Porticus piscarias: conosciamo l’antica pescheria che s’affaccia su piazza Cavour

«Il Consiglio Generale di Rimini, procurato il denaro, eresse dalle fondamenta la pescheria, favorevole all'utilità dei pescatori e dei pescivendoli». Come e perché fu edificata, su progetto dell’architetto Giovan Francesco Buonamici, e lodata da una personalità di primo piano a livello europeo.

Chiamo Gianni e gli chiedo quale sarà la nostra prossima meta cittadina degna di attenzione e che ci può raccontare qualcosa in termini di storia locale. Come sempre il pronto e dotto amico mi invita ad un appuntamento, e questa volta dinnanzi l’antica Pescheria di Piazza Cavour. Giunti sul posto al momento prefissato iniziamo la nostra conversazione.
Come è ovvio, la mia attenzione ricade subito sulla grande epigrafe che campeggia sulla sommità del prospetto principale del monumento.

ANNO . DOMINI . MDCCXXXXVII
S(ENATVS) . P(OPVLUS) . Q(VE) . ARIMINENSIS
PORTICVS . PISCARIAS
PISCATORIAE . ARTI(S) . CETARIORVM . Q(VE)
COMMODO . INDDVLEGENS . AERE . CONLATO
A . FVNDAMENTIS . EREXIT
EA . CONDITIONE . PACTIONE . QVE
CVM . PARTICIPIBUS
PISCIS . VENDENDI . INITA
VT . NAVIS QVAEQVE . IVLIOS . LXXX
QVOTANNIS . SOLVAT
QVORVM . PARS . IN . ID . VECTIGAL . CEDAT
QVOD . ANTEA . EXIGEBATVR
RELIQVVM . IN . DEBITI . SOLVTIONEM
QVO . SOLVTO . VECTIGAL . VNIVERSUM
AERARIO . PVBLICO . ADIVDICETVR

Gianni spiegami il contenuto di quell’epigrafe posta, immagino, allora a ricordo dell’erezione della Pescheria.
«Il Consiglio Generale di Rimini, procurato il denaro, eresse dalle fondamenta la pescheria, favorevole all’utilità dei pescatori e dei pescivendoli; alla condizione e patto stretti con i parcenevoli – grossisti nella vendita del pesce – che ogni nave paghi ogni anno 80 giuli, dei quali una parte venga spesa nella tassa che prima si esigeva; il resto in diminuzione del debito, estinto il quale, tutta la tassa vada al pubblico erario.»

Prima quei soggetti erano gravati da una tassa, e il finale cosa significa?
«Significa che la Pescheria è stata pagata con una parte della tassa che i pescatori padroni delle barche, i “paroni”, e i “parcenevoli” o grossisti di pesce pagavano alla comunità; esaurito il debito, avrebbero pagato come prima l’intera somma della tassa. Insomma non hanno dovuto pagare di più di quanto pagavano prima.»

Chi progettò questo piccolo centro commerciale di allora?
«Fu l’architetto Giovan Francesco Buonamici cittadino riminese, ma assai attivo in altre città limitrofe come Ravenna e nelle Marche. Poi proseguiamo sul tema, ma prima devo dirti una particolarità di questo personaggio.»

Quale?
«Giovan Francesco firmava i documenti e si faceva chiamare col nome da lui modificato BUONAMICI, mentre qui il fratello lo chiama col nome tradizionale della casa BONAMICI. Come mai, ambivalenza fraterna? Chissà.»

Gianni, parlami quindi delle altre opere del Buonamici.
«La cattedrale di Ravenna 1733-1745.
Questa è la sua prima opera di architettura a 41 anni di età, abbandonata la carriera di pittore. I cultori di arte bizantina lo odiano perché lo ritengono responsabile della distruzione della basilica Ursiana del V secolo, rimaneggiata nel secolo XII; ma la decisione dei vescovi Conti e Farsetti – non del Buonamici ovviamente – era dovuta alla situazione dell’edificio basilicale, le cui pareti erano pericolosamente fuori squadro. Anzi il Buonamici si preoccupò – come poi farà spesso per ogni costruzione importante – di far incidere i disegni della pianta e dell’alzato e una minuziosa descrizione dell’abside, con i suoi mosaici del secolo XII. Inoltre volendo conservare la bassa abside antica, le adattò l’altezza della nuova costruzione. Purtroppo a costruzione iniziata l’abside antica crollò. Ormai le fondamenta erano state realizzate e non si poteva caricarle di ulteriore peso per cui la cattedrale rimase bassa. Di proporzioni “nane” la disse un detrattore. E così con questa cattiva reputazione la cattedrale del Buonamici fu in gran parte demolita. Nello stesso secolo il Pistocchi le sostituì la cupola, in seguito il Morelli l’intero corpo della cattedrale. Ma l’ingresso e la facciata rimasero quelle progettate dal riminese.»

