Lo spettro del fallimento Aeradria sulla galassia di Rimini Fiera

Lo spettro del fallimento Aeradria sulla galassia di Rimini Fiera

A meno che non la si pensi come Ronald Regan, secondo il quale il deficit americano era grande a sufficienza per badare a se stesso (comunque in una s

A meno che non la si pensi come Ronald Regan, secondo il quale il deficit americano era grande a sufficienza per badare a se stesso (comunque in una stagione in cui non era il solo a pensarla così), a guardare nel buco che rischia di inghiottire la galassia di Rimini Fiera, col masso al collo del nuovo palazzo dei congressi, si prende paura.
Stamattina l’associazione culturale, ma soprattutto trasversale, Dreamini, che aveva già sparato qualche cartuccia sul tema, ha caricato il cannone col libro bianco. Titolo: “Società partecipate, debito pubblico, rischio default: il caso della Fiera di Rimini”, redatto da Mario Ferri e Andrea Bellonci. Contiene uno scenario che fa sudare freddo e che si sostanzia in un debito bancario, per l’insieme delle società che si occupano di fieristico e congressuale, che supera i 100 milioni di euro.
“Come è andata a finire con Aeradria purtroppo lo sappiamo”. E’ la premessa con la quale si apre il j’accuse sulla Fiera di Rimini, che in realtà comprende un’analisi tecnica sul sistema congressuale e fieristico nel suso insieme, dall’ente guidato da Lorenzo Cagnoni a Convention Bureau, che sarà a breve inglobata in Rimini Fiera. Il parallelismo con quanto è accaduto per Aeradria, non è casuale.
La tesi di fondo è che il male sia comune a chi organizzava voli e a chi intavola fiere e congressi e se non si adotteranno soluzioni in maniera rapida e seria, potremmo vedersi vanificare i sacrifici di generazioni di riminesi. Soluzioni? Sarebbe meglio usare il singolare, perché la ricetta spiattellata da Dreamini e con i contributi di Mario Ferri, Bruno Sacchini, dell’ex parlamentare Ds Sergio Gambini e dell’onorevole Ncd Sergio Pizzolante, è la privatizzazione. Vera, però? Non quella di cui chiacchiera la classe politica riminese, dall’ormai ex ente di corso d’Augusto a guida Vitali, al Comune di Rimini, passando per la Camera di Commercio.

Aeradria e Fiera: destini incrociati

La ricostruzione parte da quel che accadeva il 16 settembre del 2011: “Nella saletta al primo piano dell’aeroporto Fellini sono riuniti i soci per approvare i documenti di bilancio. Attorno al Presidente Massimo Masini sono presenti: Stefano Vitali (Amministrazione Provinciale Rimini), Gian Luca Brasini (Rimini Holding), Antonella Mularoni (Camera Eccellentissima della Repubblica di San Marino), Lanfranco Francolini (Comune di Riccione), Franco Raffi (Confindustria Rimini), Maurizio Temeroli (C.C.I.A.A. Rimini)…” e a seguire gli altri nominativi, in rappresentanza di associazioni di categoria, Regione Emilia Romagna, Rimini Fiera, enti locali. Ce n’è per tutti. “Il clima è più che cordiale, gli adempimenti formali si svolgono senza intoppi, nella convinzione, entusiasticamente condivisa da tutti, che le sorti dell’aeroporto non siano state mai così rosee come le attuali”. Invece di li a breve tutto precipita. E, si legge nel libro bianco, “i due anni persi, cullati dall’infondato ottimismo dei nostri governanti sono stati decisivi e letali per questo esito e per l’affondamento del Fellini”. Nel silenzio e nell’assenza della politica – prosegue – “è intervenuta un’azione di surroga del potere giudiziario che non poteva avere né la sensibilità di cultura economica, né gli strumenti di intervento per governare processi così complessi. Ci rimane la fotografia sorridente di quel settembre 2011 nella saletta dell’aeroporto Fellini: ritrae protagonisti politici e tecnici che hanno continuato, oltre il ragionevole, a corteggiare il disastro, ignorando tutte le occasioni avute per cambiare strada. A tre anni di distanza, al netto delle inchieste della magistratura, sono ancora lì con le loro responsabilità politiche e tecniche e nessuno ha avuto il buongusto di chiedere scusa o di avviare una riflessione critica che eviti alla collettività altri default”. Ma l’aspetto inquietante della vicenda è che la stessa foto sorridente e ottimista è stata scattata qualche tempo fa anche nella sala della Fiera di Rimini. “I protagonisti sono più o meno gli stessi, è stato il ciak di inizio di un film che però abbiamo già visto, che sappiamo come va a finire e che la nostra comunità non può più permettersi”.
Prende le mosse da qui la puntigliosa analisi sugli ultimi dieci anni che hanno portato al “disastro annunciato”.

