La crisi dei «cento giorni»: declino e risalita di una capitale delle vacanze spiegati dal Napoleone del turismo riminese

La crisi dei «cento giorni»: declino e risalita di una capitale delle vacanze spiegati dal Napoleone del turismo riminese

Guido Forcellini è stato un condottiero nel sistema turistico provinciale e regionale. Il suo è un punto di vista molto qualificato. E può permettersi di analizzare la realtà senza infingimenti. «Qua si è sempre fatto questo conto: 100 giorni di lavoro pieno ed ecco che avevamo portato a casa il risultato. Ma se adesso non si riescono a riempire i 100 giorni, con le basse tariffe praticate nella maggior parte degli hotel, è finita». Una governance vera per ripartire. E anche un aeroporto: «Una destinazione turistica che non ha uno scalo degno di questo nome, non può andare da nessuna parte». Ma niente incentivi a pioggia perché tengono in vita strutture ricettive moribonde. La politica dei prezzi stracciati? Si combatte coi controlli. Intervista corposa, tutta da leggere.

Da molti anni, insieme con il cugino Andrea conduce l’azienda di famiglia, l’hotel Napoleon al 22 di piazzale Cesare Battisti, nei pressi della stazione ferroviaria. In apertura di intervista, chiedo a Guido Forcellini di fare una rapida carrellata sulla sua avventura nel mondo del turismo e sulla storia dell’albergo che gestisce.

Pionieri del turismo. La Villa Forcellini in costruzione nel 1920. La freccia indica il nonno di Guido, Attilio Forcellini. Nello stesso luogo oggi sorge l’Hotel Napoleon.

«Fu proprio qui che nel 1920 il nonno fece costruire una bella villa con tanto di torre merlata. Non so se anche la guerra ebbe una parte di responsabilità, ma sta di fatto che quarant’anni dopo la costruzione esigeva un restauro che a conti fatti avrebbe avuto costi esorbitanti. Mio padre e mio zio, dietro suggerimento di mia madre, decidono, seppur a malincuore, di demolirla e costruire un “meublé”. È il 1961: nasce l’hotel Napoleon. Non so se sia un record, ma da allora, in sessant’anni esatti di attività l’albergo è rimasto ininterrottamente aperto. Il Napoleon non ha mai avuto nemmeno un giorno di chiusura, salvo tre ore, il 5 luglio del 2003. Le porte dell’albergo sono rimaste serrate in quell’unica occasione, ma solo per 180 minuti, giusto il tempo che è servito per il disinnesco di un ordigno bellico, rinvenuto nelle vicinanze della stazione ferroviaria».

La stazione evoca il viaggio che a sua volta richiama il lavoro o la vacanza e l’àmbito turistico. Come è avvenuto il suo approccio con il mondo del complesso mondo del turismo?
«Da ragazzo ho fatto esperienza in vari alberghi, alcuni dei quali di prestigio, sia in Italia, quando ho lavorato presso il Danieli di Venezia o il Novotel di Bologna, sia in Inghilterra, Germania, Canada e Australia. Io, ma come me molti altri giovani, andavamo anche all’estero. Primariamente per apprendere, ma in virtù di questo, tornavamo anche con idee nuove, finalizzate a implementare le offerte e la qualità del turismo di Rimini».

Un curriculum di tutto rispetto che l’ha portata a rivestire cariche importanti in àmbito turistico…
«In verità, nel tempo sono stato presidente di Promozione Alberghiera, amministratore di Unione Costa e della Camera di Commercio, rappresentante del turismo all’interno del Consiglio Nazionale dell’Economia e del Lavoro e presidente del sito di Informazioni Turistiche della Regione, “Visit Romagna”. Tuttavia, per varie ragioni ho rinunciato a tutti gli incarichi da almeno otto anni».

