Filippo Brunelleschi e Leon Battista Alberti a Rimini

Filippo Brunelleschi e Leon Battista Alberti a Rimini

«Studiando e riflettendo su questa grande stagione culturale che ha illuminato la nostra città nel Rinascimento, rileggendo i libri dell'Alberti e di Valturio, accorgendomi di cose per me nuove che non avevo notato prima, a poco a poco mi si è formata un'ipotesi di lavoro nuova». Un altro affascinante approfondimento del prof. Rimondini. Che coinvolge anche il castello di Fano, il castello di San Giovanni in Marignano visitato dal Brunelleschi, i castelli di San Clemente, di sant'Andrea in Besanigo e di Mulazzano. E tocca il tema dei passaggi segreti di Castel Sismondo.

Piero della Francesca, particolare del volto di Sigismondo Pandolfo. Parigi Museo del Louvre.

IPOTESI DI LAVORO SULLA PRESENZA DI LEON BATTISTA ALBERTI A RIMINI E A FANO

Mary Ann Rossello, che ha la cattedra di antropologia femminista alla Maria Gimbuta University of California, in Italia per un anno sabbatico al fine di studiare le Madonne delle Lacrime, amica ed ex studentessa del professore, si è offerta di accompagnare col suo macchinone americano i tre pellegrini a visitare il castello di Fano, il castello di San Giovanni in Marignano visitato dal Brunelleschi, i castelli di San Clemente, di sant’Andrea in Besanigo e di Mulazzano dove, secondo il professore, ci sono delle torri inventate da Leon Battista Alberti.

ALESSIA
Professoressa cosa pensa di queste attribuzioni solitarie a Leon Battista Alberti della rocca di Fano e delle torri trigone del nostro prof qui presente?

MARY ANN
Cara ragazza, io non mi intendo di arte della guerra o di architetture militari. Ma di guerra sì. Noi femministe alla Gimbuta facciamo il maschio arcaico e attuale responsabile della guerra. Sì, sì, ‘professore’ so che tu non sei d’accordo, dopo ce lo dirai. Noi storiche femministe riteniamo che con l’arrivo degli Indoeuropei, un popolo patriarcale guerriero, in India e nei paesi del Mediterraneo sia finita la pace della Dea e siano cominciate le guerre che tuttora non sono finite.

PROFESSORE
E’ vero che la storiografia ufficiale nazionale e internazionale non ha mai integrato nel suo programma di ricerca i contributi notevoli delle storiche femministe sulla guerra e sul patriarcato. E ha fatto male, perché senza le tematiche matriarcali non si capisce la religione, la politica, la società e soprattutto il gran mondo femminile tanto articolato e diverso da quello maschile… però, però le femministe mancano di ambivalenza, sembra che abbiano scritto il libro Cuore del matriarcato. Invece dovrebbero, come dire? Parlare anche male di se stesse, mettere in luce il male che esisteva ed esiste ancora in una società matriarcale.
Quel tema di aggressività femminile accennato dal grande storico dei miti e poeta Robert Graves, denuncia questo buonismo matriarcale, con tutte le vittime maschili sacrificate alla Dea, che fanno pensare ad una sorta di dominio della mantide religiosa. Nell’opera “Miti greci” Graves afferma che “la donna dominava l’uomo, sua vittima sgomenta.”
Conoscete, ragazzi, il Museo archeologico di Verucchio? E’ vero che pochi lo conoscono, ma si tratta di una testimonianza unica dei primi Etruschi.

ALESSIA
Etruschi? Ma non siamo mica in Toscana.

PROFESSORE
Già Etruschi, Alessia, avevano due territori nella valle del Po, uno lungo la valle del Reno da Felsina, Bologna, fino a Spina, e uno a Verucchio. Altri territori nelle Marche e nell’Italia meridionale. A Verucchio nel museo, oltre ai tesori di oro e di ambra scavati nelle tombe che circondano il monte della prima “Ariminum”, come dice l’etruscologo Giovanni Colonna, c’è una trono con il dossale di legno intagliato che fa vedere com’era strutturata la società con le donne al potere.

CHRISTIAN
Andiamo a vederlo?

MARY ANN
Sarà il caso Christian. Sì, c’è del vero prof in quello che dice Graves, ma per fare un processo, tu mi insegni, ci vogliono delle prove e non solo delle affermazioni. Graves mi sembra un po’ generico e anche dominato dalla paura delle donne. Adesso però entriamo in macchina e dirigiamoci a Fano.

BRUNELLESCHI E LEON BATTISTA ALBERTI INSIEME A FIRENZE E A RIMINI?

PROFESSORE
Devo dire, ragazzi, che studiando e riflettendo su questa grande stagione culturale che ha illuminato la nostra città nel Rinascimento, rileggendo i libri dell’Alberti e di Valturio, accorgendomi di cose per me nuove che non avevo notato prima, a poco a poco mi si è formata un’ipotesi di lavoro nuova: ipotizzo che il Brunelleschi e l’Alberti nel 1436 abbiano partecipato insieme ai Consigli di guerra di Sigismondo Pandolfo Malatesta a Firenze. Se Filippo Brunelleschi era stato incaricato, com’è documentato, della progettazione del castello di Rimini, sembra ragionevole pensare che Sigismondo Pandolfo abbia affidato all’Aberti il progetto del castello di Fano, per una ragione almeno, e cioè per la pianta rettangolare esterna vasta del castello di Fano, che ne racchiude una rettangolare più piccola, che racchiude a sua volta la torre più alta, assemblate in un unico punto secondo il modello di rocca ideale espresso dall’Alberti nel De re aedificatoria.
Inoltre nel 1438 quando il Brunelleschi è venuto a Rimini, l’Alberti con la corte pontifica era a Ferrara per il concilio dell’Unione, niente di più facile che sia venuto a Rimini.

