Morto un Festival perché non farne un altro?

Morto un Festival perché non farne un altro?

Il docente di cinema Roy Menarini: “Con il nuovo Fulgor, il museo diffuso e Fellini Rimini può pensare anche a un evento con cui tornare al centro della cultura cinematografica”.

Riminicinema: un passato glorioso che riemerge da faldoni impolverati. Viaggio nell’archivio del festival internazionale.

I faldoni sono coperti da un leggero strato di polvere. Ma dentro è tutto bello in ordine. Abbastanza in ordine. E’ comunque un barattolo della marmellata che si apre, una lampada di Aladino che a strofinarla fa fuoriuscire schegge di un lavoro passato in cui non esistevano ancora o quasi i computer: le tracce sono quelle di parole battute a macchina e inviate al massimo via fax (per i millennials di oggi: quegli apparecchi che servivano a inviare messaggi e trasmettere documenti prima dell’avvento di e-mail e whatsApp). Primo “reperto” su cui si posano con curiosità gli occhi indagatori: il titolo è “Le Amazzoni della luna”. Un film in venti episodi, che proviene da una “idea di (John) Landis e Robert K. Weiss (produttore di The Blues Brothers, ndr). Regia a cinque mani con gli stessi Landis e Weiss, con Joe Dante, Carl Gottlieb, Peter Horton. Il catalogo mi dice che fu proiettato fuori concorso, sezione Nuovi film. Quindi spunta la foto di un omino con in mano una Leica: è stretto tra l’allora assessore alla cultura Ennio Grassi e il direttore della cineteca di Rimini Gianfranco Miro Gori, entrambi in camicie chiare estive, perfetta mise dell’ospite istituzionale della metropoli balneare. L’omino è Raymond Depardon. Fotografo e cineasta di fama internazionale, “noto al grande pubblico per avere ‘commentato’ con le sue foto la recente campagna elettorale in Francia”, evidenzia la nota con cui l’amministrazione comunale invitava all’incontro con la stampa per “martedì 12 luglio, alle ore 18 presso l’Enoteca di piazza Teatini”. Infine tra tanto bianco e nero impolverato e scolorito spunta fuori una fiammata di colore: un eroe a cavallo, un generale in posa, un soldato sullo sfondo, cavalli. E la scritta: Omar Mukhtar Lion of the Desert. Eureka. E’ il fotogramma iniziale. E’ da qui che, il 17 settembre 1988, è partita l’avventura di Riminicinema, festival internazionale nato sulle ceneri dell’EuropaCinema di Laudadio. Un film che fu anche in qualche modo un biglietto da visita da parte dei curatori del festival. Film “indesiderato”, “Kolossal Usa anticoloniale” come titolò il Corriere della Sera nell’annunciare l’apertura del Festival riminese. Un evento dalla vocazione internazionale. Che portava il mondo a Rimini. E Rimini nel mondo. E che a (ri)scorrerne oggi il palinsesto, con le sue scelte e le sue, persino, provocazioni, appare addirittura anticipatore di un’era globale che è oggi sotto i nostri occhi e che ci porta, in tutte le sue sfaccettature, oggi sì, il mondo in casa. Un Festival che con le sue proposte squarciava il velo del senso comune, delle storie ufficiali, delle incrostature della Storia. Come quelle che impedirono ad un film come Il leone del deserto di Mustafa Akkad (regista di origine siriana, ucciso in Giordania nel 2005 in un attentato terroristico di Al Quaeda) di avere normale distribuzione in Italia per il semplice motivo che trattavasi di film considerato “lesivo dell’onore del nostro esercito” (l’allora ministero degli esteri dixit) per il fatto di rispolverare in chiave anticoloniale (ma siamo nel 1981!) le gesta dell’eroe libico Omar Mukhtar, che nel ‘29 si oppose alla conquista della Libia da parte dell’Esercito regio italiano sotto la guida del generale Rodolfo Graziani, nominato da Mussolini governatore del Paese nordafricano. Tutto ciò nonostante il cast “stellare”: con Anthony Queen nei panni del condottiero libico, Oliver Reed in quelli del Generale Graziani, Rod Steiger in quelli di Mussolini, e poi John Gielgud, Irene Papas, Raf Vallone… Ecco: Riminicinema se lo prese, quel film, facendolo arrivare dagli Usa, e ci aprì il Festival. Fu un tale successo che fu replicato nella serata finale.