Questo non sminuisce affatto che rimanga un profondo conoscitore del settore su cui stiamo ragionando. Purtroppo siamo ripiombati in “zona rossa”. Un pessimo segnale per la prossima stagione balneare. A parte questo dettaglio non trascurabile, come sta la Rimini del turismo?
«Mettendo a posto pacchi su pacchi di documenti degli ultimi venti o trent’anni ho notato che nel panorama turistico, perlomeno quello nazionale, se non europeo, dove peraltro abbiamo partecipato anche a qualche convegno importante, contavamo qualcosa. Eravamo competitivi. Ora non siamo più nessuno, manca una sicurezza, manca un punto di riferimento. Siamo allo sbando; perché non scorgo una regìa nazionale e tantomeno una regionale o comunale. Ricordo quando andavamo a trovare i “tour operator”, i turisti, i CRAL o partecipavamo alle fiere che oramai non si fanno più… La somma di questi aspetti molto negativi certifica che abbiamo inesorabilmente perso terreno. È naturale che ciò aggravi ulteriormente la contingenza dovuta ai tempi complicati che stiamo vivendo».

Quanto al turismo estero, a che punto siamo?
«Chiaramente non mi riferisco al periodo precedente al Covid e nemmeno al turista che si muoveva in modo indipendente, ma al viaggiatore che ricorreva all’operatore turistico. Per esempio, è da molto tempo che siamo stati abbandonati dagli inglesi dei voli “charter” prima, e dai “tour operator”, poi. Per gli inglesi non funzionava come per i tedeschi che quando decidevano, salivano in auto e arrivavano in Italia via autostrada. I britannici arrivavano dall’Inghilterra, neanche con i voli di linea, bensì con i “charter”. Per quanto, volando su Bologna, ora ci siano tariffe abbastanza interessanti, la loro ultima destinazione (con i voli a basso costo della compagnia aerea Thomson) era Cattolica che, come si dice in gergo, ancora “tirava”. Purtroppo è mancato un po’ tutto il comparto strategico turistico, ma principalmente sono venute meno promozione e proposte. I “tour operator”, ovviamente, guidano i turisti dove sanno di guadagnare. Qui non guadagnano e di conseguenza, non portano più gente. Questo è il motivo principe per cui la presenza straniera è considerevolmente calata. Certo, i vecchi clienti tedeschi, così come i vecchi francesi alsaziani, bene o male frequentano ancora Rimini, ma senza intermediazioni. Una volta pianificata e prenotata la vacanza, per raggiungere la meta turistica si muovono con mezzi propri».

In pratica, sono una sorta di “panda” del turismo.
«Quasi. Invece, va detto che le presenze di svizzeri e olandesi stanno crescendo. Dopo che la bolla dei voli russi si è definitivamente afflosciata, si comincia a vedere qualche viaggiatore dell’est automunito. Ahinoi, non sappiamo organizzarci. Guardi le ultime vicissitudini dell’aeroporto di Miramare. Una destinazione turistica che non ha uno scalo aereo degno di questo nome, non può andare da nessuna parte. Potrei capire, se si volesse porre in essere una politica turistica come quella di Cortina che un tempo parlava di “splendido isolamento” dovuto a una particolare clientela molto elitaria, ma si sappia che anche la Valle d’Ampezzo si è ravveduta. E a dire il vero, dalle nostre parti quel tipo di turismo non ha messo più piede dai tempi del Kursaal. Da quel momento in poi abbiamo sempre contato sui numeri. Ed è ciò che ci penalizza. Qua si è sempre fatto questo conto: 100 giorni di lavoro pieno ed ecco che avevamo portato a casa il risultato. Adesso che i famosi 100 giorni non ci sono più e che oltretutto non sono pieni, che succederà?».

Già, che succederà?
«Che cade tutto. Cade il prezzo e collassa il servizio. Se non si riescono a riempire i 100 giorni, con le basse tariffe praticate nella maggior parte delle strutture, è finita».

