Lo scempio al ponte di Tiberio continua. E ora tocca alle mura ottocentesche

Lo scempio al ponte di Tiberio continua. E ora tocca alle mura ottocentesche

Cento buchi 50 per 50 nelle mura medievali-malatestiane. Fatto! Ora, davanti al plotone di perforazione comandato dal Comune di Rimini, è il turno delle mura antistanti Piazzetta Pirinella, lo slargo di Via Marecchia nel Borgo San Giuliano. Qui saranno abbattute due ampie porzioni di mura ottocentesche costruite pochi anni dopo l’annessione di Rimini al regno d’Italia. Per aggiungere un’inutile piattaforma in legno e ferraglia. Secondo la Soprintendenza lo sfondamento interesserebbe «recenti tamponamenti». Non deve esserne convinta nemmeno la Provincia, che non ha autorizzato i lavori, ma ha dato in concessione al Comune di Rimini la porzione delle mura. E, udite udite, la Soprintendenza il 18 novembre 2016 ha autorizzato dei lavori su cui il Comune di Rimini non aveva ancora la disponibilità completa delle aree. Ci deve pur essere un giudice a Berlino.

È giunto al termine – con 100 buchi 50×50 cm e uno squarcio finale per scardinare l’epigrafe del 1751 – lo scempio delle mura. Mura medievali-malatestiane in parte settecentesche ma in molti tratti ricostruite nel dopoguerra, e pertanto secondo il Comune e Soprintendenza non meritevoli di alcuna tutela. Secondo questi ineffabili funzionari, che non smettono mai di sorprenderci con le loro innovazioni, prospettive inedite e visioni mozzafiato, si può infatti fare ciò che si vuole delle «strutture … posteriori all’epoca romana e (che) si trovano fuori terra». Incredibile. Nel loro delirio di onnipotenza e impunità non solo costoro stravolgono ogni concezione dell’archeologia, ma anche il rispetto dei beni culturali. Evidentemente vuolsi così colà dove si puote ciò che si vuole, e più non dimandare.
Da lunedì 4 settembre sarebbero dovuti partire i lavori di scempio alle mura ottocentesche antistanti Piazzetta Pirinella (in dialetto Pirinela), lo slargo di Via Marecchia nel Borgo San Giuliano. Un po’ fuori sintonia col crono-programma adottato, i lavori di allestimento del cantiere sono cominciati il giorno dopo. Ma, siccome si avvicina la ricorrenza del XX settembre, consentitemi di chiamarli «le brecce di Porta Pirinela». Qui, infatti si abbatteranno due ampie porzioni di mura ottocentesche, costruite pochi anni dopo l’annessione di Rimini al regno d’Italia. Al momento in cui scrivo il nuovo scempio è questione di giorni, forse di ore.