Leon Battista Alberti (attribuito) il castello di Fano iniziato nel 1438. E’ notevole vedere qui scoperta la grande scarpa, o parte obliqua del muro, che esiste anche a Rimini, ma è interrata per circa 10 metri (Foto Dino Palloni).

La lettura del De re aedificatoria dell’Alberti, con una ripresa di piste di ricerca promettenti già avviate da studi di Pier Giorgio Pasini e di Angelo Turchini, come vedremo, nella parte relativa all’architettura delle fortificazioni, rivela anche che l’autore ha condotto un’attenta analisi della rocca riminese brunelleschiana. Ben inteso, l’autoria del progetto di Castel Sismondo, anche così complessa e articolata, è del Brunelleschi, questa attribuzione accettata dagli studiosi del Brunelleschi è molto ben fondata, come spero di avere dimostrato per i giovani Riminesi e come dimostrerò ancora finché l’aura maligna che aleggia intorno al castello non si sarà dispersa, e le superfetazioni, cioè i cementi, i marmi rosa e le fontanelle, sia quelle già fatte sia quelle che stanno per nascere, saranno solo degli sgraditi ricordi…

Veduta di Castel Sismondo, opera di Filippo Brunelleschi, con le superfetazioni di cemento e marmo rosa che saranno peggiorate dalla fontana di mille metri quadrati. Trionfo del kitsch, lo stile di questa amministrazione comunale.

ALESSIA
Prof, ma lei ce l’ha proprio con il sindaco.

PROFESSORE
Certamente questo sindaco, che decide tutto da solo, poteva costruire la sua Felliniland in una periferia magari qualificandola, con l’aiuto di buoni progettisti. C’è a Rimini bisogno di qualificare le periferie, come da tempo teorizzano i miei amici architetti Battistel e Gattei. Oppure la poteva sistemare vicino alla spiaggia, per esempio nell’area delle colonie Bolognese e Novarese. Invece no, ha deciso di manipolare e ferire monumenti e aree che si sono depositate nei millenni del nostro centro storico, la massima concentrazione di valori archeologici, artistici e storici della Romagna, alla pari con Ravenna. Philippe Daverio, purtroppo morto da poco, deliziato nel vedere il ponte di Augusto ancora in funzione con le macchine sopra, come appare nel suo intervento su Leon Battista Alberti, più volte ha affermato che i nostri valori culturali non appartengono a un sindaco e nemmeno ai cittadini riminesi o italiani, appartengono al mondo…

DIECI COINCIDENZE SIGNIFICATIVE DEI TESTI DELL’ALBERTI E DEL VALTURIO, CON RISCONTRI IN CASTEL SISMONDO E LE PROVE DELLA LUNGA E ATTIVA PRESENZA DELL’ALBERTI A RIMINI

Ci sono nel De re aedificatoria dell’Alberti, nella descrizione di Castel Sismondo fatta da Roberto Valturio nel De re militari, due testi più o meno della metà del ‘400, e nel castello stesso almeno dieci coincidenze tematiche precise. Sono testi e muri che si specchiano tra loro.
I temi propriamente brunelleschiani, e certamente nuovi, o meglio rinnovati, relativi all’ottica, alla prospettiva e alla balistica, l’Alberti li affronta nei Ludi matematici, di poco posteriori al De re aedificatoria – il manoscritto dei Ludi che possedeva Leonardo da Vinci a Milano era dedicato a Sigismondo Pandolfo Malatesta -. Gli autori sconosciuti della parte grafica del De re militari di Valturio e dei Ludi dell’Alberti, mostrano immagini di bombarde e di utilizzo del teorema di Talete per calcolare altezze e distanze sconosciute, insieme a numerose immagini tradizionali e a poche invenzioni strampalate e avveniristiche.

Xilografia di bombarde nel De re militari di Roberto Valturio, illustrazione delle voci Bombarda e Tormenta del libro X.

L’altra novità dell’arte della guerra del ‘400, oltre la balistica ottico-prospettica brunelleschiana, sono infatti le armi che usano la polvere pirica, un composto di salnitro, zolfo e carbonella scoperto dagli alchimisti due o tre secoli prima: le bombarde, gli schioppi e le granate, arma da lancio la cui invenzione Valturio attribuisce a Sigismondo Pandolfo. E qui compare, rispetto alla realtà storica dell’arte della guerra, la cecità drammatica degli umanisti sulle novità vere che avevano sotto gli occhi e sui veri precedenti matematici euclidei, arabi e medievali ripresi alla grande dai Fiorentini.

Roberto Valturio è uno di questi umanisti ingenui; è sicuro di aver trovato in un qualche testo antico le “Bombarde” – il termine, dice, è popolare ma viene da una voce dotta latina e greca: bombus-i: il brusio delle api che Lucrezio ha trasformato in “rimbombo” – . Non si tratterebbe assolutamente di una novità, scrive, le avrebbe inventate Archimede. Che altro erano le formidabili macchine di guerra, che i testi antichi chiamano “tormenta“, inventate da Archimede e usate contro la flotta e l’esercito del console Marcello nell’assedio di Siracusa, che lanciavano grosse pietre e che affondavano le navi romane con ingente rumore? I “tormenta lapidarum sagittarumque” dei suoi tempi erano per Valturio le bombarde greche del III secolo avanti Cristo. E l’umanista riminese cerca altre testimonianze di macchine che scaraventano pietre facendo rumore in brani di testi di Livio, Cicerone, Plinio, Seneca, Giuseppe Flavio e altri autori antichi.

