John Addington Symonds: una icona gay nel Tempio Malatestiano

John Addington Symonds: una icona gay nel Tempio Malatestiano

E' stato uno dei grandi araldi dell’arte italiana nella cultura angloamericana. Ha definito l’interno del Tempio "a strange medley", espressione che sarà ripresa anche da Ezra Pound e Adrian Stokes. E Rimini "famosa per il suo stabilimento de’ Bagni", ma "i visitatori provenienti dal nord sorvoleranno su di essi, per ammirare il ponte che Augusto costruì e Tiberio completò".

Il Rinascimento è reinterpretato da Symonds anche come l’età in cui tornano vitali e forti le libere (per natura e cultura) pratiche delle civiltà pagane: luogo privilegiato di riferimento, dunque, per quella rivendicazione della piena legittimità dell’amore omosessuale che occuperà soprattutto gli ultimi anni della sua intensa biografia intellettuale.
(Amedeo Quondam, «Lo sguardo dell’altro», in ‘Tre inglesi, l’Italia, il Rinascimento’, Liguori Editore, Napoli 2006)

«Rimini è una città di circa 18.000 anime, famosa per il suo stabilimento de’ Bagni e le sue antichità, situata sulla costa dell’Adriatico, un po’ a sud-est dello storico Rubicone di fama mondiale. È nostro dovere menzionare i bagni, primi tra le sue pretese di distinzione, dal momento che la prosperità e l’allegria della cittadina dipendono in gran parte da essi. Ma i visitatori provenienti dal nord sorvoleranno su di essi, per ammirare il ponte che Augusto costruì e Tiberio completò e che attraversa ancora il Marecchia con cinque giganteschi archi di pietra calcarea bianca d’Istria, solidamente come se non avesse portato i calpestamenti di almeno tre conquiste. L’arco trionfale, poi, eretto in onore di Augusto, è un notevole monumento di architettura romana. Ampio, massiccio, solido, trapuntato qua e là dalla fioritura di erbacce e sormontato da feritoie medievali, dimostrando di essere stato a volte porta della città oppure fortezza, contrasta più favorevolmente con il leggero e un po’ dozzinale Arco di Traiano nella città gemella di Ancona. Eppure questi resti dei pontefici imperiali, imponenti e interessanti come sono, sprofondano nell’insignificanza comparativa accanto alla grande meraviglia di Rimini, la cattedrale ristrutturata per Sigismondo Pandolfo Malatesta da Leon Battista Alberti nel 1450. Questa strana chiesa, uno dei primi edifici esistenti in cui il Neopaganesimo del Rinascimento si mostrò in tutta la sua forza, riunisce nei nostri ricordi due uomini che potrebbero essere scelti come tipici nei loro caratteri contrastanti dell’epoca di transizione che li ha partoriti».

Questo era l’incipit, l’attacco dello «schizzo» che John Addington Symonds (1840-1893) dedicava alla nostra città. Intitolato «Rimini: Sigismondo Pandolfo Malatesta and Leo Battista Alberti» apparve nella seconda serie – il secondo dei tre volumi – dei suoi Sketches and Studies in Italy and Greece, pubblicata a Londra nel 1874. Tutte le informazioni importanti del saggio sono racchiuse nelle prime righe: le carte messe in tavola sono il Tempio, Sigismondo e Alberti.
Buon per noi che Symonds ponga fuori dalle sue coordinate spazio-temporali bagni, ponte di Tiberio e arco d’Augusto, impedendo di porre il nostro dito sulle piaghe di disfacimento (che è il contrario di rinascimento) che si profilano col misterioso parco del mare (che dovrebbe sanare non si sa come e perché la distruzione del Kursaal), con gli assurdi e prepotenti imminenti interventi che calpesteranno la visione del ponte e con la trapunta di una futuribile e interferente monorotaia che sormonterà l’arco. E buon per il lettore che non dovrà condividere la mia malinconia di fronte agli assalti e stupri che stanno per perpetrarsi sui nostri monumenti e al cospetto di un’orrida visione che sembra riservata alla bellezza e alla memoria.
