Quando Hemingway venne a Rimini

Quando Hemingway venne a Rimini

E' tempo di riscoprire la dimensione europea della nostra città.

Un viaggio nel 1927 insieme a Guy Hickok. Narrato nel racconto "Che ti dice la Patria?". Una cartolina del Tempio Malatestiano che lo scrittore spedì all'amico Ezra Pound. Un'altra scoperta che costringe a riflettere sul potenziale culturale inespresso di Rimini.

Rendi forti i vecchi sogni
perché questo nostro mondo non perda coraggio
(Ezra Pound, A lume spento, 1908)

L’immagine dei fascisti un po’ bulli e gradassi e un po’ taglieggiatori, che vivono di disoneste multe somministrate ai turisti o di casini trasformati in trattorie grazie al Duce, emerge nel racconto del viaggio nel marzo 1927 di Ernest Hemingway (1899-1961). Viaggio compiuto sull’auto dell’amico conosciuto cinque anni prima Guy Hickok (1888-1951), il corrispondente da Parigi del Brooklyn Day Eagle, un po’ prima del suo secondo matrimonio con Pauline Pfeiffer (1895-1951), ricca ereditiera e redattrice di Vogue. Il racconto di Hemingway Che ti dice la Patria? (in italiano nel testo), scritto subito dopo in aprile e agli inizi di maggio, si conclude con lieve ironia:
«Seguitammo ancora per due ore dopo che era già scesa la sera, e quella notte dormimmo a Mentone. Mi sembrò gaia pulita e deliziosa. Eravamo andati in macchina da Ventimiglia a Pisa e Firenze e attraverso la Romagna, fino a Rimini e al ritorno passando per Forlì, Imola, Bologna, Parma, Piacenza e Genova di nuovo a Ventimiglia. L’intera gita era durata solo dieci giorni.
Naturalmente, in così poco tempo, non avevamo avuto modo di farci un’idea del paese né dei suoi abitanti».

«Che ti dice la Patria?» apparve la prima volta col titolo «Italy-1927» in New Republic il 18 Maggio 1927 e fu ripubblicato col suo nuovo titolo in Men Without Women nell’ottobre 1927. L’ho riletto, contenuto nella copia de I quarantanove racconti nella vecchia traduzione di Giuseppe Trevisani (1924-1973) (immagino ce ne siano delle nuove) nell’edizione degli Oscar Mondadori che possiedo dal 1972, ricercandola in uno dei tanti scaffali delle mie librerie e comprendendo, per l’ennesima volta, perché gli Oscar costassero così poco: l’edizione economica consiste nel fatto che il libro perde i fogli come d’autunno gli alberi le foglie al vento. L’ho rimesso al suo posto dopo aver adottato anch’io una soluzione ugualmente economica: una spennellata di vinavil tra dorso e fogli sparsi, senza sapere se terrà all’eventuale prossimo prelievo.
Non ho invece rimedi casalinghi per un libro che dava l’aria di essere pieno e ben costruito. È per me innegabile che nel mio studio Visitatori celebri nel Tempio di Rimini (Raffaelli Editore, Rimini, 2004) ci sia un buco: quello di Hemingway. Vero è che tra le poche cose di cui sono certo è che nelle conoscenze non si è mai ultimi, ma sempre penultimi e, anche, che è più importante il pellegrinaggio della meta. Bucare la notizia, poi … che espressione grossa! Altri hanno intravisto il raccordo tra Hemingway e Rimini? Vi hanno prestato una qualche attenzione, benché Rimini sia espressamente nominata nel racconto. No? Allora non sei sempre penultimo, ma anche primo ad indagare e ad addentrarti, con divertimento e passione, nei meandri della ricerca che è sempre labirintica, seguendo il filo non di Arianna ma di Isotta.

