Anfiteatro, prof. Ortalli: “Nel sottosuolo ci sono significativi resti delle fondazioni murarie”

Anfiteatro, prof. Ortalli: “Nel sottosuolo ci sono significativi resti delle fondazioni murarie”

"Restituire la pianta completa dell’intero complesso permetterebbe di riconoscerne la grande forma ellittica, caratteristica degli anfiteatri, e non quella semicircolare, che può indurre a confonderlo con un teatro."

Docente di archeologia classica, è stato responsabile della tutela e della ricerca in ambito regionale, e a Rimini in particolare ha avuto la direzione scientifica dei tanti interventi finanziati o promossi dallo Stato e compiuti dalla Soprintendenza di Bologna. In questa intervista parla del patrimonio archeologico della nostra città e in particolare dell'anfiteatro romano, spiegando quali passi andrebbero compiuti per riportarlo in luce.

Professor Ortalli, prima di tutto le chiedo una valutazione generale sul patrimonio archeologico di Rimini.
Sicuramente la città di Rimini ed il patrimonio archeologico che ancora se ne conserva dimostrano come nell’antichità, e soprattutto nell’età repubblicana, l’abitato rivestisse una grande importanza qualificandosi come uno dei principali centri dell’intera Italia settentrionale. A documentarlo non sono solo i suoi resti monumentali e materiali, ma anche il risalto storico testimoniato dalle fonti scritte.
Ariminum, infatti, fu la prima colonia latina creata dai Romani a nord degli Appennini (268 a.C.), come baluardo difensivo e come avamposto offensivo per quella che in seguito sarebbe stata la conquista dell’intera Italia settentrionale (Cisalpina). Il rilievo della colonia nella tarda età repubblicana traspare del resto anche dal fatto che dette il nome, come capoluogo, alla provincia Ariminum. Ricordiamo inoltre il risalto che la città assunse nel tardo III secolo nelle guerra Annibalica, agli inizi del I secolo a.C. nella guerra civile tra Mario e Silla, e, in particolare, allorché Giulio Cesare vi acquartierò le truppe preparandosi allo scontro con Pompeo.
Per quanto invece riguarda i resti materiali vale la pena di ricordare la grande quantità e rappresentatività dei monumenti conservatisi, che restituiscono un quadro eccezionale nel panorama dell’Italia settentrionale e unico nell’intera regione. Essi si datano soprattutto dall’età augustea alla metà del II secolo d.C., vale a dire ai tempi in cui il centro abitato godette del suo maggior splendore.
Oltre a ciò si deve rammentare la mole di reperti esposti nel locale Museo, dalle epigrafi alle sculture marmoree e fittili, dalle membrature architettoniche agli arredi domestici, dal vasellame da mensa a quello commerciale. Tutto ciò evidenzia la ricchezza e il livello di vita e culturale raggiunto dalla città in età romana, senza peraltro dimenticare i manufatti di età preistorica e protostorica, fino agli Etruschi e agli Umbri che pure ne abitarono il circondario, e quelli tardo antichi e alto medievali.

Il prof. Jacopo Ortalli

Se dovesse tracciare una classifica in ordine di importanza, quale ordine seguirebbe (per quelli principali). A qualcuno di questi è più “affezionato” di altri, magari per essersene occupato direttamente o per qualche altra ragione?
Ritengo che l’arco di Augusto, il più antico tra quelli del mondo romano tuttora conservati e riprodotto tante volte nei manuali di archeologia, sia indubbiamente il più importante resto dell’antica Ariminum.
Lo stesso ponte di Tiberio, per la sua eccezionale conservazione e la sua eleganza formale, può tranquillamente figurare come secondo monumento più rilevante della città.
Per il terzo posto sarei invece indeciso tra l’anfiteatro e la domus “del Chirurgo”. In verità personalmente collocherei la domus davanti all’anfiteatro, e non solo per motivi di migliore accessibilità e possibilità di comprensione, ma anche per una questione affettiva, dal momento che l’ho scavata per più di dieci anni e ho pure partecipato alla definizione del progetto di valorizzazione che tuttora ritengo particolarmente efficace.
Oltre che per il pregio formale di certe componenti architettoniche, ad iniziare dai mosaici, penso che il complesso di piazza Ferrari risulti particolarmente apprezzabile per le scelte conservative che sono alla base della musealizzazione, con una sistemazione dei resti tale da illustrare al meglio la secolare vita della città.
Mi riferisco ad esempio alla ripartizione in tre settori dell’area di scavo, sottolineata dal tracciato delle passerelle che ne mettono in risalto le principali fasi abitative: di età imperiale, della tarda antichità e dell’alto medioevo, allorché Rimini scontò una grande decadenza riconoscibile nei semplici battuti pavimentali sterrati e nella povertà delle tecniche costruttive. E ancora segnalo la conservazione e il consolidamento in situ dei mosaici, preservando anche le tombe tardo antiche che li tagliarono nel primo alto medioevo, e il mantenimento delle stratificazioni terrose che pure offrono importanti informazioni storiche, quali i crolli e i periodi di crescita del suolo verificatisi in una città ormai profondamente degradata.

