“Le Casse di Risparmio svendute a Crédit Agricole”. Parla il prof. Zamagni

“Le Casse di Risparmio svendute a Crédit Agricole”. Parla il prof. Zamagni

Per la prima volta l'economista dell'Alma Mater si esprime sulla operazione che ha portato Carim, Carismi e Carisp Cesena nel gruppo francese. Dice senza mezzi termini che sono stati regalati tre tesoretti. Ma l'operazione è solo un tassello nel puzzle delle concentrazioni, pianificato per cancellare dal panorama del sistema bancario gli istituti di piccola e media dimensione e in particolare quelli del territorio: le crisi bancarie sono state un pretesto per andare in questa direzione. Spiega anche la partita delle Bcc e sulla commissione d'inchiesta dice: "I partiti non potevano spararsi addosso". Viviamo in una democrazia demofobica, conclude Zamagni.

A proposito di svendita
“Il valore economico, e non già contabile, tangibile ed intangibile delle tre Casse sarebbe stato certamente superiore al prezzo di vendita delle stesse, se si fosse tenuto conto del loro potenziale di sviluppo – ossia se si fosse scelta la via di quella che ho chiamato biodiversità finanziaria; ma la situazione che si era venuta a creare, per le ragioni a tutti note, non ha consentito di fare diversamente da quel che si è fatto! La teoria economica insegna che il valore di un’impresa è sempre, in primo luogo, prospettico”. Stefano Zamagni

Il giudizio non passa inosservato perché a pronunciarlo è l’economista riminese Stefano Zamagni. In questa intervista concessa a Riminiduepuntozero, partendo da una analisi generale sul sistema bancario italiano e sulle scelte che hanno caratterizzato in particolare gli ultimi anni, approda alla “svendita” delle Casse di Risparmio a Crédit Agricole, il gruppo che a dicembre ha chiuso l’acquisizione di Carim, Carismi e Carisp Cesena e tre giorni fa è stata approvata, a sorpresa, la fusione.

Professore, il ministro dell’Economia, Pier Carlo Padoan, ha detto che “il sistema bancario non è in crisi, è sano e ha superato una recessione con dei casi di crisi”. Cosa è successo e cosa sta succedendo nel sistema bancario del nostro Paese?
Sul sistema bancario italiano nel corso della crisi iniziata nel 2007-8 è stata giocata una partita che rappresenta un punto di svolta.

Quale partita?
Si è passati da un sistema caratterizzato dalla biodiversità economica, vale a dire dalla compresenza di banche grandi, medie e piccole, in un equilibrio che durava da lungo tempo, ad un nuovo modello di banking centrato tutto sulla grande dimensione. La decisione che è stata presa, ma non dichiarata, però parlano i fatti, è stata quella di utilizzare le difficoltà create dalla crisi per accelerare il processo di aggregazione e quindi la scomparsa delle piccole banche del territorio.

Quando si appalesa questa strategia?
Nel gennaio 2015, quando ancora la crisi bancaria non era letteralmente esplosa, cosa che accadrà alla fine di quell’anno, quindi in tempi ancora tutto sommato tranquilli. Eppure nel gennaio 2015 il governo Renzi prende la storica decisione di procedere nei confronti delle banche Popolari – obbligando le “grandi” a diventare spa – e delle Bcc. In questo secondo caso ci fu subito una levata di scudi da parte di un consistente gruppo di docenti universitari di economia, e nell’ultima stesura il governo ritirò dal decreto il riferimento alle Bcc, che però dovettero darsi una autoregolamentazione tendente a creare quelli che oggi sono i tre gruppi bancari, sarebbe meglio dire due più uno (Cassa centrale banca, Iccrea e Raiffeisen, ndr).

Quindi fu questa la spia di una precisa volontà…
Quello fu il segnale della volontà di cancellare dal panorama del sistema bancario le banche di piccola e media dimensione e in particolare quelle del territorio. Ovviamente i fatti che poi si sono manifestati successivamente, la grande crisi di Mps e delle altre banche finite nell’indagine della Commissione parlamentare d’inchiesta, è servita per razionalizzare ex post, cioè dopo che la decisione era stata presa, quanto oggi è sotto gli occhi di tutti.

Anche senza queste crisi la strategia si sarebbe attuata: è così?
Sì, perché l’Europa, la Bce, da tempo insisteva sul fatto che l’Italia aveva troppe banche e quindi una incapacità ad affrontare le sfide che la globalizzazione e la finanziarizzazione dell’economia andavano ponendo. L’argomento è il seguente: avete troppe banche, che andavano bene una volta quando si trattava di finanziare l’artigiano, la famiglia, il contadino, ecc., ma oggi no. Ma siccome era difficile far digerire agli italiani questa visione, la crisi che ha travolto le banche è servita come giustificazione. Questo è il vero problema di cui bisognerebbe discutere e approfondire, invece…

Il prof. Stefano Zamagni

Invece perché non si affronta?
Un po’ per ignoranza e un po’ perché bisognerebbe avere il coraggio di dichiarare da che parte si sta dal punto di vista “politico-ideologico”.