Una delle nicchie che saranno sfondate

L’indispensabile balcone a sbalzo per «nuove visioni mozzafiato del Ponte di Tiberio» sarà, come recita in una sintassi ripetitiva la relazione del Progetto Tiberio Comparto 4, «in acciaio zincato e verniciato e piano di calpestio in legno composito, con parapetti formati da montanti in acciaio zincato e verniciato, con parapetti in rete metallica inox e doppio corrimano in acciaio inox». Ma è ancora meglio descritto: «il balcone trapezoidale di circa 40 mq, aggettante sul Canale, con sbalzo di 3,5 m su un lato e 5,5 m sull’altro, così come la parte rialzata di altri 40 mq interna alla piazza e accessibile mediante rampa e gradini dalla parte terminale di piazza Pirinela, saranno rivestiti in legno composito, e saranno perimetrati da parapetti costituiti da montanti in acciaio zincato e verniciato di colore brunito» – e, sentite sentite! perché qui abbiamo a che fare con raffinati esteti dannunziani – «a riprendere i cromatismi delle mura; doppio corrimano e rete metallica in acciaio inox, ad evocare il tema della marineria dell’antico Porto malatestiano, e di quello che, fino ad un decennio fa, si configurava come porto canale denso di piccole imbarcazioni ormeggiate». Come sia possibile per i turisti ma anche per i cittadini meno anziani immaginare questa evocazione, con questa improbabile messa in scena della marineria, o fare con essa una qualche associazione ce lo dovrebbero spiegare. Siamo al puro bla bla bla, all’incomprensibile. Ma, come diceva Ettore Petrolini, «il mondo è bello perché è avariato». Le uniche cose che si capiscono è che occorre glitterare ogni luogo, anche storico, e che si ha la smodata quanto mediocre ambizione di far diventare la nostra città come una qualunque città.
E pensare che c’era un tempo, più di vent’anni fa, quando ancora imparavo e insegnavo marketing turistico in cui era obbligo raccontare che il nostro punto di forza era «la riminesità».
La medesima ineffabile relazione ci racconta che «le mura in sponda sinistra verranno abbassate in corrispondenza di due nicchie presenti nella muratura tardo ottocentesca». Detto in parole semplici e non oblique, «abbassate» sta per «sfondate». Abbassate suona meglio di abbattute. Questo eufemismo (gli architetti del Comune non s’intenderanno di archeologia ma sembrano conoscere in modo innato le figure retoriche) serve a occultare la creazione di due ingressi di accesso al terrazzo «panoramico» a sbalzo. Terrazzo, detto tra parentesi, – scrive la relazione – che sarà «utilizzabile come palco per eventi e piccoli concerti». Questo a colmare un vuoto della città, che come noto vive un quadro di endemica carenza di spazi per eventi e concerti.

Particolare del “rendering” del terrazzo aggettante

Se per le mura che hanno subito cento buchi, Comune e Soprintendenza ci hanno avvezzati con il loro linguaggio da haute couture della muratoria allo «scuci e cuci» e alle «asole temporanee», i buchi di queste mura non dovranno conseguentemente descrivercele, con la medesima forbitezza come «scuci e stop» e «spacchi permanenti»?
Saranno quindi abbattute due cospicue porzioni delle mura in corrispondenza di due nicchie che (come le mura) risalgono alla seconda metà dell’Ottocento! E questo per aggiungere un’inutile piattaforma ricoperta di legname e ferraglia che nulla c’entra con l’immagine storica e architettonica dell’alveo.

Le mura da bucare viste dal canale

Il cantiere allestito

Immagino che essendo meno antiche di quelle malatestiane-settecentesche-restaurate, già bucate ma in futuro «risarcite», le mura ottocentesche abbiano per Comune e Soprintendenza un minor valore di quelle antistanti. E, circa l’incongruità dell’intervento, penso che abbiano anche trascurato la sensibilità dei costruttori del muraglione di sinistra, a protezione del borgo S. Giuliano, realizzato due anni dopo la devastante inondazione del Marecchia del 1866, come ricorda Lodovico Contessi nelle sue memorie manoscritte (pubblicate in Il Rubicone, II-III, 1933-1934): «1868. A spese del governo, della provincia, e del comune fu fatto erigere il muraglione alla sponda sinistra del Marecchia, dal ponte di Tiberio al ponte della ferrovia» (anche se il muraglione appare nelle carte del catasto solo dal 1882). Sensibilità estetica e rispetto che fece realizzare il murazzo elevato a difesa del Borgo San Giuliano in modo simile a quello malatestiano in sponda destra nella consapevolezza che fossero l’altra quinta dello scenario del Ponte.

