La Domus del Chirurgo

La Domus del Chirurgo

La casa del medico di piazza Ferrari spiegata con dovizia di particolari e nel suo contesto. Il prof Rimondini ci porta in visita alla "Taberna Medicina".

L’area del Cuor di Gesù con la chiesa di San Patrignano, del Collegio delle Celibate e della chiesa di San Tommaso nella pianta napoleonica di Rimini del 1811

STORIA DELL’AREA, LA CHIESA DEL CUOR DI GESÙ, IL PALAZZO ATTI. LA PROPRIETÀ DI PIO BALDINI

La visita dei ragazzi del Turismo è stata annullata, ma Alessia e Christian hanno mandato al professore una mail per chiedere se poteva fare da guida solo a loro due. Il prof ha acconsentito. Sono le dieci di domenica…I due ragazzi aspettano seduti sulla panchina davanti al recinto della domus dalla parte del Bar Ferrari.

PROF
Eccovi qua, i miei ragazzi interessati alla cultura di Rimini…

ALESSIA
Aspetti a dirlo, prof. Io sono del parere di mio nonno, che è proprietario di due alberghi di prima linea. Lui si arrabbia quando sente parlare di turismo culturale. Dice che i turisti vengono a Rimini per il mare e per le belle donne e che dirottare risorse sul turismo culturale è come adacquare la sabbia. Bè capisco che le cose sono più complicate, e cerco di capire se veramente queste mete culturali possono interessare i nostri turisti. Christian, pensi un po’, è d’accordo con lei. Per me siete un po’ matti.
Comunque grazie per essere venuto.

Particolare di una mappa di Rimini, tratta dalla pianta napoleonica del 1811: al n.1 il palazzo Atti, poi del Governatore ecclesiastico, poi Collegio femminile delle Celibate. Tutte proprietà del cittadino Pio Baldini

PROF
Sono d’accordo con te, Alessia, ai tuoi turisti interessa solo il mare e magari il sesso… ma io non penso a quelli. Quei turisti da tempo hanno raggiunto il punto alto delle statistiche. Se ne perdiamo io sono contento. Riempiono il mare di piscio e di merda, e al massimo soddisfano i loro bisogni culturali portando i bambini a Italia in Miniatura. Io penso a un turista diverso da quello di massa, un turista internazionale yankee, europeo e italiano colto e danaroso. Sono sicuro che esiste, vi ho parlato quella volta in classe del passaggio del Rubicone di Giulio Cesare e della scoperta del ponte augusteo di San Vito. Negli States e nei paesi anglosassoni il Rubicone è un tema popolare costante di libri, articoli, giornali, film, soap opera, ma io non penso ad un pubblico di massa, ma ad un più ristretto pubblico di studenti e insegnanti dei college e delle università, di ricchi aderenti alle fondazioni artistiche e culturali, interessati alla storia romana, alla nostra pittura del ‘300, che ha cantieri da Zurigo a Tolentino, e opre nei musei degli States e di tutto il mondo, e da ospitare anche d’inverno nei nostri alberghi e pensioni che d’inverno stanno chiusi e perdono mesi di potenziali guadagni. Di recente con i Rotary della Romagna orientale e di San Marino, con la Società del Gas e la sezione del turismo culturale di un’Università milanese, che ha mandato un gruppo di dottorandi, abbiamo tentato un esperimento di coinvolgimento della domanda di questo mercato…

ALESSIA
E com’è finito?

PROFESSORE
Male, purtroppo, e la colpa del fiasco io l’ho data agli insegnanti universitari che si sono mostrati privi di curiosità culturale. Pensate che una bella signora a capo dei docenti di origine bresciana, da me interrogata, non sapeva nemmeno chi era Sigismondo Pandolfo Malatesta, nato a Brescia nel 1417. Ma come? Ti chiedono di indagare sulle potenzialità turistiche di Castel Sismondo, opera di Filippo Brunelleschi, questo nome di uno dei massimi architetti della storia mondiale non suscitava in lei nessuna emozione, e tu non ti prendi nemmeno il disturbo di guardare su Wikipedia di chi stiamo parlando?
Va bè, lasciamo stare, mi fa male incazzarmi. Il gruppo dell’università era formato da dottorandi in “turismo culturale”, ragazzi senza cultura, senza curiosità e senza iniziativa. Non gli è venuto in mente di contattare un’agenzia turistica americana per sapere se magari poteva essere interessata ai nostri temi e se accettava di esaminare un programma di viaggi, permanenze e spostamenti da Rimini in tutta l’Italia centro-meridionale?

Due cedri del Libano centenari superstiti del Giardino di Paolito Somazzi

ALESSIA
Mi piacerebbe conoscerla questa bella ragazza e ascoltare la sua versione dei fatti. Sto proprio pensando di iscrivermi a quella università. Ma questa specie di serra che dobbiamo visitare perché la chiamano domus del Chirurgo?

PROF
La chiamano “Domus del Chirurgo” per dare un nome di tipo pompeiano all’area di scavo sotto l’ex convento del Cuor di Gesù che prima si chiamava convento e chiesa di Santa Maria Maddalena, istituito nel ‘500 per le prostitute pentite e redente.

ALESSIA
Le prostitute pentite e redente, prof?

PROF
Sì, almeno fino al ‘700 c’erano delle monache ex-prostitute certamente pentite della loro vita che avevano scelto di entrare in convento. Dovevano avere una dote per essere accettate, cioè dovevano possedere un gruzzolo di soldi, anche se il Comune e qualche famiglia nobile forniva un certo numero di doti gratuite per le donne che volevano entrare e non avevano il denaro. Ma nel ‘700 il monastero cambiò nome e natura, le suore non erano più ex-prostitute e venne consacrato al culto gesuitico del Cuore di carne di Gesù. Nel 1796 Napoleone conquistò le Legazioni e Rimini abolì gli ordini religiosi incamerando i loro beni, che vennero chiamati Beni Nazionali, e cominciò a venderli all’asta. Tutta quest’area, dove oggi c’è il giardino Ferrari, comprendeva anche un altro convento ed educandato femminile, là dove c’era stato il palazzo della famiglia Atti. Dalle finestre del palazzo dirimpettaio del Cimiero, che sorgeva dove oggi vedete il condominio Fabbri, dove c’è il Caffè Commercio, Sigismondo aveva visto per la prima volta la piccola Isotta che era ancora una bambina, e poi l’aveva presa come amante andando a risiedere nel palazzo Atti divenuto una delle sue residenze preferite. No, non abitava nel castello, se non in tempo di guerra. Siamo nell’area dei tre dei più grandi palazzi malatestiani, poco conosciuti. Il condominio Fabbri, ha preso il posto negli anni ’60 del palazzo del Cimiero, un edificio palinsesto con parti che erano state costruite nel ‘300 e ristrutturate nel ‘700, solo in parte distrutto dalla guerra e del palazzo Parcitadi del ‘200, magari dopo ve ne parlo. Il Cittadino ex conte Pio Baldini di Santarcangelo acquistò tutta l’area, e dei monasteri fece delle case d’affitto. Ma verso la fine dell’800 gli eredi di Pio, Alessandro e Ruggero Baldini, che come certamente saprete avevano fondato il primo Stabilimento dei Bagni a Marina, ebbero delle gravi difficoltà economiche di natura misteriosa, e vendettero tutto il loro patrimonio fondiario e urbano, che vi assicuro era ingentissimo.
Questi edifici li acquistò la Cassa di Risparmio di Rimini, che poi li regalò al Comune.

La domus di piazza Ferrari, la chiesa di San Francesco Saverio detta del Suffragio, e il Museo della Città già Ospedale Civile, in origine Collegio dei Gesuiti, progetto di Alfonso Torreggiani 1742

IL GIARDINO DI PAOLITO SOMAZZI

Ci furono diversi progetti discussi nei consigli comunali: chi voleva costruire un’arena, cioè un teatro diurno, chi un giardino, chi delle case da affittare. Infine su consiglio del famoso medico bolognese Augusto Murri, uno dei più grandi clinici del suo tempo, che aveva una villa a Marina, la giunta e il consiglio decisero per il giardino, “un polmone, disse il dottore, dato alla città”.

