La Provincia delle illusioni: l’autonomia poteva renderci grandi, invece retrocediamo in tutti i settori a partire dal turismo

La Provincia delle illusioni: l’autonomia poteva renderci grandi, invece retrocediamo in tutti i settori a partire dal turismo

Nel 1992 venne istituita la Provincia di Rimini, segnando un passaggio epocale per le istituzioni e tutte le parti sociali ed economiche, la cui classe dirigente, però, non è stata in grado o non ha avuto visione e coraggio per sviluppare tutto il potenziale e le eccellenze di questo territorio

A distanza di 33 anni dall’autonomia provinciale propongo una piccola riflessione. Non per nostalgia, ma per depositare una mia analisi. Buona lettura e, se vi va, buona condivisione.

Ne è passato di tempo, da quel lontano 1992, anno dell’istituzione della Provincia di Rimini. Una sorta di “botta di orgoglio” per dirla con le parole di Silvano Cardellini, che ci aveva fatto ben sperare, che ci aveva dato l’illusione di essere diventati grandi, importanti, maturi. La cruda realtà che tocchiamo con mano di questi tempi è un’altra!
L’Istituzione della Provincia di Rimini fu vissuta come una conquista identitaria. Il distacco dalla Provincia di Forlì fu vissuto come un atto di autonomia politica, amministrativa e culturale. Rimini voleva “andare dove ci porta il garbino”, voleva valorizzare la propria identità romagnola e marittima, distinta da quella forlivese, più agricola e collinare. Fu anche una scelta strategica per gestire meglio le peculiarità del territorio: turismo balneare, artigianato, commercio, piccole imprese familiari, servizi.
Fu soprattutto grazie al Presidente Giulio Andreotti, amico di Rimini e del Meeting, e diciamocelo, alla consuetudine di decisivi rapporti con alcuni rappresentanti della Democrazia Cristiana di quel tempo, che Rimini ottenne la sua meritata autonomia provinciale.
Lo slancio iniziale dagli anni ’90 ai primi 2000 ha l’effetto di un grande entusiasmo istituzionale e l’intensità del rilancio infrastrutturale. Si registra: il potenziamento dell’aeroporto “Fellini”; il rafforzamento delle fiere e congressi (Rimini Fiera diventa il motore propulsore di molte innovazioni); il riconoscimento e la valorizzazione di settori come il wellness. Rimini divenne un laboratorio di innovazione nel marketing territoriale e nel turismo balneare moderno.
L’inizio del “downgrade” del territorio riminese avviene a causa della crisi economica e della crisi finanziaria globale e della stagnazione post-2008. Le Piccole Medie Imprese locali, spesso sottocapitalizzate, subiscono colpi duri. Il modello turistico comincia a mostrare segni di logoramento: stagionalità estrema, concorrenza internazionale, qualità del servizio altalenante.
La classe dirigente locale -politica, associativa e imprenditoriale- non riesce a produrre una visione a lungo termine, ha sguardo corto e pensieri modesti. Pochi investimenti strutturali e di peso per un serio processo di pianificazione e di riqualificazione urbana e turistica. Si afferma una cultura gestionale spesso conservativa, autoreferenziale e venata da una sorta di senso di presuntuosa superiorità.
Il Turismo da modello nazionale diventa un caso problematico. La Rimini che nel Novecento aveva fatto scuola in tutta Italia, ormai fatica a tenere il passo con mete più competitive. Qualità media bassa dell’offerta, salvo alcune eccezioni. Dipendenza dal turismo di massa e last-minute. Progressivo abbandono del target turistico orientato alle famiglie. Scarso sviluppo del turismo culturale, enogastronomico, outdoor e internazionale.
Nonostante gli sforzi e gli investimenti (ad es. la costruzione di un moderno palazzo dei congressi, le riqualificazioni del centro storico, ed altro), manca una governance coesa e una vera progettualità di sistema, ammantata scaltramente sotto il velo del cosiddetto piano strategico in veste di surrogato di una pianificazione codificata e di sistema.
Si registra una profonda crisi di leadership, sia politica che di rappresentanza sociale. I cosiddetti contrappesi democratici ai poteri delle rappresentanze elettive dei partiti vengono un poco alla volta rinchiusi nel recinto del potere politico grazie a subdole operazioni di promozione dei vertici associazionistici in ruoli e funzioni spesso finalizzati alla sola raccolta del consenso elettorale.
