“Questa Pasqua ci sollecita ad andare dai Pilato di turno a chiedere con forza il corpo di Gesù”

“Questa Pasqua ci sollecita ad andare dai Pilato di turno a chiedere con forza il corpo di Gesù”

Dalle monache di Pietrarubbia parole che non lasciano indifferenti

"Chiedere il corpo di Gesù non significa soltanto chiedere che ci sia restituita la Messa o la Comunione Eucaristica, ma che ci sia restituita la Chiesa, quel corpo di Cristo che in questa storia perpetua la Presenza salvifica del Redentore". Comincia domani la settimana Santa. Stravolta anch'essa dalla pandemia. "Che questa Pasqua “castigata” ci purifichi davvero", dice suor Maria Gloria Riva nell'intervista che pubblichiamo. "Il vero legame con le persone si tesse nella preghiera e nell’adorazione", spiega. "Saranno necessari luoghi di Bellezza per curare gli animi passata l'emergenza".

Lei come legge l’irrompere drammatico del virus in questo momento storico nella vita delle persone, delle famiglie, delle comunità, delle nazioni, del mondo? E come lo vive? Quali pensieri le suscita? Quali domande? Qual è il senso di quello che sta succedendo, compresi i tanti morti che l’Italia conta ogni giorno? Decessi peraltro ancora più strazianti perché chi perde la vita non può essere nemmeno accompagnato dai propri cari negli ultimi momenti di una lunga esistenza (in maggioranza sono gli anziani che ci stanno lasciando).

Una situazione simile, nella sua sorprendente drammaticità chiama sicuramente a rientrare in se stessi e meditare. Di colpo ci siamo accorti della fragilità dei nostri sistemi apparentemente efficientissimi; vediamo più evidenti le scelte fallimentari, come i tagli sulla sanità e l’abbandono di certe strutture ospedaliere; si rivela più lucidamente ai nostri occhi come, in questi anni, abbiamo investito danari ed energie in cose marginali che, di fronte a un evento di tale portata, risultano inutili. D’altra parte sorge la domanda fondamentale della vita: per cosa viviamo? Dove trova la vita, e conseguentemente la morte, il suo senso? È stato impressionante vedere tante bare in fila una all’altra senza anima viva che le accompagnasse. Impressionante non solo per il numero dei decessi, già di per sé scioccante, ma per la solitudine che ha accompagnato queste morti. Noi, monache ci siamo sentite accanto a ciascuno di questi defunti e a ciascuna delle famiglie che si cela dietro di loro, delle quali possiamo immaginare lo strazio e il senso d’impotenza. In tali frangenti sono state dette, a mio avviso, tante parole inutili. Il silenzio pieno di preghiera, per quelli che credono, è l’atteggiamento più utile. Il silenzio educa anche chi non crede, mette in comunione con la parte più profonda di sé e come la preghiera, cambia lo sguardo. Sì, dobbiamo pregare per quelli che sono morti, ma anche per quelli che rimangono, perché siano sorretti dalla speranza nel ritorno alla normalità e perché tutti si riprenda a vivere con più maturità e coscienza. La stessa che stanno dimostrando molti italiani impegnati direttamente nell’affrontare la pandemia.

Le monache dell’Adorazione Eucaristica di Pietrarubbia: suor Maria Gloria Riva è al centro in piedi

C’entra qualcosa il male? Qual è il valore della sofferenza e del dover fare i conti con tragedie così ingiustificabili? Oppure non siamo più capaci di affrontare la morte, perché in fondo le pandemie ci sono sempre state e con esiti disastrosi e dentro questi disastri “la carità nacque al cessar d’ogni allegrezza terrena”, come dice Manzoni?

