«Liberare il fossato di Castel Sismondo»: ecco il piano per cancellare l’ultima “riminizzazione”

«Liberare il fossato di Castel Sismondo»: ecco il piano per cancellare l’ultima “riminizzazione”

«Uno studio specialistico e collettivo graduale per l'eliminazione delle brutalità della cessata amministrazione. Cominciando a scavare nell'area del fossato sfuggita alla cementificazione radicale, dove c'è un'inutile arena e lo spaventoso sarcofago di Dracula. Si troverà che la metafora del Valturio ("simile alle piramidi”) è realistica e allora sarà ovvio riaprire tutto il fossato in ulteriori fasi di recupero». Il prof. Rimondini lancia il guanto di sfida al sindaco Gnassi.

I GRANDI MONUMENTI MUOIONO

e non solo per le guerre, i terremoti, le inondazioni, gli incendi, purtroppo, come abbiamo fatto lunga esperienza a Rimini dal sindaco Cesare Bianchini che nell’immediato dopoguerra distrusse il Kursaal – e col vescovo avrebbe distrutto anche il Tempio Malatestiano – all’attuale cessato sindaco Andrea Gnassi che ha cementato Castel Sismondo e proprio nella sua parte più nuova e interessante, il grande fossato “simile a piramidi”, “magnae mentis preclari ingenii OPUS”. OPUS, come firmavano le loro tavole i pittori, opera di una grande mente e di un famosissimo ingegno.” E certamente Andrea Gnassi non ha ancora idea di chi sia Filippo Brunelleschi, e anche con il ministro dei beni culturali in carica, altrimenti non avrebbero osato manomettere l’unico castello rimastoci dell’immenso architetto fiorentino, riducendolo a “contenitore” di un museo felliniano. Nella testa autoreferente del cessato sindaco c’è posto solo per un volgare Fellini d’accatto.

Giuseppe Flavio, uno storico ebreo del tempo degli imperatori Flavi, era presente quando i Romani comandati da Tito nel 70 dopo Cristo distrussero Gerusalemme e il grande Tempio – non quello di Salomone, ma la sua ricostruzione del VI secolo avanti Cristo -. Amico dei Romani, Giuseppe vide distruggere il Tempio con la morte nel cuore, e non morì di crepacuore solo perché si chiese la ragione profonda di quella distruzione:
“Quando in ogni pietra distrutta, in ogni statua abbattuta, riconoscerete anche voi la dinamica delle cose [l’apparente vanità delle cose umane ], il divenire degli equilibri [il ciclo perpetuo delle cose dell’Universo]…allora non sarete più prigionieri degli idoli, ma avrete varcato la storia della Storia…”

“COSA FATTA CAPO HA?” NO. NO. NO

E’ vero quello che Maxime Rovere scrive in un libro bellissimo, nuova storiografia e storia della filosofia, intitolato Tutte le vite di Spinoza, Feltrinelli Milano 2020, p. 116. Questa fuga nel sopramondo consola, ma non ci libera dal dovere di lottare contro la barbarie, come hanno fatto prima di noi nel dopoguerra anche a rischio della vita Augusto Campana, Alessandro Tosi, Vittorio Belli, Carlo Lucchesi, Mario Zuffa e pochi altri.
I Cento che nella sera dell’inaugurazione della rozza cementata e del Fellini Museum il 19 agosto passato, un museo patentemente fuori posto, al buio, all’interno di Castel Sismondo, che per di più oscurava l’unico luogo dantesco di Rimini nell’anno del centenario della morte del poeta fiorentino a Ravenna; i Cento “più homeni” del migliaio di boccaloni che hanno partecipato allo spettacolo di suoni e luci e del solito ridicolo autoincensamento del cessato sindaco; i Cento e le associazioni culturali Italia Nostra e Rimini Città d’Arte Renata Tebaldi hanno promesso a se stessi di ripristinare l’onore culturale di Rimini eliminando l’ultima “riminizzazione”, l’ultima “brutalizzazione” a spese dell’unico monumento che la Regione Emilia Romagna possiede di Filippo Brunelelschi, la cui bellezza e novità ossidionale si nasconde proprio sotto il cemento gnassiano.

I “BRUTALISTI” CHI SONO?

Dagli anni ’70, quando il movimento brutalista iniziato negli anni ’50 si esaurì; con il progetto dello studio Viganò, disastroso, dell’isolamento del ponte romano di cui quest’anno celebriamo il centenario della fine dei lavori – inizio lavori; imperatore Augusto, 14 dopo Cristo; fine lavori imperatore Tiberio 21 dopo Cristo – governa le scelte architettoniche e urbanistiche di Rimini.
Anche il cessato sindaco ha voluto pasticciare il ponte romano e il suo contesto urbano e naturale, come i lettori di Rimini 2.0 sanno bene, ma sotto l’apparente vivacità delle sponde a monte dell’arco, la passerella sulle mura palinsesto romano-malatestiano e la passerella che attraversa l’invaso, rimangono celati e insoluti i problemi gravi creati negli anni ’70, primo tra tutti l’acqua stagnante che annerisce le pietre d’Istria del ponte.

