Da Rimini l’appello di padre Bahjat: “Preghiera e controinformazione per aiutare la Siria”

Da Rimini l’appello di padre Bahjat: “Preghiera e controinformazione per aiutare la Siria”

Chi vuole distruggere la Siria non è Assad ma l'Isis e i terroristi. Basta con l'embargo. La preghiera lenisce non solo le sofferenze delle devastazioni della guerra ma soprattutto la sofferenza che deriva dal sentirsi cristiani soli. A Rimini per aver partecipato all'Appello all'Umano in piazza Tre Martiri, abbiamo risposto all'invito del superiore della chiesa dedicata alla Conversione di San Paolo di Damasco a far sapere quello che sta accadendo davvero in quelle terre martoriate. Dando la parola a questo coraggioso sacerdote.

Alla vigilia del rientro nella sua parrocchia di Damasco (la chiesa della conversione di San Paolo) il padre francescano Bahjat Elia Karakach ha partecipato all’incontro di preghiera e di testimonianza per i cristiani perseguitati in Medio Oriente che si è tenuto a Rimini in piazza Tre Martiri martedì 20 marzo. Nonostante il freddo pungente e la pioggia, quasi un centinaio di persone vi hanno partecipato. Padre Bahjat ha ringraziato i presenti che ha incoraggiato a proseguire in questo momento: “Pensate – ha detto – che proprio oggi ho parlato coi miei parenti che mi hanno caldamente invitato a non tornare, vista la situazione di pericolo incombente per la guerra che continua inesorabile e abbattendosi con i suoi lutti e dolori sulle persone innocenti. Ma come faccio a lasciare soli i miei fedeli proprio alla vigilia della Settimana Santa e della Pasqua?”. Non potevamo lasciarci sfuggire l’occasione di intervistare un testimone diretto del ciclone che da anni investe il suo paese e tutto il Medio Oriente. E non mancano le sorprese…

Com’è ora la situazione?
Resta drammatica e difficilissima, sempre molto pericolosa per gli attacchi dei terroristi che si trovano asserragliati ancora alla periferia di Damasco a Ghouta, nonostante l’esercito regolare nelle due ultime settimane abbia riconquistato l’80% dei territori dove i ribelli si sono insediati fin dal 2012. Da quelle aree vengono ancora lanciati mortai e missili, soprattutto sulle zone cristiane di Damasco, una città che dall’inizio del conflitto e cioè otto anni fa, ha raddoppiato i suoi abitanti che sono diventati così da 4 a 8 milioni. Ieri sono stato informato che un missile, caduto nel quartiere di Kashkul, ha causato 29 morti tra i civili. La vita sociale ed economica è paralizzata: c’è poco movimento, le scuole sono poco frequentate perché i genitori temono per i loro bambini. Anche le nostre attività parrocchiali sono ridotte al minimo e io credo che anche le importanti funzioni della Pasqua non saranno affollate come al solito. Questo perché la zona in cui sorge la nostra parrocchia è una delle più pericolose di Damasco.

Hai spesso criticato l’informazione sulla vostra situazione e anche nel tuo incontro riminese hai detto che uno dei modi per aiutarvi è quello dell’informazione corretta…
Purtroppo io vedo riportato tutto il contrario della verità. Prima di tutto non viene sottolineata la sofferenza di otto milioni di persone che abitano ora a Damasco: sono loro innocenti che subiscono gli attacchi dei terroristi, mentre queste bande armate qui in Occidente vengono spesso presentate come le vittime di un regime che vorrebbe annientare il suo popolo. Questa è proprio un’assurdità: sono invece gruppi che tengono in ostaggio molti civili, spesso costretti a fare da scudi umani. Il dovere di qualsiasi potere statale è quello di reagire a questo stato di cose, liberando i suoi cittadini e salvaguardandone la sicurezza.

Perché, nonostante il consiglio dei parenti, vuoi tornare a Damasco? Quali pericoli corri e qual è il tuo stato d’animo?
I pericoli che corro sono quelli di tutte le persone (due volte la chiesa della conversione di San Paolo a Damasco dove padre Bahjat è parroco, è stata colpita da bombe, in un caso cadendo proprio nel punto esatto dove si trovava qualche istante prima a pregare, ndr). Soprattutto a Damasco, il rischio è quello di un’improvvisa esplosione che potrebbe ucciderti. Nello stesso tempo ho un forte desiderio di tornare: mi manca la gente e quella realtà. Noi siamo pastori e il nostro posto naturale è quello di stare con la nostra gente. Non mi pesa tornare. Per me è un piacere e sono convinto che il Signore mi protegge se ho ancora una missione da compiere.