Patrizia Rinaldis, presidente dell’Associazione Albergatori di Rimini, pochi giorni fa ha definito “vergognose” alcune offerte fatte da operatori turistici, da lei qualificati come “avvoltoi”, agli albergatori riminesi. La più recente: 17 euro a persona in trattamento di mezza pensione, quindi pernottamento, colazione “rinforzata” (prevede anche prosciutto e formaggio) a buffet e cena con tre portate. La “succulenta” offerta è diretta anche ad alberghi a quattro stelle. Cosa ne pensa?
«Che io sappia, questo tema ricorre da tempo e a metà degli anni novanta fu molto dibattuto, quando alla presidenza dell’Associazione Albergatori sedeva Mario Petrucci. Anche lui, come la Rinaldis, cercava di salvaguardare il prestigio di Rimini chiedendo agli albergatori di non praticare prezzi troppo bassi. Le offerte strampalate sono sempre esistite così come c’è sempre stato qualcuno pronto ad accettarle. Questo, pur di avere il proprio esercizio pieno o perché il cosiddetto turismo della terza età o il periodo di bassa stagione indirizzavano verso tariffe da saldo/liquidazione. Che poi, praticando quel tipo di politica ci fosse (e ci sia) un ritorno economico interessante, è tutto da dimostrare. Negli anni ’90, ricordo che gli hotel di Roma, Firenze e Venezia avevano quotazioni altissime mentre quelli del lago di Garda, per esempio, erano allineate alle nostre. Quindi non era tanto il singolo albergatore, ma l’intero sistema turistico, non solo quello riminese, ad essere molto sbilanciato. Quella dei 100 giorni pieni, non è più una strategia sostenibile. Se non hai il tutto esaurito, quei prezzi non riesci certamente a praticarli. Va anche detto che chi li propone gioca sì sulla crisi, ma anche sulla concorrenza che, come tutti sanno, localmente è molto agguerrita. Qualcuno che alla fine accetta, lo trovano sempre. Del resto, dall’altra parte della barricata il tour operator fa il proprio gioco. Non lavora di certo per fare beneficenza».

Lei e suo cugino, accettereste una proposta come quella accennata?
«La prospettiva del nostro albergo è un poco diversa. Siamo aperti tutto l’anno e la vicinanza alla stazione ci agevola molto. Abbiamo sempre tenuto una certa linearità di prezzi. Anche durante fiere e congressi, il costo di una camera non cambia. Non lo aumentiamo. Finora siamo riusciti a mantenere tariffe dignitose: mai troppo basse e neppure eccessivamente alte. Ma so che certi alberghi, per accaparrarsi gli operai che vengono a lavorare in zona, si fanno una battaglia feroce. Praticano 25 euro per la mezza pensione. Peraltro, ho sentito che con la stessa cifra offrono addirittura pensione completa (con cestino – viaggio). Pur di tenere aperto…».

Contromisure?
«Ci vorrebbe una “governance”. E non mi riferisco all’Associazione Italiana Albergatori perché non ha gli strumenti per esercitarla. Mi riferisco a un Assessorato per il Turismo che dicesse: “Guarda, crediamo che accettando di offrire queste prestazioni a soli 17 euro a testa, il tuo lavoro non possa essere ripagato in maniera adeguata. Comunque sia, a fine stagione veniamo a controllarti. Ci dovrai spiegare come hai fatto a praticare prezzi del genere e nello stesso tempo, trattare decorosamente la clientela e i dipendenti che lavorano per te. Quando sono stato presidente di Promozione Alberghiera, ho fatto di tutto per imporre una quotazione che non doveva scendere sotto certe cifre».

A proposito di “governance”, la delega al Turismo è nelle mani del sindaco Gnassi…
«Lo so bene, ma dati i mille impegni che ha, sinceramente penso che non avrebbe nemmeno il tempo per occuparsi di questo tema in modo approfondito come intenderei io. E non lo dico per assolvere il sindaco».

Basterebbe che cedesse la delega a persone competenti, appassionate della materia. Ne esistono.
«Non è facile. Il fatto è che Andrea Gnassi è un accentratore. Mi ricorda un po’ l’ex assessore al Turismo della Regione Emilia – Romagna, Guido Pasi».

Come per molti suoi colleghi, causa Covid, lo scorso anno sarà stato un capitolo disastroso…
«Fortunatamente, rispetto alla maggioranza degli alberghi, che prevalentemente sono stagionali, non facciamo testo perché lavoriamo con 20 camere fisse (in convenzione) occupate tutto l’anno, più i ferrovieri che con regolarità pernottano qui. Mediamente, trenta camere impegnate per 365 giorni l’anno non sono affatto poche».