Adesso vi elenco le dieci coincidenze significative esposte nel De re aedificatoria dell’Alberti, libro I, capitoli IV la città e V la rocca -. Sei si trovano anche nella descrizione del castello di Rimini fatta da Roberto Valturio – capitolo I del De re militari – e due, una certa e una probabile, in Castel Sismondo, come vedremo.
E sono: (1) le ‘scarpe’ – la parte obliqua in basso nel fossato e nelle torri che per il Valturio ha un effetto di piramide, come si apprezza ancora a Fano, dove non l’hanno interrata, e che era destinata ad evolversi verso il bastione, novità cinquecentesca delle fortezze; (2) la sorgente dentro il fossato, per allagarlo in caso di guerra; (3) la falsabraga o promurale o difese basse; (4) la fila bassa di bombardiere ai piedi del promurale, forse ancora visibile nel fossato; (5) la “falsa porta”, ossia la porta nascosta per le sortite e per le entrate forzate esistente nella rocca interna e centrale delle tre rocche compartimentate del castello. E questa porta celata è proprio il vano del castello che l’architetto del sindaco che adatta il castello a museo Fellini stava per distruggere, e l’abbiamo fermato, almeno per il momento; (6) la sesta coincidenza è relativa ai passaggi segreti, nei due testi e nel castello.

TRADIZIONE E NOVITÀ DI ARCHITETTURA MILITARE NEL DE RE AEDIFICATORIA DI LEON BATTISTA ALBERTI

Devo dirvi ragazzi che l’Alberti è un po’ deludente nel De re aedificatoria, dove non descrive le novità brunelleschiane e nemmeno le nuove armi da fuoco, e sembra faticare a capire quello che gli dicono gli esperti di guerra ossia gli “homines docti ad bellum”, che sente parlare nel consiglio di guerra. Nel testo albertiano si riesce a ricostruire l’andamento di una o più discussioni nel consiglio di guerra degli anni del suo coinvolgimento con Sigismondo Pandolfo, prima a Firenze e poi a Rimini.
Il testo albertiano cominciò a circolare a metà ‘500, quindi rispecchia esperienze degli anni ’30 e ’40, le prime assai probabilmente fiorentine.
Possiamo immaginarci, leggendolo, di partecipare a un consiglio di guerra a Firenze quando si decideva come costruire le rocche di Rimini e di Fano e le fortificazioni di altri castelli dello scacchiere malatestiano. L’Alberti afferma all’inizio una verità tradizionale ormai obsoleta, circa le mura della città, e cioè dice che ci vogliono le torri e le mura alte. Gli homines docti ad bellum gli fanno osservare, come lui nota, che le bombarde buttano a terra mura e torri, più alte sono meglio i colpi le prendono e demoliscono, e così le macerie finiscono nei fossati riempendoli e neutralizzandoli.

Disegno del secolo XIX riproducente gli originali del Ludi matematici di Leon Battista Alberti, balistica e bombardiere. Le due novità dell’arte della guerra non considerate nel De re aedificatoria.

L’Alberti obbietta che a questo inconveniente si può rimediare, spostando mura e torri qualche tratto dal fossato, in modo che le macerie cadano su quel terreno intermedio senza riempire il fossato. Gli sfugge ancora che il problema ha per protagoniste non le macerie ma le bombarde, la grande novità che già negli anni ’30 del ‘400 si poteva osservare in continua evoluzione e potenziamento, destinata quindi a condizionare il futuro dell’arte della guerra. Ma subito capisce le ragioni che gli esperti di guerra gli spiegano per giustificare le mura basse, che loro chiamavano “promuralis” e noi oggi chiamiamo “falsabraghe” con un termine di origine francese.
L’Alberti però più in là nel testo, capisce le ragioni degli esperti e le fa sue: spiega il principio che i tiri bassi, meglio se orizzontali e raso terra delle bombarde e anche di altre armi tradizionali come le balestre, colpiscono di infilata i nemici che avanzano verso le mura, mentre i tiri dall’alto colpiscono solo pochi nemici. Le difese ai piedi delle mura, ha capito, sono le più importanti e qui si incontra con la descrizione delle “finestre” basse del “promurale” di Castel Sismondo fatta da Valturio. Il castellologo Dino Palloni pensava che le difese basse del promurale di Castel Sismondo fossero nella parte alta della scarpa, nascoste al momento dall’interramento del fossato. In un disegno della rocca di Carignano presso Fano si vedono delle cannoniere aperte nella scarpa. Ma potrebbero essere state aperte ai piedi del promurale, come si vede in quelle più tarde del Borgo San Giuliano.

Disegno ottocentesco dei Ludi che espone il metodo fai-da-te per misurare la larghezza di un fiume. Si tratta di applicazioni della matematica già conosciute dagli antichi, dagli Arabi e anche nel ‘200 e ‘300 ma riprese alla grande da Filippo Brunelleschi.

Il brano con cui l’Alberti conclude il discorso delle rocche per noi è molto importante. Scrive che una rocca può perdersi anche per tradimento, e quindi può capitare che il padrone della rocca venga chiuso fuori da un castellano traditore, allora che fare? Per poter entrare quando si viene chiusi fuori, si fa costruire, con grande segretezza, una porta invisibile nota solo al Signore, che poi verrà chiusa con mattoni di terra cruda in modo che si possa facilmente demolire e così rientrare nel castello occupato dai traditori.
In effetti poco distante dalla porta interna a saracinesca di Castel Sismondo, nello spessore del muro e della scarpa, Sigismondo Pandolfo fece costruire un vano di qualche metro di profondità e poi lo fece chiudere sul piano inclinato della scarpa con un muro di un paio di teste che si poteva demolire facilmente con una trave.

Immagine di una delle due gallerie segrete scavate nell’arenaria sotto la rocca di Mondaino. Foto di Alberto Giorgi.