Uno scorcio delle mura ottocentesche vedute
da un’arcata del Ponte di Tiberio in una foto del 1908

Questa diligenza e industria di una Italia da poco unita non impedì e, forse, vi contribuì anche l’aver ristretto il canale per accrescerne la bellezza col nuovo muraglione una delle ennesime piene che da secoli avevano sempre danneggiato le abitazioni in Borgo San Giuliano: quella disastrosa del 23 settembre 1910. La piena, scavalcati il Ponte di Tiberio e quello della ferrovia, fece raggiungere l’acqua nelle prime case del borgo, il più danneggiato fra i quartieri e il centro della città, fino a 3 metri e quasi 2 nella Chiesa di San Giuliano. I mobili galleggiavano dentro le stanze e gli abitanti dovettero trovare scampo sui tetti. Da queste violente e disastrose piene nacque l’impulso ai primi studi e infine alla realizzazione del deviatore del Marecchia (1927-1935).
Dal momento che nella Relazione redatta dall’arch. Francesca Dellarosa le mura lungo il Borgo San Giuliano sono dichiarate «ottocentesche», ho già raccontato come nell’incontro del 2 maggio scorso alla Soprintendenza di Ravenna domandai come fosse possibile che delle mura storiche non fossero percepite come un elemento monumentale e quindi come una memoria storica da salvaguardare.
Rimini 2.0 ha già dato il 3 luglio scorso un resoconto di questo incontro e anch’io ho fornito il 12 agosto un ricordo dello stesso colloquio. Ebbene, a questa domanda, su come fosse possibile sfondare delle mura storiche per creare due porte, il responsabile per la zona di Rimini arch. Vincenzo Napoli, silente il Soprintendente arch. Giorgio Cozzolino, ha eccepito che si sarebbe intervenuti su «recenti tamponamenti». Affermazione mai smentita, diversamente da quella sulle «mura recentemente restaurate» del 2 maggio poi divenute, secondo il Napoli del 13 luglio, «mura medievali-malatestiane ma che hanno subito restauri nel tempo».
Ho avuto subito il convincimento che anche questa affermazione del Soprintendente fosse un grossolano errore storico. Ho verificato con gli abitanti anziani e più anziani del borgo se ricordassero il tamponamento murario delle due cavità. Tutti ricordano la pre-esistenza delle nicchie e ricordano come recente tamponamento il solo restauro nel 2009 della breccia nella parte superiore delle mura ottocentesche all’altezza del civico 33 di Via Marecchia, il punto, prima della rampa di discesa, coperto da una cascata di neve come si vede in una foto ultra-cinquantenaria (questa sì, mozzafiato) che mostra il borgo innevato.

Una foto del 1966 del Borgo innevato e del Marecchia

Niente di niente, nemmeno una pagina che dimostrasse la veridicità di una simile affermazione ci è stata mostrata il 12 luglio quando siamo tornati alla Soprintendenza di Ravenna per l’accesso agli atti, nemmeno un rigo di relazione sulla demolizione delle due porzioni di mura ottocentesche che, nell’opinione napoliana, sarebbero state di recente tamponate.
Da qui una delle ragioni della nota emessa dal comitato in difesa del ponte nei giorni scorsi: Apprendiamo dal Resto del Carlino del 31 agosto che, a seguito delle indagini della Procura, “la Soprintendenza ha già pronto un lungo dossier sul Ponte di Tiberio”. Siamo sicuri che il “lungo dossier” non possa contenere niente di altro e di diverso da ciò che abbiamo potuto visionare in data 12 luglio nella sede di Ravenna, a seguito della nostra richiesta di accesso atti. In caso contrario, eventuali difformità saranno segnalate, tramite i nostri legali, agli organismi competenti.
Quanto alla documentazione successiva al 12 luglio che dovesse eventualmente far parte del dossier, con molta probabilità è stata determinata dall’attenzione mediatica e dagli esposti, presentati da noi e da Italia Nostra nella persona del suo presidente nazionale.

