La religione dei diritti e il pensiero unico dominante pontificio. Dialogo fra mons. Negri e Marcello Pera

La religione dei diritti e il pensiero unico dominante pontificio. Dialogo fra mons. Negri e Marcello Pera

Ai cristiani oggi viene concesso lo spazio delle emozioni. La chiesa che nei secoli si è attivamente contrapposta alla cultura dei diritti, intesi com

Ai cristiani oggi viene concesso lo spazio delle emozioni. La chiesa che nei secoli si è attivamente contrapposta alla cultura dei diritti, intesi come liberazione dalla natura creaturale dell’uomo, è salita sullo stesso treno. E coloro che hanno in mano il pensiero unico dominante stanno riuscendo ad avere in mano anche il pensiero unico della Chiesa. Le riflessioni del filosofo e del vescovo alla presentazione del libro di Marcello Pera su Diritti umani e cristianesimo. La Chiesa alla prova della modernità.

“La parola dominante del nostro tempo è emozione, non ragione. Ai cristiani può essere lasciato lo spazio delle emozioni, e se poi, sulla base di queste emozioni, riescono a dare vita anche a opere di carità che fanno calare le spese del welfare dei Comuni e dello Stato, tanto meglio. È come se dicessero, dateci pure tante emozioni, mentre al resto pensiamo noi al vostro posto. Come cristiani non possiamo accettare questa posizione, dobbiamo agire con coraggio”. Parole e musica di mons. Luigi Negri alla presentazione milanese del libro di Marcello Pera Diritti umani e cristianesimo. La Chiesa alla prova della modernità (Marsilio), organizzata a Milano dalla sammarinese Fondazione Internazionale Giovanni Paolo II, dalla Fondazione Tempi e dalle Edizioni Ares. Un incontro fra il filosofo ed ex presidente del Senato e il vescovo di Ferrara che si è svolto sulla falsariga di quello avvenuto a Rimini lo scorso febbraio su fede e ragione ma che ha affrontato in maniera sistematica il tema dei nuovi diritti e la sfida che essi pongono alla chiesa.

La riflessione di Pera è partita dalla legge Cirinnà: “E’ nato un nuovo diritto, un diritto umano, e quindi come tale considerato fondamentale, inalienabile, ovvero il diritto al matrimonio tra persone dello stesso sesso. Se qualcuno dicesse che non è vero, non bisogna credergli perché è esattamente ciò che è accaduto: le unioni civili, cosiddette, sono equiparate alle unioni matrimoniali in tutto e per tutto, salvo che per un punto sul quale si è trovato un accordo, un compromesso. L’unica differenza esistente riguarda il fatto che le unioni civili tra persone dello stesso sesso non prevedono il diritto di adottare, cosa che, però, resisterà dieci-undici mesi, cioè fino a quando i giudici provvederanno. E se non basterà il primo giudice di merito, interverrà la Corte Costituzionale che farà fuori la questione”. Marcello Pera si è spinto anche oltre, prefigurando uno scenario non troppo lontano: “Io credo che il prossimo diritto umano che sarà riconosciuto sarà – considerato il clima culturale in cui siamo immersi – il diritto al matrimonio poligamico”. D’altra parte, ha proseguito, perché dovrebbe essere negato? “Vedo già qualche sacerdote che dirà: «Beh! tutto sommato si tratta di amore e un uomo che ama sette-otto donne ama più degli altri». Ci sarebbe quindi pronta anche una spiegazione teologica di questo”.
Secondo Pera la proliferazione dei diritti rappresenta una deriva che “ci sta portando lontano dalla cultura e dalla civiltà cristiana”, ovvero dalle radici della civiltà occidentale. Ma mentre al suo sorgere la cultura dei diritti dell’uomo ha incontrato una chiesa in una posizione di attivo disaccordo, dal secondo dopoguerra “la Chiesa cattolica non solo ha accolto la dottrina dei diritti dell’uomo ma nel Concilio Vaticano II li ha fatti propri in nome del Vangelo (così è scritto nella costituzione Gaudium et spes)”. La chiesa ha così accolto una dottrina che non le è mai appartenuta, e che anzi ha nei secoli avversato, per abbracciare “i cosiddetti diritti di giustizia, i diritti sociali, ed oggi abbiamo una Chiesa fortemente impegnata sul versante sociale, della giustizia, della carità e misericordia, in certi casi anche rispetto ai diritti dell’ambiente”. Dentro questa svolta sta il pericolo denunciato da papa Ratzinger, ha rimarcato Marcello Pera: “La modernità reca in sé intrinseca non soltanto l’esigenza di liberarsi da tutti gli assolutismi, le ideologie, quindi l’esigenza della libertà; la modernità porta in sé anche il germe della liberazione dalla natura creaturale, cioè da Dio. La modernità nega il peccato originale, pensa cioè che l’uomo sia artefice di se stesso. La questione dei diritti umani lo sta mostrando: io, uomo, mi concedo dei diritti, mi conferisco dei diritti, li nomino, li battezzo come diritti originali innati, intoccabili, e così penso di mettermi al riparo; ma è l’uomo che si fa da solo, l’uomo che non riconosce più i propri limiti”. L’aveva già ben capito Antonio Rosmini. Annientato il peccato originale “è resa inutile la redenzione di Gesù Cristo”. Ma, ha aggiunto Pera, il “Concilio Vaticano II ha sottovalutato l’avversario, la modernità laicista, in nome del dialogo”. E ancora: “Trovando un linguaggio apparentemente consono ai suoi comandamenti e, senza molta riflessione, la chiesa ha fatto propria questa dottrina e l’ha fatta diventare un linguaggio cristiano, non accorgendosi del veleno sotteso. È come se si fosse dimenticata della vecchia attenzione a cui i Papi avevano richiamato: se prendete la cultura dei diritti ed eliminate il senso del limite, il senso del peccato, il senso dell’essere creatura, dell’essere non onnipotente, trasformate l’uomo in padrone di sé e tutte le sue decisioni possono diventare acritiche”.

