La Rimini meta di Huxley: un mito

La Rimini meta di Huxley: un mito

«La gente viaggia per le stesse ragioni per cui colleziona opere d’arte»

Domenica 22 aprile 1923. Huxley è a Rimini e si imbatte nella entusiastica accoglienza popolare riservata alla reliquia del braccio taumaturgo di S. Francesco Saverio. Tutto quello che c'è da sapere sul viaggio dell'autore de "Il mondo nuovo" nella nostra città. E sui viaggiatori d'eccezione che hanno creato la meta mitica.

I luoghi che è socialmente elegante aver visitato sono aureolati di fascino, tanto da apparire a chi non c’è mai stato altrettante leggendarie Babilonia o Bagdad.
(Aldous Huxley, Lungo la strada)

Aldous Huxley

Aldous Huxley, nato nel 1894, era venuto a Rimini la prima volta agli inizi dell’autunno 1912. Era già stato in Italia per trascorrervi le vacanze quando aveva 14 anni, nella Villa Bonaventura sul lago di Como, a Cadenabbia, meta prediletta dagli inglesi fin dalla prima metà dell’Ottocento.
Rimini è menzionata in Little Mexican, uno dei racconti nella raccolta dall’omonimo titolo, che ritrae i conti Tirabassi padre e figlio, padovani, proprietari della villa palladiana di Stra. Tutta la raccolta è la testimonianza del suo primo viaggio in Italia, scritta soprattutto in Italia nell’inverno 1923/24 e pubblicata nel maggio del 1924. Il viaggio del 1912, l’anno prima di iscriversi all’università di Oxford e un paio d’anni prima dell’inizio della prima guerra mondiale, lo aveva fatto indossando un logoro cappello verde dall’ampia tesa che gli aveva aperto molte porte durante il suo primo grand tour in Italia – Urbino, Rimini, Ravenna, Ferrara, Modena, Mantova, Verona, Vicenza, Padova, Venezia. Le prime impressioni di tutti quei nomi favolosi, come racconta, si trovavano, come un cappello pieno di gioielli, nella sommità del piccolo messicano. Era il reportage di viaggio di un diciottenne – Mr Oosselay, il modo più vicino in cui poteva essere pronunciato in italiano Huxley – il cui portentoso sombrero rappresentava un’epoca della sua vita, l’emancipazione e l’imminente ingresso universitario a Oxford, simboleggiava la scoperta di tante cose nuove, nuove idee e nuove sensazioni, la letteratura francese, l’alcol, la pittura moderna, Nietzsche, l’amore, la metafisica, Mallarmé, il sindacalismo e tante belle conoscenze, ma soprattutto quel suo tesoro, il cappello, gli ricordava la sua prima scoperta dell’Italia, evocava, il suo piccolo messicano, tutte le emozioni, gli stupori e gli incontaminati rapimenti del primo tour italiano.
Per quel che può importare al lettore, anch’io, a mia volta, scoprì Huxley a diciott’anni. Fu grazie allo scandaloso film I diavoli di Ken Russell con Vanessa Redgrave e Oliver Reed, nelle parti rispettivamente della priora Jeanne des Anges e dell’abate Urbain Grandier. Preceduto da una scia di polemiche, sequestri, dissequestri e mutilazioni di scene e inseguito da un ostracismo che dura tuttora (chi l’ha più rivisto?) lo vidi, se ben ricordo, al Supercinema e qualche giorno dopo, in quel 1972, acquistai (nell’edizione Oscar, naturalmente) il romanzo/saggio di Aldous Huxley I diavoli di Loudun (1952) che aveva ispirato il film. Gli assiomi di Huxley sono che ogni forma di potere è distruttiva non solo per l’uomo fin dalla radice della sua coscienza, ma anche per la civile convivenza e che dal fanatismo e da qualsiasi idolatria nasce e si propagano forme di follia, in cui tutto, anche ciò che c’è di più osceno, trova giustificazione: i diavoli sono solo le macchinazioni del potere.
Venne poi, data la mia passione per il genere, la lettura del romanzo cui oggi è soprattutto legato il nome di Huxley. In Il mondo nuovo (Brave New World), l’utopia negativa del 1932 nella quale ritrae una società futura sottomessa a una dittatura tecnocratica, proietta nel futuro in chiave distopica i miti del progresso e del consumismo americani, sino a prefigurare i guasti d’una società regolata da ferree leggi e incamminata verso la negazione dell’individualità e della consapevolezza. Ne ricavai l’impressione che questa visione del futuro potesse essere altrettanto persuasiva e complementare rispetto a quella del più noto e celebrato 1984 di George Orwell, scritto nel 1948. Diversamente dal mondo di Orwell nel quale la dittatura è manifesta, il mondo immaginato da Huxley è quello della sottomissione volontaria, in cui l’industria del divertimento (che include psicofarmaci e droghe) fa sì che la gente non rifletta sui propri problemi e su quelli della società e nel quale ogni vincolo di solidarietà è spezzato. Ma entrambi gli scenari, che hanno tentato di raccontare il nostro futuro incerto, prevedono un mondo di persone non creative e non immaginative, ordinatamente soggiogate a maniaci del potere.
Per Huxley, che diceva che «viaggiare non è un vizio del corpo… ma della mente», dopo aver molto viaggiato col corpo fisico, per allargare la conoscenza ci furono, poi, gli ebbri anni della mescalina, della psilocibina e dell’LSD, che per primo chiamò psichedelici e che oggi, con un termine più in voga per esperti e addetti ai lavori, sono denominati «enteogeni», perché inducono a esperienze mistiche. Per lui un altro modo di viaggiare oltre i confini della realtà percepita dai sensi per cogliere verità trascendenti e, con l’aiuto della chimica, colmare la frattura tra lo stato di separazione dell’uomo e l’infinità di Dio, tematiche assai poco frequentate in Italia, ma per le quali fin da giovane ho nutrito, sempre, un grande ma cauto interesse. Con un ancora brillantissimo saggio del 1954, edito in Italia solo nel 1980, Huxley aprì le porte della percezione, Doors of perception, quelle stesse Doors che Jim Morrison gli aveva preso in prestito, finché non le sbatterà in un alberghetto parigino il 3 luglio 1971 e resuscitate due volte, quando Coppola nel 1979 usò la canzone The end come colonna sonora di Apocalypse Now e nel 1991 con il film The Doors di Oliver Stone.
Solo nel 1997, per me un anno di svolta, ho letto La filosofia perenne, nella versione Adelphi, un saggio/antologia del 1945, il cui titolo avrebbe potuto incontrare il favore di Giorgio Gemisto Pletone, dove si accostava Fénelon a Rūmī e Lao-tzu a San Giovanni della Croce e Shankara a Sant’Agostino, perché cambiano i nomi e le parole ma per chiunque si sia avvicinato alla conoscenza diretta del divino la verità è una.
Infine, è del 2004, la mia traduzione del racconto di Huxley intitolato «Rimini and Alberti», corredato di foto e note e contenuto in Visitatori celebri nel Tempio di Rimini (Raffaelli, Rimini), un libro che, come già detto altrove, trascorsa una dozzina d’anni, andrebbe riveduto e ampliato.
Questo il sacchetto di gioielli ricevuti in regalo da Huxley nel corso della mia vita, ma è dell’ultimo che vorrei condividere con altri riminesi lo splendore dei suoi riflessi.