Nel racconto tratto da quello che Pauline beffardamente definì un Italian tour for the promotion of the masculine society, come dire l’ultimo viaggio da scapolo, tra le numerose omissioni biografiche – il principale scopo del viaggio era recuperare il certificato di battesimo di Hemingway, ottenuto quando era ferito a Fossalta di Piave, per consentirgli, nelle seconde nozze, un matrimonio cattolico come voleva Pauline – nulla ci viene detto di Rimini eccetto la menzione.
Secondo Fernanda Pivano che, però, ci metteva in guardia dalle testimonianze basate sulle affermazioni di Hemingway spesso inesatte e contraddittorie, annebbiate da ricordi confusi o per il tempo trascorso o per il troppo alcol bevuto, a battezzarlo fu don Giuseppe Bianchi, ai tempi del fronte sul Piave cappellano militare del 69° e 70° reggimento della Brigata Ancona. Nel 1927 era in un monastero di benedettini olivetani a Rapallo. Lo aveva conosciuto alla mensa degli ufficiali italiani dove Hemingway mangiava e quando fu ritrovato, dopo la mezzanotte dell’8 luglio 1918, gravemente ferito e dato per spacciato gli aveva impartito l’estrema unzione, preceduta nel suo caso dal propedeuticamente canonico battesimo, mentre il medico gli somministrava la morfina.
Da una lettera del 2 febbraio 1927 di Hickok a Hemingway «l’ideona» (swell idea) era di approfittare del viaggio con la sua vecchia Ford T Coupé a due posti per andare fino a San Marino. La gita che, diversamente da quanto detto nel racconto, fu più breve e durò solo sei giorni – entrarono in Italia da Ventimiglia il 18 marzo e riattraversarono il confine il 24 – sarebbe servita a entrambi, al giornalista e allo scrittore, per scrivere qualche pezzo dal tono arguto e leggero ma che mostrasse l’oppressiva presenza fascista in Italia. Possiamo anche ipotizzare che la inconsueta tappa per San Marino – oltre a quella per Rapallo per raccogliere le credenziali cattoliche – potesse in qualche modo essere utile a Hemingway, dal momento che quando era caduto sul fronte, prima colpito dalle schegge dell’esplosione di una bombarda austriaca e poi dalla sventagliata di una mitragliatrice, le prime cure gli furono prestate nell’Ospedale da campo della Repubblica di San Marino. Del resto, il suo servizio come conducente di ambulanze della Croce Rossa Americana fu il periodo di esperienze e sensazioni che gli offrirono il materiale per scrivere Addio alle armi (al cui manoscritto avrebbe cominciato a metter mano l’anno dopo) e alcuni dei suoi migliori racconti.
Rispondendo a una lettera di Hem (come lo chiamavano gli amici) che lo avvisava che sarebbe passato a Rapallo, Ezra Pound (1885-1972) gli rispose che sarebbe stato molto lieto to receive you and Le Sieur Hickok on you prox. visit to the Kingdom of Italy. (che si può tradurre «di ricevere te e l’Onorevole Hickok nella vost pross. visita al Regno d’Italia»).

La cartolina del Tempio Malatestiano che Hemingway spedì da Rimini al suo vecchio amico Ezra Pound

Sempre da una lettera, questa volta di Hemingway al poeta e scrittore Isidore Schneider (1896-1977), conosciamo la data precisa del suo soggiorno a Rimini, il 22 marzo, e, considerata la sua amicizia con Pound e l’incontro con lui, qualche giorno prima a Rapallo, è verosimile una sua visita al Tempio, dato che nella sua breve lettera descrive Rimini come a fine town dominated by a great dead man named Sigismundo Malatesta e a maggior ragione perché Hem spedì da Rimini al suo vecchio amico Ez una cartolina del Tempio Malatestiano scrivendo: Gave your card to Sigismundo and the Elephant, un criptico riferimento umoristico a una lunga passeggiata fatta quando Hemingway e la sua prima moglie Hadley visitarono Pound a febbraio-aprile del 1923 a Rapallo e andarono nella stessa giornata a Siena e a Pisa. Dopo aver depositato Pound e sua moglie Dorothy accanto a un treno per Rapallo, il sempre competitivo Hemingway fu costretto a letto per alcuni giorni. «Angina», informò briosamente Ezra con una lettera.

Quel 18 marzo 1927, a cena dai Pound, Ernest e Guy scherzarono sulla possibilità che i fascisti li obbligassero a bere del castor oil, ma Pound li rassicurò dicendo che i turisti erano esentati da un simile trattamento coll’olio di ricino. È impossibile che Pound non abbia «steso» Hemingway con qualche gancio su Sigismondo e il suo Tempio, dato che restarono sempre tra i suoi argomenti capitali.
Ernest che si vantava di tirare di boxe meglio di come scriveva, aveva cercato di dare delle lezioni di pugilato a Ezra, dopo il suo arrivo a Parigi nell’aprile 1921, ma «con poco successo» come diceva in una lettera del 9 marzo 1922 al collega Sherwood Anderson (1876-1941), «di solito viene avanti col mento e nell’insieme Pound ha la grazia di un granchio o di un gambero e ha poco fiato».
A Pound (che da esteta eccelleva maggiormente nel tennis e nella scherma) Ernest riconobbe tuttavia: «Io gl’insegnai a tirare di boxe e Pound a me ciò che si doveva e non si doveva scrivere».
Naturalmente ciò che si deve e non si deve scrivere, e di conseguenza pubblicare, è possibile solo se non ci si spara mettendosi in bocca la canna di un fucile. Altrimenti, nella propria ineluttabile assenza, si cade nelle solite interminabili discussioni sull’etica dell’editing.

