Viaggio del vescovo in Venezuela per definire l’arrivo in Diocesi di preti da La Guaira

Viaggio del vescovo in Venezuela per definire l’arrivo in Diocesi di preti da La Guaira

Qualche settimana fa mons. Lambiasi e don Aldo Fonti sono volati a La Guaira, città nella quale l'attuale parroco di Viserba Mare è stato in missione per trent'anni. Perché ora di missionari ne ha bisogno la chiesa di Rimini.

Il vescovo Francesco Lambiasi ci ha messo qualche anno per fare tornare a casa don Aldo Fonti, un prete diocesano riminese missionario in Venezuela ora parroco a Viserba Mare, ma alla fine ha dovuto pagare pegno. Un pegno, tuttavia, che forse si rivelerà dolce e ricompensato a sua volta, addirittura preso ad esempio anche da altre diocesi italiane. Di che stiamo parlando? Dell’ormai cronica mancanza di ‘personale’ nella chiesa, nella fattispecie di sacerdoti che mancano all’appello e che, nonostante le aperture del Concilio e di papa Francesco ai laici e alle donne, restano indispensabili ‘addetti’ alla vita sacramentale della Chiesa. A questo proposito c’è una notizia che riguarda la diocesi di Rimini: a breve potrebbero arrivare in servizio alcuni giovani sacerdoti venezuelani. Non tanti per la verità ma è un inizio e un piccolo grande segno dei tempi.
Ora che in Europa e in genere nel mondo occidentale i seminari si stanno svuotando, il posto che spetta alle tonache o meglio ai clergyman potrebbe essere preso da preti che arrivano dal terzo mondo, in particolare dall’Africa e dall’America Latina. Per comprendere il fenomeno è fuorviante affidarsi solo ai numeri e ai dati statistici ma ce ne sono alcuni che sono lampanti: a Rimini una struttura nuova di zecca, appena aperta come seminario, dopo soli pochi mesi è stata destinata ad ospitare la sede dell’istituto di Scienze Religiose mentre i pochissimi seminaristi si sono trasferiti nei locali parrocchiali di San Giuliano Borgo dove il rettore, don Paolo Donati, fa anche il parroco. Che dire poi dei 154 sacerdoti diocesani di cui solo 120 coinvolti in attività pastorali che hanno un’età media di 65 anni e negli ultimi dieci anni il trend è del meno 12 per cento, visto che in questo lasso di tempo tra i preti si sono registrati 25 decessi mentre di sacerdoti novelli ne sono stati ordinati nove. Inoltre delle 115 parrocchie della diocesi riminese ce ne sono 43 che non hanno il parroco residente. Se ne sta parlando già da qualche tempo e la decisione definitiva sull’arrivo dei preti venezuelani potrebbe essere presa e annunciata dal vescovo a breve.

Abbiamo accennato al pegno che il vescovo sta pagando: questa ‘buona notizia’ deve molto all’impegno di don Aldo Fonti, che di tornare nella sua diocesi di Rimini non ci pensava ancora, perlomeno prima che glielo chiedesse il suo superiore, appunto il vescovo Lambiasi. Pur obbedendo, ha comunque esposto al vescovo la sua idea: “Facciamo venire a Rimini preti venezuelani”. A parti invertite, e cioè quella dei preti europei e italiani in missione nel terzo mondo, al di là della presenza storica degli istituti missionari in quelle terre, è un’idea che risale a Pio XII. Il quale, il 21 aprile 1957, pubblicò la Fidei Donum. In particolare, il suo sguardo era rivolto alle chiese di “antica costituzione” a cui si chiedeva di inviare generosamente i preti diocesani in missione in particolare in Africa non solo “ad vitam” (per tutta la vita) ma anche “ad tempus”. Nel Concilio fu papa Giovanni XXIII ad allargare l’orizzonte: non solo preti per l’Africa ma anche per l’America Latina. Anche perché i vescovi latino americani arrivati in Vaticano per il Concilio, chiedevano aiuto materiale e pastorale. Don Aldo Fonti, grazie alla lungimiranza dell’allora vescovo riminese Emilio Biancheri, fu uno di quelli ad usufruire del movimento avviato dalla Fidei donum, e dopo il liceo classico, andò a Verona in un seminario istituito per preparare missionari destinati all’America Latina. Dopo qualche anno dall’ordinazione, in equipe con due sacerdoti della diocesi di Cesena, don Giorgio Bissoni (ora parroco a Longiano) e don Derno Giorgetti (che è tuttora in Venezuela) si reca nella diocesi di La Guaira come fidei donum della diocesi di Rimini. E’ questa una diocesi che, visti anche i legami creati da don Aldo Fonti, è disposta a lasciare partire per Rimini alcuni suoi sacerdoti. Don Aldo ne parla col Vescovo e spiega la sua idea, non nascondendo il suo forte disappunto per come altre diocesi stanno affrontando lo stesso problema della mancanza di preti, quasi per tappare i buchi: “Senza un serio rapporto di conoscenza e amicizia di fede tra chiesa e chiesa, tra vescovo e vescovo, si tratterebbe solo di reclutare ‘manodopera’, cosa che crea più problemi di quanti ne risolve. Io sono stato a La Guaira trent’anni e conosco molto bene quella diocesi e col suo attuale vescovo ho lavorato fianco a fianco. Conosco moltissimi suoi sacerdoti fin dagli anni del seminario. Sono stato il loro insegnante. E credo che questa idea ora sia condivisa dal vescovo Lambiasi”.