In ogni caso. Io sono, da vent’anni, esclusivamente un filologo, un saggista, un commentatore e un traduttore, dunque un ingenuo e un inesperto del mondo tecnico e amministrativo. Ma, dal momento che anche libri, biblioteche, archivi sono beni culturali, seppur mobili, non mi è ignota la nozione giuridica di presunzione di culturalità degli immobili pubblici ultra-settantennali. Detto in parole semplici i beni immobili di proprietà pubblica che siano stati costruiti da oltre una settantina d’anni e che presentino un interesse storico-artistico sono vincolati e questa tutela dell’interesse culturale opera automaticamente (ope legis). Ingenuo come sono, e per genio e per formazione, ho la pedanteria senza merito di credere che per demolire (anche ricostruendo successivamente), rimuovere, modificare o eseguire opere di ogni genere su un bene culturale occorra una legittima e speciale autorizzazione e non quella generica rilasciata.
Una cognizione di tutto questo deve averla avuta la Provincia di Rimini, proprietaria delle mura ottocentesche sulla sponda sinistra del Marecchia, ereditate dalla Provincia di Forlì all’atto della sua costituzione nel 1992. Rimini 2.0 ha già raccontato cosa ha fatto la Provincia di Rimini.
Col piffero che la Provincia autorizza il Comune di Rimini a sfondare le due nicchie presenti sulla muratura storica. Per non saper né leggere né scrivere, la Provincia con provvedimento del 27 febbraio 2017 della dirigente Isabella Magnani stabilisce di dare in concessione al Comune di Rimini la porzione delle mura ottocentesche di Piazzetta Pirinela con la clausola che di ogni e qualsiasi danno è esclusivamente responsabile il Comune di Rimini concessionario. Come dire: chi s’è visto s’è visto! … e i cocci sono suoi.
Questo tagliar corto della Provincia potrà da qualcuno essere visto come un atteggiamento pilatesco o peggio come una forma di paraculaggine. Per conto mio mi è sembrata solo una opportuna e abbondante cautela. Magari la stessa cautela e prudenza fossero state adottate, a suo tempo, da Comune e Soprintendenza, il primo nel progettare gli interventi e la seconda nell’autorizzarli!
E, a proposito e per inciso, è normale che la Soprintendenza autorizzi in data 18 novembre 2016 dei lavori su cui il Comune di Rimini non ha ancora la disponibilità completa delle aree nelle quali verrà realizzato l’intervento, dato che le mura ottocentesche di Piazzetta Pirinela sono state concesse solo nel febbraio dell’anno successivo?
Tornando alla cautela e al rispetto, si può dire tutto il male possibile dell’insensato (così lo ha definito l’amico storico Giovanni Rimondini) intervento di sistemazione (1969-1977) di Vittoriano Viganò (1919-1996). Più che deplorevole la sua diga mobile mai funzionata e smantellata solo nel 2009, criticabilissimo il blocco dello scorrimento naturale dell’acqua dal deviatore del Marecchia, opinabili le larghe banchine di cemento allora allestite per l’attracco di piccoli natanti tra le vetuste mura in cotto, banchine sotto quota, malmesse, sporche e frequentemente sommerse (siamo curiosi di vederne la futura promessa ciclabilità!).

Una veduta aerea del Borgo San Giuliano nel 1975 (pre-Viganò)

Diversamente da questi segni non riusciti nella sistemazione ambientale del canale, bisogna tuttavia ammettere che Viganò, con le sue ora criticate rampe, recuperò alla città le rive del Marecchia con dei sistemi di discesa-risalita che intervenivano precisamente su varchi pre-esistenti e col massimo rispetto delle mura. La stessa scala di Viganò di Piazzetta Pirinela rispettò gli scalini ottocenteschi che portavano al greto del fiume e che ancora si intravvedono, sotto di essa e spesso tra erba e rifiuti. Erba e rifiuti, questi ultimi pratici bivacchi per topi, segno di un degrado cui dovrebbero da sempre por mano e rimedio le partecipate del Comune di Rimini Anthea e Hera.

Le case del borgo intorno a Piazzetta Pirinela e la rampa di scale (pre-Viganò) che portava al fiume in una foto del 1974

Opportunamente Viganò, per le sue rampe dal ponte di Tiberio a quello della Resistenza ha usato le fenditure già esistenti nelle mura (e che già servivano di accesso al greto di sinistra o di destra del fiume) o le ha scavalcate. Al tempo di Viganò non c’era ancora il Codice dei Beni culturali, ma vigeva la vecchia legge 1 giugno 1939, n. 1089, sulla tutela delle cose d’interesse artistico o storico, e probabilmente la Soprintendenza era più rigorosa, dato che le mura storiche di entrambe le sponde furono lasciate intatte, senza infliggere ad esse alcun danno né offesa.