Di business plan in business plan

Si comincia col mettere in croce il business plan del 2004 (ben prima che cominciasse la crisi), il quale “prevedeva che il mutuo contratto per la costruzione del Nuovo Palas venisse ripagato con gli utili realizzati da Convention Bureau, come canone d’affitto della struttura stessa. Questo – da notare – in una situazione nazionale in cui sia Bologna che Milano avevano già deciso di tirare i remi in barca per la crisi del settore, mentre il management locale affermava che il
congressuale dava “segnali di vivacità”.” Peccato, però, che Convention Bureau “in tutti questi anni non sia mai riuscita a produrre utili”.
Poi arrivò il secondo business plan, quello del 2006, che “s’inventò il ripiego della quotazione in borsa, “trovata che funzionò dal punto di vista della ricapitalizzazione, perché, col miraggio degli utili futuri, una miriade di piccoli imprenditori furono convinti (spesso dalle loro Associazioni di categoria) a entrare nel capitale sociale della Fiera, restandone in realtà prigionieri a vita”.
Poi nacque Rimini Holding, “per la quale fu creato un “fondo sovrapprezzo azioni”, marchingegno di finanza creativa costituito solo contabilmente perché liquidità in cassa proprio non ce n’era. Il che non impedì (via debito bancario, come al solito) di erogare milioni su milioni a favore di Società del Palazzo dei Congressi, Aeradria e Tram servizi”.
Finita? Macché. Nel 2009 viene contratto il famoso mutuo di 46,5 milioni di euro con Unicredit e vengono sottoscritte anche le lettere di patronage “forti”, equiparabili a vere e proprie fideiussioni (“delle quali nei successivi bilanci di Comune e Provincia non v’è traccia”).
Arriviamo al 2013, “quando, nell’impossibilità di pagare il mutuo Unicredit (nonostante previsioni fantasmagoriche per quanto riguarda gli utili del Nuovo Palas) Comune e management si inventano la variante di via Simonini (centro commerciale e piscina), attraverso cui incamerare una ventina di milioni per strappare da Unicredit una moratoria per il 2014, nell’attesa di utili previsti per il 2016 o per il 2017”.

Dieci anni di previsioni sballate

Il sistema fieristico-congressuale riminese “da dieci anni va avanti così, “con la reiterazione di previsioni ogni volta sballate e con la sceneggiata finale (cosa dell’altro ieri) d’una delibera del Consiglio Provinciale che qualche giorno fa ha cercato di salvarsi l’anima”. Con quale credibilità, si domanda Dreamini, i soggetti che hanno condotto il gioco fino ad oggi, parlano adesso di privatizzazione? Quando, come e in che misura? “Cosa c’è sotto questo incredibile gioco delle tre carte che, replicando ogni volta preventivi, sempre e comunque sbagliati, sembra presagire per la Fiera lo stesso default di Aeradria? Quel medesimo calcolo statalista e dirigista che, pur di non mollare Fiera e Palas, è sempre rifuggito dall’unica mossa sensata (ancor oggi possibile) di privatizzare sul serio e non per finta: tipo la Novarese, per intenderci. Giungendo di fatto a un’alternativa secca tra default generalizzato (Fiera e Città insieme) e l’aborrita “bolognesizzazione”. Cosa che consegnerebbe anche la Fiera, dopo Servizi e Aeroporto, nelle mani d’un padre-padrone Felsineo pronto a ricompensare con presidenze e consigli d’amministrazione (vedi il deja vu di HERA) i quadri locali, responsabili d’aver condannato a morte una città a quel punto espropriata di tutto”.