Ha avuto benefici dal bonus vacanze? Il governo lo ha riconfermato.
«Sono contrario al bonus per il turismo anche perché ho visto come funziona. Prima di tutto, il provvedimento non dà fidelizzazione. Poi l’educazione delle persone è molto scarsa, per cui quando queste si mescolano alla tua clientela, si creano frizioni. L’ho verificato di persona. Ho saputo da molti colleghi che anche loro hanno riscontrato lo stesso fenomeno. Chi ha diritto al bonus deve avere un reddito molto basso. Come fa a percepire il “bonus vacanze”, una persona che si può permettere di alloggiare in alberghi di un certo livello (4 e 5 stelle)? Ho saputo che diversi alberghi con quattro stelle di Riccione hanno fatto interessanti fatturati grazie al “bonus”. Mi chiedo: l’iniziativa prevista dal Decreto Rilancio è veramente per aiutare i più bisognosi a fare le vacanze o che altro? Questi aiuti a pioggia, abbastanza indiscriminati, mi sembrano strumenti insidiosi. Quindi, avrebbero dovuto esserci controlli molto serrati, ma mi pare che non ci siano stati. Se ne sono approfittati in molti, temo. È anche per questo che credo poco nei “benefit” a pioggia. A mio avviso, questo genere di aiuto non significa investire nel futuro».

Quindi, lei ritiene che gli aiuti economici siano stati sparacchiati un po’ a casaccio e senza costrutto.
«Con certi incentivi al turismo, direi che ci si è mossi come quando si tiene in vita un moribondo a tutti i costi. Per certe strutture, la fine era segnata già da tempo. Trovo che l’accanimento terapeutico non sia producente per nessuno».

I miliardi buttati al vento per la vicenda Alitalia avrebbero dovuto insegnare qualcosa…
«Per rimanere in tema aeronautico, ma sempre in argomento turistico, la sua riflessione mi dà l’opportunità di fare una precisazione. Qualcuno accusa Rimini di avere bruciato 20 milioni di euro. A parte che non è vero perché sono stati adoperati per migliorate le strutture, quanti turisti portavamo in riviera? La cifra si avvicina molto al milione. Non male, quindi. Errori ne sono stati fatti, questo è sicuro. Quando ho avuto occasione di parlare con un funzionario dell’ENAC (Ente Nazionale per l’Aviazione Civile) gli ho detto “scusi tanto, avete ancora il coraggio di parlare, dopo anni e anni di foraggiamento dell’Alitalia? Non è forse un aiuto di Stato molto simile all’accanimento terapeutico?”. Mi è stato risposto che per l’Alitalia c’erano in ballo dei posti di lavoro. Un centinaio di occupati c’erano anche all’aeroporto Fellini. Quelli non contano nulla? Mah!».

Mario Draghi sta pensando di recuperare il tempo perduto del periodo scolastico. Intende dilatarlo. Un tempo, a Rimini si vedevano decine di pullman carichi di studenti in gita. In bassa stagione, il turismo scolastico dava un contributo notevole. C’è qualche iniziativa in vista, al riguardo?
«Al momento, se ce ne siano, non lo so. L’unica cosa che posso dire, giusto per dare anche un’idea a chi volesse raccoglierla, è questa: anni fa, quando ero presidente di Promozione Alberghiera, ho proposto di istituire delle scuole estive per studenti al fine di abbinare vacanza e studio. In seguito, il progetto l’ho realizzato, ma con le università americane, nel nostro albergo. Purtroppo due anni fa tutto si è interrotto. Mi spiace molto. La sinergia era interessante poiché riempivamo l’albergo nei periodi di bassa stagione come maggio e giugno. I ragazzi, come post – universitari seguivano le lezioni al mattino, mentre di pomeriggio andavano per Rimini a guardare le bellezze antiche della città, ma facevano anche escursioni per visitare l’Italia».

Guido Forcellini. «Un’idea che potrebbe aprire nuovi scenari l’avrei».

Come mai le università americane?
«Nel 2012, UCLA e CMRS (Center for Medieval and Reinassance Studies) hanno organizzato le “Giornate Internazionali Francesca da Rimini” in collaborazione con l’Istituto Italiano di Cultura di Los Angeles. Erano presenti studiosi provenienti da prestigiose università americane ed europee. Avendo partecipato all’evento, mi è capitato di avere contatti interessanti e grazie anche al generoso aiuto che mi ha dato il professor Massimo Ciavolella (Sigismondo d’oro 2016 direttore del Centro di Studi Medievali e Rinascimentali e docente di Letteratura comparata all’Università della California di Los Angeles; ndr) ho formalizzato un accordo con gli atenei californiani. Pur essendo gruppi di neo laureati, quindi giovani, ma responsabili, erano tuttavia accompagnati da un paio di professori che fungevano anche da guide culturali. L’esperienza è stata molto interessante. In àmbito archeologico, ho perfino tentato di duplicarla in Italia, ma presto mi sono dovuto arrendere contro l’invalicabile muro burocratico del Paese, l’inestirpabile cancro del nostro sistema economico, e non solo di quello».