Da che parte si sta?
Certo, perché l’alternativa è tra modelli diversi dell’economia di mercato in generale e in particolare del settore finanziario. Lo spartiacque è fra chi difende la biodiversità, e io sono tra questi, e i neoliberisti spinti. Papa Francesco non perde occasione per dire che la biodiversità deve essere quella economica, non solo quella naturale. I neoliberisti ritengono che non ci sia più spazio oggi per la biodiversità e che, date le condizioni di contesto, la globalizzazione soprattutto, occorra puntare sulle grandi dimensioni, anche perché le nuove tecnologie convergenti e la digitalizzazione riescono a consentire anche alle banche di grandi dimensioni di arrivare sui territori. L’argomento di un tempo, ovvero che la grande banca non si preoccupa dei territori, oggi viene contrastato da questo ragionamento…

Ed è così?
Tecnicamente è possibile che la grande banca che ha sede a Milano, utilizzando nuove tecnologie come la blockchain, possa arrivare anche nel paesino in cima al monte, è sufficiente avere uno smartphone collegato alla blockchain e posso fare transazioni senza bisogno di andare allo sportello. Ma perché io sostengo la biodiversità? Perché attribuisco alla banca una funzione non solo meramente finanziaria. Qui è il vero punto.

Ovvero?
Se si concepisce la banca come un luogo dove si fanno solo transazioni finanziarie è chiaro che hanno ragione i neoliberisti, i quali puntano sulla grande dimensione, per abbassare i costi, ecc. Se invece concepisco la banca come una realtà capace di concorrere a creare capitale sociale, allora anche nel piccolo paese c’è bisogno di un luogo dove il cittadino possa incontrare un interlocutore. Chi conosce la storia delle Casse Rurali, poi diventate Bcc, sa bene di cosa parlo: non facevano solo credito ma, dato il rapporto di fiducia che instauravano, davano consigli, stimolavano, accompagnavano… Questo è oggi il vero punto su cui bisogna discutere. Se la questione resta circoscritta al piano tecnologico hanno ragione i neoliberisti. Ma diversamente il discorso cambia: in altre parole, oggi la scelta strategica è tra modelli di economie di mercato alternativi: una economia di mercato civile, che tende a creare civilizzazione, e una economia di mercato di tipo speculativo, che guarda soltanto alle risultanze finanziarie, alla redditività e alla profittabilità, dimenticando i nessi orizzontali, il tema dei creatori di fiducia…

Si direbbe che il modello speculativo stia avendo nettamente la meglio.
Direi che ha già vinto, ma senza giocare la partita. In Italia siamo fatti così, non si è mai aperto un dibattito su questo argomento, mentre bisognava aprirlo almeno 7-8 anni fa. La classe politica avrebbe dovuto dire: cari cittadini italiani, questa è la situazione, queste sono le due vie, i pro e i contro di ciascuna delle due, vogliamo discuterne e decidere? Come dovrebbe avvenire in una vera democrazia, e invece non è avvenuto, si è atteso che alcune banche andassero in difficoltà con gli Npl…

Quando ormai era troppo tardi.
Si è scelta la via punitiva, ma per affermare una scelta avvenuta a priori a danno delle banche piccole e medie. In Germania non è successa la stessa cosa: le banche del territorio hanno avuto gli stessi crediti inesigibili, se non di più, però sono state “salvate”. In altre parole, non è vero che le crisi bancarie siano state determinanti, non è vero niente.

Chi ha tirato i fili? Cioè, lo scenario che lei sta descrivendo è stato deciso dalla politica?
Ormai da tempo chi guida la danza non è più la politica. Dal dopoguerra e fino agli anni 70 è stato così e la politica prendeva le decisioni economiche perché era il regno dei fini mentre l’economia il regno dei mezzi. Da 40 anni a questa parte l’economia è diventata il regno dei fini e la politica il regno dei mezzi. I politici pensano di essere autonomi ma non lo sono affatto perché sono schiavi di decisioni prese al di sopra di loro dalla grande finanza e dal grande capitale oligopolistico. Su questo c’è una letteratura immensa a livello internazionale, tutte le persone colte lo sanno: la politica è al servizio dell’economia, le grosse scelte strategiche non vengono prese dalla politica.
Si è passati dai banchieri e i grandi industriali che facevano l’anticamera dai politici, all’esatto contrario. Adesso sono i politici che prima di prendere una decisione devono auscultare la grande finanza.

