L’affare “Rema” di Marina centro

L’affare “Rema” di Marina centro

I terreni del lungomare tra il piazzale del Kursaal e l'Ausa, nel dopoguerra furono interessati dal piano Bega-Vaccaro. Prevedeva la costruzione di alberghi, caffè con ballo all'insegna del lusso, pensioni, case e negozi. Ma le cose andarono diversamente.

Dopo la prima parte della storia dedicata agli albori della “riminizzazione” e al progetto di ricostruzione in chiave moderna di Rimini distrutta dai bombardamenti, La “nuova Rimini”, un po’ Disneyland e molto affarismo, Giovanni Rimondini si occupa del primo sindaco della città, del tentativo di distruzione del Tempio Malatestiano e soprattutto dei piani di R.e.m.a. (Ricostruzioni edilizie Marina Adriatica).

IL PRIMO SINDACO ELETTO: CESARE BIANCHINI 6 OTTOBRE 1946

Intanto, largo ai giovani. Bè non solo, il povero Marvelli uscirà tragicamente di scena a 22 anni, travolto da un camion di truppe alleate avvinazzate. Sempre che sia stato un ‘semplice’ incidente.
Marvelli non era amico di altri giovani emergenti, il tenete Natale e Cesare Bianchini, e gli diceva in faccia le sue ragioni. Forse si esponeva per motivi di rigida onestà politica, unico in una fase di unanimi consensi e di oscuri interessi.

Il primo sindaco eletto della Liberazione: Cesare Bianchini (1946-1948).

Cesare Bianchini è il protagonista politico del terzo e quarto anno postbellico. Era nato a Rimini il 2 febbraio 1914 nel Borgo di S.Andrea in una famiglia di origine contadina. Aveva studiato nella Svizzera italiana e preso un diploma da perito che lui sosteneva fosse equivalente ad una laurea italiana in ingegneria. Per questo si lasciava chiamare e tutti lo chiamavano ingegnere. Era stato impiegato nella Piaggio di Pontedera (Pisa) e alla fine del 1943 era tornato a Rimini. L’anno successivo si era iscritto al PCI “e in pochi mesi diventa una delle figure emergenti del partito a Rimini”. Paolo Zaghini, che ha studiato il gruppo dirigente comunista riminese, ci dice anche che nel 1945, proprio quando la figura di Bianchini cominciava a riscuotere l’unanime consenso dei comunisti e dei cittadini riminesi, la Federazione del PCI di Rimini era stata disfatta e le sezioni comuniste riminesi erano state assoggettate alla Federazione di Forlì, dove dominava un gruppo dirigente di partigiani di Cesena, che si può sospettare fossero tutt’altro che favorevoli al Bianchini e a Rimini. Rimini era la città della Romagna che aveva subìto più distruzioni; era stata e poteva essere anche un’area politica difficile da comprendere e da governare, e Bianchini, ben visto dagli Alleati, dal governatore inglese Alexander Robertson e dal tenete americano del genio Peter Natale, che avrebbe riscosso la stragrande maggioranza delle preferenze nelle prime elezioni amministrative, non doveva essere un personaggio facile da gestire dai cesenati comunisti di Forlì.

Nella seduta della Giunta Clari del 17 luglio 1945 era stato chiesto al prefetto la nomina del “Sig.Bianchini ing. Cesare” ad assessore e vicesindaco in sostituzione di Guglielmo Marconi gravemente infortunato in un incidente stradale.
Nella seduta di Giunta del 27 agosto del 1946, Bianchini si diceva portavoce di un gruppo di albergatori, di cui si faceva garante, i quali avrebbero voluto costruire un grande albergo purché il Comune gli avesse ceduto l’area dove costruirlo “a prezzo equo”. Probabilmente si trattava della C.I.T.A.R. – Compagnia Immobiliare Turistica Alberghiera Rimini -, una società finanziaria romana che si diceva beneficiasse di un prestito di 3 miliardi e 360 milioni di lire dal governo svizzero”, una voce strampalata che si era diffusa, del tutto inattendibile, e non era difficile verificarne la verità chiedendolo al governo svizzero.