CHRISTIAN
Ho sentito del fallimento dei Baldini, ce ne ha parlato il prof di storia quando ci ha esposto il primo turismo balneare, e ci ha detto che girava voce che quel fallimento era il risultato della loro attività turistica, gestita in perdita, tanto che la gente diceva “ non bisogna buttare i soldi nella sabbia”.

PROF
Non è chiaro se si sia trattato di un fallimento formale. Forse piuttosto ci fu una vendita delle proprietà.
Certamente i Baldini persero tutti i loro beni, compreso il palazzo di piazza Tre Martiri, quello che avvolge la torre dell’orologio e fa angolo con via IV Novembre. Ma con i soldi di una parente ricca, ereditati dalle due figlie di Ruggero, mantennero la villa al mare, che esiste tuttora. E’ la prima villa di Marina, disegnata dall’ingegnere comunale Gaetano Urbani, che aveva progettato anche il Kursaal all’inizio degli anni ’70 dell’800.
Non conosciamo le cause di questo tracollo economico. Il notaio Luigi Casaretto, che si intendeva di economia, anno per anno aveva fatto i conti dell’impresa Baldini, e affermava di avere individuato il numero complessivo dei ricchi turisti balneari che dai camerini della piattaforma, calandosi in mare, avevano fatto i bagni, e quindi aveva calcolato gli utili, conoscendo le tariffe.
I risultati di queste ricerche e calcoli erano stati letti nel consiglio comunale del 21 settembre 1868, e poi pubblicati. Il notaio affermava che anche negli anni del colera, quando il movimento turistico era molto calato, i Baldini dovevano comunque aver guadagnato, il loro investimento nel turismo balneare non era stato denaro buttato nella sabbia. Erano ricerche che utilizzavano pazienti e annue registrazioni. Né Casaretto né alcuno storico ha mai visto l’archivio di famiglia dei Baldini, se pure esiste ancora.

ALESSIA
Quante cose sa lei prof, ma non ci ha detto il perché del nome.

PROF
Ridi, ridi, che sei giovane e bella, ragazzina…E’ vero, non vi ho ancora detto come chiamavano i Romani la domus del chirurgo, ma prima devo finire di raccontarvi la storia di tutta quest’area. Poi di sicuro mi dimentico del nome, ma tu Alessia me lo ricorderai di nuovo. L’amministrazione comunale fece il giardino il cui impianto venne più volte ridisegnato. Da ultimo ci fu il disegno di Paolito Somazzi (Montevideo 1873-Riviera 1914), un architetto ticinese che progettò anche il Grand Hotel e la terza sede della Cassa di Risparmio, che vedete verso mare, nei primi del ‘900, ma non è più la sede della Cassa di Risparmio, da poco appartiene ad una banca francese… Degli alberi del progetto del Somazzi sono rimasti quei due giganteschi e ultracentenari cedri del Libano, dei quattro che erano prima della costruzione del recinto della domus.

Una delle buche da grano segnalate da Luigi Tonini nel 1848

GLI SCAVI DI CARLO TONINI NEL 1888

Devo dirvi che nel momento in cui l’area apparteneva al Comune, quando abbatterono la chiesa e i monasteri, scavando per eliminarne i fondamenti, trovarono le domus, i mosaici e le mura di Ariminum del terzo secolo dopo Cristo. Ma già Luigi Tonini nel 1848 aveva scritto che le buche da grano del Cuor di Gesù avevano mosaici romani come pavimento. Suo figlio Carlo Tonini tentò in due occasioni nel 1888 di mantenere quanto veniva in luce. Dapprima propose il salvataggio del lungo tratto di mura di Ariminum del III secolo d.C. Ma la giunta preferì non sospendere i lavori di demolizione, affermando che c’erano a Rimini già altri resti mura, insomma visto un resto visti tutti.
I resti del muro furono fatti saltare con la dinamite. Quelli che sono rimasti, come vedrete, sono tutti pieni di crepe.
Di seguito cercò di far scavare intorno a un mosaico che era stato scoperto sotto un pilastro della chiesa di San Patrignano, poi di S.Maria Maddalena, poi del Cuor di Gesù. Il Comune finanziò qualche saggio e aspettò che lo Stato, il Ministero della Pubblica Istruzione, si assumesse una parte delle spese, ma il Ministero aveva già finito i soldi stanziati per gli scavi. Il sindaco scrisse allora al Tonini che il Comune non voleva impegnarsi negli scavi. Così lo scavo del sito fu rimandato a tempi migliori. Conoscevamo il testo del Tonini, molti ‘esperti’ e chi vi parla avevamo avvisato le autorità comunali, non si trattò né di un caso né di una sorpresa, come gli sprovveduti scrivono…

Resti del muro urbano di Ariminum del III secolo dopo Cristo, scoperto da Carlo Tonini nel 1888 in gran parte fatti saltare con la dinamite

ALESSIA
Il nome, prof…

PROF
Ci arrivo, cara. Qualche anno fa, mentre il Comune, del tutto ignaro dell’intervento nel giardino di Paolito Somazzi, aveva fatto ridisegnare il giardino, abolire la via del Mandorlo o della Mandorla..

CHRISTIAN
Via del Mandorlo, c’era una pianta di mandorlo?

PROF
Sì. Il nome era stato dato per via di un mandorlo che era cresciuto sui tetti dell’ex palazzo Atti, poi palazzo di Sigismondo Pandolfo e di Pandolfo IV, poi sede del Governatore ecclesiastico, poi convento-collegio delle Celibate.
Con il tradizionale sprezzo amministrativo della storia, il progettista volle cancellare la strada, che poi di fatto rimase perché pedoni, biciclette e macchine continuano ad attraversare l’antica area stradale. Volle anche cambiare l’andamento geometrico dei viali da circolare a retto, e nell’area dove si sapeva che c’erano mosaici, fare un grande prato per i giochi dei bambini…

La domus del Chirurgo che i Romani avrebbero chiamata Taberna Medicina o Medicina nel suo involucro di vetro e cemento

IL GIARDINO FERRARI RIFATTO. SCOPERTA DELLA DOMUS DEL CHIRURGO

La leggenda urbana racconta che tirando via un alberello, per fare il prato per i giochi dei bambini, si vide che tra le radici della pianta era incastrata una scatola di bronzo antica con dentro strumenti chirurgici romani…Come vi ho detto, diversi personaggi attenti alla storia dei Rimini romana avevano fatto pressioni sull’assessore perché si aprisse un cantiere di scavo…E se poi troviamo qualcosa? Ci disse l’assessore. Intendeva dire: se troviamo qualcosa salta il prato dei giochi dei bambini… Notate come “i bambini”, come nel caso dell’anfiteatro, vengono usati contro la storia.

ALESSIA
Venne aperto un cantiere archeologico, il prato dei giochi dei bambini saltò, e trovarono la domus del chirurgo, che i Romani chiamavano…

PROF
Ci arrivo. E’ vero che scavando per il prato si arrivò subito sopra il mosaico di Orfeo. Il nome romano della domus. Come ci insegna Plauto, il grande commediografo romano nato a Sarsina… siete mai stati a Sarsina? Fatevi portare dalla scuola, è una città antica bellissima, c’è un museo romano favoloso…

ALESSIA
Prof lei ha il difetto dei vecchi insegnanti, quando parlano e scrivono prima di arrivare al punto devono fare un lungo giro, persino in una frase mette le parole importanti in fondo alla frase. Ci tiene in sospeso, perdiamo l’interesse. Il nome romano della domus prof…

TABERNA MEDICINA O MEDICINA

PROF
Come ci insegna Plauto nelle sue commedie, quando parla dei luoghi cittadini più frequentati dalla gente in città, i Romani l’abitazione del medico con l’ambulatorio, la stanza degli interventi chirurgici, quella con i lettini per i degenti…la chiamavano Taberna medicina o solo Medicina.
Attenti non si deve dire Taberna medica, come trovate nelle informazioni del museo, anche se esiste l’aggettivo medicus,a,um, ma dai Romani non è collegato con taberna. Con taberna è collegato l’aggettivo medicinus,a,um.