Dico questo come un riminese (e quindi da un’angolatura del tutto provinciale) che riflette sulla sorte del secondo romanzo postumo di Hemingway, Il giardino dell’Eden, romanzo iniziato nel 1946 e al quale Hemingway lavorò per quindici anni fino alla sua morte, lasciandolo incompiuto, e di cui esistono ben tre manoscritti (uno di 400 pagine, l’altro di 1.200 e il terzo delle stesse 1.200 a cui ne sono state aggiunte altre 300). Pubblicato nel 1986 dall’editore Scribner in forma abbreviata, il romanzo narra di una relazione extraconiugale dello scrittore David Bourne che tradisce subito la moglie Catherine (una assai riconoscibile Pauline Pfeiffer) con una giovane donna di nome Marita. Chi ha letto il romanzo ricorderà, forse, che Marita possiede una vecchia Isotta Fraschini convertibile dai freni malfunzionanti. L’Isotta Fraschini segnala la presenza di una donna che può essere mortale e pericolosa come la stessa Marita. Dopo che David suggerisce che bisognerebbe aggiustare i freni alla malconcia Isotta, nel manoscritto originale Marita replica: «È un bel nome per una ragazza. Avrei voluto che fosse il mio nome». «Cambiamo quella macchina», dice David, «e ti chiamerò Isotta», aggiungendo: «Isotta da Rimini».
Se Hemingway fosse vissuto chissà se avrebbe scelto di mantenere il dialogo tagliato dall’editore e contenuto nel terzo manoscritto con il richiamo implicito a Sigismondo Malatesta, personaggio prediletto da Pound e ben noto a Hemingway come qui si è scoperto, e accusato, come si sa e come dimostra di sapere David/Ernest, di aver ucciso non solo la prima moglie, ma anche la seconda per sposare la bella amante Isotta, uno scenario che si adattava precisamente al modello funzionale del Barbablù in Il giardino dell’Eden e alla biografia del macho Hemingway.
Così non è stato, ma è bene raccontarlo e saperlo, anche per rimettere in moto quel processo dinamico di ricerca e di critica che, nella nostra città, sembra tristemente essersi arrestato e che dovrà in qualche modo dar prova di sé nelle prossime celebrazioni del giugno 2017-ottobre 2018 di Sig, come affettuosamente lo chiamava Ezra. Vi saranno le condizioni per recuperare le posizioni perdute? Il potenziale culturale inespresso della nostra città riuscirà a emergere?

La ricerca filologica, come si diceva, è di per sé un’operazione infinita e, sotto certi aspetti, assomiglia al metodo scientifico. Genera conoscenza, obbliga ad articolare bene i propri metodi e i valori di verità e dovrebbe teoricamente influenzare, rigorosamente e in modo decisivo, i criteri delle altre discipline umanistiche, che non sono solo, come si crede, la storia, la storia dell’arte e della letteratura che riguarda la nostra città, ma anche la politica cittadina e specialmente quella culturale, evitando da un lato l’atrofizzazione se non l’imbarbarimento di una città che resta ben al di sotto di quello che ci si potrebbe aspettare e che nei non lontani anni ottanta si esprimeva come «capitale culturale» e dall’altro la mortificante adesione a un paradigma economicista («incrementeremo del 10% le presenze turistiche») che ha risultati non sempre felici e indovinati di gestione e tutela del nostro patrimonio culturale e con una preoccupante coazione a ripetere slogan comunicativi e rozza gestione del consenso in assenza di un lavoro serio, continuativo e profondo sulla partecipazione culturale dei cittadini, senza la quale nulla può attecchire o produrre effetti duraturi.

Solo una cultura tout court, consapevole dei propri valori fondanti e che ha come modello una comunità dal basso, vivente, di ricercatori e cittadini sinceramente impegnati a risolvere una questione e a trasformare questo impegno in un’esperienza di scoperta in seno a un sistema che consente di scambiarsi informazioni e di avanzare critiche e considerazioni in modo libero e aperto può fare diventare la nostra città un luogo di utopia possibile, di ripensamento, di ricostruzione e avanzamento nell’agire sociale e culturale. La cura dell’intelligenza e del lavoro meticoloso, l’attenzione alle meraviglie e all’eccentricità, alle gemme che nascono in sentieri da pochi battuti, la profondità e il lavoro di scavo, l’esperienza e la messa in opera, un elenco di cose che trasmettono l’idea di un mondo che forse è definitivamente tramontato e di un’eredità di pensiero difficile da perseguire: ma ad esse occorre guardare e stare attaccati per farci tornare a essere un fulcro socio-culturale di dimensione europea, non per nostalgia del passato ma per qualità del futuro collettivo.
Sospetto fortemente che esista anche una foto di Hemingway a Rimini conservata nella sua casa di Key West, ora museo, dove visse dal 1928 al 1940 con Pauline. Dovrebbe essere ancora nella camera dei figli Gregory e Patrick.
La scoprirà qualcun altro. Forse. Voglio continuare ad essere penultimo.