I PASSAGGI SEGRETI DI CASTEL SISMONDO

Anche il discorso che l’Alberti fa sui passaggi segreti (6) ha dei riscontri sia nel testo del Valturio sia, sicuramente – ma bisognerebbe provarlo con appositi scavi – nel castello di Rimini.
Bisogna sfruttare, dice l’Alberti, come passaggi segreti gli acquedotti e le fognature. E’ proprio il caso di Rimini, perché l’acquedotto dell’unica grande fontana duecentesca della città, che prima della costruzione del castello sorgeva al centro della piazza dell’Arengo, veniva e viene con una lunga galleria da via dei Condotti, dove si vede ancora la sua sorgente: un prisma sovrastato da una piramide opera di Gaetano Urbani, l’ingegnere comunale del Kursaal; ed entrava in città vicino alla porta del Gattolo, proprio sotto le case di Malatesta da Verucchio, cioè sotto l’area centrale di Castel Sismondo, infine arrivava alla fontana. Sigismondo Pandolfo fece deviare i condotti sotterranei della fontana fuori dal contromurale del fossato a est e fece spostare la fontana dal centro sul lato est della piazza. I condotti vecchi che passavano sotto il palazzo malatestiano e il castello deve averli tenuti aperti proprio per farne dei passaggi segreti con collegamenti oltre il fossato nei condotti originali. Dovrebbero essere ancora là sotto, speriamo che gli architetti del museo felliniano non li guastino bucando i pavimenti del piano terreno.
Forse erano già usati come passaggi segreti ai tempi di Malatesta da Verucchio. Anche la Fossa Patara che entrava ed entra in città presso porta Montanara, sappiamo dalle cronache, era usata come passaggio segreto. Celato da alberi e cespugli, il passaggio segreto iniziava nel greto della Fossa Patara, poco distante da porta Montanara. e portava nelle case dei Faetani, famiglia di partigiani malatestiani a tutta prova di fedeltà. Anche il Valturio parla di vie segrete di Castel Sismondo – “per abditos specus” -. Ci sono, interrati, qualcuno dice di averli visti.

ALESSIA
Prof siamo rimasti a sei su dieci.

PROFESSORE
Giusto. Riprendiamo l’elenco delle coincidenze: (7) l’andamento a rette spezzate delle linee di mura e torri, una scelta che si deve all’avere adottato un consiglio di Vegezio – autore tardo antico – che in Castel Sismondo è compresa in un quadrato e in un cerchio complessivo, una sorta di castellum ad quadratum et ad circulum, una scelta antropomorfa e cosmica che mi piacerebbe attribuire al Brunelleschi. Le torri piene (8), che poi l’Alberti trasforma in una sua invenzione originale (9) le “trigone” a base triangolare, o contrafforti, che vedremo nelle mura di San Clemente, Sant’Andrea in Besanigo e a Mulazzano.
E infine (10) l’immagine della mano con le cinque dita che a Rimini suggeriscono le cinque torri maggiori, con valore simbolico aggressivo, che l’Alberti nota nelle fortificazioni di Perugia.

CHRISTIAN
Ma allora il Brunelleschi ha progettato Castel Sismondo insieme all’Alberti?

PROFESSORE
Possiamo formulare l’ipotesi, per queste coincidenze, che entrambi dovevano essere presenti a Firenze nei consigli di guerra che preparano la fondazione di Castel Sismondo, ma, come abbiamo visto, l’Alberti prende le distanze dal Brunelleschi del progetto di Castel Sismondo quando decide per un più semplice disegno di rocca modello con la pianta rettangolare, geometrica. Insomma, si può dire, per metà vero e per metà ipotesi di lavoro, che Brunelleschi ha progettato Castel Sismondo e l’Alberti ha progettato la rocca di Fano, pur collaborando insieme nel dibattito progettuale complessivo. Torniamo all’Alberti, che stava col papa Eugenio IV rifugiato a Firenze dal 1434. Con grande sorpresa, immaginiamo, ha visto e capito le opere prospettiche di Brunelleschi, Masaccio e Donatello.

La granata, inventata da Sigismondo Pandolfo Malatesta secondo Roberto Valturio.

LE NOVITÀ BRUNELLESCHIANE NEI LUDI MATEMATICI DELL’ALBERTI, NELLE XILOGRAFIE DI VALTURIO

Nei Ludi matematici l’Alberti ha assimilato il tema geometrico ottico brunelleschiano dell’uso della prospettiva e in particolare del teorema di Talete o dei triangoli simili o delle rette parallele tagliate da una trasversale, se ricordo bene…

ALESSIA
Aiuto. Il teorema dei triangoli simili, prof che roba è?

Il pozzo con il calcolo dei triangoli simili per misurare la profondità, messo in orizzontale per far notare che può funzionare in una cannoniera per calcolare la distanza dai nemici.

PROFESSORE
Alessia io sono un analfabeta matematico, chiedilo al tuo insegnate di aritmetica e geometria… oppure vai su Wikipedia. Quello che mi è noto e chiaro è che nei Ludi matematici l’Alberti dimostra di avere capito le novità ottico-geometriche e prospettiche, basate su triangoli simili, che il Brunelleschi ha introdotto nella rappresentazione dello spazio e nell’arte militare, inventando anche la balistica. E anzi in questa operetta l’Alberti cerca di fare capire le novità utili in guerra ai militari senza educazione matematica, con esempi facili e servendosi di oggetti di uso o meccanismi meccanici: come usare il ponte levatoio per pesare un carro di fieno, come calcolare la larghezza di un fiume, l’altezza di una torre, la distanza di un bastione con l’aiuto di una freccia o una lancia, oppure facendo cadere dei pesi dall’arco legati a una corda, sempre nell’intento di creare triangoli simili. A questo servono i disegni che illustrano il testo, pubblicati in copie ottocentesche, ma ugualmente interessanti, simili a quelli che il disegnatore o lo xilografo introduce nel testo De re militari di Valturio, e anche il Taccola di Siena, che aveva studiato col Brunelleschi.