Scrivendo di Aldous Huxley, si è accennato alla sua definizione di Firenze come «una città provinciale di terz’ordine, colonizzata da sodomiti e lesbiche di mezza età inglesi». Ma era in generale l’Italia del XIX secolo e dei primi decenni del XX secolo ad essere divenuta l’Arcadia degli omosessuali inglesi – e tedeschi –, qui emigrati per allontanarsi dal rigore delle leggi persecutorie dei loro paesi in cui l’omosessualità era un crimine. Questo mito dell’Italia paradiso degli omosessuali durò fino agli anni Trenta fino a quando nel 1936-39 la politica fascista contro gli omosessuali esplicitamente «razzista», nella quale l’omosessualità era considerata un handicap fisico, una tara genetica non diversa dall’essere ebreo o zingaro, ebbe quegli effetti diseducativi di onda lunga che fanno capire in parte l’ancora persistente omofobia e l’intolleranza di taluni nostri concittadini.
John Addington Symonds rappresenta un caso interessante di attrazione omosessuale verso il nostro paese e, al tempo stesso, il modello di uno dei grandi araldi dell’arte italiana nella cultura angloamericana.
Scelse l’Italia e il mondo classico, ma in un modo caldo e coinvolto, intenso e traboccante di ammirazione, non solo intellettualmente, ma anche, per così dire, fisicamente: «non si capisce la bellezza di un popolo finché non ci si è andati a letto», confessava.
Ne dà conferma Sara Alice Ceccarelli, responsabile culturale dell’Arcigay Alan Turing di Rimini che, interpellata, dichiara: «Symonds, insieme a un piccolo gruppo di poeti e letterati perlopiù britannici fautori della “Poesia uraniana”, è stato il precursore di una poetica a sfondo omoerotico le cui opere hanno formato un terreno di coltura fondamentale per lo sviluppo della consapevolezza identitaria che si è consolidata in seguito soprattutto per merito del letterato tedesco Karl Heinrich Ulrichs (1825-1895). L’opera dei poeti uraniani si è sviluppata in ristrette cerchie che garantivano una sicurezza maggiore, anche considerando che l’omosessualità al tempo, e fino agli anni ’70 del 1900, nel Regno Unito era un crimine in cui anche Alan Turing è drammaticamente incorso. Symonds è stato un attivo cercatore di contatti e relazioni, spingendosi fino allo scoprirsi apertamente (come si direbbe oggi “facendo coming-out”) con altri poeti “sospetti” dell’epoca come Walt Withman (1819-1892). In questo senso la sua figura è stata di grande importanza storica e forse potremmo considerarlo come uno dei primi attivisti di quello che sarebbe diventato, ai giorni nostri, il movimento di liberazione omosessuale».
Incontenibile nella sua attività di poeta e saggista – quasi la scrittura fosse un altro pellegrinaggio oltre a quello sessuale –, i suoi sette volumi, anche se in piccolo formato, di The Renaissance in Italy (1875-1886) contano tremilaottocento pagine. Scritti subito dopo gli Sketches, la dimensione non ne impedì il successo straordinario tra i lettori dell’Inghilterra e degli Stati Uniti, come dimostrano le innumerevoli ristampe a Londra e New York, a volte anche in coedizione transatlantica, fino a tutti gli anni Trenta. Si può senza dubbio dire che Symonds ha fornito l’immagine paradigmatica, artistica e letteraria, che anche oggi un americano o un inglese colto hanno dell’Italia del Rinascimento.
Nel suo schizzo, dopo un excursus storico sulla casa dei Malatesta, arriva al suo apice rappresentato da Sigismondo Pandolfo Malatesta, «uno dei più strani prodotti del primo Rinascimento». La vivace descrizione che ne fa Symonds è quella di uno dei reprobi della storia, caricato per secoli dalla condanna di essere un personaggio moralmente abbietto. Enumerare i crimini da lui commessi, i misteriosi e disumani oltraggi – affermava Symonds –, sarebbe in contrasto con il decoro della letteratura e la sua natura fondamentalmente bestiale e le sue peggiori caratteristiche devono essere passate sotto silenzio e tuttavia «dissoluto, infido e disumano com’era, il tiranno di Rimini aveva sempre incoraggiato la letteratura e dilettato la città di artisti». In The Renaissance in Italy scriverà che Sigismondo «incarna il vero tipo del principe che unisce un romantico zelo per la cultura con i vizi del barbaro» e che era nella sua condotta «solo un selvaggio», nel suo mecenatismo delle arti e delle lettere «un neo-pagano», nella sua carriera di condottiere «il più compiuto “cattivo” (villain) della sua epoca». Quello di Symonds era il giudizio abituale, mantenuto di generazione in generazione da tutti gli storici della dinastia dei Malatesta, anche se da principio ebbero alcune riserve, a partire dalle affermazioni del segretario di Sigismondo e storico di corte Gaspare Broglio che, dopo la sua morte, scriveva che «l’aspetto suo era feroce e rigido: crudelissimo contro li suoi nemici», ma anche che «era di persona più che communale; el suo referire era un altro Tullio: assai competentemente era dottato di scientia e di senno naturale».
