Lettera: «sono i civici che non hanno capito il patto del sindaco»

Lettera: «sono i civici che non hanno capito il patto del sindaco»

“Lascio la maggioranza, il sindaco ha tradito il nostro patto”, ha detto Davide Frisoni annunciando la sua decisione. Perché farlo solo adesso quando i segnali erano chiari, per ammissione dello stesso consigliere, da subito? E perché non si è vista nessuna reazione quando sono state messe le mani su altri beni culturali? Ma, soprattutto, chi ha tradito cosa?

Notiziona! Il presidente della commissione culturale del Comune di Rimini, lascia la maggioranza. Era l’otto luglio del lontano 2018 quando, in occasione dell’uscita dalla maggioranza da parte del capogruppo di quel Patto Civico a cui appartiene pure l’attuale dimissionario, argomentavo in sostanza che era puramente illusorio ed improbabile entrare alla corte di Gassi con l’intenzione di incidere sulle scelte di una giunta in cui solo egli ha potere decisionale. C’è da ridere in questo. Bastava una semplice analisi “da bar” dell’esperienza del precedente mandato sindacale, per capire come in realtà l’unico ruolo che si poteva esercitare era quello dei “sissigniore” a prescindere, con obbedienza da regola monastica. Niente sfera di cristallo o interrogazioni astrali, ma tutto chiaro e limpido alla portata di tutti.
Da quel momento in poi seguì lo scempio del Ponte Tiberio, della fellinizzazione e umiliazione del castello di Sigismondo Malatesta, la cementificazione di Piazzetta San Martino, fino alle mani sulla piazza dedicata ai veri Signori di Rimini. Tutto nel massimo silenzio di chi, viste le dimissioni odierne, avrebbe potuto far sentire la propria voce. Le prima occasioni perse per dissociarsi da quanto avveniva.
Poi in seguito al palese misterioso abbandono dell’ex assessore Massimo Pulini nel 2019, il personaggio in causa, proprio per le sue competenze, avrebbe avuto il pieno titolo di subentrare a quel ruolo, ma invece così non è avvenuto. Forse non considerato abbastanza zelante? Chissà. E quella fu la seconda occasione persa per trarre le debite conclusioni.
Ora siamo al finale. Non so se un Presidente di Commissione Cultura possa affermare di non avere potuto visionare lo scellerato progetto della piazza dei sogni e, non essendo io un politico, fatico a comprendere quali siano le reali funzioni ed il potere di azione di tale carica; è strano però, ma in politica, come è noto, non sempre la logica è scontata.
Sta di fatto che, visti i precedenti citati interventi, sarebbe dovuto sorgere un dubbio ed una conseguente insistente ed incisiva pressione per conoscere cosa si stesse facendo. Anche perché di quel progetto, seppur segreto, se ne conosceva l’esistenza da lungo tempo.
Leggendo poi la motivazione delle dimissioni, si narra virgolettato: «Cominciato il mandato, alla prima obiezione ricevevamo la telefonata furiosa del sindaco. Tra insulti e qualche urlo si cercava di ragionare, ma il risultato era più o meno lo stesso: si faceva come voleva lui. Decideva Gnassi e cercava pure di nascondere i contrasti che nascevano dalla decisione delle sue scelte per mantenere l’apparente compattezza dello schieramento», dice oggi Frisoni. E aggiunge che Gnassi «è la bella copertina di un partito che continua a controllare ogni processo economico, culturale e sociale della nostra città utilizzando anche logiche di lottizzazione»; affermazioni pesanti.
E allora se quello era solo il chiaro inizio del rapporto, perché giungere solo ora, dopo oltre quattro anni, all’estrema decisione? Maglio tardi che mai, recita un proverbio. Ma in questo caso, per coerenza, sarebbe stato meglio mai; è tardi, non serve più perché il passato non si cancella, come pure il ricordo del silenzio complice di tante scelte infelici.
Infine a proposito del titolo d’apertura di un quotidiano che ha riportato la notizia di quelle dimissioni, sempre virgolettato: “Lascio la maggioranza, il sindaco ha tradito il nostro patto”. Beh, credo proprio che non sia stato proprio così; nella realtà sono stati i civici a non capire quale fosse stato il patto del sindaco, né all’inizio né … tuttora.

Salvatore de Vita

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