CHRISTIAN
Ma medicina è il nome del paese…pardon della cittadina da cui lei proviene prof, no?

PROF
Proprio così Christian, come fai a saperlo? e io abito qui sopra…voi due credete alla “sincronicità” ossia alle coincidenze junghiane?

CHRISTIAN
A scuola abbiamo la raccolta della rivista Ariminum, ho letto il suo articolo…

Immagine della domus ricostruita nel museo

IL NOME ROMANO: TABERNA MEDICINA O SOLO MEDICINA. LA RICOSTRUZIONE DELLA DOMUS NEL MUSEO

PROF
Prima di entrare nella domus del chirurgo, facciamo un salto nel vicino museo, sezione delle antichità, per vedere una ricostruzione del nucleo della Taberna medicina, lasciate che io la chiami così. La visita al museo è utile per poi capire i resti che analizzeremo.
Il museo è oggi nel Collegio dei Gesuiti, divenuto poi Convento domenicano, Seminario vescovile, Ospedale Civile e infine…E’ vero Alessia noi vecchi insegnanti mettiamo sempre le informazioni in un ricco contesto, perché abbiamo l’ansia di dirvi tutto. E facciamo male perché il ragazzo che ascolta si accende di curiosità, quando capita, a partire da un dettaglio concreto e il tutto complesso nemmeno lo considera. Dovremmo parlare in modo sintetico, chiaro, staccato, selezionando le cose più importanti…Va bè. La parte antica del Museo è al piano terreno, dopo le sale dedicate allo stilista e grafico parigino René Gruau – per tutti a Rimini era il conte Renato Zavagli (1909-2004) –, e nel sotterraneo dell’antico Collegio dei Gesuiti (1742), divenuto poi Ospedale Civile e adesso museo.
Ne approfitto per mettervi in guardia contro alcuni reperti e modelli falsi esibiti questa parte del museo. Devo dire, con dispiacere, che chi ha organizzato questa parte del museo ha preso numerose cantonate, e lui-lei o chi gli è successo degli addetti ai lavori non corregge le falsità e gli errori denunciati e dimostrati. Errare humanum est perseverare diabolicum [errare è umano perseverare nell’errore è diabolico, la frase è di S.Agostino].

I FALSI DEL MUSEO DI RIMINI: IL BIDONE E IL GRAVE ERRORE DELLA SEZIONE ANTICA DEL MUSEO

La falsa stele etrusca, opera di Vittorio Belli c. 1930

LA FALSA STELE ETRUSCA

Scendiamo nei sotterranei dove continua, come potere vedere, parte del terzo muro romano di Ariminum.
Qui, attaccata al muro grossolanamente con dei ramponi di ferro – che se la pietra fosse veramente etrusca sarebbe un’esposizione veramente rozza, quasi barbarica – c’è una lastra di calcare, decorata con la testa di guerriero ‘etrusco’ con il nome inciso sopra. Ho pubblicato più volte la fotocopia di un foglio del diario del simpatico falsario, il dottor Vittorio Belli, fondatore di Igea Marina, che l’anno in cui il Duce regalò a Rimini la statua di Giulio Cesare, lui regalò il frammento di stele etrusca, che aveva ‘scolpito’ malamente, come i falsi Modigliani. Aveva progettando anche di unire al nome etrusco la traduzione latina, una specie di stele di Rosetta in piccolo, che poi non aveva aggiunto.

L’ACQUEDOTTO ROMANO DI MANUEL

Conosciuti fin dal ‘600, ci sono i frammenti di tubi di piombo per gli acquedotti di Ariminum. Ci sono i resti dell’acquedotto romano in lastre di cotto – per un castrum ? – trovati negli anni ’20 dove la via Emilia è tagliata dal deviatore – e infine ci sono i resti ben modellati di un acquedotto in pietra di San Marino, trovati nel novembre 1996 alle falde del Covignano, dove il Mavone si immette nell’Ausa, dall’allora mio studente Manuel Maioli, il cui nome meriterebbe di figurare accanto ai reperti, ma non c’è.

IL MODELLINO DEL PONTE DI AUGUSTO E TIBERIO SENZA RAMPE

Il modellino del ponte romano senza rampe. Una vergogna archeologica

Sarà inutile forse dirlo e ri-dirlo, ma lo dico lo stesso: il modellino del ponte romano di Augusto e Tiberio senza rampe, così com’è oggi, è un anacronismo, con delle invenzioni di ringhiere ridicole, che ci espone alle critiche dei veri archeologi, che sanno come è fatto un ponte romano, alto sulla superficie del fiume, con le sue lunghe rampe.

IL FALSO PORTO ROMANO

Andiamo di sopra al pian terreno, e seleziono per voi altri errori macroscopici perché non vi facciate turlupinare.
Il porto romano in piazzale Clementini. Fu proprio Cesare Clementini (1561 -1624) a inventarsi che Ariminum aveva due porti, uno sul fiume e uno…in “un ampio seno di mare”, con le mura malatestiane, che chiudevano la spiaggia poco prima dell’uscita della fossa Patara, spacciate come molo e una torre malatestiana in mezzo al mare spacciata come faro. Tutte balle. Nel ‘700 Tommaso Temanza, proto ossia ingegnere idraulico della Repubblica di Venezia, escluse che potesse esistere o mantenersi un porto di mare tra due fiumi così vicini che l’avrebbero in poco tempo riempito con la ghiaia e il fango. Se proprio volevano un porto lì, aggiunse il Temanza, risentito per le vivaci proteste del Bianchi – il medico ed erudito che si faceva chiamare Janus Plancus -, dovevano farci scorrere dentro il Marecchia, per tenerlo aperto, piegandone il corso verso destra. Quindi non più due porti, ma uno solo. Il Bianchi e il Battarra cercarono le tracce di questa deviazione del Marecchia verso destra, cioè la presenza di ghiaia in superficie, negli orti fuori del Borgo di Marina, ma non ne trovarono. Il Bianchi continuò a credere alla balla barocca del Clementini, il Battarra invece scrisse che non ci credeva. Purtroppo ci credette il Tonini, il nostro maggiore storico dell’800, che avvallò la menzogna del Clementini nella versione del Temanza, dimenticando che il Clementini aveva parlato di due porti romani, poi si lasciò andare a ricostruzioni di giri del fiume porto a destra, poi a sinistra creando un meandro, poi con un bel taglio per rimettere il Marecchia nelle condizioni rappresentate nel bassorileivo di Agostino di Duccio nel Tempio Malatestiano.
Assurde, penose farneticazioni, assunte poi acriticamente da storici, geologi e archeologi anche di valore, anche di recente. Nessuno mi ha detto o scritto che sono io a farneticare. Potrebbe essere, ma si devono dare delle spiegazioni razionali delle mie eventuali “farneticazioni”.
Qualche anno fa, scavarono i fondamenti dell’edificio postale nel recinto della Stazione e trovarono le fondamenta delle mura malatestiane di spiaggia, il presunto molo antico del Clementini. Era l’occasione di fare un qualche saggio di scavo. Se si fosse trattato del porto romano, come il mainstream fa le vista di credere, oppure crede proprio, scavando qualche metro si sarebbero trovati tesori archeologici, come era successo da poco nello scavo del porto romano di Pisa, dove sono comparsi strati di diverse barche antiche affondate. Niente, scattarono qualche foto. Una me la fece vedere Stefano Sabatini, era un muro stretto di massi regolari che mi sembrarono di arenaria – forse erano di pietra di San Marino – ma, come il muro fotografato esposto nel museo, aveva una superficie superiore di forse un metro – niente piante, niente misure –, misura che non s’accorda con la dimensione e la definizione di “molo”. I Malatesta nel fondare il loro muro marittimo, a metà ‘300 che s’inoltrava in mare ed era chiamato “le bertesche di mare”, dovevano avere usato le parti litiche dell’anfiteatro.