LE “TACCHE ALBERTIANE” NEL CASTELLO DI SAN PIERO IN CERRO PRESSO PIACENZA

Con il compianto ingegnere Dino Palloni, castellologo famoso e membro della direzione dell’Istituto Italiano dei Castelli, col quale ho avuto la fortuna di una lunga collaborazione, discutevo sulle immagini dei Ludi matematici dell’Alberti. Cercavamo anche di capire perché le bombardiere chiuse del ‘400 ci suggerissero l’immagine di una camera oscura, la cui invenzione qualche studioso attribuisce all’Alberti, frequentatore delle conservazioni degli artisti fiorentini e dei libri di ottica arabi e medievali.
Un disegno dei Ludi mostra come misurare il fondo di un pozzo con i triangoli simili; ci venne in mente che se mettevamo il disegno del pozzo verticale in orizzontale avevamo il dispositivo in una bombardiera adatto per misurare le distanze del nemico col sistema dei triangoli simili. Ci eravamo ripromessi di cercare sulle pareti delle cannoniere dei segni di triangoli, con i lati divisi in “tacche” che convalidassero la nostra ipotesi.

Il signor Franco Spaggiari mostra una delle due cannoniere con le “tacche albertiane” del suo castello di San Piero in Cerro presso Piacenza.

Poco tempo dopo la scomparsa dell’ingegnere, il presidente dell’Istituto dei Beni Culturali della Regione, mi propose un intervento in una giornata dedicata ai castelli emiliano-romagnoli. La sala degli interventi a Bologna poi risultò occupata dai proprietari dei castelli, poco contenti per le tasse comunali sull’immondizia che vengono calcolate col metraggio dei pavimenti. Gli chiedo quanto tempo mi dà per parlare dei castelli romagnoli. Mi dice: dieci minuti. Allora decido di affrontare il solo problema delle “tacche albertiane”. Mentre lo espongo, si alza il signor Franco Spaggiari proprietario del castello di San Pietro in Cerro, presso Piacenza, e grida forte: nel mio castello ci sono. Poi spiega che in una delle due torrette cilindriche che chiudono a valle il suo castello, in un vano a mezza altezza, erano stati ricavati dei bagni, lui li ha fatti demolire e sono apparse tre piccole bombardiere – visibili peraltro all’esterno –, due avevano conservato gli intonaci originari con le incisioni di triangoli e rette con tacche. Mi mandò delle diapositive e poi con l’amica Maita Golfieri Palloni sono andato a vederle e a fotografarle. Bisognerà che le studi un esperto di geometria rinascimentale per farci capire precisamente come funzionavano.

Parete di una cannoniera di San Piero in Cerro con i triangoli e le “tacche albertiane”.

I quattro, chiacchierando anche di cose meno serie hanno raggiunto Fano. Sono andati a parcheggiare vicino al castello che sorge sulle mura cittadine medievali, un tratto medievale che prosegue le mura romane ben conservate, bellissime, che arrivano fino alla monumentale porta arco di Augusto.
Il fossato delle mura è vicino a un canale che non è di epoca malatestiana; è il canale del porto, scavato nel ‘600 e nel ‘700 nel terreno a monte della città più alto di quello vicino al mare, tanto da essere necessario un salto d’acqua, detto la Liscia.

Pianta della rocca di Fano.

Dino Palloni, ricostruzione della falsabraga della rocca di Fano. Forse il promurale risulta un po’ troppo alto.

IL CASTELLO DI FANO HA UNA PIANTA ALBERTIANA E UN ‘PROMURALIS’ OGGI NASCOSTO NEL MURO RIALZATO

CHRISTIAN
Prof, questo castello è proprio molto diverso da Castel Sismondo. Ha una recinto esterno rettangolare con larghe torri su tre lati, anzi più che torri sembrano già quasi dei bastioni, ma sono troppo alti per essere dei bastioni.

PROFESSORE
E’ vero quello che dici, ma osserva e osservate tutti, poco sopra la scarpa e il redondone o cordolo, o cordone, come volete chiamarlo, cosa vedete nei corsi dei mattoni?

CHRISTIAN
Ehi, ci sono delle regolari linee di mattoni messi a taglio, le basi delle aperture dei merli, sono i segni di una bassa merlatura; c’era un promuralis, una falsabraga anche qui.

Immagine del castello di Fano prima della guerra.

PROFESSORE
Infatti, vedo Christian che hai studiato anche il libro di Dino Paloni che ti avevo dato. In quel libro ci trovi anche la ricostruzione delle doppie mura del castello di Fano iniziato nel 1438, e l’anno dovrebbe dirvi qualcosa. Vedete il grande fossato dentro la città è ancora quasi del tutto aperto e nel mezzo della parte davanti alla porta c’è la base del torrione che riceveva il ponte levatoio della rocca e si allacciava alla città con un secondo ponte levatoio e un ponte morto. Questa sistemazione ricorda quella che Valturio descrive nella rocca di Rimini, ed è presente nelle più antiche raffigurazioni e in diverse piante del castello di Rimini, ma non in tutte. E’ un piccolo enigma che si risolverebbe con lo scavo del fossato. Entriamo, abbiamo un permesso speciale. Lo spazio è grande e possiamo immaginare che potesse ospitare le tende di un gruppo di guerrieri. In fondo a destra, c’è un recinto più piccolo a base rettangolare, col suo fossato, oggi chiuso, che aveva in alto i beccatelli, ossia l’apparato a sporgere, in parte ancora esistente. Dal piccolo recinto si passava nel punto cardine della rocca con la grande e alta torre maestra a base poligonale con all’esterno un’alta scarpa, tipica architettura ossidionale di Sigismondo Pandolfo. E’ stata distrutta nell’ultima guerra mondiale, fatta saltare dai tedeschi in ritirata.

ALESSIA
Fin qui l’Alberti non mi sembra che appaia però.

L’espediente grafico albertiano del De re aedificatoria: una grande O con dentro una C più piccola e una c ancora più piccola: semplificano e riducono al minimo il recinto esteriore grande, il recinto interiore più piccolo e la posizione della torre maestra.