Huxley dal 1921 aveva deciso di risiedere su un colle poco lontano da Firenze, a Villa Castel Montici (ora Villa Minucci del Rosso): il panorama che vi si vedeva è descritto nel racconto Young Archimedes. Vi abitava anche la famiglia di Maria Nys, la prima moglie conosciuta a Oxford. Lì visse fino al 1925, frequentando poco la comunità inglese fiorentina (allora un po’ meno di un quarto dell’intera popolazione) che non amava, con l’eccezione dello scrittore Norman Douglas (1868-1952), esiliato per molestie sessuali a un sedicenne di Londra. Forse per questo Huxley definiva Firenze, con ampia licenza artistica, «una città provinciale di terz’ordine, colonizzata da sodomiti e lesbiche di mezza età inglesi».
Tornò a Rimini nel 1923, con la sua prima auto, una Citroën che guidava, con gran verve e spigliatezza, Maria Nys, nata nel 1899, la moglie belga con cui era sposato da quattro anni e che aveva conosciuto nel salotto letterario di Lady Ottoline Morrell, la nobile musa degli artisti inglesi, che riceveva a Garsington Manor, una famosa casa di campagna presso Oxford in cui si riunivano i massimi intellettuali del tempo (Russell, Lytton Strachey, Eliot, Sassoon, Graves, Wells, Forster, Lawrence, i Woolf, solo per fare alcuni nomi dei cosiddetti Bloomsberries) e in cui Aldous conobbe Maria.
Il suo breve resoconto, scritto nell’autunno del 1924, è una via di mezzo tra le annotazioni di un turista venuto per visitare il Tempio che assiste inaspettatamente all’esposizione del Braccio Taumaturgico di San Francesco Saverio nella chiesa di San Francesco e il saggio di un critico d’arte, ferrato anche nella nuova psicanalisi, ma in cui è evidente il debito ad Yriarte. Stampato per la prima volta con il titolo «Rimini and a Peripatetic Arm» nel numero di gennaio del 1926 del McNaught’s Montly, fu in seguito nello stesso anno pubblicato in volume con il titolo «Rimini and Alberti» nei suoi Essays new and old, e poi ristampato diverse volte in successive raccolte, tra cui la più celebre è quella intitolata Along the Road: notes and essays of a tourist (1948). La sua prima traduzione italiana si deve a Graziella Cillario e si trova in Aldous Huxley, Lungo la strada: annotazioni di un turista (Frassinelli, Milano 1990).