Ogni volta che intervisto un imprenditore, arriva sempre a fare questa considerazione…
«È inevitabile. E dire che quella appena esposta era una bella iniziativa; anzitutto sotto il profilo culturale, cosa che non guasta mai. Ma la struttura operativa stessa prevedeva un virtuoso ritorno anche in termini di forza lavoro. A questi ragazzi si sarebbe insegnato a “mettere le mani nella terra” e portare alla luce le antiche vestigia cittadine. Ma nello stesso tempo, visto che di scavi se ne fanno parecchi, i giovani stranieri avrebbero rappresentato un’utilissima manodopera a buon mercato, se pur non specializzata. È noto che il sottosuolo di Rimini, come in molte città italiane, rappresenta un’inesauribile cassaforte storiografica. Però tutto diventa difficile, quando non impossibile, appena si attiva il malefico “sensore del burocrate”, sempre in allerta in molti amministratori pubblici».

Forcellini, non per essere pessimisti a tutti i costi, ma le trombe sembrano intonare il “Deguello” di Fort Alamo, in viste della prossima stagione turistica. A suo avviso, quanti saranno gli alberghi che corrono il pericolo di chiudere per sempre e quanto rischia il sistema economico riminese?
«Fortunatamente, a Rimini abbiamo ancora conduzioni di tipo famigliare. Non a caso, questa sera mi trovo qui in albergo a parlare con lei perché oggi, nei turni concordati con mio cugino, tocca a me. E tutti e due, nei limiti, sistemiamo e sbrighiamo le mansioni che possiamo. Diversamente, se ogni volta che c’è un problema chiami una ditta… Questa è una caratteristica con cui è nata e cresciuta Rimini. Per questo motivo siamo un po’ meno penalizzati, altrimenti sarebbe un disastro totale. Ciò non toglie che già lo scorso anno diversi alberghi siano rimasti chiusi. Quest’anno succederà altrettanto. Cosa crede che faranno il terzo anno? Tornando un momento al problema del “bonus”: indistintamente tutti, da destra, da centro e da sinistra, sostengono che a Rimini ci siano troppi alberghi. Lo affermano gli albergatori stessi. Una volta che questa “pestilenza” sfoltisce le fila di alberghi, tu Stato metti a disposizione di realtà boccheggianti risorse (a quel punto le disperdi) che ne allungano solo l’agonia? E un controsenso. Chi non riesce a rimanere nel mercato si ritiri per permettere agli altri di usufruire di capitali meglio destinati. Mi rendo conto che purtroppo siano leggi spietate quanto quelle che agiscono in natura, ma è così. Nel breve periodo sembra, ed effettivamente è crudele, ma sono convinto che a lungo andare paghi. Lo dico contro me stesso, ma dobbiamo fare spazio e guardare al rinnovamento generazionale. Nessuno è immortale. Nemmeno gli alberghi. È la natura. Però, un’idea che potrebbe aprire nuovi scenari l’avrei».