L’EDIFICIO DELLA DOMUS O TABERNA MEDICINA

Interno della Taberna medicina. In primo piano un mosaico che ha un quadrato interno con il motivo geometrico dei sei esagoni intorno a un esagono centrale. Sopra il corridoio e a destra l’orto con un pozzo non antico

ALESSIA
Va bene prof, le facciamo credito per il momento, per tutte le sue affermazioni, in attesa che la controparte esponga le sue.

PROF
La controparte tace, e tacerà come ha sempre fatto. Adesso ci spostiamo di sopra per vedere la ricostruzione di due ambienti della domus che presentano una buona immagine della Taberna medicina. Ottimo espediente museale. Intanto va detto che Taberna medicina o Medicina è un nome per tutto l’edificio, come appare in Plauto, non era usato per il solo ambulatorio.

CHRISTIAN
Abbiamo visto a scuola su Wikipedia una serie di file dedicati alla domus e un video del dottor Stefano De Carolis. Siamo pieni di notizie e di curiosità.
Ma prima di parlare degli strumenti chirurgici, che sembrano i reperti più importanti, vorremmo approfondire due temi, uno filosofico e uno religioso. Abbiamo visto il piede di Erimaco, chi era Erimaco? E che fine ha fatto il resto della statua?

Taberna medicina un grande ambiente in primo piano, forse il triclinium o sala dei tre letti intorno alla tavola

LA FILOSOFIA DEL MEDICO MILITARE EUTICHE

PROF
Vi confesso che prima della domus non conoscevo Erimaco, l’amico del cuore e successore di Epicuro (480-370 prima di Cristo) nella scuola filosofica del Giardino di Atene. Epicuro è il filosofo ‘materialista’ dell’antichità classica che aveva continuato la filosofia atomistica di Leucippo e Democrito. Guardateli su Wikipedia. L’atomo sarebbe il più piccolo essere materiale esistente, di diverse forme che in numero di miliardi e miliardi cade nel vuoto dell’intero universo. Lucrezio (94-50 o 55 prima di Cristo), filosofo romano epicureo scrive nel De rerum natura che un clinamen, ossia lo spostamento di un solo atomo in questa caduta universale di atomi avrebbe prodotto un vortice immane e avrebbe dato origine al nostro mondo. Tutte le cose materiali e vive, e persino gli Dei, sono formate da combinazioni di atomi. Bè l’ho semplificata, ma spero di non averla deformata. Ci tengo a dirvi che Epicuro ha da insegnarci ancora con la sua teoria del piacere e quella per combattere l’angoscia. Molti ragazzi oggi si buttano nei piaceri senza pensare alle conseguenze negative, e cioè ai dolori anche mortali che possono arrivarci insieme ai piaceri, pensate ai poveretti che si drogano. Non tutti i piaceri sono da sperimentare, non tutte le sofferenze sono da evitare, proprio per le conseguenze, certi farmaci amari e penosi da bere, diceva, possono darci la salute.
Le cose che vi dico le potete approfondire su Wikipedia, le voci filosofiche non sono fatte male e come punti di partenza vanno bene. Poi Epicuro affrontava i modi per eliminare l’angoscia.
Ci sono quattro timori che un semplice ragionamento può dissipare. Il timore degli Dei. Gli Dei esistono, afferma Epicuro, ma sono fatti di atomi speciali come quelli della mente umana, i più fini e veloci esistenti. Gli Dei sono felici e per questo non si occupano di noi mortali che li coinvolgeremmo nei nostri casini e li renderemmo infelici. Così Epicuro senza offendere nessuno, credeva, si liberava degli Dei. Ma il suo erede Erimaco allarga il discorso degli Dei, concedendo qualcosa: gli Dei per lui sono “viventi” e per questo hanno la voce e conversano. Parlano la lingua greca.
La morte. Non bisogna avere paura della morte perché non si sovrappone a noi, quando ci siamo noi non c’è la morte, quando c’è la morte non ci siamo più noi.

ALESSIA
Mi sembra un discorso piuttosto tenue per avere efficacia.

PROF
Hai ragione: sembrano ragioni piuttosto tenui, ma lasciatelo dire da un vecchio che è vicinissimo alla morte, la loro forza non consiste nella semplice lettera o significato letterale, qualcosa le rende robuste e accettabili, quando ‘qualcosa’ si presenta in certi momenti di riflessione a partire da quei discorsi. Quando la mente acquista una limpidezza inusuale.
Poi ci sarebbero la paura del male fisico e morale e la paura delle frustrazioni. Andate a vedere come Epicuro le tratta.
Piuttosto vorrei farvi riflettere sull’aspetto religioso del padrone di casa, del medico militare che, per tacito consenso, chiamiamo Eutiche, anche se nel graffito che lo ricorda non c’è tutto il nome ma solo la parte finale.

Accanto alla fossa da grano, un locale è ornato da un mosaico a motivi geometrici: stelle e pseudo solidi si intersecano con effetti ipnotici

LA RELIGIONE DEL MEDICO MILITARE EUTICHE

La mano di bronzo, che vedete nella vetrina, è ricondotta al culto di Giove Dolicheno, un’altra simile è stata trovata in Inghilterra vicino al vallo di Adriano. A Giove Dolicheno sono dedicate due are di marmo, oggi conservate nel cortile del museo, provenienti dalle cantine di Casa Pugliesi. Il dedicante di una è un certo Titus Flavius Galata Eutyches. Vedo che sorridete, sì, potrebbe essere il nostro medico, ma più probabilmente è un omonimo.
La religione di Giove Ottimo Massimo, il principale Dio dello stato romano, si era unita probabilmente nell’ambiente dei legionari reduci dalla Siria, in uno dei tanti movimenti di contaminazione, con una divinità minore orientale, oscura, che prende il nome da Doliche, una città dell’Asia Minore. Questo Dio era rappresentato come un vecchio barbuto con la corazza dei legionari e brandente in una mano una scure bipenne e nell’altra i fulmini di Giove, raffigurato a volte in piedi su un toro e col capello frigio. Era una delle tante divinità portate a Roma dai legionari e da sacerdoti itineranti, come il Dio Mitra, che a lungo contese il favore delle masse con Cristo.

ALESSIA
Quante cose si imparano su Wikipedia, eh prof.

PROF
Ve l’ho detto che uso Wikipedia, mica mi vergogno, certo bisogna saper distinguere le pepite d’oro dal fango. Christian, ma Alessia è sempre così aggressiva?

CHRISTIAN
No prof, oggi è tranquilla, pensi ai nostri poveri prof quando è inc…arrabbiata.

ALESSIA
Prof posso farle una domanda personale?

PROF
Personale in che senso?

ALESSIA
In senso religioso, lei crede in Dio?

PROF
Sì e no. Sì, perché sono sicuro che l’idea di Dio faccia parte strutturale della nostra mente inconscia, e conseguentemente di quella conscia. Per capire questa appartenenza stretta mi servo della “mitologia del nostro tempo”, la cultura psicoanalitica.
Freud non ha parlato dell'”onnipotenza dei pensieri”, che caratterizzerebbe la nostra psiche profonda?
Ebbene si tratta di una caratteristica del così detto narcisismo, un concetto calderone ancora confuso, che tiene dentro la patologia e la creatività…avete mai sentito parlare di Elvio Facchinelli?
Ma no, come potreste, era poco noto anche nel ’68 quando io frequentavo il suo gruppo ‘rivoluzionario’ dell’Erba voglio. Ha scritto un bellissimo libro, proprio prima di morire, aveva un cancro, intitolato La mente inconscia, dove espone le sue idee sulla creatività scientifica e artistica e sull’area libera e creativa della mente umana…

ALESSIA
Non ho capito niente, ma lei ci crede o no?

