una sorta di spalliera ispirata a motivi del ‘200 che gioca sulla ripetizione di ottagoni contenenti piccole girandole (7).
Siamo, ripeto, nel regno dell’astrazione geometrica. Il motivo della girandola dev’essere stato molto ammirato a Rimini, tanto che se ne vedono ancora alcune, piccole, del Trecento nella porta magna del palazzo del Podestà e altre dei tempi di Roberto il Magnifico (1440-1482) nella sommità della parete verso il Marecchia del chiostro gotico del convento dei Servi di Maria.

La seconda decorazione astratta del decoro duecentesco ricostruita da Gianni Donati

    1. Graziella Magherini, La sindrome di Stendhal,  Ponte alle Grazie, Firenze 1989.
    2. Fabio allude all’articolo Ma sì vendiamola, pubblicato su “Il Resto del Carlino, Rimini” 29 III 1990, uno dei tanti che seguirono i restauri della chiesa di S.Agostino a partire da La vergogna di S.Agostino, su “Settepiù” di Luciano Nigro, a.II. n.15, 19 IV 1985; si vedano tra i miei ritagli in Gambalunga.

    3. Carlo Valdameri, L’identikit del Tempio, in “Ariminum” a. XXIII, n.6 novemmbre-dicembre 2016; AA.VV., Il trecento riminese in S-Agostino a Rimini, Il Ponte Vecchio, Cesena 1995. Il primo che ha analizzato filologicamente la facciata: Giovanni Rimondini, La vergogna di S. Agostino, “settepiù”, N.15, anno II, 11 aprile  1985.

    4. Giovanni Rimondini, Palazzo Gambalunga, in Piero Meldini (a cura di) La Biblioteca Gambalunga, Fondazione Cassa di Risparmio di Rimini, Rimini 2000; Id., Indizi storici e lettura stilistica, in “Ariminum” a.XXII, n.1, 2015.

    5. Giovanni Rimondini,  Nota su Filippo Terzi, in Giovanni Rimondini, Luigi Samoggia, Francesco Saverio Fabri architetto (Medicina 1761-Lisbona 1817), Medicina 1979.

    6. M.A. Bertini, La viabilità in Val Marecchia ai tempi di Napoleone, a cura di Amedeo Potito, Ghigi, Rimini 1984.

    7. Gianni Donati, Le tre ruote del sottotetto della Chiesa di S.Agostino, in “Ariminum”, a.XVIII, n.5, 2011. con una ricerca simbolica.

1 – continua

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