Il male non è mai fine a se stesso. Non c’è male che non abbia un risvolto di bene. Lo disse anche Gesù a proposito di quei famosi 18 sui quali rovinò una torre. Di fronte allo sgomento dei loro contemporanei Gesù disse: «Quei diciotto, sopra i quali rovinò la torre di Siloe e li uccise, credete che fossero più colpevoli di tutti gli abitanti di Gerusalemme? No, vi dico, ma se non vi convertite, perirete tutti allo stesso modo». Gesù ci mette in guardia: da un lato l’equiparazione male = colpa è inadeguato e, soprattutto all’orecchio dell’uomo contemporaneo, stona. D’altra parte la morte è sempre una chiamata alle cose ultime e quindi alla conversione. La stessa parola castigo, tanto estranea al nostro linguaggio, nella sua accezione originaria: castus agere, implica il rendere puro. Nulla vale cancellarla dal vocabolario, ciò che fa sorgere una parola è l’esperienza di migliaia di secoli. La riflessione di generazioni e generazioni ha visto sempre nella prova una possibilità di redenzione, di tornare a una purezza originaria. Come lo stesso Manzoni acutamente scrisse: Dio che non turba mai la gioia de’ suoi figli, se non per prepararne loro una più certa e più grande. Allo stesso modo volgendola al negativo potremmo dire: Dio non permette mai una prova se non per trarne un bene maggiore. Scrisse Bonhoeffer nel contesto drammatico della Shoah, mentre era in carcere a Berlino per aver cospirato contro Hitler, non tutto ciò che accade, accade per volontà di Dio: ci possano essere molti fallimenti, molti errori, molte colpe umane, ma nei fatti stessi c’è Dio. Ecco: Dio è con noi, anche in tempo di Covid, questa è la grande speranza.

Lei appartiene a una comunità monastica contemplativa, quindi dedica molte ore alla preghiera: cosa chiede a Dio in questi giorni? E in questi giorni chiede qualcosa di diverso?

In questi giorni la nostra preoccupazione è di esserci. Essere davanti a Dio per tutti ed essere accanto ad ogni uomo perché possa sentire la Presenza di Dio nella sua vita. Se da un lato abbiamo intensificato la preghiera personale e comunitaria, dall’altro abbiamo partecipato a tutti le nostre liturgie attraverso i mezzi di comunicazione sociale. La fortuna di avere la celebrazione eucaristica ogni giorno, di avere il canto monastico dei salmi e l’adorazione eucaristica andava condivisa. Così, pubblicando sulla nostra pagina Facebook (Monache dell’adorazione eucaristica) e sul nostro canale youtube (Gloria Riva) la diretta di questi momenti, tante persone che non ci conoscevano e tanti amici ci hanno manifestato gratitudine. Per molti è una compagnia quotidiana che offre un momento di pace, di conforto e di speranza per il futuro. Il nostro carisma, legato alla bellezza, ci ha suggerito di regalare momenti di canto e meditazione su immagini di arte. E ci ha stupito scoprire come, ora più che mai, la bellezza della croce salverà il mondo. Proprio per il ridursi delle attività possibili, proprio per il blackout di molte trasmissioni televisive e di possibilità di “fare spettacolo”, proprio per questo silenzio forzato cui ci hanno costretto, alcune parole (che noi diciamo da sempre) alcuni gesti (come quelli liturgici che la Chiesa fa da sempre) raggiungono più profondamente il cuore dell’uomo e lo confortano, cioè lo rendono più forte dentro le avversità della vita.

Anche la Chiesa sembra un po’ smarrita, c’è chi ha scritto in questi giorni che “nella congiuntura mondiale della pandemia in corso non vi è traccia di un intervento della Chiesa “mater et magistra” che sia all’altezza della sua universale maternità e ammaestramento”. È così o no? C’è un insegnamento anche per la Chiesa da questa situazione?