Aldous e Maria Huxley con il figlio Matthew e un altro bambino sconosciuto a Forte dei Marmi nell’estate 1927 in una foto scattata da Lady Ottoline Morrell

Forse il migliore tra i suoi saggi e annotazioni turistiche, «Rimini and Alberti» mostra l’entusiasmo di Huxley per l’architettura rinascimentale, in contrapposizione allo stile gotico ruskiniano che gli era stato insegnato in gioventù a rispettare, tratteggiando lo scenario in cui i grandi costruttori del Rinascimento operarono nella loro aspirazione di eguagliare il mondo antico quasi come un «Utopia retrospettiva». Nella sua idealizzante intellettualità, nell’inno alla bellezza, nell’esaltazione della ragione come unica fonte della grandezza umana, nella splendida manipolazione della materia e della massa, nell’uso drammatico della luce solare e dell’ombra, quell’architettura esercitava un richiamo speciale per Huxley. Ma c’era un altro modo in cui quell’architettura lo affascinava: l’attività pubblica che contribuiva a umanizzare la terra, a fissare in forme geometriche e simboliche la realizzazione di ideali che ancora ci rendono vittime dell’educazione classica, per cui taluni, come chi sta scrivendo, considerano la Repubblica di Platone come la sede di ogni virtù.
Il Tempio, la chiesa di san Francesco è una «strana chiesa che Malatesta trovò come tempio cristiano, ricostruì con forme pagane e ridedicò a sé stesso, alla sua amante e al classicismo». Lo definisce «tempio nietzscheano», «un unico e immenso tributo personale a Malatesta e Isotta, con qualche saltuaria buona parola a favore delle divinità pagane, della letteratura, dell’arte e della scienza» e afferma che «il potere, il piacere e Isotta […] sono le sole cose che contano» per Sigismondo.
Diversamente da quanto fa l’amico Adrian Stokes in Stones of Rimini, Huxley non ci fornisce nel suo testo la data della sua visita. Ma siamo in grado di rilevarla dalle cronache locali del tempo: fu la domenica 22 aprile del 1923. Huxley coglie con sottile ironia e cinico intellettualismo scene e ambiente di quella «accoglienza entusiastica, che il popolo riminese ha fatta alla insigne reliquia del braccio taumaturgo di S. Francesco Saverio» come ci riferisce il Bollettino Ufficiale per la Diocesi di Rimini del 15 giugno 1923.
Quella figura altissima dal portamento elegante e dalle maniere gentili, in compagnia della giovane moglie, la minuta e sottile Maria, dall’incedere aristocratico e con grandi occhi-blu-verdi e che, alcuni anni dopo, a Hollywood, avrebbe fatto girare la testa a Greta Garbo, Marlene Dietrich e Audrey Hepburn e che avrebbe conquistato la solida amicizia di Igor Strawinski e di Charlie Chaplin, deve aver fatto un bel contrasto con «quel flusso di pellegrini, convenuti non solo dalle parrocchie vicine, ma discesi anche dai più lontani paesi. Erano uomini e donne, che in lunga fila pazientavano le lunghe ore, aspettando il loro turno, per il bacio della Reliquia: erano infermi qui condotti dalla fede e dalla speranza di guarigione o almeno dalla cristiana rassegnazione nelle loro sofferenze». La relazione del foglio diocesano dell’epoca riportava in chiusura che dalla questua in chiesa e dalla vendita di immagini, vite e novene di San Francesco Saverio si erano incassate lire 6.530,90 contro 4.419,55 lire di spese, con un ricavo, destinato alle missioni cattoliche, di lire 2.111,35. Ma il consuntivo economico era preceduto da un rendiconto morale: «Così il Braccio del Saverio è passato fra noi in segno di benedizione: oltre a suscitare un forte risveglio di fede e pietà, ha ricondotti a Dio molti figliuoli prodighi ed è stato causa di vere conversioni spirituali, di cui, nell’intimo del cuore, s’allieta non solo il sacerdote, ma anche ogni anima di buona volontà. La prova, migliore dell’influsso spirituale delle recenti nostre onoranze tributate al Saverio, si è avuto nel contegno di pochi settari, i quali sorpresi ed irritati dalla inaspettata manifestazione di fede popolare, travolgente nella sua imponenza, si sono affrettati, passate le feste, a correre le campagne, per diffondere nelle bettole, loro ambiente naturale, le più stupide e ridicole menzogne. Ma la vecchia arma di Voltaire, mentre disonora chi se ne serve, non fa presa nell’animo del nostro popolo, anzi ne rende più vivida e gagliarda la sua fede religiosa».