In una classifica, per importanza, dei monumenti della Rimini romana, dopo l’Arco d’Augusto e il ponte di Tiberio, il prof. Ortalli colloca al terzo posto la Domus del chirurgo (nella fotografia di Gianluca Moretti) e al quarto l’anfiteatro

A suo parere si dovrebbe fare qualcosa di più per valorizzare la Rimini romana, ed eventualmente cosa, anche in considerazione delle diverse aree archeologiche presenti: dalle varie domus alle mura repubblicane, dalle cinta murarie al miliario in località Colonnella e in via Flaminia, solo per citarne alcune.
Questo è un problema che mi sono posto più volte quando operavo a Rimini, per valorizzarne il patrimonio in modo che la città non fosse famosa solo per il mare o come “divertimentificio”, ma pure per le sue bellezze artistiche e culturali: archeologiche come posteriori, stratificatesi in un centro urbano a bimillenaria continuità di vita ad iniziare dallo splendido Tempio Malatestiano.
Un aspetto negativo era ed è comunque dato dalla frammentarietà dei resti e dalla loro dispersione sul territorio cittadino. Tali limiti in anni recenti sono stati superati solo dalla domus “del Chirurgo”, che vede l’area archeologica situata a breve distanza dal Museo dove è esposta tutta l’attrezzatura medica rinvenutavi, in modo tale da integrarne la visita.
Ma ciò non basta. Già il personale del Museo archeologico ha opportunamente organizzato percorsi archeologici e visite guidate all’interno della città. Ecco allora che a seguito di tale esperienza si potrebbero studiare itinerari culturali urbani a tema, partendo dalle collezioni museali e magari utilizzando biciclette per gli spostamenti.
Ad esempio scegliendo come tematismo le strade e gli spazi aperti: miliari, epigrafe dell’arco di Augusto con menzione dei restauri viari effettuati dall’imperatore, epigrafe di Caio Cesare sulla pavimentazione di tutte le vie urbane, lastricati della piazza del foro e del cardine massimo, ponti di Tiberio e sull’Ausa, tratto suburbano della via Aemilia conservato nella chiesa di San Giuliano. Qualcosa di simile si potrebbe fare anche per altri soggetti, quali gli impianti pubblici, le mura (repubblicane, augustee, tardo antiche, bizantine -?-, medievali, malatestiane) o le domus.

La Rimini romana è orfana dell’Anfiteatro. Da anni si discute di questo sito, ancora in buona parte occupato dalle costruzioni del Ceis (alcune anche in cemento armato). Le chiedo: come valuta il fatto che, nonostante un vincolo totale sull’area archeologica, posto nel 1913 (“nell’area di cui ai mappali … è proibito fare qualsiasi costruzione”), siano state autorizzate quelle costruzioni e nonostante gli appelli dei vari Soprintendenti che si sono succeduti (Mansuelli, Bermond, Sgubini, Maccaferri, Guzzo, Calvani) rivolti all’amministrazione comunale per trasferire il Centro Educativo Italo Svizzero e valorizzare pienamente l’Anfiteatro, non è successo nulla? E in presenza di quel tipo di vincolo, le costruzioni sono da considerare abusi edilizi oppure no?
Ai tempi dei vari Soprintendenti che si susseguirono dalla Bermond Montanari alla Marini Calvani, come funzionario mi sono occupato diverse volte dell’Anfiteatro riminese, non solo per controlli e restauri ma anche per questioni di tutela.
In particolare ricordo una di queste occasioni, forse al momento di una qualche richiesta di autorizzazione: allora mi resi conto che a livello locale si trattava di una tematica molto controversa e delicata, non tanto perché in parecchi cittadini riminesi si fosse ormai radicato un forte rapporto “affettivo” nei confronti del Centro Educativo Italo Svizzero, il che non sarebbe stato un fattore d’impedimento nel caso di una scelta motivata dalla valorizzazione, quanto piuttosto per argomentazioni più serie.