Dare un giudizio univoco in una situazione cattolica tanto variegata e, talora, contraddittoria, è difficile. Certamente sono mancate, in alcuni contesti ben precisi e autorevoli, parole incisive. Serpeggia il timore di affrontare argomenti quali: conversione, penitenza, castigo ecc. È mancata anche una riflessione adeguata sugli errori della politica. Non tanto per condannare l’una o l’altra personalità, ma per sanare un sistema politico più preoccupato degli equilibri internazionali che del bene effettivo del paese e dei suoi cittadini. In passato la Chiesa ha saputo essere, pur mantenendosi entro termini strettamente religiosi, molto più chiara nei giudizi. È una conseguenza del pensiero liquido che ci ha dominato in questi anni. A mio avviso era necessaria una svolta e credo sia appena iniziata.
D’altro canto non si può negare che ci siano state prese di posizione nette e piene di fede: penso ai momenti di preghiera promossi dal santo padre: penso ai molti vescovi che non si sono rassegnati a questa situazione di disagio, ma sono stati un segno per il popolo.
Forse, pur assicurando con responsabilità e giudizio le dovute norme di precauzione, ci si poteva opporre più decisamente a una così drastica interruzione della frequenza dei luoghi di culto. Si poteva scegliere, come avvenuto in Polonia su proposta dell’arcivescovo Stanisław Gądecki, presidente della Conferenza Episcopale Polacca, di moltiplicare le celebrazioni, limitando il numero dei partecipanti a seconda dell’ampiezza dell’edificio. Non lo avrebbero permesso? Può darsi, ma avremmo fatto sentire la nostra voce e testimoniato la nostra fede nella fecondità della preghiera comunitaria.
Tra aspetti positivi e negativi l’insegnamento, credo, ci sia e sia chiaro: chi crede è chiamato a difendere e ad affermare la propria fede non a dispetto degli altri, ma proprio per il bene di tutti. Non ci si può vergognare di essere credenti accettando di essere relegati entro le sacrestie. La nostra fede salverà anche chi non crede. L’Eucaristia è salvezza di tutta la città, credenti e non credenti: messe, processioni, crocefissi miracolosi, sono una grazia per tutti. La storia della nostra Italia è punteggiata di santuari ed eventi miracolosi, ciò interessa tutti ed è un bene per l’umanità, non qualcosa da nascondere fra quattro pareti.

La messa di Pasqua, così come quella del venerdì Santo, la veglia del sabato Santo, la Via Crucis, saranno cancellate nella forma tradizionale, tutto via streaming: come vivere la settimana santa in questa condizione?

Ho pensato molto a questo. C’è una lettura nell’ufficio del Sabato prima delle Palme dove san Gregorio Nazianzeno invita a identificarsi con uno dei discepoli di Gesù o di altri personaggi di rilievo negli eventi della passione. Tra questi vi è Giuseppe di Arimatea che andò da Pilato e chiese il corpo di Gesù. Per un uomo influente come lui, con una posizione di spicco, fu un atto di coraggio grande, una presa di posizione decisiva sia verso i romani che verso il sinedrio cui apparteneva. Entro, dunque, nella settimana santa con questo spirito: che questa Pasqua “castigata” ci purifichi davvero, ci renda desiderosi di andare dai politici di turno e richiedere con forza il corpo di Gesù.

Noi monache vivremo, come ogni anno, tutti gli eventi della Pasqua, ma senza il popolo di Dio; senza i nostri vicini, gli amici, i tanti volti che solitamente allietano le nostre celebrazioni con la loro fede, non sarà la stessa cosa. Chiedere il corpo di Gesù non significa soltanto chiedere che ci sia restituita la Messa o la Comunione Eucaristica, significa anche (e per noi è evidente) che ci sia restituita la Chiesa, quel corpo di Cristo che in questa storia perpetua la Presenza salvifica del Redentore.

Il Cristo “malato” di Matthias Grünewald (Museo Unterlinden di Colmar)

Lei è molto brava a leggere la storia dell’arte, a descrivere le opere di pittori e scultori. C’è un quadro che le viene in mente in questo momento per accendere un po’ di luce su una realtà abbastanza buia?