Quello che lei tratteggia però è un meccanismo mondiale, non appena italiano.
Certamente. C’è un esempio che taglia la testa al toro, si potrebbe dire. Cosa è accaduto nel novembre del 1999? Il presidente Clinton ha abrogato il Glass-Steagall Act, la legge bancaria del 1933 approvata da Roosevelt. Chi gliel’ha fatta abrogare? Le “sette sorelle”, i gruppi bancari più grossi del mondo, perché quella legge non consentiva loro di fare attività speculativa. Pochi anni dopo scoppia la crisi.
Oggi la concentrazione del potere economico finanziario ha raggiunto livelli inimmaginabili.
Questo è il punto. Il grande capitale ha agito sulla politica per ottenere lo scopo che si era prefissato, quello della concentrazione bancaria. Nel caso italiano si è presa la scusa delle crisi bancarie per avvalorare una strategia già pianificata, in realtà la concentrazione sarebbe avvenuta anche senza le crisi bancarie.

Cosa pensa del lavoro della Commissione d’inchiesta sulle banche.
Si sapeva che sarebbe andata a finire così. La verità completa non è venuta a galla ma soprattutto è mancata l’analisi di fondo, che è quello che ho sostenuto fin qui. E’ ovvio che i partiti non potevano spararsi addosso, sarebbe stato come ammettere impotenza e incapacità. Non si è voluto fare luce sulla vera ragione di questa trasformazione radicale…, la tendenza è quella di avere al massimo quattro gruppi bancari in Italia.

Perché le Bcc non sono riuscite a diventare un unico grande gruppo? Si è detto: perché hanno litigato fra loro
La motivazione è più profonda. Se si fosse fatto il gruppo unico, il sistema delle Bcc, con la sua storia di banche del territorio, di matrice culturale cattolica, avrebbe dato fastidio. Sarebbe diventato il terzo gruppo più importante d’Italia.

Una divisione perseguita intenzionalmente?
Chi avrebbe dovuto esercitare la moral suasion non è intervenuto, anzi ha favorito la creazione di tre gruppi. Perché a livello governativo nessuno si è speso per il gruppo unico? Dividendole si sono divise le forze.

Il caso Carim meriterebbe un approfondimento da commissione parlamentare d’inchiesta? Sul ruolo ad esempio giocato da Bankitalia fino all’arrivo di Crédit Agricole?
Si potrebbe approfondire ma sostanzialmente quanto accaduto con le tre Casse – Carim, Carismi e Carisp Cesena – è una conseguenza del ragionamento che ho cercato di spiegare. Il caso della Cassa di Risparmio di Cesena, mutatis mutandis, è analogo a quello di Rimini: ci sono state tre ispezioni di Bankitalia che nell’arco di due anni hanno dato esito positivo, poi la quarta ispezione, che avviene tre mesi dopo la terza, positiva, dice che tutto va male.

A Rimini le cose non sono andate molto diversamente…
Infatti, ma il risultato è che si sono svendute tre banche, tre tesoretti, per due soldi e favorendo un gruppo, peraltro francese, che adesso si rafforza.

Quindi una svendita.
Ma il patrimonio, il valore se non altro degli edifici delle banche, non è superiore al prezzo di cessione? Si è svenduto ma, ripeto, ciò rientra nella strategia di cui ho parlato. Se non si parte dalla decisione iniziale non si riesce a capire, e la decisione è stata quella di far scomparire le banche piccole e medie.

I territori (il mondo economico, la società civile) avrebbero potuto fare di più per impedire la svendita?
La società civile locale come fa a mettersi contro le decisioni di un potere transnazionale? Ma almeno per salvare la bandiera si sarebbe potuto fare qualcosa. Io assieme ad alcuni colleghi raccolsi 300 firme di professori universitari nel gennaio del 2015 per chiedere al governo di stralciare dal decreto Popolari le Bcc, e l’abbiamo ottenuto.

Nel caso delle tre banche risucchiate in Crédit Agricole non si è visto nemmeno un tentativo di resistenza.
La società civile non ha preso in mano la situazione, ma questo è vero per mille altre cose: la politica familiare, del lavoro, il tema del gioco d’azzardo, solo per fare tre esempi. Siamo in una fase nella quale la società civile è stata talmente intimorita e zittita che non ha più la forza che aveva in altre epoche storiche, quando era capace di buttar giù addirittura dei governi. Sa perché la riforma del terzo settore è stata silenziata? Perché è una riforma che può dare ali e forza ai corpi intermedi della società e quindi potrebbe dar fastidio al grande capitale e ai grandi poteri. Stiamo vivendo in una democrazia demofobica, che odia il popolo, i corpi intermedi, e il populismo è la conseguenza della democrazia demofobica. Su questo sì che bisognerebbe aprire il dibattito.