Gli antichi scalini ottocenteschi sotto la scala Viganò

Alfiere fin dagli anni Sessanta della corrente «brutalista», che Viganò sperimentò magistralmente tanto da essere annoverato nei manuali di storia dell’architettura italiana (in alcuni vi si trovano anche le foto delle sue ora bistrattate rampe) scopro ancora con divertimento qualcuno che non sa che il nome di questa popolarissima corrente archittettonica deriva dall’espressione béton brut (cemento a vista, cemento grezzo) di Le Corbusier e che invece brutale nel vero senso della parola è l’intervento dei nostri architetti comunali sulle mura. Che mai finiranno nei manuali di storia dell’architettura, ma devono accontentarsi, pur innominati, di speciali menzioni in numerose interrogazioni regionali, parlamentari, del Senato, e in un paio di esposti alla Procura.
E anch’io, filosofo quale sono, non mi aspetto alcun grande risultato. Non so come la pensino in proposito gli altri amici del comitato in difesa del ponte. Mi accontenterei di avere almeno scosso il torpore su tante delle questioni che riguardano la salvaguardia del patrimonio nella nostra città. Dalla nostra civile attenzione sul Ponte, il cui suo bimillenario Comune e Soprintendenza hanno voluto davvero rendere «speciale», mi augurerei che un analogo impegno si concentrasse sulla pedonalizzazione dello stesso Ponte, invaso da un traffico sempre più nervoso e scombinato, a cominciare dai maleducati ciclisti che lo percorrono in senso vietato. Che si raccogliesse sull’altro simbolo straordinario di una romanità, che affascina di per sé e il cui panorama non va rovinato, l’Arco d’Augusto, e sulle nubi che si addensano su di esso con la paventata costruzione di una monorotaia sopraelevata. Penso ancora all’incuria dell’anfiteatro romano e alla ferita sempre aperta del CEIS. E anche a Castelsismondo, ancora privo del suo fossato storico. Penso a un similare impegno sulla degradata per non dire spettrale immagine che danno di sé le ex colonie Murri, Bolognese e Novarese. Penso alle vie del centro storico e del borgo sempre più selvaggiamente e spesso abusivamente occupate da sedie e tavolini, mentre, col sapore di un razzismo strisciante, si sanzionano esclusivamente gli effetti casbah dei viali della zona a mare. E, anche, alla spiaggia libera di Piazzale Boscovich permanentemente occupata per la quasi intera stagione estiva da un palco e da sequele di bagni chimici. Penso a quelle cose galleggianti sul mare, i discutibili gonfiabili che occultano la visione dell’orizzonte. Penso alla rumorosa musica che ha afflitto durante questa estate cittadini pur tolleranti che mai hanno subito un tale straripamento di orari e di decibel. Penso in generale se siano ancora accettabili situazioni in cui per il guadagno di pochi viene gradualmente ridotta la libertà di molti. E mi chiedo se la nostra città, nella sua glorificazione di eventi trasgressivi e interventi irregolari, pilotati da un potere compulsivo e caratterizzato da superficialità e impreparazione, disattenzione e incoscienza, non abbia ormai raggiunto il punto di nausea del proprio declino.
Non credo ci sia bisogno di aggiungere altro, se non una sottolineatura: la Costituzione, al suo articolo 9, promuove lo sviluppo della cultura … tutela il paesaggio e il patrimonio storico e artistico. Qualcuno lo ha dimenticato, alcuni se lo ricordano molto bene e questi alcuni potrebbero diventare molti e sempre più agguerriti.

Fotografia: il Ponte di Tiberio agli inizi del Novecento in una foto scattata dal lato mare