È un’idea specifica per Rimini?
«No, per il turismo in generale. Negli anni ’90 andai a Vancouver. Conobbi un signore che investiva in campo turistico. Aveva una società di nome Intrawest con la quale, con i soci ha costruito Whistler, una stazione sciistica a un’ora e mezzo di auto a nord di Vancouver. Non c’era nulla, l’hanno edificata ex novo. In che modo? Facevano un “business plan” che prevedeva un albergo costituito da 100 “studios” cioè una sorta di piccoli appartamenti che venivano proposti “sulla carta”. Chi era interessato dava un acconto e dopo dieci anni, avendo dato solo l’anticipo, diventava proprietario dell’appartamento. Poi Intrawest contattava i grandi gruppi alberghieri tipo Sheraton, Hilton o analoghi a cui proponeva la gestione di un considerevole numero delle unità già assegnate. Questo era possibile perché come da accordi, chi aveva dato l’acconto diventava sì proprietario, ma solo per trenta giorni all’anno. I restanti undici mesi servivano per pagare il mutuo. Molto semplice, ma soprattutto serio e conveniente per entrambe le parti. Tanto è vero che su quel “business” ci hanno costruito dei piani pensionistici. Negli Stati Uniti esistono delle pensioni alternative, in sostanza dei fondi d’investimento e so che in molti avevano ritenuto la cosa molto interessante. Grazie all’ottima organizzazione americana, dopo lo spirare del mese di proprietà (chiamiamolo così), le attrezzature di casa come piatti, posate, bicchieri eccetera, venivano tutte incartate e messe in appositi “lockers” (armadietti con serratura, molto adoperati nelle scuole americane; ndr) per poi essere perfettamente rimesse al loro posto undici mesi dopo. Alla scadenza dei dieci anni l’immobile diventava di proprietà di chi aveva dato l’anticipo. A quel punto il proprietario poteva deciderne liberamente il modo di utilizzo senza più nessun vincolo. La gestione dell’intero complesso era in mano a professionisti molto capaci. Quando Intrawest faceva il bando d’asta, partecipavano società del calibro di Holiday Inn e Hilton. Grandi nomi. Non è una novità che negli States si lavori in un certo modo. Nel pacchetto della struttura era compreso l’uso di palestra, ristorante, bar, piscina.

Geniale, l’iniziativa…
«Certo, perché i cento proprietari di quel mese di utilizzo del bene diventavano automaticamente altrettanti “promoter” della loro casa per i restanti undici, in quanto avevano tutto l’interesse che venisse impegnata nel periodo in cui loro non la occupavano. Si creava perciò un legame di mutua cooperazione. All’epoca mi fu chiesto di verificare se la stessa operazione potesse funzionare anche in Italia, in modo particolare nelle città che dall’estero sono maggiormente conosciute e apprezzare come Firenze, per esempio, dove ho fatto un sondaggio. Il problema che si è presentato immediatamente come lo scoglio principale era però rappresentato dal vertiginoso valore immobiliare. Adesso, per contro, in questo preciso momento abbiamo davanti due fattori. Primo: valore immobiliare bassissimo. Secondo: come reperire liquidità. Però se i potenziali futuri proprietari ti danno il 10% dell’investimento totale, forte di questo, vai in banca, presenti il piano e gli anticipi: mi finanziate? Non vedo motivi per cui non dovrebbero farlo. Questo sistema risolverebbe il problema delle risorse finanziarie che vengono fornite da tanti piccoli investitori e oltre ad acquisire clienti logicamente fidelizzati, gli stessi diventano promotori: parleranno solo bene, sia dell’acquisto che di Rimini. Vero è che la località deve avere l’attrazione adeguata. Tra le altre cose, questa idea si intona perfettamente con il “Condhotel”. Al riguardo, lo Stato ha fatto le leggi, ma poi le regioni devono recepirle perché il turismo è regionale, solo che al momento è tutto fermo. Inchiodato dal 2018. E pensare che sarebbe un provvedimento importante e di grande aiuto per gli operatori turistici italiani».

A proposito di attrazione, che ne pensa dei lavori che si stanno facendo a Rimini?
«Uno dei lavori più azzeccati è la passerella realizzata lungo il fiume per andare dal ponte di Tiberio al mare e viceversa perché prima, sia in bicicletta che a piedi, avventurarsi in quella strettoia era molto pericoloso. Il ponticello mi pare invece una stupidaggine con poco senso e scarsa attrattiva».

La convince il nuovo lungomare?
«È raffazzonato. L’elefante ha partorito il topolino. E, cosa fondamentale per un luogo turistico, mancano i parcheggi. Quando tornasse ad esserci il pienone dell’alta stagione o di alcune fiere molto importanti, dove si metterebbero le auto?».

Signor Forcellini, nell’intervista ha detto molte cose interessanti e prospettato una sua idea per ripensare alcuni aspetti del turismo locale che peraltro potrebbe funzionare anche a livello nazionale. Non del tutto identico al suo progetto, ma qualcosa di analogo è stato varato dal Governo nel 2018, ma pare che la “nave” sia ancora in rada con le eliche bloccate. Da cosa può dipendere?
«Le rispondo in maniera molto semplice, prendendo a prestito l’efficace sintesi espressa da una massima di Honoré De Balzac, il quale disse: “la burocrazia è un meccanismo gigante mosso da pigmei”».

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