Quanto ad Huxley, dal suo taccuino turistico, pubblicato su Vanity Fair nell’agosto 1923 e che è, di fatto, il primo abbozzo del suo saggio, sappiamo che dopo Firenze, sulle tracce di Piero della Francesca, aveva toccato Arezzo e Sansepolcro. Da lì – «il più bel Piero, una cittadina affascinante piena di palazzi, una meravigliosa locanda a buon mercato. Perché non rimanerci per sempre?» – aveva raggiunto Urbino con una corriera attraverso un viaggio di sette ore su e giù per i crinali fino alla cima di Urbino. Tornato a Sansepolcro era arrivato a Rimini con la sua Citroën 10 HP dalla squillante livrea giallo limone (Citroën Citron) per scrivere la sera quel che qui traduciamo:
«Cosa avrebbe detto il povero Sigismondo Malatesta? Il tempio, che ha dedicato alla bellezza pagana e alle arti liberali, alla maggior gloria della sua amante e di se stesso, la sua chiesa diligentemente deconsacrata oggi è pervasa di tutte le volgari superstizioni di cui si era preso tanta pena di eliminare. Inefficace sterilizzazione! Il germe cattolico sembrava più vigorosamente vivo che mai quando siamo entrati. La chiesa era piena, l’altare maggiore costellato di luci. Una folla, vanamente tenuta sotto controllo, stava mettendosi in fila in gioioso disordine per baciare il braccio taumaturgico di San Francesco Saverio, rinchiuso – i resti mummificati di un banchetto da cannibali – in un reliquiario d’oro e cristallo. Una collezione di invalidi e idioti appesa su, ai margini della folla, in attesa di manifestazioni taumaturgiche. E intorno alle porte del tempio e al suo interno un centinaio di venditori ambulanti offrivano cartoline del braccio, biografie del santo e copie, a sei soldi al pezzo, della vera preghiera di San Francesco Saverio, “rinomato in tutto il mondo”.
Durante l’ora di pranzo, il braccio taumaturgico è stato portato a prendere una boccata d’aria per le strade di Rimini. Lo abbiamo visto due o tre volte, passare e ripassare, in una grande, sporchissima e più del solito rumorosa Fiat, in compagnia di una mezza dozzina di giovanotti elegantemente vestiti che sembravano fascisti. Nei quartieri più poveri della città hanno avuto una grande accoglienza; alcuni applaudivano quando la Fiat passava, altri devotamente s’inginocchiavano, alcuni facevano entrambe le cose.
Non so dove il braccio sia andato nella sua automobile polverosa quella sera. Questa reliquia del grande missionario non è originaria di Rimini; era venuta solo per quel giorno, o al più per una breve villeggiatura. Il braccio è una reliquia itinerante; svolge i suoi miracoli e fa la raccolta per le missioni estere qui, là e in ogni luogo. Chi lo sa? Potremmo incontrarlo ancora domani a Ravenna, o il giorno dopo a Mantova, o fra una settimana a Vicenza. Un venditore di cartoline illustrate e vere preghiere, con cui ho conversato, mi ha detto che passa la sua vita accompagnando il braccio in tutti i suoi spostamenti vendendo questi souvenir delle vacanze in ogni città che visita».
Il racconto della giornata riminese, sia nel saggio che nel resoconto giornalistico con la loro tendenza al paradosso e all’ironia, può rozzamente essere definito come una confessione delle illusioni e delusioni di un viaggiatore e delle limitazioni che la sua attività presenta nella promozione della vita e della cultura. Le successive tappe di Huxley, come ci informa la sua corrispondenza per il giornale della Condé Nast furono Ravenna, Ferrara, Modena, Mantova, Verona

