Più «difensori» per i resti del castello di Coriano che per la Rocca di Brunelleschi

Più «difensori» per i resti del castello di Coriano che per la Rocca di Brunelleschi

Non è paradossale che la "minaccia" di una antenna scateni raccolte di firme e anatemi di Pd e 5 Stelle, mentre per Castelsismondo, piazza Malatesta e ponte di Tiberio il silenzio regna sovrano? La lettera.

Era l’agosto scorso quando si diffuse la notizia che il Comune di Coriano intendeva autorizzare l’installazione di un’antenna all’interno di quello che fu il castello di quel paese, oltretutto per – sembra – pochi spiccioli di canone annuo. Intendiamoci, se così andasse a finire si tratterebbe di un risultato esecrabile ma, ad oggi, la scelta non è stata compiuta ed è in corso una mediazione fra amministrazione e gestore della compagnia telefonica (per questa sera è annunciata una assemblea pubblica sul tema).
Immediatamente si formò un comitato che di lì a poco raccolse ben 800 firme, tra le quali quelle di importanti associazioni ed esponenti della cultura nazionale. Ma non solo. Intervennero pure esponenti del Consiglio Regionale di PD e 5S, che con grande animosità si espressero contro quell’intervento, oltre alla generosità di tutti i quotidiani locali che diedero grande risonanza a quella situazione. Anche in questi giorni il problema si è ripresentato, tanto che si legge della dichiarazione della capogruppo regionale dei 5S che ritorna sulla questione che già sembrava conclusa, ma che pare non lo sia di fatto. Il tutto nobilmente motivato con la salvaguardia dei beni storico e culturali e paesaggistici, della “intera regione”. Ma mentre a Coriano accade ciò, a Rimini si era già provveduto a deturpare il Ponte di Tiberio con ben due orribili passerelle, ed un tristo balconcino, rovinando di fatto le antiche mura Malatestiane, e successivamente riconfermate da un esperto perito incaricato dal Tribunale.
Proseguendo. Durante quel periodo, e tuttora, era ed è in corso lo stravolgimento di un castello ben più importante come quello di Sigismondo Malatesta, il quale vanta nientemeno che la mano del Brunelleschi.
Già oltraggiato da un ridicolo finto fossato anteriore, da una impropria arena laterale e da un fossatello retrostante, diverrà il deposito di orpelli felliniani di nullo valore artistico e culturale; dato che l’ideatore di questa banalità lo definì a suo tempo “un contenitore”.
Si aggiunga inoltre lo stravolgimento della piazza antistante, in cui sono già stati tagliati alberi secolari e ritrovate nel sottosuolo importanti testimonianze storiche che non solo meriterebbero di essere meglio indagate e valorizzate, ma che i sudditi riminesi non hanno neppure potuto sapere per certo di cosa si tratti; a parte la certezza che non è “il tesoro di Tutankhamon”.
Inoltre. In barba ai vincoli di inedificabilità assoluta, è in corso la costruzione di una inutile fontana di 1000 metri quadri a 4 metri di profondità, nell’area del fossato del castello; il colpo di grazia finale a quel monumento.
La lista poi si allunga con gli spariti resti della Piazzetta San Martino, e con la vergognosa ed annosa questione dell’anfiteatro romano.
Ma mentre nel caso dell’antenna vi è stata un’azione rapida e decisa, qui a Rimini solo qualche modesta azione per lo più individuale di pochi.
Pochi si scandalizzano, scarsa risonanza mediatica, se non di questa testata on line, assenza di fatti concreti da parte delle opposizioni se non timidi e flebili interventi di rito, e latitanza di molti di quei soggetti di cultura che sottoscrissero l’appello a Coriano.
Eppure questi due esempi hanno in comune un preciso denominatore: l’inequivocabile oltraggio ai beni storico e artistici. E allora perché due pesi e due misure? Non credo che la giustezza e la bontà dell’operato delle amministrazioni pubbliche debba dipendere dal colore politico ma, in questo caso, sembra proprio che valga questa regola. E questo dimostra pure un’altra verità: i beni monumentali dovrebbero interessare per il loro valore storico, architettonico e culturale, e non diventare un mero spunto per beghe politiche tra botteghe avverse. Triste.

Salvatore de Vita