PROF
Sì e no. Sì, perché Dio, gli Dei, la Grande Madre, il divino, il sacro, li ritengo essere una parte profonda della nostra mente, che articola la psiche umana, ma no, se devo ritenerli esistenti fuori della nostra mente. La storia mi mostra infinite religiones forme di esistenza di Dio sotto forma di infiniti Dei e di tre Monoteismi. Ai miei studenti che mi facevano questa domanda ho sempre risposto, che ero ateo ma con la devozione per la Madonna del Carmine. Poi spiegavo che si trattava di un credo quia absurdum. Cioè il mio sarebbe un modo di credere che coinvolge il razionale e l’irrazionale. E tu Alessia ci credi?

ALESSIA
Sì…e sì.

PROF
E tu Christian?

CHRISTIAN
No…e sì. Sì, quando sono triste e ne ho bisogno, tanto che gli parlo…

ALESSIA
E lui gli risponde…

Strumenti chirurgici antichi (museicomunalirimini.it)

GLI STRUMENTI CHIRURGICI

Prof prenda fiato, adesso continuo io, tanto lei non ci può più dire niente di nuovo. Nella vetrina abbiamo alcuni dei circa 150 strumenti di bronzo e di ferro per le operazioni chirurgiche. Mi chiedo che interesse possano avere per il turista tipo cliente di mio nonno, a meno che non sia un chirurgo.

CHRISTIAN
Dai Ale smettila su, questi che vediamo sono gli strumenti chirurgici romani più numerosi che siano mai stati scoperti dans le monde

ALESSIA
Lo so. E tra questi vi è lo strumento rarissimo per estrarre le frecce dai corpi feriti, detto il “cucchiaio di Diocle”, unico dans le monde. Diocle medico ateniese degli anni prima di Cristo 375-295…

CHRISTIAN
A proposito di Wikipedia…

ALESSIA
Buona parte degli strumenti di bronzo e di ferro sono fusi insieme dall’incendio che distrusse la domus in seguito ad un irruzione di armati, testimoniata dalla presenza di un pilum, l’arma speciale dei legionari. Sono state rinvenute anche diverse monete romane d’argento, la più antica databile tra il 253 e il 258, l’ultimo anno potrebbe essere quello della fine della domus.

I PESCI E IL DELFINO DI VETRO COLORATO

In una delle stanzette in terra, forse il triclinium o sala da pranzo, è stato trovato il bellissimo disco di vetro colorato con i tre pesci: un’orata uno sgombro e un delfino.

CHRISTIAN
Due pesci e un delfino, che come sai non è un pesce ma un mammifero.

PROF
Siete bravi…ops, va bene ragazzi. Adesso andiamo a vedere la domus di piazza Ferrari.

ALESSIA E CHRISTIAN
La Taberna Medicina…di Ariminum.

PROF
Appunto.

LE MURA DI ARIMINUM DEL TERZO SECOLO DOPO CRISTO

Entrati dentro la struttura in vetri che copre la Taberna e un’altra domus più tarda, si dirigono subito in fondo sulla passerella sopraelevata, dove prima dei vetri e dei resti di una strada lungo le mura, si trova una muraglia dello spessore di circa un metro e mezzo; è una parte del muro del III secolo dopo Cristo, collegato con altri resti, innalzato in fretta per difendere la città dalle incipienti invasioni barbariche.
La domus appare con i muri ricoperti di encausto, o intonaco di cera colorata data a caldo, formata da quattro camerette contigue che danno su un corridoio a sua volta aperto su un piccolo giardino.
La casa aveva anche un piano superiore costruito di mattoni di creta cruda, che è crollato sul pavimento di sotto. Sotto la passerella si vede una specie di grande tazza rovesciata: è la “fossa da grano” con il pavimento in mosaico di cui aveva scritto Luigi Tonini nel 1848; poco oltre si vede la cameretta con al centro il mosaico di Orfeo.

Taberna medicina: il mosaico di Orfeo

IL MOSAICO DI ORFEO E LA CURA DELL’ANIMA

ALESSIA
Abbiamo proiettato in classe questo mosaico con contorno a esagono composto di esagoni, intorno ad un esagono centrale raffigurante un giovane nudo con un mantello rosso che suona una lira, che Attilio ci ha detto essere Orfeo. Abbiamo cercato in Safari altri mosaici di Orfeo. Di solito Orfeo è raffigurato in un paesaggio, seduto vicino ad un albero – un salice -. Il nostro indossa un mantello vermiglio, col capo coperto da un berretto frigio poco visibile, suona una lira e canta mentre molti animali lo ascoltano pacificati. Qui separati negli esagoni ci sono un leone e una cerva, un’aquila e tre uccelli, fuori nei quattro angoli del pavimento si vedono due pantere o tigri che assaltano due cervidi, ossia gli animali nello stato di natura, uno aggredisce e uno fugge, non sedati dalla musica. Il mosaico è nel pavimento della saletta dedicata ai consulti e agli interventi chirurgici.

CHRISTIAN
Abbiamo anche letto su Wikipedia il mito di Orfeo. Una figura mitologica in parte greca e in parte Tracia, regione che oggi corrisponde alla Turchia europea. Poeta e cantore, usa la lira che Ermes o Mercurio aveva inventato, in altri mosaici la lira è più dettagliata, rappresentata con il carapace di una tartaruga. Apollo l’aveva ricevuta in dono dal fratello e l’aveva passata ad Orfeo, che in certi miti è suo figlio. Con il suono e con il canto Orfeo ammansiva le belve, gli animali, gli uccelli e i pesci, e trascinava gli alberi e le rocce. Simbolo del potere della musica e della poesia di addomesticare i costumi animali e umani e calmare le rabbie, le ire e le angosce. Una sorta di terapia musicale.
Ma la sua storia più importante è la discesa agli Inferi per portar fuori la giovane moglie Euridice, che era stata uccisa da un serpente velenoso. Orfeo era riuscito con la musica e il canto a commuovere gli dei della morte, Ade e Persefone, che i Romani chiamavano Plutone e Proserpina, questi gli avevano permesso di portare fuori dagl’Inferi Euridice, a patto però che non la guardasse prima che fossero usciti. Ma proprio prima di uscire, Orfeo si era voltato indietro e subito Ermes, la guida delle anime, aveva trascinato indietro Euridice, chiudendo fuori dell’Ade l’addolorato Orfeo.
Prof perché Eutiche, il medico dei guerrieri, aveva voluto questa raffigurazione nel suo ambulatorio.

PROF
Questo mosaico, ragazzi, è pura psicoanalisi, è puro Freud, è puro Jung, è puro Lacan.
Eutiche curava con i suoi numerosi strumenti le ferite del corpo dei guerrieri e con i miti, la poesia, la musica e i canti orfici le ferite delle anime.

L’Orfismo, il mito, la religione di Orfeo, è assai antico in Grecia, viene dalla Tracia, la terra della quale gli antichi avevano paura, abitata dalle streghe che si diceva facessero cadere la Luna dal cielo. Ha ricevuto e diffuso il sapere terapeutico degli sciamani delle sterminate pianure dell’Asia, già nel VII secolo prima di Cristo. Sacerdoti vaganti di città in città divulgavano nell’Ellade e poi a Roma e nell’impero i misteri di Orfeo.
Gli orfici avevano insegnato agli antichi l’esistenza dell’anima distinta dal corpo, la sua sopravvivenza dopo la morte del corpo, e numerosi miti cosmogonici sugli Dei e sull’origine dell’Universo, per il superamento dell’angoscia del morire, il superamento della sofferenza psichica…Come la filosofia epicurea, ma da altre prospettive teoriche…E funzionava…

ALESSIA
Non ci credo proprio. Per favore ci faccia un esempio concreto di funzionamento di questa terapia mitologica, con tutti i dettagli del caso.

