L’addio alla Chiesa dei Paolotti e “le facce di bronzo degli inauguratori” della nuova chiesa

L’addio alla Chiesa dei Paolotti e “le facce di bronzo degli inauguratori” della nuova chiesa

La (infelice) storia della demolizione e della ricostruzione della Chiesa di Sant'Antonio da Padova si arricchiesce degli aneddoti tra il Professor Luigi Polacco, Direttore dell’Istituto di Archeologia dell’Università di Padova e Mario Zuffa direttore della Gambalunga ed ispettore onorario della Soprintendenza

A Rimini, promossa dalla prestigiosa Biblioteca Gambalunga, si è svolta un’interessante rassegna che narra dei danni che i bombardamenti avvenuti per la sua liberazione, ai monumenti cittadini ed alle sue opere d’arte. È una storia dolorosa ma aiuta a capire cosa ha perduto questa martoriata città, colpevole solo di essere strategica nella famosa Linea Gotica. Sarebbe poi però opportuno affrontare seriamente ciò che è accaduto in seguito nel dopoguerra, che non ha visto alcun riguardo nei confronti di quei pochi monumenti superstiti, demoliti con le più fantasiose e “pelose” motivazioni di cui restano ancora oggi desolati e degradati esempi nel Palazzo Lettimi ed ex Convento di S. Francesco. Non solo non si è imparato nulla, ma si persevera con una sorta di distruzione silente e strisciante, che fa comprendere quanto stia a cuore l’argomento in una città che si era candidata a Capitale della Cultura. Abbiamo scritto dell’argomento più volte su queste pagine, ma oggi vogliamo raccontare un altro episodio del triste corollario, grazie ai documenti conservati presso la succitata Biblioteca e l’Archivio di Stato di Rimini, che vede come protagonista Mario Zuffa direttore della Gambalunga ed ispettore onorario della Soprintendenza, personaggio scomodo al quale la politica riminese non ne ha mai riservato adeguata considerazione e adeguato riconoscimento per i suoi grandi meriti.
L’ANTEFATTO
Siamo nell’Aprile del 1961 e precisamente il giorno 3 quando il Professor Luigi Polacco (qui) https://www.istitutoveneto.it/flex/cm/pages/ServeBLOB.php/L/IT/IDPagina/1492 Direttore dell’Istituto di Archeologia dell’Università di Padova così scrive all’amico Zuffa.
Il giorno di Pasqua il professore si trova a Rimini ed entra nella prima chiesa che trova per assistere alla funzione religiosa, e che definisce “una fabbrica barocca” per assistere alla funzione religiosa. Si tratta della chiesa dei Paolotti ed è interessante leggere la sua esperienza in quel frangente, che per maggiore comprensione è utile riportarne i passi salienti.
Aggiunge inoltre che “stava predicando un pretino; male, ma a ciò siamo abituati”. Ma ciò che lo ha più sbalordito è il fatto che “egli dava con grande gioia l’annuncio che fra due giorni la chiesa sarebbe stata interamente abbattuta e se ne sarebbe ricostruita un’altra nuova del tutto”.
Polacco prosegue affermando che in realtà l’edificio non era “un capolavoro architettonico”, ma era maltenuto ed un’ala era stata demolita dagli eventi bellici, “Che quell’opera un suo decoro ce l’ha”, e concludeva affermando “perché buttarla giù? In una città come Rimini, tanto colpita dalle distruzioni belliche, le poche memorie del passato rimaste dovrebbero essere sacrosante, direi più che altrove”. Poi lamenta la mancata giusta soluzione da parte degli Enti competenti, della scelta dei Padri Minimi ed ironizza “(minimi davvero!)”. Infine ipotizzando le cause che hanno portato a quella decisione, assai vacue, conclude rivolgendosi all’amico Zuffa: “Avvertimi quando sarà inaugurata la nuova chiesa; voglio venire a vedere le facce di bronzo degli inauguratori.”.