Ci si infila in un vortice di dequalificazione della classe dirigente che produce effetti nefasti.
La politica locale ha così mostrato un progressivo indebolimento del peso decisionale, una scarsa influenza sui tavoli regionali e nazionali, una gestione spesso più attenta alla tenuta interna che alla visione esterna. Le associazioni di categoria e le rappresentanze professionali faticano a generare proposte forti e innovative. Si nota una sorta di autoreferenzialità, una chiusura che ostacola il ricambio generazionale e l’aggiornamento culturale.
Oggi i segnali sono contrastanti tra declino e resistenze virtuose. Alcune eccellenze permangono (Fiera – IEG, Wellness Valley, parchi tematici, turismo sportivo e congressuale), ma il quadro generale appare polarizzato da disuguaglianze territoriali crescenti tra costa e entroterra. Emorragia di giovani e competenze. Percezione di perdita di autorevolezza e identità appannata, in parte mascherata da eventi e marketing.
E’ lo scarno resoconto dell’autorevole recente indagine di Nomisma commissionata dalla Fondazione Cassa di Risparmio di Rimini insieme a Banca Generali Private.
Se ci pensate bene, dal giorno della dichiarata autonomia provinciale si è subdolamente prodotta una lenta ma sistematica aggressione alle conquiste di emancipazione territoriale ottenute.
In campo sanitario la pur ragionevole strutturazione di un’azienda estesa alla Romagna, ha di fatto prodotto una diminutio di indipendenza locale, cioè lo spostamento delle capacità decisionali altrove. Le pur necessarie propensioni alle cosiddette “aree vaste”, orientate soprattutto da motivazioni di razionalizzazione dei costi improduttivi, hanno trasferito le sedi decisionali con qualche apparente concessione alle rappresentanze riminesi. Pensate alla Camera di Commercio, all’associazione degli industriali e al sistema cooperativo. Pensate a ciò che conoscete meglio. Pensate al sistema bancario! E’ il risultato di compromessi al ribasso, che hanno penalizzato Rimini e la sua Provincia. E’ il risultato prodotto da classi dirigenti che hanno anteposto il proprio tornaconto, il proprio temporaneo scranno, la propria occasionale collocazione, agli interessi veri di un’intera comunità, di un sistema economico territoriale che doveva essere preservato con le necessarie competenze e sensibilità. In altre parole difeso con le unghie e con i denti! Così non è stato!
In poche parole l’autonomia provinciale conquistata nel 1992 non si è tradotta in un potenziamento strutturale del territorio, ma spesso in gestione ordinaria, talvolta miope, di corto respiro. Si può parlare di un certo downgrade sistemico, soprattutto se si considera quanto potenziale (storico, culturale, economico) il territorio riminese avrebbe potuto esprimere con una classe dirigente più coraggiosa, visionaria e competente. Capace di alzare lo sguardo e di guardare lontano, come avevano meritoriamente fatto altri interpreti in un tempo passato.
Il grido di allarme che da anni alcuni “visionari” alzano verso la pubblica opinione sembra cadere nel vuoto, nell’oblio delle cronache soffocate e sovrastate dalle veline dei comunicati stampa istituzionali, sempre orientati al necessario ottimismo, ai fasti di un tempo, alla rappresentazione di una realtà di eccellenza che tale non è più.
Prima ancora delle proposte di intervento -indispensabili, urgenti, irrinunciabili- che si sintetizzano nella ripetuta richiesta di libertà di intrapresa e di drastica riduzione dell’asfissiante burocrazia in tutti i campi, è necessario metabolizzare queste responsabilità, questi errori, e trasformarli in una consapevolezza comune, se non generalizzata.
Occorre individuare con chiarezza le appartenenze delle classi dirigenti che hanno prodotto i guasti in cui ci troviamo: non può accadere che siano proprio gli stessi colpevoli guastatori a farsi promotori del cambiamento necessario, a tutti i livelli, sociale, imprenditoriale, politico.
La “botta d’orgoglio” di cui si parlava un tempo non basta più evocarla.
Oggi servono lucidità, coraggio, competenza.
E, diciamolo con chiarezza, serve anche qualche salutare purga democratica.
Intanto, buon Ferragosto. Ma senza illusioni.

Mauro Ioli

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