Spazzar via il mercato dal centro storico è una patacata cosmica

Se uno va a Gubbio, Assisi, Todi o in una qualunque delle città medioevali di Toscana e Umbria, è come se si trovasse teletrasportato a un tratto dal

Se uno va a Gubbio, Assisi, Todi o in una qualunque delle città medioevali di Toscana e Umbria, è come se si trovasse teletrasportato a un tratto dal Duemila al Mille.
Ecco perché, in città come queste, la tutela monumentale, la salvaguardia d’immagine, la purezza architettonica e urbanistica sono più che giustificate.
Ma Rimini no.
Rimini è una città che durante la Seconda Guerra Mondiale è stata prima distrutta, poi ricostruita in un rigurgito cementizio che l’ha resa una delle città più modernamente “brutte” d’Italia.
Consistendo proprio in questo tuttavia (accanto alla presenza d’una delle più belle spiagge d’Italia) il suo fascino: nell’essere un aggregato senza forma capace, proprio per questo, di assumere prometeicamente le sembianze più varie, da Ostenda a Miami ad Atlantic City a Las Vegas ecc.
Orbene, a quanto pare il sindaco Gnassi ha appena deciso di spazzar via il mercato ambulante da piazza Cavour e Malatesta.
In base a quel narcisismo ecologista che da un lato vorrebbe friburghizzare tutto, dall’altro eradere, in un delirio urbanisticamente ambientale, qualsivoglia traccia di contemporaneità (cioè d’homo economicus, in quanto brutto, sporco e cattivo) da un centro storico che dopo la Riminizzazione degli anni ’50 non ha quasi più nulla di autentico, di conservativo, di pregiato.
Trascurando così, Gnassi, quella componente antropologica fatta di calore umano e capacità d’accoglienza, fervore commerciale e brulichio mediterraneo (vedi appunto il mercato) che ha fatto le fortune d’una città i cui bagnanti venivano non per ragioni di tipo artistico-monumentale, ma perché si trovavano meglio qui che a casa loro.
Come dire che questa giunta persegue un’immagine di città totalmente estranea al suo genius loci, con una vision che porterà non a valorizzarla e rilanciarla, ma a snaturarne il tessuto urbano insieme a quello antropologico.
Possibile che a nessuno dei nostri amministratori sia venuta in mente un’alternativa che, fra l’altro, avrebbe evitato a noi cittadini di doverci sobbarcare l’onere assurdo d’un Galli rifatto per 600 spettatori e basta?
Alternativa consistente nella rimozione sic et simpliciter del Galli da una location di cui s’è persa ogni memoria storica, perché non c’è più nessuno a Rimini che ricordi d’essere andato personalmente a teatro ai tempi in cui il Galli c’era e prosperava.
Cosa che rende la ricostruzione del Galli “com’era dov’era” (altra patacata cosmica!) un’operazione filologicamente senza senso, visto che a Rimini esiste già un teatro “moderno”, molto più consono all’anima della città, che è l’ex cinema Astoria.
Il quale Astoria ha una torre scenica più grande della Scala, e avrebbe potuto essere sontuosamente ristrutturato (con una capienza di 1000 posti e platea ad anfiteatro) con un investimento pari a un decimo di quello che ci costerà il Galli.
Tutto per dire che sarebbe stato molto più sensato fare dell’Astoria il teatro della città, recuperando nella zona archeologica di piazza Malatesta una serie di reperti, non Disneyani ma autentici, da esporre a cielo aperto su tutta la location.
Dimodoché indigeni e turisti che visitassero oggi i banchi del mercato (opportunamente rivisto e abbellito) avrebbero l’occasione di aggirarsi tra memorie effettivamente storiche, non farlocche, della città.
Con un risparmio per le casse comunali, oltretutto, che forse ne eviterebbe il collasso (viste le follie di Palas, Galli e Trc), come sta succedendo per un comune, quello di Viareggio, che tra deficit pubblico e partecipate a carico è comunque messo meglio di Rimini.
Ma usare un po’ di cervello, a Rimini, proprio mai?