Non stupisce che riuscisse nelle sue anche folli imprese la “squadra” di Riminicinema, che appunto con la sua prima edizione sparò la cartuccia del cinema coloniale e anticoloniale. Il Festival aveva uomini e (pochi) mezzi per farlo con competenza, divertimento pure, e passione. Gli uomini giusti non mancavano, a partire dal compianto Alberto Farassino, superbo e raffinato e amabilissimo critico di Repubblica, e Roberto Silvestri, ieri come oggi imbattibile intorno al cinema off e radicale, un cinema aperto al “confronto e alla contaminazione culturale” come era nei principi ispiratori la nuova formula del festival. “Riminicinema – ricorda oggi Gianfranco Miro Gori, che ne fu organizzatore e tra i curatori – fu il frutto di una buona intuizione. Era un festival cosmopolita, meticcio, dei viaggi, delle contaminazioni. Dall’esperienza di EuropaCinema, diretto da Felice Laudadio, emerse che limitarci al cinema europeo era un orizzonte ristretto. Erano anni in cui si iniziava a guardare al mondo, alla globalizzazione e nel cinema c’era, dal punto di vista della produzione, qualcosa di sconfinato, che metteva in contatto le culture. Di qui l’idea di chiamare alcune persone che potevano lavorare su questi temi”. Oltre a Farassino e Silvestri “chiamai anche Fabrizio Grosoli – continua Miro Gori – che aveva un curriculum solido nel campo del documentario. E poi naturalmente c’era Piero Meldini. Si formò questo gruppetto che partorì e lanciò Riminicinema”. Un festival che riuscì a ritagliarsi un posto importante nel panorama italiano dei festival, insieme ad esempio a quello di Torino, quel Cinema Giovani che oggi continua ad esistere come Torino Film Festival. “Ma dietro aveva ed ha una grande città, con una università importante, un Museo dei cinema” osserva l’ex direttore della Cineteca. “Riminicinema è stata una stagione di lusso del cinema in cui eravamo coinvolti in tanti, era un festival con un notevole tasso di originalità” ricorda oggi anche il critico cinematografico Tatti Sanguinetti, nei giorni scorsi a Rimini per presentare un documentario su Tonino Guerra. Tra le iniziative ad alto tasso di originalità come non ricordare le “jungle girls” ovvero le Tarzan in gonnella delle majors Usa, ma anche il cinema soft porno di Russ Meyer, la retrospettiva sul musical sovietico. Mentre sul fronte degli autori Riminicinema contribuì alla scoperta di registi come Amos Gitai, Melvin Van Peebles, Kiarostami, e dedicò spazio e omaggi anche a Tonino Guerra, a Michelangelo Antonioni e, dopo la sua scomparsa, sugellò l’avvenuta riconciliazione con il suo massimo “profeta”, Federico Fellini, con l’omonimo Premio che fu assegnato a figure come John Turturro, Kusturica, alla Bigelow, a John Landis, a Scorsese.

E oggi?
Ma può avere senso oggi riproporre un festival di cinema a Rimini? O qualcosa che perlomeno ne recuperi lo spirito? Non solo può avere un senso, ma può essere anche il posto e il momento giusto secondo Roy Menarini, docente di Cinema dell’Università di Bologna a Rimini, dove è coordinatore del Corso di Laurea Magistrale in cultura e management della moda. “Vedo un potenziale molto forte a Rimini” afferma a chiare lettere. Il terreno fertile su cui si potrebbe seminare secondo Menarini c’è, ed è dato in primo luogo da “ciò che sta crescendo con il progetto del Fulgor e del museo Fellini, con il progetto del museo diffuso che coinvolge anche Castel Sismondo”. Un progetto “importante ma che dovrà essere dinamico, ovvero non solo improntato ad una logica di conservazione. “Sono convintissimo che Rimini potrebbe avere un festival di cinema dall’orizzonte internazionale che possa affiancarsi alla valorizzazione di Fellini. Le due cose dovranno spalleggiarsi a vicenda” dice Menarini, che attraverso la sua docenza non solo ha portato Fellini dentro l’università riminese (con i corsi di cinema che prevedono percorsi monografici) ma anche l’università ad incrociarsi con la città e le sue istituzioni, a partire dalla Cineteca (un esempio di collaborazione: la giornata di studio sul Casanova di Fellini organizzata nel novembre scorso, mentre sono in cantiere prossime iniziative per i 60 anni de Le notti di Cabiria).

“Si possono pensare strategie per rimettere Rimini al centro della cultura cinematografica – continua Menarini – E’ vero che in giro oggi ci sono tanti festival, anche troppi, ma nonostante il brutto finale dei festival che ha avuto Rimini questo è un territorio che può scommettere su un progetto di qualità che punti in alto. Non è proibitivo bisognerebbe un po’ crederci…”. A differenza del passato, è anche il ragionamento, la presenza universitaria, il fermento cinefilo cresciuto intorno alla cattedra di cinema, non sarebbe complemento di poco conto. E poi naturalmente c’è il nome di Fellini. “Con il volano del Fulgor si apre una partita interessantissima che rende euforici, bisogna sostenerla e fare in modo che non sia un’occasione sprecata”. “Volontà politica, denaro, energie”: queste le tre paroline magiche che servirebbero per mettere in moto qualcosa. Nonostante un certo disincanto diffuso tra chi ha visto negli anni troppe esperienze andare in frantumi, da ultima quella della Fondazione Fellini. “Basterebbe unire i puntini per tirare fuori quelle energie cinefile che magari sono assopite” conclude l’esperto di cinema.

2 – seconda parte

(1 – prima parte)