Per ricostruire erano necessari molti milioni di lire e circolavano numerose voci di iniziative le più strampalate, come s’è visto, prese sul serio dalla gente perché rispondevano ai desideri di tutti. Il Comune indebitato aveva urgente bisogno di soldi, e, in mancanza di una pronta sovvenzione dello stato, poteva contare solo sulla vendita o sull’affitto del Grand Hotel o dell’Hotel Parco, i residui immobili di sua proprietà, eredità del podestà Pietro Palloni, oltre che su eventuali vendite di terreni con prati e alberi sul Lungomare. Dopo il fallimento della Nuova Rimini dell’Alessandroni, come s’è visto, numerosi “capitalisti avventurieri”, che il repubblicano avvocato Pietro Ricci non aveva problemi a chiamare “ladri” – Consiglio comunale del 1 marzo 1948 -, inventavano strategie per mettere le mani sugli immobili e i terreni edificabili del Comune di Rimini.
Per sua disgrazia il Bianchini si fece includere nel consiglio di amministrazione della C.I.T.A.R. “senza avvertire il partito”.
Bianchini aveva quasi subito suscitato sospetti di essere un maneggione in proprio, cioè di interessarsi alle strategie economiche private senza discutere le sue iniziative con i colleghi di Giunta e soprattutto con la Federazione di Forlì. Nel periodico “Il Dovere” del 10 settembre 1946, il trafiletto “Le mosche cocchiere” conteneva pesanti insinuazioni sui “viaggi a Roma” dell’assessore Bianchini, decisi senza informare la Giunta. Ma in quell’occasione il sindaco Clari, buon vecchio, l’aveva coperto, garantendo di essere stato avvertito e di avere autorizzato quei viaggi.

Le elezioni per l’Assemblea Nazionale Costituente il 2 giugno 1946 a Rimini avevano assegnato al PCI il 34,22% dei voti, ai Socialisti il 27,28% ai Democristiani il 22,38% e ai Repubblicani il 10,88%.
Le elezioni amministrative del 6 ottobre 1946 avevano aumentato al 40,43% i Comunisti che si erano presi 17 seggi, i Socialisti ne avevano presi 10, i Democristiani 9, i Repubblicani 3, Indipendenti 1.
Nella prima riunione del Consiglio Comunale il 1 novembre 1946, il Bianchini venne eletto sindaco con 27 voti su 39 votanti; Clari aveva avuto 3 voti socialisti ‘di stima’ e c’erano state 9 schede bianche democristiane.
Dopo la relazione di commiato del dottor Clari, Bianchini aveva illustrato le azioni immediate della nuova amministrazione. Ben poca cosa. Due grandi salvadanai erano stati collocati nelle due piazze Cavour e Tre Martiri, per raccogliere le offerte “Pro assistenza invernale”. Ai “cittadini abbienti” era richiesto di costruire ciascuno “quattro case economiche”, e si proponeva l’apertura di una casa da gioco a Rimini. A questo punto Clari si era alzato indignato affermando con forza che la ricostruzione non poteva avvenire a spese della moralità, ma solo col “frutto del nostro lavoro e dei nostri sacrifici”.
Era stato tacitato dall’avvocato Beraudi: “la città ha bisogno di mezzi eccezionali per la propria eccezionale ricostruzione … questo mezzo straordinario è appunto costituito dalle case da gioco, che rimarrà frequentata dagli immorali, dei quali non ci dobbiamo occupare. D’altra parte il fiorire di numerose case clandestine induce il Comune ad un intervento per trarne utile beneficio.” La proposta passò ma la casa da gioco non venne istituita. Come si vede, dopo l’utopia della Nuova Rimini, non c’erano idee né grandi né medie sul futuro immediato della città.

LA R.E.M.A. – RICOSTRUZIONI EDILIZIE MARINA ADRIATICA – E IL PIANO DI RICOSTRUZIONE DI MARINA CENTRO 1947

Con legge nazionale del 1 marzo 1945 era stata disciplinata la ricostruzione degli immobili distrutti in tutta Italia. A Rimini, dove la ricostruzione era subito iniziata in modi empirici – l’Ospedale in via Tonini era stato riparato con l’aiuto del tenente americano Peter Natale -, il piano di ricostruzione imposto dalla legge era stato affidato agli architetti della Nuova Rimini Ernesto ed Attilio La Padula. Ma l’impianto urbanistico di Marina Centro sarebbe stato in breve tempo rivisto. La Cassa di Risparmio di Rimini aveva finanziato un nuovo piano regolatore del Centro di Marina affidato agli architetti bolognesi Melchiorre Bega (1898-1976) e Giuseppe Vaccaro (1896-1970).
Ci interessa quest’ultimo professionista, architetto razionalista o ‘moderno’ che aveva al suo attivo diversi grandi edifici, tra i quali la sede della facoltà di ingegneria di Bologna e la bella colonia Agip di Cesenatico. Il “grande albergo” del suo piano regolatore di Marina, il progetto più prestigioso del piano regolatore, avrebbe dovuto sorgere sul piazzale del Kursaal, sul fianco sinistro dell’edificio, e senza dubbio la costruzione classica di Gaetano Urbani gli avrebbe rubato la scena. Il Vaccaro aveva compreso nel suo piano urbanistico la distruzione del Kursaal, miracolosamente scampato alla guerra.