PROFESSORE
Vero. Per farlo apparire ho portato con me delle fotocopie, prese dal De re aedificatoria dell’Alberti, dal libro VI dove tratta della rocca, come sappiamo; l’Alberti descrive la sua rocca ideale, e lo fa con una descrizione non troppo chiara e con un espediente grafico inserito tra le righe.
C’è un movimento di opinione a Fano che vuole ricostruire la torre maestra. Io non sarei contrario. Ma i Soprintendenti in carica hanno studiato sui vecchi testi di restauro, che insultavano i ricostruttori delle parti distrutte chiamandoli “falsari”; quando arriveranno i giovani funzionari formati sui testi di Paolo Marconi, le cose cambieranno.

ALESSIA
Prof ci dica chi è Palo Marconi e perché la lettura dei suoi testi di restauro dovrebbe cambiare qualcosa. Io ho un amico che studia architettura e mi ha detto che il teatro ricostruito è un falso uno a uno. Non so cosa significhi.

PROFESSORE
Paolo Marconi è un professore di restauro architettonico dell’Università di Roma. Vi dico solo che ha cambiato la metafora base del restauro. I teorici del restauro di moda dal dopoguerra ad oggi negavano ogni ricostruzione. Se uno ha un dipinto di Raffaello, dicevano, a cui manca una parte, non si deve rifare la parte mancante perché nessuno può rifare Raffaello, bisogna lasciarla vuota con una lacuna. Marconi usa un’altra metafora, il pittore è l’inventore e l’esecutore del suo quadro; l’architetto è l’inventore e non l’esecutore della sua opera, come il musicista che è l’inventore ma non l’esecutore della sua musica. Mozart nel ‘700 ha scritto uno spartito che può essere eseguito anche oggi, così il Poletti ha disegnato un teatro e i suoi disegni si sono conservati a Modena e possono essere eseguiti anche oggi. Il teatro di Rimini è tutta invenzione del Poletti, ma la prima parte è esecuzione dell’800, il pozzetto e l’area scenica è esecuzione, passabile, di oggi.

A Fano c’è anche il palazzo dei Malatesta costruito da Pandolfo III; nel portico della chiesa di San Francesco, semidistrutta, ci sono le tombe di Pandolfo III e di Paola Malatesta sua prima moglie, e molte altre cose da vedere, ma noi non abbiamo molto tempo, ci verrete da soli in altre occasioni. Però non possiamo non andare a vedere le splendide mura e torri romane e il maestoso e imponente Arco di Augusto.

SAN GIOVANNI IN MARIGNANO. FILIPPO BRUNELLESCHI È STATO QUI IL 4 E IL 5 OTTOBRE 1438

Ripresa la via Flaminia i quattro ritornano a Pesaro e poi a Cattolica, piegando a sinistra verso le colline, arrivano subito a San Giovanni in Marignano. Il fanese Gastone Petrini ha scoperto che Sigismondo, e quindi il suo ospite Filippo Brunelleschi, al quale dovevano essere consegnate delle lettere, era a San Giovanni in Marignano il 4 e il 5 ottobre 1438.

Il lato del castello di San Giovanni in Marignano ricostruito in un disegno di Diego Ciandrini.

Pochi anni dopo la presenza del grande fiorentino, Sigismondo Pandolfo riceve del denaro da Firenze e Venezia per costruire una fortezza sul confine con Pesaro, che stava sempre di più diventando una città nemica prima feltresca e poi sforzesca, quindi San Giovanni era un posto di frontiera.
Immaginiamo di essere al seguito del Malatesta e del Brunelleschi. Seguiamo Filippo, cosa andrà a guardare a San Giovanni? Credo che lo interessò due caratteristiche del sito e del castello trecentesco che avevano una rilevanza astronomica e difensiva. Anzitutto la via di mezzo che correva tra le due torri portaie trecentesche, quella verso Pesaro, ancora esistente, e quella verso Rimini, che forse era più all’interno del castello, vicino al vecchio palazzo del comune.
Questa strada ha un andamento solare, orientata a sud-est nord-ovest. Se quanto vi sto raccontando è vero – ma chiedete a qualcuno che abbia una formazione adeguata – quell’asse deve avere interessato il Brunelleschi per il suo valore cosmico, da fargli tenere per buono l’orientamento trecentesco del castello anche nel suo probabile rinnovamento.

Veduta del torrente Ventena a tramontana di San Giovanni in Marignano.

L’altra cosa che l’ha di sicuro interessato è lo scavo profondo che fa il torrente Ventena da utilizzare come fossato del castello – intendo dire del paese fortificato – del lato verso Rimini. Questa profondità assicura due qualità delle nuove fortezze, l’interramento del castello e la difesa bassa. Infatti, come vedete, mettiamoci al centro del ponte… Ecco che arrivano i nostri amici della Pro Loco guidati dalla bella e grintosa presidentessa Barbara e dal past presidente l’architetto Mauro … Buon giorno amici, Barbara, buon giorno Mauro. C’è anche Diego…

BARBARA
Professore e ragazzi ben venuti. Mary Ann conosce già il nostro museo, ciao Mary. I ragazzi no, così avremo il piacere di condurli in visita nel nostro museo di palazzo Corbucci.

MAURO
Benvenuti. Professore ho finalmente le piante delle cantine e del pian terreno del palazzo Corbucci, con l’individuazione delle cannoniere e della prima torre verso marina, come aveva intuito l’ingegner Palloni. Ecco vedi, tra la superficie esterna delle due cannoniere della torre d’angolo e il muro effettivamente esistente, c’è uno spazio che permette di individuare la forma della prima torre, sotto a quella ‘a becco’ costruita nel ‘500. E’ simile alla torre rompitratta verso monte.

PROFESSORE
Sono proprio contento. Il castello quattrocentesco esiste ancora, è tutto sotto terra e questa pianta è un bel punto di partenza per scavi mirati a recuperarlo. I ragazzi mi hanno detto che vorrebbero vedere palazzo Corbucci e vengono con te Barbara. Io li aspetto qui sul ponte dove devo fare un discorso con Mauro sulle prossime mosse per ridare al palazzo Corbucci qualcosa dell’antico palazzo malatestiano. Prima però finisco di presentare ai ragazzi quanto è rimasto dell’architettura del ‘400.

ll lato quattrocentesco di palazzo Corbucci già dei Malatesta di Pesaro, coincidente con le mura castellane.