Cioè?
Quando la Soprintendenza ventilò all’Amministrazione di Rimini l’opportunità di un trasferimento dell’Istituto in altro luogo messo a disposizione dal Comune, fu infatti rilevato che, oltre al problema dei costi, c’erano altre incertezze: che tutta l’area dell’Anfiteatro nell’ultima fase della guerra e dopo la liberazione era stata prima bombardata e quindi usata come discarica delle macerie della città, che in conseguenza di ciò non si sapeva quali ruderi e in che condizione ancora sussistessero nel sottosuolo, che il CEIS non era stato un intervento di speculazione edilizia bensì un’opera di beneficenza realizzata grazie ai contributi di uno stato estero, che nel primo dopoguerra le priorità erano quelle della rapida ricostruzione (una sorta di “causa di forza maggiore”). Nonostante fosse evidente che nel 1946 era stato commesso un abuso edilizio in contrasto con il precedente vincolo, si ritenne che tali osservazioni non fossero trascurabili.
In ogni caso esse non mi paiono di per sé sufficienti per poter pregiudicare e impedire l’effettuazione di indagini che consentano quantomeno una valutazione oggettiva della situazione: da archeologo mi auguro anzi che si possano acquisire ulteriori e più precisi dati per accertare l’opportunità, o meno, di rendere meglio fruibile l’importante monumento romano, augurabilmente in un’ottica collaborativa e non conflittuale.

Qualcuno sostiene che “sotto il Ceis non c’è nulla”, ovvero dell’Anfiteatro non ci sarebbe rimasto quasi più niente e dunque sarebbe inutile un intervento di recupero e quindi anche lo spostamento del Ceis. Come stanno le cose? Cosa è lecito aspettarsi da eventuali lavori di scavo? Come ritiene si dovrebbe procedere, considerato anche il vincolo molto lontano nel tempo, per affrontare nel modo giusto il destino dell’Anfiteatro, cioè quali dovrebbero essere i passi da compiere. Fra i motivi che fanno ritenere non prioritario il recupero dell’Anfiteatro c’è anche quello dei costi, a suo parere sarebbero proibitivi? E a quali fonti di finanziamento si potrebbe attingere?
Già ai tempi dei vecchi scavi – dal Tonini all’Aurigemma – (nella foto d’apertura gli scavi condotti da quest’ultimo, ndr) la parte del monumento oggi sovrastata dal Ceis mostrava quasi unicamente murature rasate fino al vecchio piano di calpestio, tali, dunque, da potersi conservare anche dopo un bombardamento.
Sono così convinto che nel sottosuolo vi siano tuttora significativi resti di quelle fondazioni murarie, che quindi, una volta riportate in luce, permetterebbero di restituire la pianta completa dell’intero complesso. In tal modo se ne riconoscerebbe meglio la grande forma ellittica, caratteristica degli anfiteatri, e non quella dimezzata, semicircolare, che può indurre a confonderlo con un teatro. Inoltre, utilizzando in alcuni settori le più moderne tecniche di allestimento (ad esempio leggerissime strutture di metallo) sarebbe possibile richiamare visivamente anche l’alzato degli antichi muri.
Per verificare se tali resti strutturali ancora sussistono sarebbero sufficienti alcuni sondaggi in zone ben mirate (grazie alle piante che si possiedono si è in grado di definire taluni punti nodali delle murature in corrispondenza di aree non edificate), rapidi ed estremamente localizzati (con trincee a pozzo “apri-e-chiudi” da effettuare con mezzo meccanico).
Qualora queste indagini avessero esito positivo si potrebbe allora costituire un gruppo tecnico di lavoro con rappresentanti della Soprintendenza, del Ceis, del Comune ecc., per valutare se e come valga la pena di trasferire l’Istituto altrove, ma sempre in terreno pubblico. Una volta che in tal senso si definisse congiuntamente un progetto di massima, si dovrebbe affrontare il problema dei costi prevedendo innanzitutto la partecipazione congiunta del Ministero per i Beni culturali (tramite la Soprintendenza) e delle Amministrazioni territoriali (Comune di Rimini e Regione Emilia Romagna).
A tali Istituzioni si dovrebbe auspicabilmente aggiungere un qualche grosso sponsor del circondario. Da un decennio, infatti, è in atto un notevole cambiamento di mentalità per cui si contano ormai numerose esperienze di uno stretto rapporto tra cultura e imprese; a queste ultime sarebbero infatti garantiti significativi ritorni di immagine e, grazie all’Art bonus, pure considerevoli vantaggi fiscali.