PROF
Bene, lasciatemi pensare un momento…Metto insieme le terapie religiose e quelle filosofiche.
Che la cura dell’anima tramite le parole e i racconti funzioni già in epoca arcaica e classica ve lo posso spiegare con un esempio letterario omerico dei nostri giorni. Non fate quelle facce.
Nell’Iliade c’è una metafora che poi è passata nei millenni di poeta in poeta fino ad Ungaretti. Gli uomini, dice Omero, sono come le foglie “nasce l’una, l’altra dilegua“.
E’ l’immagine della morte di una persona descritta come il distaccarsi e il cadere delle foglie, la parte caduca dell’albero.
Avrete studiato la brevissima lirica di Ungaretti soldato nelle trincee della prima guerra mondiale: “Si sta come d’autunno su gli alberi le foglie.”
Le foglie muoiono, ma l’albero è sempre vivo e ogni primavera rinnova le sue foglie.
Questo che sto per raccontarvi è un aneddoto vero. Un mio amico medico stava assistendo un vecchio contadino morente, che era molto angosciato. Il mio amico, quasi senza rendersi conto di quello che diceva, gli racconta la storia delle foglie e dell’albero, certamente radicata nelle mente del morente. Quando ha finito, il mio amico ha visto il contadino pensare intensamente…e poi sorridere sereno. Il medico, con la metafora dell’albero e della foglia, lo aveva preso per mano e condotto dall’area dell’angoscia della morte alla serenità dell’animo, dalla foglia morente all’albero della vita…

CHRISTIAN
Ma è un’immagine cristiana: Cristo dice: io sono la vite e voi i tralci.

PROF
E’ vero. Adesso che mi ci fai pensare, ricordo che la rappresentazione di Orfeo è uno dei temi ricorrenti nelle prime pitture cristiane delle Catacombe.
Ma è un po’ presto per pensare ad Eutiche come a un cristiano. Il Cristianesimo forse si diffonde da noi nel III-IV secolo.
Ci sono molte terapie religiose basate sui culti degli Dei come Asclepio, il Dio della Medicina, che visitava i suoi ‘pazienti’ in sogno, e forse anche Giove Dolicheno garantiva una terapia psichica, ma torniamo ad Orfeo.
Se esaminiamo i miti salvifici, e le diverse varianti del mito di Orfeo, le contraddizioni, le identificazioni con amici e nemici dei miti, con i vivi e con i morti, riusciamo a capire qualcosa sugli effetti rasserenanti dell’arte, nel nostro mito, troviamo molte “storie che curano”.
Quello di Orfeo è un mito solare, di Apollo, identificato con Elio, il Dio del Sole e della Vita, ma è anche un mito del suo rivale Dioniso, il dio dell’ebbrezza e della notte, che sottovoce gli antichi identificavano con Ade, l’invisibile Dio dei morti. Non dovete meravigliarvi per queste identificazioni contraddittorie; persino Euridice, vittima di un serpente, in altri miti viene identificata con Ecate, la dea serpente. Questa apparente condensazione di significati, dico apparente perché alla fine tutto tornava, permetteva ai sacerdoti orfici viaggianti, guru di quei tempi passati, di interpretare in molti modi i miti adattandoli ai bisogni delle persone che chiedevano di essere aiutate.
L’identificazione con Orfeo che perdeva Euridice, poteva virare verso l’identificazione con Dioniso che invece era riuscito a salvare e a portar fuori dall’Ade sua madre Semele. Se un paziente era troppo addolorato per la perdita di una persona cara, poteva essere ‘consolato’ con l’identificazione con Dioniso. Certamente non resuscitavano i morti, ma assai probabilmente aiutavano a superare un lutto e davano speranza di vita eterna. L’interprete aiutava la persona a identificarsi con le figure mitiche a ripeterne le vicende lungo le tappe del mito, a liberarsi della sofferenza del distacco, della paura di morire e a superare così l’angoscia.

CHRISTIAN
E funzionava?

PROF
Sì Christian funzionava e funziona ancora. Anche i pagani avevano del lievito nelle loro parole.
O per meglio dire, quei miti assecondavano, se non provocavano, qualcosa che accadeva nella psiche del paziente, una sorta di presa di coscienza e un distacco dal dolore contingente.

Torniamo ad Epicuro e agli Stoici, cioè ai filosofi, avete sentito parlare della relativamente recente terapia filosofica? Gli Stoici facevano i conti col dolore dell’esistere, partendo dai miti di Orfeo e degli altri Dei, ma arrivavano alle case della ragione, e finivano con l’invitare i loro ‘pazienti’ ad accettare le sentenze del Fato, come i sacerdoti orfici facevano accettare la volontà degli Dei. Però i filosofi non miravano ad affermare la vita eterna, o almeno non tutti.
Sentite questa sentenza di Seneca, sembra un’affermazione della nostra psicologia dei paradossi, vi potrebbe parere di ascoltare Eutiche, nella sua veste di filosofo, che vi parla davanti ad Orfeo: TRAUNT NOLENTEM FATA, VOLENTEM DUCUNT. Il destino, le disgrazie trascinano quelli che non le accettano, ma portano in trionfo quelli che le accettano. Se accetto una suprema disgrazia, anche il fatto di dover subito morire, mi risparmio l’angoscia che mi coglie senza dubbio se decido di non sopportarla.
Ma c’era anche, al contrario, una sentenza virgiliana adatta per persone religiose meno pazienti: FLECTERE SI NEQUEO SUPEROS ACHERONTA MOVEBO se non posso avere dalla mia gli Dei del mondo superiore, scatenerò gli Dei degli Inferi. E qui Eutiche avrebbe parlato della discesa agli Inferi di Orfeo.

ALESSIA
Non capisco.

PROF
In entrambe le situazioni antiche di terapie o filosofiche o religiose, parliamo sempre di accettare o non accettare il dolore fisico e psichico e la morte. Il medico doveva capire il carattere e lo stato d’animo del suo ‘paziente’ e adattarvi il mito adatto per aiutarlo. Mettiamo che fosse un paziente non bisognoso di miti religiosi, e quindi accessibile alla terapia filosofica, quella stoica.
Posso di persona assicurarvi che la teoria stoica funziona, se non rassicurarvi: chi accetta il proprio destino, quale che sia, per questa terapia stoica quanto meno si risparmia l’angoscia e il dolore aggiunto di resistere all’inevitabile. Ma poi in questa teoria ci sono altre buone sorprese, se accetti il tuo destino, provi una inaspettata ripresa della vitalità, un aumento dell’intelligenza e della saggezza…ve lo assicuro per esperienza. Sono vecchio e vicino alla conclusione, mi sono accorto che nessuno, se vuole, muore disperato.

E il mosaico ci conferma che Eutiche conosceva queste terapie e verità filosofiche e mitologiche, interpretando per i suoi pazienti orientali la religione di Giove Dolicheno, per i notabili di Ariminum di antiche famiglie di origine laziale, le diverse varianti dei miti di Orfeo e per le persone colte la filosofia stoica o epicurea. Il mosaico è stato datato dagli esperti al III secolo dopo Cristo, come una serie di mosaici di uguale tema che appaiono in tutto l’impero fino al IV secolo per poi figurare, come vi ho detto, nelle catacombe cristiane; probabilmente l’Orfismo si era rinnovato e si era diffuso nella società imperiale romana e a Rimini era stato portato o adottato dal medico e psicologo Eutiche.

CHRISTIAN
Non capisco bene la differenza tra Stoici ed Epicurei, cioè le ragioni degli Stoici le ho capite, ma gli Epicurei come curavano il terrore della morte?