L’idea don Aldo l’ha avuta già da qualche anno ma alla concretizzazione si sta arrivando adesso. Perché la strada della condivisione delle scelte richiede i tempi necessari, che sono anche quelli legati ai diversi passaggi negli organismi diocesani e non solo. Se si pone a don Aldo Fonti l’interrogativo sulla crisi delle vocazioni e il fatto che non ci sia più quasi nessuno disposto ad entrare in seminario, la sua riposta è la seguente: “Effettivamente è una bella domanda: il fenomeno assomma una serie di ragioni che forse si possono riassumere alla fine in quella che oggi abbiamo a che fare con quella che don Armando Matteo chiama “la prima generazione incredula”. Il prete in fondo spende la vita per Cristo, e se nessuno più crede in Gesù perché ci si dovrebbe porre il problema del ‘per chi’ spendere la propria vita? C’è una profonda crisi di fede e di cultura e la società è completamente secolarizzata al punto che la figura del prete non solo è avvolta da un alone culturale negativo e per nulla valorizzata, ma spesso viene disprezzata. I preti come noi, un po’ più anziani, vivono una spiritualità profonda che aiuta ad affrontare questo clima ma per un ragazzo o anche un giovane prete le difficoltà sono davvero grandi e c’è da preoccuparsi di questa fragilità umana e psicologica. Inoltre la parola ‘sacrificio’ è stata proprio cancellata, non solo dal vocabolario. La vita sacerdotale presuppone anche sacrificio ma, volendola dire tutta, non di più di uno che sceglie coscientemente il matrimonio. Ne parlavamo in questi giorni in parrocchia sul tema della bioetica. Quando la vita perde la sua sacralità per incentrarsi solo sulla ‘qualità’ (oggi tutti straparlano di qualità della vita) allora ci inoltriamo in un vicolo cieco e potrebbero moltiplicarsi le scelte come quella del dj Fabo. Nelle chiese giovani e dell’America Latina si trova invece una freschezza e una gioia che fanno restare a bocca aperta. Credo che questo abbia colpito non solo me ma anche il vescovo Lambiasi (nella foto col vescovo di La Guaira, Raul Biord Castillo), col quale ho insistito perché mi accompagnasse in Venezuela dove siamo stati per una dozzina di giorni in febbraio per vedere di persona questo fenomeno. E stiamo parlando di una nazione dove la crisi è profonda anche economicamente oltre che politicamente: non sto esagerando, in alcuni casi la gente è addirittura alla fame. Alloggiavamo in seminario e abbiamo visto cosa la crisi comporti in fatto di privazioni, ma insieme abbiamo incontrato anche una cinquantina di giovani felici ed entusiasti. Certo forse saranno meno strutturati e conosceranno meno diritto canonico. Ma, scusa il linguaggio, chissenefrega! Del resto il diritto canonico non è nel vangelo ma l’abbiamo inventato noi”.

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