Aldous e Maria Huxley, la baronessa Yvonne Franchetti e Philip Edward Morrell sulla spiaggia di Forte dei Marmi nell’estate del 1927 in una foto scattata da Lady Ottoline Morrell

Come tutti gli anni dal 1921 al 1929, anche quell’anno trascorse le vacanze estive a Forte dei Marmi. Nella località balneare toscana riuscì a scrivere, ogni volta in soli due mesi, alcuni dei suoi primi romanzi come Giallo cromo nel 1921, nel 1925 Foglie secche, completamente ambientato in Italia, e Punto contro punto nel 1928. Fu nel 1929 che decise di abbandonare il nostro Paese. Lo aveva scelto, come tanti inglesi, per il suo clima temperato, perché era pittoresco e pieno di testimonianze artistiche e, non ultimo, perché era a buon mercato (Huxley stimava che il costo della vita annuale in Italia era inferiore del 60% e più di quello in Inghilterra) e aveva la sensazione che la sua attività, la scrittura, in Italia avrebbe potuto svilupparsi nel migliore dei modi. Ma la realtà sociale e politica del Paese che lo aveva ospitato e le iniziali simpatie di Huxley per l’Italia fascista erano decisamente rientrate alla fine degli anni ’20. Si renderà conto, desolatamente, viaggiando nel 1933 nei paesi centroamericani, che le istanze nazionalistiche, autarchiche e ispirate all’odio erano per gli uomini molto più appaganti della tolleranza e che la storia di qualsiasi dittatura stava lì a dimostrare che poteva esistere una «cultura emotiva scorretta» che devastava i valori umani e civili.
Tornerà in Italia solo per brevi periodi: nel marzo del ’34, nel maggio del ’50, nell’estate del ’54 e – dopo la morte per cancro di Maria nel febbraio 1955 –, più assiduamente, specie dopo il secondo matrimonio avvenuto a Yuma il 19 marzo 1956 con la torinese Laura Archera (1911-2007), violinista, scrittrice e regista. L’ultimo viaggio in Italia dell’Huxley mistico, divenuto seguace di Swami Prabhavananda e di Krishnamurti, fu nel marzo 1963 quando fu ricevuto da Papa Giovanni XXIII in Vaticano. Morì pochi mesi dopo a Los Angeles, il 22 novembre, seguendo le regole descritte dal Libro Tibetano dei Morti, cremato lo stesso giorno, senza funerale, mostrando la conoscenza di un segreto che è riservata solo ad autentici iniziati i quali sanno che il Bardo Thötröl (letteralmente «liberazione attraverso l’ascolto durante lo stato intermedio») è un insegnamento per trascendere l’individualità nel momento fatale e integrarsi nella «Chiara Luce» e che, sotto questo aspetto, non è un libro per i «morti», ma per i vivi.
Ma, da queste procedure di astrazione sull’aldilà che ben conosce Franco Battiato (si veda il suo Attraversando il Bardo: Sguardi sull’aldilà del 2014), torniamo più prosaicamente sul viaggio del corpo fisico.
Come ha sottolineato più di un biografo, nessuno scrittore inglese ha avuto sulle spalle più di Huxley il peso di una famiglia tanto rilevante sotto il profilo intellettuale. Crediamo dunque che sia permesso, nel deserto del mercato turistico, fargli assumere un ruolo quasi sacro.
Naturalmente, Huxley era un viaggiatore e non un turista. Ma come David Abulafia (nato come medievista e divenuto il massimo storico vivente del Mediterraneo), proprio parlando anche di Rimini nel suo The Mediterranean in History (2003), ci ha spiegato che è stato solo con la poesia di Ezra Pound e con l’elegiaco apprezzamento dell’arte di Adrian Stokes e, aggiungiamo, con la collezione di osservazioni sulle opere d’arte di un viaggiatore incallito come Huxley, che Rimini è entrata nella coscienza culturale dei viaggiatori. Solo nella seconda metà del XX secolo, quando gli spostamenti sono cominciati a diventare più economici e le mete dei visitatori più facili da raggiungere, la quantità dei viaggiatori è drasticamente aumentata. In altri termini i turisti hanno sostituito i primi, e pochi, viaggiatori. Ma sono stati questi, nella maggior parte dei casi, a creare le mete e il loro mito.