PROF
Ho postulato che Eutiche conoscesse le nuove religioni orientali e l’Orfismo, ma anche la filosofia Epicurea, in base al piede di Erimaco e al mosaico di Orfeo. Epicureismo e Stoicismo erano fratelli nemici, per così dire. L’uno aveva bisogno dell’altro. I Romani preferivano la filosofia stoica, ma non disdegnavano quella epicurea.
Eutiche, che possiamo pensare fosse anche epicureo, doveva conoscere il farmaco di Epicuro per guarire dalla paura della morte. Se aveva a che fare con un paziente scettico, poco interessato alla religione e ai miti, mi figuro che per calmarlo, avendogli comunicato una diagnosi infausta, gli parlasse di quanto Epicuro aveva insegnato sul timore della morte: Noi vivi e la morte siamo due realtà separate, due realtà che non si toccano; finché siamo vivi la morte non c’è, quando c’è la morte non ci siamo più noi. La morte, se non la invitiamo nei nostri pensieri da vivi, non ci tocca, la nostra vita viene meno per gli altri che ci assistono, non per noi che siamo fatti di vita…No, Alessia, non è un truismo, una verità lapalissiana, se ci pensi intensamente riuscirai a separare la realtà della morte dalla realtà della vita, come due ambiti apparentemente contigui: è una scoperta del potere del pensiero…certo uno può pensare di stare morendo, ma può rimanere al sicuro dentro la vita, se mi capite…

CHRISTIAN
Prof cos’è una verità lapalissiana?

PROF
Povero me, apro sempre nuove matrioske. Allora, Battaglia di Pavia, nell’esercito francese, il Signore de la Palisse era uno strenuo guerriero di re Francesco I. Combattendo con ferocia e determinazione era stato ucciso. Il re Francesco I scrisse dei versi in suo onore: Ahimè. Il Signore de la Palisse è morto / è morto davanti Pavia / un quarto d’ora prima di morire / era ben in vita. Il re voleva dire che la Palisse si stava battendo ferocemente. Ma i cortigiani vollero farne una verità scherzosa e banale, aggiunsero altri versi: E’ morto di venerdì, se fosse morto di sabato, sarebbe vissuto più a lungo…esistono molte versioni dell’episodio. Si dice verità lapalissiana una affermazione scontata, tipo il cartello che dice “APERTO quando non è chiuso” e simili.

La domus più tarda con i mosaici “astratti”

LA DOMUS VICINA ALLA TABERNA MEDICINA

PROF
Più vasta la vicina domus che ha grandi locali con bei pavimenti musivi la cui decorazione sembra ispirata ad una sorta di Optical Art, coi motivi geometrici, con le trecce e i nodi gordiani e quelli di Salomone, e con le figure che sembrano tridimensionali, capolavori di arte classica astratta.
Non è detto però che questi motivi geometrici non raccontino ‘storie’, solo che, appunto come nel caso della novecentesca arte astratta, queste storie non sono popolari né facili da individuare.

ALESSIA
A me l’arte astratta non piace proprio, non la capisco, cosa vuole dire?

PROF
Apriamo un’altra matrioska. Alessia abbiamo sempre a che fare con immagini astratte e immagini figurative, che vogliono dire cose diverse, ma forse non sempre. Sai cosa sono le “allucinazioni ipnagogiche e psicopompe”? No, lo immaginavo, devo dire ad Attilio che ve ne parli. Sono quelle immagini che vediamo mentre ci addormentiamo, dopo avere chiuso gli occhi e prima di cominciare a sognare, e alla mattina quando scompare l’ultimo sogno e subito prima di aprire gli occhi.

CHRISTIAN
Ma è vero. A me capita spesso la sera di vedere una rosa bellissima e a volte delle ombre grigie e nere.

PROF
La rosa bellissima la vedo anch’io, e proprio là dove, spenta la luce, c’è una vaga luminosità fosforica, nel posto della lampadina che prima era accesa. Poi nella mia allucinazione psicopompa ‘vedo’ una scansia di libri, che ho lungo una parete, perdere la sua struttura geometrica e diventare come l’interno delle sfere di Arnaldo Pomodoro. Insomma nei sogni o nei presogni abbiamo insieme visioni figurative e astratte. L’astrattismo, in altre parole, fa parte della nostra biologia da sempre.
Ma vorrei citarvi, da presuntuoso qual sono e sono sempre stato, la Poetica di Aristotele, il filosofo che passa da sempre per il sostenitore teorico assoluto dell’arte figurativa o mimetica. Aristotele ad un certo punto parla di capolavori d’arte, come lavori ben fatti anzitutto per motivi di imitazione. Ci piace controllare che l’immagine di un cavallo sia proprio la riproduzione di un cavallo vero. E siamo deliziati da questa corrispondenza. Così teorizza: nella rappresentazione mimetica dobbiamo avere il modello per confrontarlo col dipinto e assicurarci che c’è stata un’imitazione perfetta. Ma, aggiunge, nel caso dei ritratti, quando la persona rappresentata non la possiamo vedere perché è morta, e quindi non possiamo fare un confronto di somiglianza, non possiamo più giudicare? No, dice Aristotele, il lavoro pur senza il detto confronto se risulterà ‘ben fatto’ ci procurerà piacere per il colore, il disegno e altre cose tipiche dell’arte. Allora per Aristotele l’arte ha valore anche senza la figuratività, senza la mimesi. Certo Alessia, capire le immagini astratte non è una operazione immediata. E forse nemmeno possibile, rimane il piacere che certe immagini astratte producono. Christian mettiti a studiare le allucinazioni psicopompe e anche le opere dell’astrattismo del ‘900.

CHRISTIAN
Grazie prof.

ALESSIA
E’ nato un idillio.

PROF
Guardiamo ancora questi mosaici. Li vedete sopraelevati su suspensurae per il riscaldamento; l’aria calda circolava sotto i pavimenti e riscaldava gli ambienti. I pavimenti a mosaico appaiono forati dalle tombe della vicina antica chiesa di San Patrignano. Quella tomba coperta di embrici, come carte da gioco, è del tipo detto “alla cappuccina”. Ai cristiani i prati simbolici astratti dei pagani non interessavano per niente. Devo dirvi che questa distruttività mi turba. Sento che sarà possibile che si ripeta.
Va bè. Abbiamo questi ambienti grandi e decorati con spese notevoli, come spiegarli da un punto di vista economico, anche in confronto con la scala più modesta della domus del chirurgo? Si spiegano, è stato detto, con la presenza della corte imperiale a Ravenna dalla fine del IV secolo dopo Cristo, presenza che aumentò le risorse economiche della Romagna orientale. Usciamo adesso e vediamo tutto quello che c’è da vedere nella piazza o Giardino Ferrari.

Dante Sodinim busto di Luigi Ferrari 1895

IL BUSTO DEL CONTE LUIGI FERRARI DEPUTATO DELLA SINISTRA “LEGALITARIA”

ALESSIA
Attilio ci ha mostrato il suo articolo su “Ariminum” e conosciamo lo scultore Dante Sodini di Firenze (1858-1934), che ha scolpito in marmo di Carrara il ritratto di Luigi Ferrari nel 1895.
E’ messo male, la base è gialla di piscio di cane, e la barba è stata in parte distrutta, dovrebbero metterlo dentro il recinto della domus.

PROF
Hai ragione, bisognerebbe proprio metterlo in sicurezza, tanto più che, diciamolo piano, l’autore ha un discreto mercato antiquario, e a Firenze al momento è conosciuto perché restaurano una delle sue quattro statue sulla facciata di Santa Maria del Fiore. A Rimini hanno già rubato un busto di Elio Morri rappresentante Guglielmo Bilancioni nel giardino di Marina, e nella piazzetta Teatini c’era un bellissimo capitello corinzio quattrocentesco a portata di mano ladra…adesso non c’è più…Poi non è un busto da giardino, doveva stare dentro il palazzo comunale.

CHRISTIAN
Prof chi era Luigi Ferrari e perché è stato assassinato?