L’opinione moderna e contemporanea è più cauta e nessuno oggi oserebbe far apparire Sigismondo come un villain alla Quentin Tarantino. Si è ormai compreso che Sigismondo Malatesta, come altri personaggi cattivi del passato, deve gran parte della sua brutta reputazione a testimonianze ostili, e specialmente, come spesso accadeva nel Medioevo, a quella della Chiesa. Le peggiori accuse contro di lui sono state tutte trasmesse ai posteri da una sola autorità: Papa Pio II, Enea Silvio Piccolomini, i cui interessi di potere temporale e, forse, di senese, lo rendevano avvelenato contro Sigismondo, e i cui anatemi papali e, ancor più, i suoi noti Commentari rappresentavano Sigismondo con gusto medievale e in modo indiscriminato come un mostro colpevole di ogni possibile delitto pubblico e privato. Le infamanti accuse che Symonds preferisce non raccontarci, tranne le condanne come pluri-uxoricida, e che sintetizza in «eresia, parricidio, incesto, adulterio, rapimento e sacrilegio» erano tutte imprecise e improbabili o frutto di maliziosi pettegolezzi e calunnie.
Symonds, dopo aver rammentato di aver riferito, fin da principio, come la Cattedrale di San Francesco a Rimini fosse il grande ornamento della città e il principale monumento al quale Sigismondo deve la sua fama, osserva: «Nulla, se non il fatto che la chiesa è debitamente dedicata a San Francesco e che il suo guscio esterno di marmo classico racchiude un vecchio edificio gotico, rimane a ricordarci che si tratta di un luogo di culto cristiano. Non c’è santità, né spirito di pietà. L’orgoglio del tiranno la cui leggenda – “Sigismondo Malatesta Pandulphus Pan. F. Fecit Anno Gratiae MCCCCL” – occupa ogni arcata e cordolo dell’architettura, e il cui stemma e ritratto in medaglione, con la sua cifra e i suoi emblemi di un elefante e una rosa, si propagano in ogni pezzo d’opera scolpito in tutto l’edificio, sembra così riempire questa casa di preghiera in cui non c’è più posto per Dio. Eppure, la cattedrale di Rimini resta un monumento di primaria importanza per tutti gli studiosi che cercano di penetrare il rivissuto paganesimo del XV secolo».
Per eseguire questo progetto il tiranno di Rimini si avvalse dell’assistenza di uno dei più notevoli uomini di quella o di qualsiasi altra epoca: Leon Battista Alberti, che Symonds riteneva una figura italiana di gran lunga più interessante di Sigismondo, donde le numerose pagine dedicate all’architetto fiorentino. Symonds, qui e in The Renaissance in Italy, è forse il primo autore ad apprezzarne la carriera e il magistero in modo scientifico. La tirannia dello spazio e il tema prefissato – Symonds e il Tempio Malatestiano – mi trattengono dal dilungarmi sull’uomo che definiva «dotato dalla natura di attitudini, facoltà e sensibilità così diverse da meritare il nome di genio universale» e «lo spirito del XV secolo nella sua più alta espressione».
Voglio semplicemente riportare quello che Symonds diceva ancora del Tempio:
«Alberti entrò al servizio del Malatesta e si impegnò a rimodellare la Cattedrale di S. Francesco a Rimini. Vi trovò una semplice struttura gotica con abside e cappelle laterali. Chiese simili sono abbastanza comuni in Italia, dove l’architettura cuspidata non ha mai sviluppato il suo vero carattere di complessità e ricchezza, ma era destinata alla vasta vacuità esemplificata in S. Petronio a Bologna. Ha lasciato uno strano guazzabuglio (a strange medley) di lavoro medievale e rinascimentale, simbolo di quella scena dissolvente nella pantomima del mondo, quando lo spirito dell’arte classica, ancora poco compreso, stava per invadere il gusto protocristiano. Forse la miscela di stili così sorprendente in S. Francesco non doveva essere prevista nell’incarico di Alberti, che ha dovuto eseguire il compito di trasformare un edificio gotico in uno classico. Tutto quello che poteva fare era di cambiare tutto l’esterno della chiesa, apponendo uno schermatura di archi romani e pilastri corinzi, in modo da nascondere il vecchio disegno e tuttavia lasciare le principali caratteristiche della struttura, le finestre e le porte in particolare, nello statu quo. Ha trattato l’interno con lo stesso principio generale, senza disturbare la sua struttura, ma coprendo ogni centimetro quadrato disponibile della superficie con decorazioni estranee alla maniera gotica. Esternamente, S. Francesco è forse il più originale e grazioso dei tanti tentativi fatti dai costruttori italiani di fondere gli stili medievale e classico. Niente di meno Alberti ha infatti tentato. Trascorse un secolo prima che Palladio affrontasse il problema da un punto di vista diverso, restaurando l’antico nella sua purezza ed erigendo nel Palazzo della Ragione di Vicenza un pressoché unico esemplare di arte romana resuscitata.
