Computer e scrivanie della “Voce di Rimini” vanno all’asta

Computer e scrivanie della “Voce di Rimini” vanno all’asta

Sedici scrivanie e altrettante sedie, dieci computer, due armadi e due poltroncine. Sul sito delle aste giudiziarie gli "strumenti" da lavoro dei gior

Sedici scrivanie e altrettante sedie, dieci computer, due armadi e due poltroncine. Sul sito delle aste giudiziarie gli “strumenti” da lavoro dei giornalisti della redazione della Voce di Rimini sono fotografati e pronti per la vendita con procedura competitiva, dando seguito ad una esecuzione mobiliare del Tribunale di Rimini, e la gara telematica si aprirà fra circa un mese. Evidentemente si tratta del pignoramento chiesto da un creditore allo scopo di recuperare coattivamente una determinata somma. In attesa della decisione del Tribunale sul concordato in continuità chiesto dalla “Voce di Romagna” lo scorso 20 febbraio, c’è anche questa tegola che si abbatte e che è destinata a spogliare i giornalisti degli attuali mezzi di base per confezionare il giornale.

voce-liberaIeri sul quotidiano della famiglia Celli è apparso un fondo (riprodotto qui a fianco) improntato all’orgoglio e all’attacco: “Il pm di Rimini ha chiesto il fallimento di questo giornale. La Voce di Romagna per la Procura dovrebbe morire”. La tesi è che qualcuno starebbe cercando di “decapitare” una voce libera dell’informazione romagnola, tanto che “la lista delle persone e delle personalità che faranno i salti di gioia a vedere marcire La Voce è lunga fino al Paradiso, fino agli Inferi”. E’ la reazione al fascicolo aperto dalla procura di Rimini per truffa ai danni dello Stato a carico dell’Ad e presidente della Voce di Romagna, Gianni Celli. Qualche giorno fa nell’udienza davanti al tribunale fallimentare per il concordato in continuità, la procura ha infatti chiesto il fallimento. Secondo la Guardia di finanza, coordinata dal Pm Luca Bertuzzi, 20 milioni di contributi all’editoria sarebbero stati stornati ad altre società.

La decisione del Tribunale sarà il primo importante punto fermo. Nel frattempo La Voce ha iniziato un “nuovo” percorso con l’affitto del ramo d’azienda dalla Voce, con amministratore unico Gianni Celli, alle Edizioni delle Romagne, società iscritta alla Camera di Commercio il 18 febbraio (due giorni prima della richiesta di concordato) che ha in Nicola Celli (socio insieme al fratello Camillo, 50% ciascuno, della nuova società) l’amministratore unico (entrambi figli di Gianni). Col nuovo soggetto societario 9 giornalisti sono stati messi in cassa integrazione e fra questi anche i due in passato licenziati dall’azienda e in seguito reintegrati dal Tribunale.
L’affitto del ramo d’azienda è uno degli aspetti sotto la lente di chi dovrà decidere il futuro del giornale. “Quello che viene passato per un trasferimento di ramo d’azienda a me sembra un trasferimento d’azienda tout court, perché di fatto viene ceduta tutta l’attività”, spiega il legale di fiducia dell’Aser, Alberto Piccinini, specializzato in diritto del lavoro, che sta seguendo la problematica dei giornalisti messi in cassa integrazione. “La cessione di un ramo d’azienda può riguardare l’esternalizzazione dell’amministrazione di una impresa, o il magazzino, la mensa…, ma non tutta l’azienda. Credo poi sia lecito domandarsi con quali criteri sono stati individuati i giornalisti da “parcheggiare” in cassa integrazione presso la vecchia società, con tutta evidenza destinati prima o poi ad essere licenziati. E poi, la cassa integrazione è stata chiesta? Sono state valutate misure alternative?”.

L’affare Voce di Romagna si complica anche per altre ragioni. Non risulta che il contributo per l’editoria del 2013 sia stato assegnato alla Voce (nell’elenco dei benificiari, sul sito internet di Palazzo Chigi, non c’è e non è chiara la ragione della esclusione), anche se nel bilancio 2013 della Editrice La Voce srl (depositato il 17 febbraio scorso al Registro delle Imprese) si parla di crediti verso il Dipartimento dell’Editoria relativi a quello stesso anno per 1 milione e 400 mila euro.

L’editore ha spiegato che la crisi del settore dell’editoria e il fatturato pubblicitario in calo hanno influito (non solo sulla Voce, d’altra parte, è sufficiente guardare il panorama dell’informazione anche a Rimini) sulla situazione che si è venuta a determinare, ma si tratterà di capire se in modo determinante. Per ammissione del direttore (che lo ha scritto nero su bianco lo scorso agosto) “La Voce di Romagna, da maggio, è uno fra i pochi quotidiani nel panorama nazionale che ha rivisto il segno “più” sulla vendita delle copie”. Nel 2014 lo stesso editore ha ricevuto il contributo pubblico del 2012 (euro 1.299.274) ma non ha ugualmente pagato gli stipendi pregressi (a febbraio un comunicato sindacale lamentava il mancato pagamento di 14 mensilità). E anche nel bilancio 2013 è stato scritto che l’Editrice La Voce ha “risorse sufficienti per continuare l’esistenza operativa in un prevedibile futuro”. Inoltre nel 2014 l’editore ha proceduto a 9 assunzioni. Ci sono stati quindi anche significativi segnali di “forza” da parte dell’azienda. Che comunque non ha dato seguito alle richieste dei giornalisti, sostenute anche dal prefetto Palomba, per arrivare alla dichiarazione dello stato di crisi e attingere così agli ammortizzatori sociali.
C’è poi il credito di euro 6.008.273,97 che dal bilancio 2013 La Voce risulta vantare dalla cooperativa controllante (“La Mia Terra”) di cui amministratore unico è lo stesso Gianni Celli.
Ha ragione da vendere chi ha scritto il fondo di domenica, che sicuramente rappresenta anche il pensiero di Gianni Celli, quando sostiene che “meno giornali ci sono sulla piazza e meglio può spadroneggiare la politica”. La fine della Voce sarebbe una perdita gravissima per la città, non solo per l’editore e per le professionalità che da molti anni permettono al giornale di andare in edicola. Però è pur vero che non è sufficiente che ci siano più giornali se poi i giornalisti non sono messi nelle condizioni di lavorare al meglio, prima di tutto ricevendo lo stipendio. Di certo i giornalisti non “devono morire”, ma il primo alleato devono trovarlo nell’editore. (c.m.)