Non meno netto il giudizio del vescovo di Ferrara: “Noi come cristiani di oggi abbiamo la responsabilità di non subire senza critica questa imposizione dei diritti umani perché, formulati in un certo modo, sono anticristiani e, quindi, antiumani. Infatti, nel loro svolgimento i cosiddetti diritti umani sono entrati subito nell’arco delle grandi formazioni totalitarie e hanno servito il totalitarismo con una diligenza straordinaria perché i diritti umani, se non hanno una fondazione che trascende l’umano, sono alla mercé della mentalità comune. Non è che la tradizione cattolica non abbia parlato dei diritti umani, ma ne ha parlato a certe condizioni, rifiutando la posizione laicista”. E anche per Negri la chiesa ad un certo punto ha scelto di “non perdere il treno dei diritti umani e la Gaudium et spes ha avvallato un’immagine di diritti umani che si impongono per un’evidenza antropologica”.
Occorre recuperare un metodo, ha detto ancora Negri citando don Giussani, una esperienza, un’educazione. Lo chiede il popolo cristiano, lo chiedono quei “due milioni di persone che sono andate in piazza a dire che non gli va bene una struttura della vita sociale e matrimoniale fatta solo sulla base del consumismo individualistico. Bisogna rispondere a queste persone e non alla Cirinnà. La fede conviene alla ragione e la ragione conviene alla fede”.

Serve coraggio, hanno ripetuto entrambi i relatori, e una battaglia che non è anzitutto legislativa (“le leggi non servono più a nulla; anzi, le leggi sono fatte sempre più spesso contro di noi”, Pera) ma che passa attraverso le coscienze, l’educazione, le famiglie. Non è una battaglia ideologica ma di esperienze, ha commentato Negri, “la fede è forma di un’esperienza diversa che si pone pubblicamente. Pensare che ci possa essere una identità cristiana senza la dimensione pubblica significa ridurre a zero l’avvenimento della fede, che è l’avvenimento più profondo, radicale e personale che ci sia”. Ai cattolici è chiesto di “rimettere dentro il quadro della vita socio-politica questa identità con la consapevolezza che facendo così diamo un contributo importante alla società: potremo anche perdere la battaglia sul piano statistico, sul piano democratico, ovvero non raggiungere la maggioranza, ma non l’avremo comunque persa perché avremo dato alla società di questo tempo un apporto significativo con cui la gente avrà dovuto misurarsi. Il silenzio non è segno né di intelligenza, né di scaltrezza, né di altro; piuttosto è segno di vigliaccheria e la viltà non è mai una virtù, né cristiana né civile”.

C’è una “tirannia dei sentimenti buoni” che è diventata il nuovo conformismo, ha messo in guardia Pera, “viene imposta una grammatica, un linguaggio, un lessico, mentre la gente semplicemente subisce, non perché ne è convinta, ma perché o non riesce a sentire un’altra parola o non ha in se stessa le risorse per rispondere con un’altra parola o perché appunto, come sempre accade quando ci sono le egemonie, prevale il conformismo”.
Mons. Negri ha messo in guardia anche dal “pensiero unico dominante pontificio”: “Non so se vi siete accorti in questi ultimi 2-3 anni, ma coloro che hanno in mano il pensiero unico dominante stanno riuscendo ad avere in mano anche il pensiero unico della Chiesa; si sta facendo passare nella vita della Chiesa l’idea per la quale la collazione e l’assunzione di tutti gli aspetti dell’espressione culturale, umana, storica e affettiva di papa Francesco, siano il pensiero unico dominante che la Chiesa deve avere. Questo è assolutamente sbagliato dal punto di vista del dogma delle fede: io sono tenuto a seguire il Papa fino in fondo, nell’ambito del suo magistero, e il magistero si forma secondo una modalità che la Chiesa ha fissato in questi 2000 anni, attraverso espressioni e generi letterari ben precisi. Per questo il pensiero del Papa che vincola la mia fede non può essere espresso dai tweet o dal dialogo con i giornalisti o da quant’altro. Peraltro il Papa ha totalmente il diritto di comunicare come uomo libero che fruisce di certi suoi diritti. Tuttavia, questo non diventa qualche cosa di normativo. Invece, c’è un pensiero unico dominante pontificio che non è mai formulato chiaramente perché appunto è costituito da un insieme di interventi, di dialoghi, di confidenze, di interviste”. E sulla base di questo pensiero unico dominante – sono sempre parole di Negri – “undici cardinali che scrivono un libro sulla famiglia, riproponendo le tesi tradizionali del dogma cattolico sulla famiglia, possono venire etichettati dalla stampa laicista come nemici del Papa, anche se tra essi vi sono il card. Caffarra e altri uomini che hanno dato e danno un contributo fondamentale all’evoluzione del magistero della Chiesa. Ricordo che senza Caffarra non sarebbe venuta alla luce la Familiaris consortio e questo lo sanno tutti nella Chiesa. Tuttavia, si è potuto dire che il card. Caffarra era contro il Papa. Attenzione bisogna essere critici anche su quello che succede intorno alla Chiesa. Noi abbiamo bisogno del magistero, non del pensiero dominante unico del Papa. Peraltro questa operazione non è certamente voluta da lui, ma da coloro che hanno la possibilità di fare, di creare e di distruggere i pensieri dominanti”.