Lettera del professor Luigi Polacco del 3 aprile 1961. Fonte Biblioteca Gambalunga fondo dei Direttori ed Ispettori Onorari ai monumenti.

Conforme al suo modo di operare, Mario Zuffa, preciso, puntuale e documentale, il giorno 11 seguente replica. Spiega la ragione della demolizione “almeno quella ufficialmente addotta è che l’edificio non è staticamente tranquillo” (ma ciò, come vedremo in seguito non corrisponde al vero). E prosegue esponendo che poiché la chiesa “è assai frequentata, richiede di maggior spazio …” ma che sarebbe stata possibile un’altra soluzione e che “ma tu sai che le soluzioni difficili vengono scartate per le facili”.
La lettera evidenzia anche “… lo stesso Soprintendente ai Monumenti non ha mai preso in considerazione l’eventualità di un restauro” e che “… subito si è dato a vagliare tra i progetti quello che meglio armonizzasse la piazza, la quale anche – a poco a poco – sta perdendo carattere.”.
Infine la lettera si conchiude con grande amarezza. “Sapessi quanti di questi magoni ho dovuto sopportare da quando (1954) sono venuto qui e, soprattutto da quando ebbi la dabbenaggine di accettare l’onorifico incarico di ispettore ai Monumenti. Tanti, che nel novembre scorso, vista l’inutilità della mia opera, mi sono deciso a dare le dimissioni.”.
Come abbiamo già in passato narrato le vicende di questo eroico personaggio, Mario Zuffa tentò di dare le dimissioni che furono ovviamente respinte. Ma tutto il tempo in cui esercitò la sua carica fu caratterizzato da amarezza, frustrazione e dolore per ciò che stava accadendo nella Rimini del dopoguerra, aspetti di cui trasuda la sua copiosa documentazione, dove gli enti preposti alla salvaguardia dei monumenti erano spesso assenti o distratti, e la speculazione edilizia dettava le regole contribuendo a ricreare una città più brutta di quella precedente e per la quale oggi ne ammiriamo i “fulgidi esempi”.

Lettera di replica del professor Mario Zuffa del 11 aprile 1961. Fonte Biblioteca Gambalunga fondo dei Direttori ed Ispettori Onorari ai monumenti.

 

 

L’ufficializzazione di quell’insano proposito avvenne il giorno 8 aprile, sulla cronaca locale del quotidiano “Il Resto del Carlino”. In un articolo dal titolo “Vecchia Rimini che scompare” si preannuncia la distruzione della chiesa che avverrà nel terzo giorno successivo, di pari data quindi della lettera di Zuffa. Occorre una giustificazione, e si incomincia argomentando di chiesa “sacra al cuore ed alla fede dei riminesi” di “miracolo della mula” ma poi si passa presto al dunque. Risulta che i Padri Paolotti abbiano accertato lo stato di pericolosità della struttura, escludono categoricamente l’ipotesi di una ristrutturazione, tanto che nel prendere “la coraggiosa decisione” (sic!), rinunciano addirittura all’aiuto del Genio Civile assumendosene le spese di ricostruzione fidando inoltre “… nell’aiuto della Provvidenza e nel cuore generoso dei fedeli riminesi.”. Poi l’affondo finale affermando che tale situazione costituiva “… una nota indecorosa all’occhio del turista e del pubblico”. In conclusione il finale di coinvolgimento emotivo. Il tutto ben confezionato per puntellare la scelta di distruggere una chiesa barocca del 1616, per lasciare il posto a ciò che oggi noi vediamo.
Ma in quale stato era la chiesa di Sant’Antonio da Padova, ovvero dei Paolotti, ed in condizione di essere necessariamente demolita?

La pagina del Resto del Carlino del 08/04/1961 con l’articolo citato. Fonte Archivio di Stato di Rimini.