Chi è il prof. Ortalli
Entra nel Ministero dei beni culturali nel 1980 dopo aver vinto un concorso nazionale e fino al 2001 opera in qualità di funzionario nella Soprintendenza archeologica dell’Emilia Romagna come direttore del Museo archeologico nazionale di Sarsina, come responsabile della tutela e della ricerca a Bologna e provincia e pure a Rimini e circondario, dove si è potuto avvalere del qualificato supporto del personale scientifico e tecnico del Museo della città. Ama sottolineare che “da quando ho abbandonato Rimini mi sono subentrati altri validi funzionari della Soprintendenza bolognese”. In seguito è passato all’Università di Ferrara dove ha insegnato come professore associato di Archeologia classica dal 2001 al 2017. Relativamente alla sua ventennale attività riminese Ortalli ha avuto la direzione scientifica dei tanti interventi finanziati o promossi dallo Stato e compiuti dalla Soprintendenza di Bologna. Nel campo monumentale ha condotto il restauro conservativo dell’anfiteatro, la pulitura e il restauro dell’arco di Augusto (affiancando l’opera dei Musei comunali) e del ponte di Tiberio: dapprima nel consolidamento strutturale effettuato dalla Soprintendenza e in seguito come controllo della sistemazione del bacino. A quest’ultima attività è legato il rinvenimento dei muri d’ala laterali, che indirizzavano la corrente del Marecchia entro le arcate del ponte, e il recupero di numerosi blocchi lapidei dell’originario rivestimento crollati nel greto del fiume nel Seicento. Molteplici e anche di notevole rilievo, gli scavi stratigrafici programmati o di emergenza che Ortalli ha effettuato all’interno della città. Tra i rinvenimenti di natura pubblica da segnalare la scoperta di un nuovo tratto delle mura repubblicane in prossimità dell’arco di Augusto, altri tratti delle mura laterizie tardoimperiali, l’arcata in opera quadrata del ponte sulla fossa Patara in Corso d’Augusto e le diverse porzioni del lastricato del foro, alcune delle quali lasciate in vista in piazza Tre Martiri. Per lo più, tuttavia, si trattava di edifici abitativi, talvolta caratterizzati da pregevoli pavimenti musivi: diversi settori di domus tra cui quelli di palazzo Massani, oggi Prefettura, della Camera di commercio di via Sigismondo, del teatro Galli e, di particolare rilevanza, quello medioimperiale “del Chirurgo”, nell’indagine di piazza Ferrari che ha pure restituito splendidi mosaici della tarda antichità. Oltre agli impianti urbani ha esplorato contesti archeologici nel suburbio, dove di regola in età romana si estendevano le principali necropoli. Anche in questo caso un cenno va fatto ai due vasti settori sepolcrali portati in luce subito a monte della via Flaminia. Relativamente alla valorizzazione ha promosso e seguito molte musealizzazioni di domus, tra le quali risaltano quelle degli scavi di piazza Ferrari. Per quanto riguarda i materiali ha invece affiancato i funzionari della sezione archeologica del Museo della città nella definizione dei criteri espositivi e nella selezione dei reperti da esporre nel nuovo allestimento.