Padre Bahjat martedì sera in piazza Tre Martiri per l’Appello all’Umano

Qual è la tua forza? Non ti è mai venuto in mente di dire: “Adesso basta!”
Prima di rispondere padre Bahjat sorride e poi dice: “Io penso che in qualsiasi situazione di tensione ci sono momenti di stanchezza. E’ normale. Ma comunque, in questo contesto oggettivo di malvagità e miseria c’è anche del positivo: è una realtà con molte potenzialità e risorse. Certe volte è piacevole accorgersi che nonostante sette anni di guerra, la gente ha ancora la speranza e ti fa vedere che ha bisogno del tuo sostegno non solo per sopravvivere ma per costruire il proprio futuro. Ci sono giovani che sognano di raggiungere la pace per potere ripartire a costruire il loro Paese. Questo parlando dal punto di vista umano. Ovviamente siamo fortemente convinti che se il Signore ci ha voluti qui, in questo contesto storico, è per fare la Sua volontà. E’ questo che mi, e ci, dà la forza di andare avanti”.

In Italia e in Occidente in genere si parla qualche volta del possibile dialogo tra cristiani e musulmani. Dal tuo punto di vista, quale dialogo è possibile fra queste due realtà?
La società siriana è una società pluralista: un mosaico di culture e religioni. Noi siriani siamo quindi abituati a vivere con chi è diverso da noi. Forse non esistono livelli di dialogo teorico ma la convivenza quotidiana esiste da sempre, anche con tutte le fatiche, intendiamoci. Però non si può tacere il fatto che nell’islam c’è una corrente fondamentalista, sostenuta e alimentata da alcuni Stati arabi, l’Arabia Saudita per esempio, che purtroppo ha deformato il pensiero di molti siriani, che si sono lasciati prendere dalla volontà di annientare il diverso. Questo per noi cristiani è una sfida. Non dobbiamo vivere nella paura ma saper prendere l’iniziativa e accettare questa sfida, anzitutto essendo ‘lievito’ nella società.

In questo tempo uno dei tuoi impegni è quello della creazione di un centro culturale. Sembra un po’ strano in una paese in guerra e dove manca perfino il cibo o dove non ci si può curare perché anche gli ospedali vengono distrutti dalle bombe…
Sappiamo bene che non solo di pane vive l’uomo. L’uomo ha bisogno di un senso al proprio vivere, ha bisogno di una parola e la società siriana ha bisogno oggi più che mai di iniziative per guarire le ferite non solo fisiche, ma anche culturali, del tessuto sociale ed economico e di istruzione (invece negata). Il centro culturale vuole essere un mezzo per arrivare a tutti, senza distinzione di credo, per diffondere la cultura e il messaggio del vangelo trovando punti di incontro con i non cristiani nella cultura, nell’arte, nella musica. Per il futuro della Siria questa è una necessità e non un lusso.

Oltre alla preghiera che a Rimini e in molte altre città italiane, all’estero e in tante comunità monastiche e religiose si il 20 di ogni mese ormai dal 20 agosto 2014, che cosa possiamo fare noi per voi?
Anzitutto continuate a pregare perché la preghiera lenisce non solo le sofferenze delle devastazioni della guerra ma soprattutto la sofferenza che deriva dal sentirsi cristiani soli, dimenticati, abbandonati e incompresi in primo luogo dai fratelli nella fede sparsi nel mondo. Non finirò mai di ringraziare chi in Italia e altrove ha lanciato questa iniziativa di preghiera. Poi avete un ruolo importante nella controinformazione, perché la guerra in Siria è diventata internazionale, ed è un conflitto basato oltretutto anche sulle armi della cattiva e non veritiera informazione che devia l’attenzione dell’opinione pubblica sugli scopi di chi fa la guerra. Abbiamo bisogno della vostra voce per quello che noi stiamo vivendo sulla nostra pelle, per informare correttamente su quello che sta accadendo in Siria. Il caso della Siria è molto complesso e la guerra non finisce anche perché ci sono molte ragioni che muovono questa guerra: motivi confessionali religiosi, contrasti regionali, internazionali, economici, geopolitici. La nostra terra ha ricchezze naturali, culturali e storiche che la rendono bellissima ma anche ambita dalle grandi potenze mondiali ed economiche. Un’ultima cosa mi sento di chiedervi: spingere l’opinione pubblica e i vostri governanti a togliere l’embargo. Le sanzioni alla Siria colpiscono solo i poveri che pagano le conseguenze maggiori di queste sanzioni. All’inizio di questa guerra subito gli Stati occidentali hanno chiuso le loro ambasciate, interrompendo così la comunicazione del popolo siriano col mondo occidentale. Invece sarebbe decisivo riprendere le relazioni diplomatiche e togliere le sanzioni, ritrovare le vie del dialogo col popolo e il governo siriano e arrivare così alla pace. Continuate a pregare per la pace.