La Fiera si salva, il Palas affoga

Nel dettaglio il libro bianco “salva” la Fiera che “è riuscita nell’impresa di remunerare il costo iniziale grazie ad un considerevole cash flow (utile + ammortamenti) conseguito negli anni decorsi”, anche se i risultati sarebbero stati migliori senza la galassia delle società controllate. La sola “Expoglobe, partecipata al 49% da TTG Italia, società controllata da Rimini Fiera S.p.a., che nelle intenzioni doveva nientemeno competere col Bit di Milano, posta in liquidazione e chiusa nel 2010, ha conseguito perdite superiori a 4 milioni di euro”.
E’ invece il Centro Congressi a navigare in cattivissime e melmose acque. “L’investimento del Centro Congressi pone a rischio la sopravvivenza del sistema fieristico-congressuale riminese ed ora richiede drastici provvedimenti, necessari anche per mantenere la piena funzionalità degli Enti locali corresponsabili nell’azzardo gestionale”. La lezione non è ancora servita ai nostri amministratori tanto che hanno accettato, per fare quadrare i conti, la previsione per la Metropolitana di Costa di 5 milioni di passeggeri annui fra Rimini e Riccione”.
La domanda delle cento pistole è: perché ci si è imbarcati in un’avventura del genere? “Perché il management di Rimini Fiera S.p.a. é politicamente molto influente e grande protagonista del consociativismo riminese (è sufficiente verificare la composizione dei consigli di amministrazione delle venti società della galassia Fiera)”, risponde Dreamini. E nell’azione di sponda a Lorenzo Cagnoni, aggiungiamo noi, va aggiunto anche il principale partito di opposizione (almeno sulla carta) a Rimini, Pdl-Fi, che ha difeso e continua a difendere a spada tratta Cagnoni e l’operazione Palas.
Con un costo di costruzione salito dagli iniziali 82 milioni di euro ad oltre 100 milioni, il Palas è la vera croce che rischia di affossare tutto.

Delibere pasticciate

Il libro bianco boccia la recente delibera della Provincia, che nelle intenzioni dovrebbe aprire la strada alla privatizzazione: “L’intenzione manifestata dalla Provincia è buona, ma la redazione di delibere del genere richiede ben altri contenuti”. E per smontare l’ipotesi della “fusione” con la Fiera di Bologna, lo studio di Dreamini passa in rassegna i conti economici riclassificati delle fiere di Bologna, Rimini e Parma. Bologna è in sofferenza: “La gestione bolognese si caratterizza per i risultati negativi conseguiti nell’operatività interna, parzialmente compensati dai proventi (dividendi) delle partecipazioni in società che operano all’estero”. Parma, per una serie di ragioni (compresa quella di non avere costituito società controllate”), “é in controtendenza e consegue risultati positivi anche in periodi di crisi”. L’alleanza con Bologna sarebbe utile solo a quest’ultima perché la Fiera felsinea è “in difficoltà e soffre più delle altre fiere emiliane la concorrenza di Milano; l’integrazione, fortemente desiderata dalla Regione, le consentirebbe non solo di definire il calendario delle manifestazioni, ma anche il luogo di attuazione. L’ipotetica fusione fra Bologna, Rimini e Parma, avrebbe certamente, anche per ragioni territoriali, il suo baricentro a Bologna, ove sarebbe posta la testa pensante”.

Il disegno bolognese: “mangiarsi” Rimini Fiera
La fusione, di fatto, consisterebbe nell’incorporazione delle società riminesi in Bologna Fiere S.p.a., realizzando finalmente il disegno bolognese, con buona pace degli interessi riminesi. “La fusione apparirebbe inizialmente fra due società, ma concretamente sarebbe propedeutica all’incorporazione di Rimini Fiera S.p.a. in Bologna Fiere S.p.a. In tal modo, anche con una presidenza riminese, il luogo per le manifestazioni e gli eventi sarebbe deciso a Bologna, completando il sacrificio dell’economia riminese, iniziato con i servizi pubblici, proseguito con l’aeroporto ed ora a rischio per l’indotto creato dal sistema fieristico – congressuale che può anche perdere”. Ce n’è anche per la Regione, caldamente invitata a svolgere un ruolo di regolatore, abandonando ogni pretesa di assumere un ruolo attivo gestionale.

La ricetta

L’unica soluzione per salvare l’economia riminese è rappresentata dalla cessione della maggioranza del capitale delle aziende pubbliche.
Come se ne esce? Con difficoltà, anzitutto. Ma la strada obbligata, indicata da Dreamini, è quella della cessione della maggioranza della partecipazione, attraverso una “gara – con l’assistenza di un advisor di rilevanza internazionale – da indire da parte degli attuali soci pubblici per la cessione in un unico lotto della maggioranza del capitale di Rimini Fiera S.p.a. e della società Palazzo dei Congressi S.p.a. poiché, oltre all’incrocio dei debiti bancari, si tratta di attività sinergiche”. La cessione, oltre ad eliminare un preoccupante indebitamento, assicurerebbe notevoli risorse ai soci pubblici, ipotizzabili in oltre 200 milioni di euro, che si riverserebbero in investimenti sul territorio, ora limitati dall’emergenza Centro Congressi. E se in passato è stato il management a dettare la linea alla proprietà, ora è proprio il caso di cambiare verso.