I DANNI DI GUERRA
Grazie alle pratiche del Genio Civile relative alla ricostruzione del dopoguerra, conservate presso l’Archivio di Stato di Rimini, e nel nostro caso riferendosi alla cartella 235, si può comprendere cosa avvenne in realtà.
Nel 1955 l’Opera del Santuario provvide a commissionare una perizia di spesa per il restauro dei danni ad un ingegnere locale, corredata anche di un progetto di demolizione dell’esistente e di una nuova costruzione di cui in seguito ne vedremo il prospetto principale. Il totale era stato quantificato in L.10.321.939.
Dal canto suo il Genio Civile dopo avere già sostenuto le spese per ripristinare la chiesa al culto, quantificava le rimanenti opere da eseguire in L.5.850.000.

Pianta della chiesa e del piano soprastante la sagrestia, nei rilievi grafici del Genio Civile allegati alla perizia dei danni. Fonte Archivio di Stato di Rimini.

Vista la situazione, l’Opera del Santuario, con una missiva del 21 marzo 1956, constatava l’ancora giacenza della pratica di risarcimento “… causa la mancata approvazione del Progetto della nuova Chiesa.”, e comunicava di essere giunti “nella determinazione di rifare la Chiesa senza alcun progetto, aggiustando l’attuale.”. Infine si chiedeva di rivedere o approvare la perizia, anche se la volontà della demolizione non era del tutto assopita. Ma non fu purtroppo così.
Infatti il Santuario, che ritornò sui propri passi volti a costruire una nuova chiesa, non accettò di completare i lavori di ripristino ma chiese la somma prevista al loro ristoro per contribuire alla realizzazione del nuovo progetto.
Alla fine di un rapporto epistolare, il Provveditorato Regionale alle Opere Pubbliche rispose che la somma in questione aveva una sola finalità, il restauro, e non poteva essere assolutamente liquidata in caso di costruzione di una nuova chiesa; e da qui la rinuncia da parte del richiedente.
LA CHIESA
Esternamente l’edificio aveva una facciata molto semplice, ma dignitosa e non strideva affatto con il contesto della Piazza perimetrata da edifici piuttosto modesti. All’interno invece, di cui ne abbiamo visto la planimetria, era riccamente decorata e lo sappiamo grazie alle fotografie allegate alla predetta Perizia conservate nella pratica, presso l’Archivio di Stato di Rimini.

COSA CI SIAMO EVITATI
Come accennato in precedenza la Perizia redatta da un ingegnere locale, conteneva anche un progetto di ricostruzione della chiesa a nuovo, di cui vogliamo mostrare solo l’eloquente prospetto principale.
Provate ad immaginare un edificio del genere in Piazza Tre Martiri con il suo contesto, anche se c’è da dire che l’attuale oltre ad apparire ingombrante, nulla condivide con gli edifici che contornano l’area, ma soprattutto cosa lo accomuni al Tempietto del Bramante. Ma siccome il senso estetico è sempre personale, lasciamo il giudizio al paziente lettore.
COSA CI È TOCCATO … LA CHIESA ODIERNA
Ma in realtà non andò poi tanto meglio. Il progetto dell’odierna fabbrica, ed è ciò che oggi possiamo vedere, fu redatto dall’architetto milanese Alziro Bergonzo che lo corredò di una relazione tecnica, ed un computo di stima dei costi che ascendevano a L. 56.132.270.
Si noti, tra l’altro, che nel suo progetto l’architetto aveva ideato la collocazione del cippo in cui si ricorda Giulio Cesare e la sua statua bronzea, in posizione adiacente al Tempietto di S. Antonio.
Un altro secolare monumento cittadino, sebbene miracolosamente scampato dalla guerra, scompariva per motivi incomprensibili se non assurdi; ed assieme ad altri che ebbero la stessa sorte contribuirono a creare una città senza una propria anima, tanto che dal 2018 il neologismo “Riminizzazione” che aleggiava dal dopoguerra in poi è entrato a pieno titolo nel dizionario Treccani.

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