Padre Pizzaballa: “Stare con Cristo significa anche portare la croce”

Padre Pierbattista Pizzaballa è al termine del suo quarto mandato alla guida della Custodia della Terra Santa. A metà aprile infatti lascerà questo posto di responsabilità, i suoi confratelli lo hanno confermato per quattro mandati (in genere al massimo se ne possono fare due) riconoscendogli capacità diplomatiche e di guida non comuni. La sua testimonianza telefonica all’appuntamento del 20 marzo all’Appello all’umano in piazza Tre Martiri ha avuto quindi una doppia importanza.

Padre Pizzaballa con papa Francesco

Padre Pizzaballa con papa Francesco

Padre Pizzaballa, i suoi confratelli che vivono in Siria e nel nord dell’Iraq sono la punta avanzata della testimonianza cristiana segno della presenza di Cristo crocifisso e risorto nel mondo. Ma proprio nel Medio Oriente, così vicino al luogo dove Gesù è nato e dove ha mosso i primi passi la prima comunità apostolica, la presenza dei cristiani rischia di sparire. La guerra e la persecuzione, che noi qui in Italia e in Occidente in genere dimentichiamo con tanta facilità, per voi invece sono un motivo costante di preoccupazione. Dopo una consultazione e una riflessione tra i suoi frati avete deciso di restare, perché?
“Le motivazioni sono di diverso genere anche se tutte poi convergenti, innanzitutto noi frati e la Chiesa siamo in queste terre da 800 anni, e in circostanze non sempre semplici con altre persecuzioni anche lungo tutto questo periodo. I frati non hanno mai abbandonato i luoghi ma soprattutto le persone che la chiesa ci ha affidato, gran parte dei frati – come padre Ibrahim (che ha parlato con voi in gennaio) e padre Aziz sono parroci. Il pastore non abbandona mai il gregge e non si chiede se le sue pecore valgono molto o poco se sono tante, numerose, se sono giovani o meno. Il pastore deve amare tutte le pecore. Nei villaggi in cui c’era padre Aziz sono rimasti in pochi, sono anziani e sono stati mandati altri confratelli, ma l’importante è essere presenti. Queste riflessioni ci hanno fatto capire in maniera nuova perché e per chi siamo qui; ci siamo non per strategie di successo, se dovessimo seguire strategie di successo e gratificazione ce ne saremmo già andati. Siamo qui per Cristo innanzitutto, per Gesù e la sua Chiesa. Stare con Cristo significa anche portare la croce, se noi andassimo ora via anteporremmo criteri umani alla gratuità e alla libertà che la testimonianza cristiana richiede”.

Qual è invece la situazione a Gerusalemme?
“Rispetto alla Siria qui a Gerusalemme e altrove la situazione non è così drammatica, non c’è un conflitto in corso, o meglio c’è il solito conflitto israelo-palestinese anche se si tratta di un conflitto innanzitutto politico che pure non esclude gravi episodi di violenza ma qui non c’è la situazione gravissima e catastrofica della Siria e dell’Iraq. A Gerusalemme sono mezzo milione gli ebrei e 150mila i mussulmani, noi cristiani siamo circa 12mila e quindi siamo molto pochi. In Israele i cristiani sono intorno all’1 per cento della popolazione e i cristiani sono sempre meno perché, soprattutto i giovani, se ne vanno alla ricerca di prospettive di lavoro e di vita diversa lontano da qui. Quindi la Chiesa corre il rischio di restare con preti, frati e suore – che siamo importanti sia ben chiaro – ma con poche famiglie”.

Che tipo di rapporti esistono tra voi e le comunità religiose musulmane in Siria, Iraq, Egitto e Libano?
“Sono Paesi molti diversi l’uno dall’altro e con dinamiche molto diverse. Relazioni tra mussulmani e cristiani sono molti difficili a causa della guerra in Siria e in Iraq. Questa guerra è una guerra tra musulmani e prende di mira anche le minoranze, soprattutto quella cristiana, con persecuzioni vere e proprie.
In Egitto anche in maniera diversa, ci sono tensioni ma anche buone collaborazioni, dipende molto dalle persone e dai leader locali. Le relazioni tra cristiani e musulmani in questo momento sono in una fase molto delicata e critica. Con gli ebrei israeliani la situazione è molto diversa, non ci sono molte relazioni purtroppo, ma non c’è una situazione di persecuzione e conflitto”.

Lei conosce Rimini molto bene, visto che ha trascorso parte della sua formazione proprio in questa città; il comitato che organizza dall’agosto 2014 ogni 20 del mese, la preghiera e la testimonianza per i cristiani e le altre minoranze religiose perseguitate è nato proprio a Rimini. Con la stessa formula questo gesto si sta allargando in Italia e all’estero e coinvolge nella comunione di preghiera molti conventi di religiose e religiosi. A suo parere sono gesti utili per i fratelli che patiscono persecuzioni e soffrono discriminazioni per testimoniare la propria fede?
“Assolutamente si, guai se pensassimo qualcosa di diverso. Padre Aziz che è un buon frate molto umano, un po’ nervosetto, dopo la sua prima liberazione (in verità non è stato liberato ma è scappato) mi disse che quando era nel primo carcere la prima volta, nonostante la situazione di grave pericolo, sentiva una pace interiore. Mi diceva: ‘Io sapevo che voi pregavate per me e ho percepito per la prima volta con grande forza nella mia vita la forza della preghiera’, quindi l’importante è pregare. La preghiera è una invocazione fatta a Dio, nel modo che noi non possiamo conoscere certamente produce il suo effetto nel tempo secondo la volontà di Dio. E’ importantissimo continuare a farlo ed espandere questa rete che fa da parafulmine”.

Si può fare qualcos’altro di concreto per aiutare questi nostri fratelli?
“La prima cosa, come detto, è continuare a pregare poi parlare e fare conoscere, distribuire testimonianze, aiutare a sostenere in tutti i modi possibili, poi mantenere viva l’attenzione è importante perché questa zona del mondo torna alla ribalta solo quando c’è qualche grande strage, qualche cosa di grosso e poi tutto torna nel dimenticatoio mentre è importante tenere alta l’attenzione su questo dramma continuo e non episodico di queste terre”.

Serafino Drudi