“Non è uno scandalo vendere le spiagge”

“Non è uno scandalo vendere le spiagge”

Con questo intervento di Giorgio Mosconi (nella foto), segretario provinciale del partito repubblicano, si apre il confronto su un tema importante e p

Con questo intervento di Giorgio Mosconi (nella foto), segretario provinciale del partito repubblicano, si apre il confronto su un tema importante e poco approfondito: il futuro dell’arenile, fra direttiva Bolkestein, peculiarità del modello italiano (e romagnolo in particolare) di gestione delle spiagge e inconcludenza della politica.

Sono tornato da poco da una vacanza in Gran Canaria, un luogo ove ancora l’organizzazione delle spiagge è molto simile a quella delle nostre vecchie Aziende di Soggiorno.
Due ombrelloni ed un lettino costano 10 euro al giorno, a una certa ora passa un bagnino con vari blocchettini prestampati con i vari prezzi relativi al tipo di prestazione richiesta.

Ho trovato il servizio decisamente carente: fino alle 9 del mattino il bagnino non si vede e alle 17 ti tolgono l’ombrellone. Se per caso hai avuto il coraggio di appendere i tuoi indumenti nelle “stecche” arrugginite dell’ombrellone li devi riporre in borsa godendoti il sole che potrebbe ancora scottare abbastanza. Le spiagge non sono pulite dove stazionano gli ombrelloni, non c’è alcuna iniziativa di animazione né altri servizi eccettuati sporadici salvataggi. Devi infine fare un centinaio di metri per raggiungere i bagni pubblici a pagamento (50 cents) per la verità molto puliti.
Ho apprezzato il nostro modello di concorrenza anche se alcuni lo ritengono inadeguato. Per la nostra riviera non riesco ad immaginare qualcosa di diverso di quello che abbiamo se non altro per motivi di antropizzazione. Non ho trovato in spiagge del nostro paese e devo dire nemmeno all’estero modelli migliori del nostro in materia di organizzazione della spiaggia.
Certo, mi manca la grigliata al mare o il ristorante sulla spiaggia che trovo in Thailandia, in Malesia e nelle Filippine ma perfino laggiù sulle spiagge più affollate ho trovato cattive imitazioni del nostro modello. Da frequentatore assiduo di spiagge credo di sapere di cosa parlo.
Trovo la direttiva Bolkestein (come diverse direttive europee) giusta a livello di principio ma di difficile applicazione su spiagge in cui esistono concessioni da tantissimi anni. Ho sempre cercato di dare un approccio laico al tema e trovo (sic stantibus rebus) assolutamente ragionevole l’offerta di acquisti degli arenili “compromessi commercialmente” con prelazione agli attuali concessionari.
Solo in subordine (per motivi di concordia politica) vedo la lunga concessione 25/30 anni e solo in entrambi i casi per ridurre il debito pubblico, non per fare cassa per un anno.
La vendita dell’arenile con le ovvie “pesanti prescrizioni” necessarie non la trovo molto differente dalla vendita delle caserme o di altri beni di stato. E’ evidente che i costi delle concessioni devono rispecchiare una logica commerciale. Oggi se si prende in affitto un albergo a fatica si riesce a trarre un profitto lordo superiore a 1/3 del costo della locazione (anche se c’è da dire che in relazione a quanto offerto dai proprietari alberghieri i prezzi sono cari); perché lo stato in questi casi non deve comportarsi di conseguenza? A questo punto è meglio un gettito congruo costante negli anni o la vendita? (che non può essere svendita). Sono ipotesi da ben valutare per lo stato.
Il partito a cui appartengo non ha ancora preso un orientamento sul tema poiché da tempo per mancanza di rappresentanza non è più interlocutore privilegiato della categoria dei balneari. Molti sollecitano il tema della concorrenza sugli arenili, a loro volta i bagnini hanno colto la palla al balzo con gli accorpamenti per tentare di tornare ai vecchi oligopoli dicendo che arricchiscono i servizi e alimentano un meccanismo concorrenziale fra soggetti più dotati. Ma quanto sono importanti (percepiti come tali) questi servizi sul nocciolo dell’offerta turistico balneare? Davvero i turisti danno più importanza all’animazione o all’idromassaggio, oppure preferiscono stare un po’ più larghi a leggersi il loro giornale in pace? Su quale concorrenza ci debba essere sulle spiagge qualche dubbio mi rimane. Una realtà oramai incontrovertibile è che i redditi dei bagnini negli ultimi anni sono drasticamente calati e l’accorpamento sembra anche un difficile tentativo di recuperare la perduta redditività.

Giorgio Mosconi
Segretario Provinciale PRI Rimini