«Internamente, la bellezza della chiesa è interamente dovuta ai suoi squisiti ornamenti murali. Questi consistono per la maggior parte in bassorilievi in morbida pietra bianca, molti di essi emergenti da un fondo blu nello stile di Della Robbia. Figure allegoriche disegnate con la purezza di contorni che ammiriamo in Botticelli, panneggi che Burne-Jones potrebbe copiare, truppe di giovani che cantano alla maniera di Donatello, grandi angeli tracciati sulla pietra così delicatamente che sembrano essere più disegnati che scolpiti, statuette in nicchie, personificazioni di tutte le arti e le scienze si alternano a forme semi-bestiali di satiri e figli marini: tali sono le forme che riempiono gli spazi delle pareti delle cappelle, e salgono i pilastri, e agitano gli archi, in abbondanza tale che se tutta la chiesa fosse stata finita com’era stata progettata, si sarebbe presentato uno splendido anche se bizzarro effetto di incrostazione (incrustation). Pesanti griglie di marmo di Verona, blasonate in aperti arabeschi con le cifre di Sigismondo e Isotta, con gli stemmi, emblemi e ritratti su medaglione, chiudono le cappelle della navata».
John Addington Symonds corredava le sue preziose affermazioni con il mistero delle identità degli autori ipotizzando qualche nome disparato – mistero che incomincerà a diradarsi nel 1882 con Yriarte che proporrà la mano di Agostino di Duccio – , concludendo con una bella analisi delle sculture, anche se errata per la sua attribuzione «filo-fiorentina»:
«Di chiunque sia il merito di questi rilievi, non vi è alcun dubbio che essi ben rappresentano uno dei momenti più interessanti della storia dell’arte moderna. L’ispirazione gotica era fallita; il primo stile toscano dei Pisani era stato elaborato; Michelangelo era ancora lontano e l’abbondanza di modelli classici non soverchiava l’originalità. Gli scultori della scuola di Ghiberti e Donatello, che sono rappresentati in questa chiesa, erano essenzialmente pittorici, preferendo il basso all’altorilievo e il rilievo, in genere, alle figure distaccate. Il loro stile, come lo stile di Boiardo in poesia, di Botticelli nella pittura, è specifico dell’Italia nella metà del XV secolo. I criteri medievali del gusto stavano cedendo il passo al classico, il sentimento cristiano a quello pagano; eppure l’imitazione degli antichi non era stata condotta al punto di cancellare la spontaneità dell’artista e abbastanza rimaneva del sentimento cristiano per tingere la fantasia con una profonda e dolce storia d’amore. Lo scultore ha avuto l’abilità e la maestria di esprimere la sua minima sfumatura di pensiero con libertà, spirito e precisione. Eppure, il suo lavoro non mostrava alcun segno di convenzionalità, nessuna aderenza alle regole prescritte. Ogni contorno, ogni piega del drappeggio, ogni atteggiamento era gravido, nella mente dell’artista in ogni caso, di significato. A dispetto del suo simbolismo, ciò che ha creato non era mai meccanicamente figurativo, ma dotato dell’indipendenza della propria bellezza, vitale di un alitante spirito della vita. È stato un momento felice, in cui l’arte aveva raggiunto la coscienza e l’artista non era ancora diventata consapevole di sé. La mano e il cervello, inoltre, hanno davvero lavorato insieme per la procreazione di nuove forme di grazia, non per la ripetizione di vecchi modelli, o per l’invenzione dello strano e sorprendente. “Delicato, dolce e accattivante” sono buoni aggettivi per esprimere l’effetto prodotto sulla mente dalla contemplazione anche del lavoro medio di questo periodo».