Dicevo, guardate ragazzi come a sinistra del ponte le mura arrivano al livello dell’acqua, mentre a destra abbiamo una scarpa che quasi certamente è abbastanza recente. Insomma nel ‘400 non c’era.
A sinistra c’è la sede della pro Loco, il palazzo Corbucci, che all’inizio era il palazzo dei Malatesta, in particolare di Pandolfo Arcivescovo Barone di Patrasso, come potete vedere nel mio libro che vi mostro. Il bel disegno della copertina è del qui presente Diego Ciandrini. Ci può aiutare a capire quello che ho cercato di ricostruire della parte più interessante rimasta abbastanza conservata delle fortificazioni subito posteriori al Brunelleschi.
Vedete? Al centro c’era la torre portaia, purtroppo distrutta nell’800, a sinistra ci sono la falsabraga o promurale e le mura posteriori, a destra, al posto della attuale scarpa c’era una falsabraga e dietro un alto muro.
Ora noi vediamo a sinistra solo la falsabraga, ed è scomparso il muro posteriore, e a destra solo il muro posteriore, ed è scomparso il promurale o falsabraga. Le ragioni della mia ipotesi di lavoro le trovate nel libro che gentilmente vi regala Barbara, grazie Barbara, sempre gentilissima.

E’ passato mezzogiorno. Il progetto è di fermarsi a mangiare a San Giovanni nella Osteria Le Streghe Affamate.

Il secondo muro quattrocentesco sul Ventena.

A tavola le donne hanno disquisito di vini con il ristoratore, al limite della tolleranza reciproca. Il ristoratore sosteneva che il Moscatello dell’Arcivescovo, vino di un vitigno locale portato dalla Grecia da Pandolfo Arcivescovo Barone di Patrasso, non aveva confronti nemmeno con gli Champagni francesi.
Ma va’ gli diceva Mary Ann, e discutevano sull’odore del Moscatello, quasi di piedi poco lavati, il colore, oro vecchio, i sapori fruttati, troppo dolce però, retrogusto di albicocca e le bollicine. Sembra una Coca Cola, diceva Alessia…
Hanno preso tutti il piatto del giorno: i famosi “Cappelletti di Isotta agli strigoli”. I cappelletti sono pieni di “mozza malatestiana” ossia di mozzarelle di bufala con noce moscata, cannella e peperoncino dell’orto assolato dei Gesuiti di Mondaino. Le “mozze” sono le prime documentate in Italia nella fattoria di Montemarciano di Isotta degli Atti Malatesta.

LA ROCCA DI MONTESCUDO DATATA 1460, ULTIMA FORTIFICAZIONE COSTRUITA DA SIGISMONDO PANDOLFO MALATESTA

PROFESSORE
Andiamo a Montescudo per vedere da fuori l’ultima fortezza costruita da Sigismondo Pandolfo Malatesta nel 1460 come recita l’epigrafe che vedete sul muro. Questa rocca straordinaria è il punto di arrivo, come vi ho detto, della linea delle fortezze sigismondee che privilegia la scarpa. Le altre due linee sono quella brunelleschiana di Castel Sismondo, e quella albertiana della rocca di Fano e dei castelli che andiamo a vedere. Sigismondo Pandolfo, che non disprezzava le torri alte, aveva una concezione sperimentale, aperta a diverse possibilità, della difesa del suo scacchiere.
E’ un uomo di potere e di guerra molto importante per il suo tempo, ma proprio perché armi e fortezze erano in continua evoluzione, venne quasi subito dimenticato. Il De re militari di Valturio fu pubblicato in Francia ancora nel ‘500.

“Falsa porta” della rocca di Montescudo del 1460, l’ultimo esperimento ossidionale di Sigismondo Pandolfo Malatesta.

La rocca di Montescudo colpisce i castellologi perché è simile a un bastione cinquecentesco, che anticipa nell’aspetto. Due grandi torri a piramide che terminano in alto al livello della battagliera, una grande rondella verso monte. Dalla parte della valle, le mura del torrione sono molto alte e vi è una porticina, una “falsa porta” lunga e stretta, che si abbassava come un ponte levatotio. Dentro vi sono gallerie, e ci sarà anche una cisterna, dei butti con tesori favolosi di ceramiche, armi usate, medaglie malatestiane e chissà cos’altro. Sulla piattaforma di questa rocca-bastione c’erano delle costruzioni, forse una torre. E’ tutta da studiare.
Tempo fa ho pranzato nel ristorante costruito sopra la grande battagliera o “spalto” di questa rocca; il ristoratore usava la rocca come cantina. Adesso sembra chiuso, ci sono le erbe dietro il cancello. Bisognerebbe proprio che il comune di Montescudo la acquistasse, data l’importanza nazionale e internazionale di questa ultima rocca di Sigismondo Pandolfo Malatesta.

LE TORRI TRIGONE O CONTRAFFORTI DI LEON BATTISTA ALBERTI

ALESSIA
Cosa sono, prof, le torri trigone che andiamo a vedere a San Clemente e negli altri posti che ci ha anticipato?