In questa foto e sotto, i terreni ceduti nel 1947 alla R.E.M.A. gratuiti in parte e a prezzi di favore, restituiti al comune nel 1951.

Nella seduta di Giunta del 21 gennaio 1947 il piano Bega-Vaccaro finanziato dalla Cassa di Risparmio veniva preso in esame dal sindaco e dagli assessori per un’approvazione di massima. Il 4 febbraio la Giunta autorizzava il sindaco “a condurre trattative con uno o più gruppi finanziari o imprese costruttrici per la realizzazione del piano”. Nella seduta di Giunta del 21 dello stesso mese erano esaminate le concessioni di aree di proprietà del Comune tra il lungomare e la foce dell’Ausa che avrebbero fatto da contropartita per l’eventuale impresa che si fosse accollata la responsabilità di realizzare il piano Bega-Vaccaro. I terreni comunali del lungomare tra piazzale del Kursaal e l’Ausa erano stati divisi in sei lotti, per un totale di mq 22.308, più mq 4.791 di proprietà privata da espropriare, facile da dire – per gli espropri ci voleva una legge del parlamento, quindi in realtà neanche a pensarci -; sarebbero stati consegnati al soggetto ancora non specificato, ma che certo stava pronto dietro le quinte, che si sarebbe incaricato di realizzare il piano Bega-Vaccaro. Il primo e l’ultimo lotto sarebbero stati concessi gratuitamente, gli altri “a condizioni di particolare favore.”
I mq 27.099 complessivi venivano valutati a £ 2000 al mq. Il valore in denaro dell’area dei quattro lotti offerta a prezzi vantaggiosi era da dimezzare – a £ 1000 – e da offrire all’impresa che si sarebbe impegnata per realizzare il piano “un investimento dell’ordine di molte centinaia di milioni”.

Ma cosa prevedeva il piano Bega-Vaccaro? Un grande Albergo di lusso di almeno 75 camere sul primo lotto gratuito, e un altro albergo sul lotto gratuito della foce dell’Ausa; sempre sul primo lotto un grande Caffè-Bar di lusso con Ballo, diverse pensioni, case e negozi. Il disegno del grande Albergo e degli altri edifici si conserva a Bologna nell’archivio dell’architetto Vaccaro, in parte pubblicato da Giorgio Conti in Rimini città come storia 2.
Il sindaco Bianchini aveva preso accordi con la R.E.M.A. – Ricostruzioni Edilizie Marina Adriatica – dell’Impresa di Costruzione Guffanti & C. di Milano. Nella Giunta del 30 aprile venivano siglati gli accordi con la R.E.M.A., col parere favorevole della prefettura. Il Comune si era riservato di permettere la vendita di eventuali costruzioni solo dopo che la società avesse costruito almeno un piano e mezzo del grande Albergo di lusso.
Il 25 maggio 1947 il Consiglio Comunale approvava il Piano Generale di massima presentato dalla società R.E.M.A., sotto gli auspici della Cassa di Risparmio, per le costruzioni a Marina Centro, dal piazzale del Kursaal all’Ausa e delegava la Giunta per le successive approvazioni dei progetti parziali. I lavori non cominciavano con il grande Albergo di lusso, ma in margine al lungomare, con progetto di Giuseppe Vaccaro, un’area di abitazioni e negozi collegata da un portico semplice ed elegante che esiste tuttora e si può ammirare per la semplicità e l’eleganza sobria.

Non ho dati per affermare o negare con certezza che la R.E.M.A aveva pagato la metà del valore dei quattro lotti che dovevano essere ceduti “a prezzi di favore”. Il primo e l’ultimo lotto erano stati concessi gratuitamente, come si faceva nei primi tempi per la costruzione delle Ville di Marina. Al momento l’archivio comunale che conserva i verbali della Giunta e del Consiglio Comunale di quegli anni è inaccessibile per lavori in corso. I lavori di edificazione della R.E.M.A. cominciarono su un lotto in fregio al lungomare, dove ancora si trova l’edificio porticato eretto su progetto di Giuseppe Vaccaro. Un lungo portico doveva unificare tutte le previste costruzioni del Lungomare.