Affinché una meta divenga un mito occorre innanzitutto che abbia un patrimonio classico, o nella sua forma antica o in quella rinascimentale (Rimini ha testimonianze di entrambe le forme). A volte anche con effetti insperati oltre al turismo di massa. Huxley in Along the Road aveva definito la Resurrezione pierfrancescana di Sansepolcro «il più bel dipinto del mondo». E se il Tempio di Rimini non scampò alle bombe aeree, avvenne invece che, nel 1944, il capitano britannico (e poi fondatore della più importante libreria del Sudafrica) Anthony Clarke si ricordò proprio del racconto di Aldous Huxley che aveva letto a diciott’anni, e salvò Sansepolcro e la sua sala dei Conservatori, a fianco del palazzo dei Malatesti, dai colpi battenti dell’artiglieria.
Accanto e a seguito della meta mitica creata dai viaggiatori d’eccezione – come diceva Huxley in Lungo la strada «La gente viaggia per le stesse ragioni per cui colleziona opere d’arte» –, il turismo di massa, con nuovi alberghi e altre infrastrutture, ha permesso a città limitrofe (come ad esempio Riccione e Milano Marittima) di competere con Rimini. Uno sviluppo analogo si è verificato nei pressi di Pisa, dove Viareggio divenne un centro importante del traffico turistico della Toscana, soddisfacendo un pubblico apparentemente più interessato alla vacanza estiva che alle bellezze artistiche. Ma queste di Abulafia sono brevi e sintetiche analisi del passato di cui, a volte, dubito che i nostri addetti alle politiche turistiche abbiano effettiva contezza.
Importa, certamente, più ciò che seguirà nel futuro. La permanenza di Huxley in Italia, i suoi viaggi nelle città d’arte e il suo abbandono nel 1929 intanto ci insegnano che città e paesi cambiano spesso fisionomia sociale e culturale a seconda che aprano all’accoglienza o abbiano svolte xenofobe nazionalistiche. Splendidi esempi di feconde interazioni nel passato sono state Cordoba nella Spagna musulmana, Salonicco, Alessandria d’Egitto e, in Italia, Livorno e Trieste. Una lezione che oggi sembra conoscere solo Ada Colau, l’alcadessa anti-sfratti e pro-immigrazione di Barcellona. Se una città non rimane accogliente verso i suoi residenti e gli emigranti, il suo turismo non può che essere una caricatura economica dell’ospitalità.
In secondo luogo Huxley ci spiega, raccontando di Ravenna la differenza tra gli alberghi per stranieri e quelli per italiani e i motivi per i quali preferire i secondi. Anche questa lezione sembra averla capita ancora Ada Colau che ha proibito nel centro storico di Barcellona ogni nuova attività commerciale legata al turismo, per assicurare la diversità commerciale, la vita dei residenti e un equilibrio turistico. Il mondo intero comincia ad assomigliare sempre di più a una gigantesca Disneyland e contrastare questa tendenza che vorrebbe far diventare ogni spazio un «non-luogo» significa salvaguardare la bio-diversità turistica, la qualità e i valori di civiltà che il territorio esprime. «Chi la vuole la città americana?» come raccontava lo stesso Fellini. Meglio il rispetto per quel poco che c’è rimasto del ricco patrimonio artistico e culturale, dell’eleganza, dei talenti, del cibo, il fascino di quelle cose di cui parlava Huxley, quel poco di quello che la romantica donna inglese della fine degli anni settanta di Enrico Montesano, l’attempata zitella affascinata dall’Italia – inglese come Huxley –, definiva coll’esilarante tormentone «Oh… molto pittoresco!».
Infine, Huxley con la sua ironia sull’esposizione del braccio taumaturgico ci dice qualcos’altro di molto importante. La nostra società si è sempre più secolarizzata: non si raccolgono più soldini per le missioni con il braccio di san Francesco Saverio, ma per i poveri albergatori con l’esposizione, sempre portentosa, di qualche cantante una sera e qualche dj un’altra, famose reliquie dei nostri tempi magnifici e progressivi.
Quali sono, invece, i miti del viaggio se non l’Avventura, la Vita, l’Arte? che vanno scrupolosamente mantenuti in vita, anche perché sono questi i miti che arricchiscono le città. Materia che negli anni ottanta avrebbe offerto ampi motivi di discussione e su cui oggi c’è un silenzio patetico che cala concomitante al procedere del declino, col singhiozzo di qualche evento taumaturgico.