PROFESSORE
Sono un tipo di torri sottili e piene, la cui invenzione l’Alberti si attribuisce, per contenere i danni che i “missili” dei “tormenta”, come Valturio chiama le palle delle bombarde con termini antichi, danno ai muri di cinta delle città e delle rocche. Si tratta più che di torri piene come quelle grandi di Castel Sismondo, di veri e propri contrafforti costruiti vicini l’uno all’altro. L’Alberti li chiama “Anterides basi triangula” cioè “contrafforti a base triangolare”. Sigismondo Pandolfo li ha voluti sperimentare in una parte dei muri del castello di San Clemente, nella rocchetta di S. Andrea in Besanigo, comune di Coriano, e nelle mura del castello di Mulazzano, sempre comune di Coriano.
I quattro pellegrini in cerca di reliquie medievali e rinascimentali che forse sono in via d’estinzione a causa della assoluta mancanza di cultura storica e archeologica – c’è anche un’archeologia medievale – dei consigli comunali e dei sindaci dallo stile di governo dispotico, con e senza la vision, sono arrivati a San Clemente e stanno davanti alla doppia porta del castello, una più antica ogivale del tardo ‘300 e una, in un edificio addossato alle mura, ricostruita in tempi recenti con un arco a tutto sesto, ma in vista ci sono ancora gli incassi per il bolzoni del ponte levatoio.

Le trigone del castello di San Clemente.

PROFESSORE
San Clemente nella Descriptio Romandiolae del cardinale avignonese Anglic de Grimoard del 1371, viene catalogato come “villa”, cioè come un villaggio che non ha mura e fortificazioni. Le fortificazioni che vediamo sono in parte del tardo ‘300, quando i Malatesta decisero di aumentare lo status di San Clemente erigendo le mura castellane e attribuendogli un territorio. Le mura del castello con torri a base rettangolare furono rinnovate da Sigismondo Pandolfo, forse in due tempi. Accanto alla porta, dove vedete l’abside semicircolare della chiesa, c’erano, come dappertutto nei castelli malatestiani, subito dopo la torre portaia, la residenza dell’amministrazione castellana o comunale. Con funzione di massima difesa Sigismondo Pandolfo eresse una grossa torre del tipo malatestiano a base poligonale, come quella di Fano distrutta dalla guerra. Andrea Ugolini che ha curato il restauro delle fortificazioni di San Clemente postula un recinto dalla parte delle tre torri contraffori. Se c’era un recinto interno, io credo che fosse intorno alla torre grossa, come nella rocca di Fano. Tutto San Clemente avrebbe così un’aria albertiana. Mentre all’esterno vicino alla grossa torre, sembra di intravvedere un ricetto medievale.

CHRISTIAN
Cos’è un ricetto, prof?

PROFESSORE
Era un recinto esterno al giro delle mura del paese con una sua porta dove venivano ricoverati gli ultimi contadini che con le bestie da lavoro e i carri con le masserizie cercavano rifugio nel castello. Poiché c’era il pericolo che ci fossero anche dei nemici infiltrati in queste code di fuggiaschi, gli ultimi arrivati erano ospitati dentro un recinto a parte che chiamavano ricetto. Ce ne sono diversi qui da noi.
Adesso andiamo nella parte delle mura verso Rimini, vedete le tre “trigonae”…

ALESSIA
Ma prof, saranno anche delle torri-contrafforti, ma sono a base pentagonale, mi sbaglio?

PROFESSORE
No, non ti sbagli. Evidentemente Sigismondo Pandolfo ha fatto adattare i suoi contrafforti alla fattibilità e al luogo. L’Alberti descrive infatti un muro senza scarpa tra un contrafforte e l’altro, coperto da un arco e sotto vuole che venga costruito un muro di mattoni crudi formati da argilla e paglia mescolate, appoggiato al muro di mattoni cotti. Qui abbiamo invece muri con le scarpe e i resti di beccatelli ciechi come quelli di San Giovanni.

Ma, pensateci bene, una torre a base solo triangolare non poteva essere innestata in un muro di mattoni crudi, meglio che la torre-contrafforte avesse degli attacchi sulle pareti diritte del pentagono che lasciavano libera una base triangolare appunto, non vi sembra? E poi il muro di mattoni crudi, avranno detto ridendo gli homines docti ad bellum, gli esperti del consiglio di guerra di Sigismondo Pandolfo, con o senza l’arco di protezione, alle prime violente piogge si sarebbe squagliato. Ma anche se questo muro avesse resistito alle piogge, il colpo violento di una palla di pietra delle prime bombarde non si sarebbe smorzato. L’Alberti non aveva una precisa nozione della forza delle bombarde e ancor meno della loro evoluzione distruttiva.

La trigona della rocchetta di Sant’Andrea in Besanigo, Coriano.

LA ROCCHETTA DI SANT’ANDREA IN BESANIGO

PROFESSORE
La prima volta che con l’ingegnere Palloni ho visto la rocchetta di S. Andrea in Besanigo, il contrafforte era quasi addossato a un ristorante che ora è scomparso senza lasciare traccia. Per farci passare i camion dei rifornimenti la punta del contrafforte era stato smussata, come la vedete. Sopra il contrafforte ci sono i resti di piccolissimi beccatelli, ma certamente non erano praticabili.
Il contrafforte è addossato ad un recinto di mura grosse a sacco, relativamente alto, di forma rettangolare, ed è tutta la rocca. Adesso ci hanno costruito dentro delle case. Che tristezza, un monumento dell’Alberti!

La trigona superstite del castello di Mulazzano.

MULAZZANO: RIMASTA UNA SOLA TORRE TRIGONA ALBERTIANA DI OTTO CHE C’ERANO

PROFESSORE
Se si guarda alla pianta del castello di Mulazzano del Catasto Gregoriano, nell’Archivio di Stato di Roma, on line, si nota com’era ancora recintato il castello a metà ‘800: un quadrato che aveva le trigone al centro delle quattro mura, e negli angoli una variante delle trigone a base quadrata – forse – purtroppo di questa ricchezza albertiana e malatestiana è rimasta una sola trigona, abbandonata, capitozzata, sbrecciata…

ALESSIA
Gli abitanti di Mulazzano e anche gli amministratori di Coriano, cosa sanno dell’Alberti?

PROFESSORE
Già. Come facciamo a insegnare ai Corianesi la necessità di tutelare un’eredità di creatività così cospicua?