UN TENTATIVO DI DISTRUZIONE DEL TEMPIO MALATESTIANO 1947

Ai primi del 1947 il governo italiano aveva ottenuto dall’America 150 milioni di dollari per la ricostruzione. Era l’avvio del ventennio d’oro per l’Italia. Anche il Tempio avrebbe ottenuto dei dollari per la sua ricostruzione.
Il Tempio Malatestiano era stato distrutto dalle bombe nell’area absidale, ma per fortuna la parte quattrocentesca era rimasta sostanzialmente intatta, solo la facciata e i fianchi si erano spostati a causa delle onde d’urto delle bombe e anche la parte quattrocentesca interna presentava dei problemi. Il rivestimento albertiano in pietre d’Istria si era distaccato dai muri duecenteschi che lo fiancheggiavano. Non tutti gli esperti erano favorevoli ad uno smontaggio e alla ricollocazione dei pezzi, opportunamente numerati, al posto originario – ricostruzione per anastilosi, riedificazione con le parti originarie -, ma questa era stata la decisione operativa: ricostruire la parte absidale e smontare e rimettere al loro posto i pezzi della facciata e dei fianchi. Il denaro per questa operazione delicata e costosa, 65 mila dollari, era stato offerto dalla fondazione americana Samuel Kress per interessamento del famoso critico d’arte americano Bernard Berenson (1865-1959).
Nel suo diario del settembre 1957, il critico americano ricorda come, venuto a Rimini dieci anni prima, il vescovo Santa e il sindaco Bianchini gli avevano chiesto di dargli i soldi per altre urgenze cittadine e lasciar perdere il Tempio:

Allora feci il viaggio da Firenze per vedere con i miei occhi quale fosse il danno causato dalle bombe sul Tempio Malatestiano. Mi accompagnava in visita il Soprintendente ai Monumenti [Capezzuoli] venuto da Ravenna per incontrasi meco. Sulla destra dell’edifizio che guardammo accorati, il muro maestro era pericolosamente fuori piombo. Per salvarlo, mi spiegò il Soprintendente, non esisteva altro modo che smontare la stupenda muratura pietra per pietra, numerare quelle pietre e quindi procedere ab imo ad una ben ordinata ricostruzione della muraglia. Ma si capiva dal suo tono che l’idea di un compito così gigantesco lo preoccupava assai e che, dinanzi all’impegno di dargli avvio, taluni dubbi e la cognizione delle molte difficoltà lo rendevano esitante. Stavamo per considerare la facciata quando fummo raggiunti da una deputazione di cittadini guidata dal vescovo [Luigi Santa] e dal sindaco [Cesare Bianchini].
A conoscenza che io avevo già ottenuti 65.000 dollari dalla Fondazione Kress per il completo restauro del Tempio, tutti quanti cercavano adesso il mio appoggio affinché tale restauro non si facesse più. E l’argomento espostomi suonava così. La comunità era stanca di attendere che la Cattedrale, vale a dire il tempio malatestiano, venisse riaperta al culto; d’altra parte il restauro così radicale implicava il rischio di qualche mutamento nell’aspetto dell’amatissimo Tempio senza contare che i blocchi di marmo da distaccare e calar giù ad uno ad uno potevano rompersi e finire a pezzi.
Insomma ebbi chiara impressione che in realtà volessero che io aprissi loro la strada al permesso di usar quel denaro per altri scopi – scopi, immaginai, dettati da necessità dure ed urgenti, e senza dubbio santissimi – ma sebbene confortato da siffatto pensiero, dovetti fare un grande sforzo per non perdere la pazienza. Fortunatamente la Direzione Generale delle Antichità e Belle Arti, a Roma, non dette il minimo ascolto a quei lamenti e a quelle esitazioni riminesi e, dato inizio ai lavori li condusse a termine in maniera degna di lode.

Lo smontaggio del Tempio Malatestiano effettuato con i dollari della Fondazione Kress portati da Bernard Berenson, 1947

Comune e Curia furono alleati anche in seguito nella distruzione dei nostri Beni Culturali con una totale mancanza di scrupoli, all’insegna della fredda, parassitaria e disperata rendita urbana.

2°parte – continua