Nel dopoguerra non ci fu un cambiamento di stile architettonico, perché c’erano stati architetti modernisti fascisti, alcuni bravi come il bolognese Giuseppe Vaccaro autore della bella Colonia Agip di Cesenatico, ma anche, e per invidia, la mente distruttrice del Kursaal, con il sindaco Cesare Bianchini come braccio secolare. La ricostruzione continuò lo stile architettonico fascista modernista, che aveva vinto la sua battaglia con l’eclettismo, anche se a Mussolini piacevano le colonne corinzie.

Alcuni modernisti ex-fascisti, magari con la tessera del pci, affascinati dal cemento presero dall’espressione di Le Corbusier “beton brut”, cemento grezzo, il nome Brutalisti. E già il nome suggeriva di non affidare a ignoranti presuntuosi e di dubbia moralità politica, una città storica come la nostra a gente che di storia non sapeva né voleva sapere niente. Così dopo Viganò ci piombò in testa l’architetto De Carlo che voleva distruggere il Borgo San Giuliano, un enclave lagunare, veneziana, nella città storica, che il De Carlo percepiva solo come “Borgo della merda” – e Gnassi percepisce il castello del Brunelleschi come cenere e rovine – per sostituirla con casermoni di cemento tutti uguali. Nei tempi inquietanti del cessato sindaco abbiamo avuto il cemento armato nella struttura del Teatro, con la rozza manipolazione dell’Ufficio Tecnico del favoloso e studiatissimo progetto delle forme ma anche dei materiali originali dell’architetto Pier Luigi Cervellati che non violavano le norme antisismiche; la cementazione di Piazza San Martino col patetico rinoceronte; la cementificazione con abbattimento di platani centenari di piazza Malatesta che aveva rivelato il cantiere di archeologia medievale e classica più importante d’Italia, al cui centro c’è la banale panchina circolare che sembra il simbolo della dissoluzione della gente in una serie di individui isolati; e infine l’infame cementificazione della parte architettonica “ad instar pyramidum” brunelleschiana di Castel Sismondo.

SCAVARE, COME PRIMO TRANCIO, IL FOSSATO DOVE C’È L’ARENA E LA TOMBA DI DRACULA

Noi, zoccolo duro della Rimini Città d’Arte Renata Tebaldi, Attilio Giovagnoli, Roberto Mancini e lo scrivente proponiamo ai cittadini che amano Rimini e alle associazioni culturali uno studio specialistico e collettivo graduale di interventi di ripristino e di eliminazione delle brutalità della cessata amministrazione. Per cominciare, si dovrà scavare nell’area del fossato sfuggita alla cementificazione radicale dove c’è un’inutile arena e lo spaventoso sarcofago di Dracula. Si troverà che la metafora del Valturio: “simile alle piramidi” è realistica: vedremo – o vedranno, io entro negli 80 anni quest’anno e non posso che passare il testimone – come in una strada affiancata di case di due piani, perché le “scarpe” e le “controscarpe” sono alte 15 metri, e le scarpe della torre verso il Marecchia sono alte più di 20 metri; vedranno una scenografia che quasi raddoppia l’altezza del castello, un labirinto piranesiano di masse architettoniche e di spazi vuoti.
Sarà visibile finalmente l’unghiata del leone ad inverare le tre prove documentali – Antonio di Tuccio Manetti: “Fece uno castello, fortezza mirabile al signor Gismondo di Rimini”; la visita a Rimini, abbandonato quel cantiere favoloso, dal 28 agosto al 19 ottobre 1438; la ‘firma’ qualifica del Valturio – e le numerose congetture collegate. E allora sarà ovvio liberare tutto il fossato dal cemento in ulteriori fasi di recupero.

JAMIL SADEGHOLVAAD CI ATTERISCE CON I “SOGNI” E LA “MAGIA” DI GNASSI

Invece di prendere le distanze da una politica culturale e urbana così disastrosa, infantile e inquietante, e presentata come se si rivolgesse a un pubblico di bambini deficienti. “Sogni”? Incubi piuttosto, e poi un amministratore dev’essere ben sveglio e cosciente di quello che fa. “Magia”?
Forse Gnassi crede di essere un mago? Si sbaglia. E’ solo un esempio di come non dev’essere un amministratore democratico: democratico appunto, rispettoso con chi non è d’accordo con le sue idee, rispettoso della dignità degli impiegati e funzionari comunali che a nessun patto offende anche se ha da esprimere dei giudizi negativi, insensibile alle suggestioni narcisistiche – il narcisista è facile preda delle “Signore Cesirre” esperte nel suggerirgli i loro progetti che lui senza accorgersene farà propri, per esempio l’apertura del posteriore del palco scenico -, capace di recepire le istanze dei tecnici, e soprattutto, in una città storica, degli storici.

Immagine: Veduta di Castel Sismondo, lavori in corso del “laboratorio” di Giovanni Maccioni.

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