Ho avuto modo di citare con un’amica Matthias Grünewald. Un autore tedesco del XVI secolo. La sua pala di Isenheim è quanto mai significativa per questo tempo. Matthias Grünewald realizzò per i medici Antoniti (religiosi legati a Sant’Antonio Abate) una sorta di macchina liturgica usata nel percorso di guarigione dei malati Herpes Zoster e di altre malattie infettive, altamente mortali nell’Europa di quel secolo.
Tanto impressiona il Cristo crocefisso, sfigurato e pieno di pustole come gli stessi malati che lo osservavano, tanto eleva e innalza il pannello della risurrezione. Questa è l’immagine più bella per raccontare la speranza, la stessa speranza che colmava lo sguardo dei malati del 500. Il risorto di Grünewald si eleva sopra un sepolcro che ha la forma del fungo atomico. Certo nulla poteva immaginare l’artista di quello che avrebbe vissuto l’umanità nel XX secolo, ma proprio per questo l’immagine si carica di senso e profezia. Di fronte ai terremoti più spaventosi, alle calamità più gravi si eleva l’arcobaleno della speranza: la morte non è l’ultima parola per l’uomo, c’è un «più in là» che va sempre tenuto presente. Non solo quando la paura e il dolore bussano alla porta, ma sempre. La pala, pur essendo commissionata da medici che si adoperavano con i mezzi di allora per guarire, non disdegnavano di collegare la malattia e la morte con il Maligno. Nella pala di Isenheim sorprende vedere, proprio alla fine del ciclo di terapie che, mentre i malati erano guariti, il demonio, sconfitto, aveva su di sé le stesse piaghe dei malati. C’è un mistero dell’iniquità che non va sottovalutato o sottaciuto. C’è un nemico dell’uomo che vuole la morte e la distruzione dell’umanità, sfrutta tutti i mezzi per poterlo fare e le testimonianze nell’arte e nella storia della Chiesa abbondano. Non dobbiamo ignorarlo, ma nemmeno temerlo. Il Signore vuole la nostra vittoria e la nostra salvezza forse, più di noi.

“Il risorto di Grünewald si eleva sopra un sepolcro che ha la forma del fungo atomico. Certo nulla poteva immaginare l’artista di quello che avrebbe vissuto l’umanità nel XX secolo, ma proprio per questo l’immagine si carica di senso e profezia” (Museo Unterlinden di Colmar)

Ha cambiato qualcosa nella vita concreta del vostro monastero l’epidemia del coronavirus?

Certamente il cambiamento si sente. Nonostante l’indole claustrale della nostra vita, il solo fatto di non poter accogliere le persone o di non avere partecipazione alle celebrazioni, crea un vuoto. Nello stesso tempo però si sperimenta più profondamente una verità di cui la nostra vita è colma: il vero legame con le persone si tesse nella preghiera e nell’adorazione. Anche qui c’è stato un cambiamento, ma in senso molto positivo, stiamo percependo l’efficacia grande della preghiera. Tante persone che hanno contratto il Covid-19 – alcune in condizioni molto gravi – e per le quali abbiamo pregato, sono guarite. Certo, non solo per merito della nostra preghiera, ma certamente grazie alla preghiera di molti. Sostenere con l’adorazione i medici, il personale infermieristico, ha permesso a molti di loro di non contrarre il virus, nonostante il rischio quotidiano. E’ un miracolo quotidiano che sorprende anzitutto noi e che ci fa sperimentare la vicinanza di Dio.

Il carisma delle Monache dell’Adorazione Eucaristica è la diffusione della bellezza come salvezza. Dov’è la bellezza in queste lunghe giornate scandite dal suono delle ambulanze e dai bollettini dei contagi e dei morti?

Il suono delle sirene è come un grido di aiuto che giungendo ai nostri orecchi ci rende più presenti alla sofferenza altrui. Per questo offriamo intensamente il nostro lavoro quotidiano pensando a chi soffre. Ci stiamo curando del nostro giardino, del frutteto, nella tensione di rendere questo luogo bello per il futuro. Ora l’emergenza è guidata dalle precauzioni e dal desiderio di guarire le persone contagiate, ma dopo, quando questo finirà, ci sarà bisogno di curare gli animi, le relazioni, lo scoraggiamento per un’economia che non sarà quella di prima. Allora ci stiamo preparando al futuro, saranno necessari luoghi di Bellezza per accogliere le persone e accompagnarle di nuovo sulla via della Speranza e della fede. Ogni giorno cantiamo un’antifona mariana stupenda: Stella Coeli extirpavit. Una preghiera che per secoli è stata rivolta a Maria per le epidemie più virulente, un canto gregoriano di straordinaria bellezza. Quando s’innalzano le note di questa preghiera, il cuore si eleva nella certezza che saremo esaudite: sì, ce la faremo, con l’aiuto di Maria e con la forza audace della fede che sa toccare il Cuore di Dio.