PROF
Magari puoi leggere la voce Ferrari, Luigi nel Dizionario Biografico degli Italiani on line. Ti passo solo qualche notizia essenziale.
I Ferrari sono una famiglia di mercanti milanesi che si trasferisce a Rimini nel secolo XVIII.
Si portano dietro le ricchezze accumulate col commercio e con l’usura, praticata peraltro da tutti, preti, frati e monache compresi, e la impiegano nell’acquisto di terre. E’ la rendita agraria che rende nobili.
Diventano notabili cittadini e sono fatti conti nell’800; quasi subito sono accettati dagli altri notabili come patrizi e nominati amministratori di Rimini.
Luigi Ferrari nasce nel 1848, l’anno della rivoluzione romana di Mazzini e di Garibaldi. Sua madre è Teresa Rasponi, una nobile ravennate; suo padre Sallustio proprio in quell’anno si era ‘compromesso’ con la Repubblica romana mazziniana. Sono nobili, ma di idee politiche “di sinistra”.
Luigi si laurea a Pisa in giurisprudenza e si dedica ad attività amministrative e politiche a Rimini, gestendo la Congregazione di Carità, ossia l’assistenza pubblica, in modi innovativi.

Viene eletto deputato nelle elezioni del 1880 nelle liste dei progressisti radicali, repubblicani e socialisti e va a sedersi nei banchi dell’Estrema Sinistra. Felice Cavallotti però lo accusa di essere un “moderato”.
Ma non è certo il primo né sarà l’ultimo uomo politico che evolve da posizioni di estrema sinistra a posizioni “moderate” o persino conservatrici o reazionarie. Pensate a Benito Mussolini, socialista rivoluzionario. Lenin lo riteneva l’uomo capace di fare la rivoluzione comunista in Italia, e invece l’uomo di Predappio fondò il fascismo e si accordò con la monarchia e la chiesa. Forse fu proprio l’accusa di essere diventato un “moderato” e un filogovernativo, cioè un traditore della sinistra, che lo rese odioso al giovane che doveva assassinarlo.
In effetti aveva aderito nel 1892 alla “corrente legalitaria” dei progressisti, disponibile ad accomodamenti concreti con i governi riformisti. Nel 1893 fa parte del primo governo di Giovanni Giolitti. Fu rieletto deputato nel 1895.
La sera del 3 giugno 1895, nel vicolo di San Bernardino, dove fa l’angolo e c’è un ingresso secondario del suo palazzo, il conte Ferrari discute animatamente con un gruppo di giovinastri.
Viene colpito alla trachea da un colpo di pistola sparato da Salvatore Gattei detto Carghin di 28 anni. Muore la mattina dopo in ospedale. Il Consiglio Comunale gli dedicò i Giardini del Cuor di Gesù.

LA CHIESA DI SAN TOMMASO

Proprio dove c’è oggi il monumento ai caduti, sorgeva la chiesa di San Tommaso. Era piccolissima come tutte le chiese parrocchiali di Rimini, ma era famosa presso gli storici perché era nominata in due lettere di papa Gregorio Magno (540-604). Possedeva una tavola con la Vergine e il Bambino del grande pittore fiorentino Cimabue, che oggi è forse conservata nella chiesa dei Servi di Bologna, o era di iconologia simile a quella, importante da condizionare l’iconografia delle Madonne dei pittori riminesi del Trecento. Scomparve all’inizio del ‘900.

Bernardino Boifava, monumento ai caduti della prima Guerra mondiale 1926

IL MONUMENTO AI CADUTI DI BERNARDINO BOIFAVA 1926

Il monumento ai caduti della Grande Guerra venne ideato dallo scultore Bernardino Boifava (1888-1952), al quale si devono anche i monumenti ai caduti di Santarcangelo e di Forlì. Un palestrato guerriero nudo in rigida posizione verticale alza con la destra verso il cielo un gladio, dalla nota simbolica freudiana, larghe le spalle e la gabbia toracica, mentre i suoi genitali anatomici sono coperti da una foglia di fico. La nudità eroica degli antichi fa parte dello stile ‘classico’ dello scultore, responsabile di uno dei nudoni del Foro Mussolini di Roma. La Patria nuda è un bel donnone in carne, bacia il volto rovesciato del soldato, i volti sono quasi nascosti e richiederebbero la veduta da un drone. Non si capisce bene se sia caricata sulle spalle dell’eroe o finta in volo, appare adagiarsi sul guerriero mostrando alla zenta il suo bel culone, che Fellini riprodusse in Amarcord.
L’eroico vira veloce verso l’erotico comico.
Re Vittorio Emanuele III inaugurò il monumento nel 1926. Una leggenda urbana racconta che il vescovo si rifiutasse di benedirlo.

Elio Morri, monumento a Francisco Busignani 1936

IL MONUMENTO AL GIOVANE EROE DELLA GUERRA D’AFRICA DI ELIO MORRI 1936

Anche Elio Morri (1913-1992) segue la tradizione del nudo eroico nel monumento di Francisco Busignani, morto nella Guerra dell’Etiopia nel 1936, raffigurando il soldato nudo fino all’inizio delle cosce, ma senza i genitali. Con il casco coloniale e una svolazzante mantellina, l’eroe porge il petto ai colpi del nemico. I tempi del nudo eroico in cui i sovrani ellenistici, i consoli, gli imperatori romani e lo stesso Napoleone venivano raffigurati nudi con le palle al vento erano passati.

Le due pagine del taccuino di Vittorio Belli, non più reperibile, con il ‘progetto’ di incidere anche una scritta in latino sotto quella in ‘etrusco’

SCHEDA ARCHIVISTICA BIBLIOGRAFICA

So bene che citerò quasi solo miei lavori, facendo la rozza figura di Trimalcione che, per andare in Sicilia si muoveva solo sulle sue proprietà. Non conosco però altre pubblicazioni che abbiano aggiunto cose o interpretazioni nuove, non citerò quelle che mi hanno saccheggiato senza citarmi.
Nei testi che seguono si trovano le prove documentate archivistiche di quanto affermato di sopra.
Le riviste sono accessibili nella Biblioteca A. Gambalunga.
Sulla chiesa di San Francesco Saverio detta del Suffragio e sul Collegio, poi Ospedale poi Museo vedi il mio: La chiesa nuova dei Gesuiti a Rimini, in “Romagna arte e storia”, a.II n.5, 1982; sulle vicende dell’isola del Cuor di Gesù, la costruzione della terza sede della Cassa di Risparmio di Rimini e dei Giardini Ferrari ad opera di Paolito Somazzi: “A pubblico e proprio decoro” Interventi urbanistici e committenza edilizia nella Cassa di Risparmio di Rimini tra Otto e Novecento, Cassa di Risparmio di Rimini, Rimini (1990); sulla falsa stele etrusca: Vittorio Belli 1870-1953. La realtà e il mito del fondatore di Igea Marina, Panozzo, Rimini 1999; La stele “etrusca” del Museo della Città, in “Ariminum” a. XXIII, n. 2, 2016; sui due falsi porti romani del Clementini, da ultimo: Gianfrancesco Buonamici. Documentazione e congetture sui lavori nei porti di Senigallia, Fano, Pesaro, Rimini, Rerum Maritimarum n.13, Collana diretta da Maria Lucia De Nicolò 2014; sulle novità archeologiche di piazza Ferrari e relative segnature archivistiche: Taberna Medicina o solo Medicina? in “Ariminum” a. XIX, n.1, 2012, La scoperta del “Tesoro” in Piazza Ferrari, in “Ariminum” a.XXII n.1 2015; Il “Tesoro” di piazza Ferrari, in “Ariminum” a. XXIV, n.6 2017. In questo ultimo numero di “Ariminum” ci sono scritti sulla domus di Anna Bondini, Angela Fontemaggi, Orietta Piolanti, Jacopo Ortalli, Marialuisa Stoppioni, Cristina Giovagnetti, Francesca Fagioli, Riccardo Heig, Angelalea Malgieri, Mauro Ricci, Monica Zanardi, Angela Donati, Marzia Ceccaglia, Monica Slvadori, Renata Curina.

Fotografia d’apertura: Domus del Chirurgo © Gianluca Moretti