«Studiare le linee fluide dei grandi angeli tracciati sulle pareti della Cappella di S. Sigismondo nella Cattedrale di Rimini, seguire le ondulazioni del loro panneggio che sembra galleggiare, sentire la dignitosa urbanità di tutti i loro gesti, è come l’ascolto di una di quelle chiare prime composizioni italiane per voce, che superano in soavità di tono e grazia di movimento tutta quella musica che è stata prodotta nel suo maturo vigore. C’è infatti qualcosa di infinitamente affascinante nei momenti crepuscolari della mente umana. Sia che si tratti della bellezza di un’arte ancora immatura o della bellezza dell’arte sul declino – se, in effetti, la penombra è sia di mattina che di sera, troviamo nei capolavori di tali periodi una calma placida e un pathos contenuto, come di uno spirito auto-ritiratosi dalle preoccupazioni volgari, che nella piena luce dello splendore meridiano mancano. Nella Chiesa di S. Francesco a Rimini la chiarezza temperata dell’alba sta per ampliarsi in giorno».
Non so voi, ma a mio avviso il testo di Symonds qui riportato e tradotto meriterebbe un sondaggio di adeguata profondità perché getta sul Tempio uno sguardo specialissimo e ammirato, coinvolto e intenso. Ma non c’è spazio: le cartoline che compilo da Rimini sono in genere lunghe e questa rischierebbe di essere, se già non lo è, esorbitante. L’ècfrasi symondsiana del Tempio varrebbe – non ho dubbi – un trattatello di estetica, ma devo autolimitarmi a un paio di notazioni psicologiche su cui ho già richiamato l’attenzione mettendo tra parentesi l’originale inglese delle espressioni.
La prima è incrustation, l’incrostazione, l’effetto della copertura. Symonds, nella sua carriera letteraria, tradusse i sonetti di Michelangelo e ne scrisse anche la biografia, tradusse la vita di Benvenuto Cellini, studiò Boccaccio – i primi due artisti non a caso omosessuali e il terzo uno scrittore famoso per le sue scene libertine. Solo negli ultimi anni scrisse sull’omosessualità, ma in saggi pionieristici la cui circolazione era strettamente privata.
«Symonds – come ci ha dichiarato Marco Tonti, presidente di Arcigay “Alan Turing” di Rimini – è stato indubitabilmente un precursore, ma per molti versi è stato inevitabilmente figlio del suo tempo. I suoi viaggi in Italia erano certo un modo per conquistare le bellezze locali, e molto probabilmente anche a Rimini ebbe degli amanti. Malgrado la sua capacità di conquistare giovani uomini però si adattò alla morale dell’epoca sposandosi e avendo quattro figlie, il che certamente lo rende un “anello di congiunzione” tra la tradizione vittoriana e la nuova morale che portava avanti con i suoi scritti. Da allora molte cose sono cambiate anche se non del tutto. Le persone omosessuali (uomini e donne) a partire dai famosi “moti di Stonewall” del 28 giugno 1969 (data che si commemora durante i Gay Pride in tutto il mondo) hanno cominciato a sviluppare la consapevolezza non più solo delle loro pulsioni più o meno sublimate dalla poesia, ma anche dei loro sentimenti. Le battaglie di oggi, di dignità e parità dei sentimenti delle persone omosessuali, non ci sarebbero mai state senza persone come Symonds che rischiando del loro hanno creato una base di consapevolezza sussurrando nelle loro poesie quello che Lord Douglas (compagno di Oscar Wilde) aveva definito “l’amore che non osa dire il suo nome”. Quel sussurro, moltiplicato milioni di volte, è diventato un grande e inarrestabile urlo di libertà che permette oggi a molti giovani (purtroppo non tutti) di poter vivere per quello che sono».
Non so se la sensibilità gay, una particolare psicologia generata dall’oppressione di una minoranza nell’età vittoriana nel cogliere al volo le sfumature del sentimento, le intermittenze del cuore e le allusioni erotiche gli abbia fatto per primo definire l’interno del Tempio a strange medley, un’espressione che sarà ripresa anche da Ezra Pound e Adrian Stokes.
Per concludere con una provocazione: forse il Tempio ci affascina perché anche il nostro cuore – almeno quello di certi uomini e di certe donne – è uno strano guazzabuglio, una tensione e una combinazione di poli opposti e complementari, corpo e spirito, materia e forma, intelletto e passione, maschile e femminile, dove ciò che conta, infine, è che la sessualità sia dono d’amore gioiosamente vissuto nella propria consapevolezza individuale.