Bene, questo a Ravenna, ma nelle Marche?
«A Pesaro per conto del cardinale legato Giovan Francesco Stoppani, che voleva attrezzare il porto di Pesaro, il Buonamici aveva progettato l’ampliamento del porto e gli edifici dal faro, ad un grandioso cantiere navale in forma di massiccio tempio – a spese personali del cardinale – agli uffici della capitaneria, a case e per finire ad una fontana. Per l’odio dei notabili, il grande cantiere venne demolito e trasformato in porcilaia, un’incredibile e intollerabile damnatio memoriae; è rimasta la sola fontana. A Urbino sempre per il cardinale legato Giovan Francesco Stoppani, odiato dai notabili Pesaresi.»

Perché odiato dai notabili Pesaresi?
«Perché era una persona onesta, e si opponeva alla mafia amministrativa locale, ma proseguiamo. A Urbino, nel palazzo ducale di Urbino, aveva sistemato il museo delle epigrafi, poi rimosse. A Fano in concorrenza niente meno che con l’architetto Luigi Vanvitelli, aveva costruito la torre di Piazza, e un monastero sulle colline ancora esistente, uno spazio barocco magico come anche sapeva costruire il nostro architetto.»

E otre alla Pescheria, quali altre opere realizzò a Rimini.
«A Rimini, cito in ordine sparso, progettò la torre dell’orologio l’anno della sua morte, e quasi certamente aveva dato i disegni per la torre del faro, argomento misterioso, dato che rimangono solo i documenti della sua conclusione nel 1764, ma di sicuro, io penso, ampiamente semplificati in cantiere dal capomastro Bacciocchi Pomposi.
La guerra prima e i riminesi sopravvissuti poi hanno distrutto la facciata e la piazzetta del palazzo vescovile, sua opera, già palazzo malatestiano del Cimiero.
In ultimo la chiesa di San Bernardino, ha l’interno con gli angoli smussati che si ispira, come i disegni per la cattedrale di Ravenna, alle opere di Francesco Borromini. Il Buonamici a parole era un anti borrominiano, ma poi sfruttava le invenzioni del Borromini. Lui in ogni caso era un architetto di ispirazione romana, in un secolo in cui Rimini aveva soprattutto opere di architetti teatrali, i famosi nelle corti europee Ferdinando e Francesco Bibiena, quest’ultimo con il suo discepolo lorenese Francesco Chamant. Il secolo si era concluso con le opere di un altro architetto bolognese, Gaetano Stegani, dopo la parentesi romana del Buonamici.»

Ma torniamo alla nostra Pescheria…
«”PORTICVS PISCARIAS”: alla lettera “portici o loggia dei pesci”. Ne vediamo di simili a Cesena e a Savignano e in altri luoghi; doveva esserci un modello o più modelli, ma il nostro architetto elabora una sua forma massiccia – non aveva esperienza di cantiere e temeva che la sua costruzione avesse un collasso, cosa che poi capitò, o per essere veritieri i notabili pesaresi fecero temere capitasse nel ‘tempio’ sul porto di Pesaro, un edificio destinato ad essere cantiere di barche donato da quel famoso cardinale legato odiato, costruito dal Buonamici.
Invece il massiccio ordine toscano della nostra pescheria piacque al conte Francesco Algarotti – tutti questi nomi di individui illustri si possono approfondire nel Dizionario Biografico degli Italiani Treccani online -, personaggio di cultura europea, soprattutto prussiana ma non solo. Era intimo amico del re Federico II che lo fece conte; aveva entrature nell’Accademia di Berlino e per il re di Sassonia acquistava quadri in Italia. L’Algarotti nel 1761 era in visita a Rimini con il pittore bolognese suo protetto Maurino Tesi, che fece dei disegni non ancora scoperti. Scrive a Pierre Mariette, che poi avrebbe divulgato notizie e giudizi in tutta Parigi, una lettera dove a lungo illustra e loda la pescheria di Rimini. Il massiccio edificio sembrava anticipare l’architettura del dorico arcaico e quell’edificare funzionale e di destino civico, che nel secolo seguente riempì la Romagna di teatri, scuole, ospedali e palazzi, tanto caro ad Andrea Emiliani che lo pubblicò nei due volumi di Questa Romagna

Ancora una volta scopriamo un collegamento tra Rimini e l’Europa. Mentre la quattro graziose fontanelle si fanno notare per la particolare figura a forma di pesce da cui fuoriesce l’acqua, oltre alla grazia delle forme della loro vasca, vi è un dipinto che quasi mai si nota poiché posto ad altezza considerevole, nel timpano dell’edificio opposto al prospetto principale; di cosa si tratta?
«Caro Salvatore questo dipinto, forse tempera su calce, è una delle cose che per interessare ha solo il fatto di non essere mai stata presa in considerazione, a quanto ne so, a parte un giovane, ma non ricordo chi né quando, che voleva spacciarmela come un affresco del ‘300. Se uno ha un minimo di pratica con l’arte si accorge sicuramente della cronologia, inizio dell’800, di un pittore attardato, ma poi come si fa a trovare pitture del ‘300 in un portico costruito a metà ‘700?
Ma illuminato si fa vedere meglio, con quei baffoni neri anche sul volto di Gesù, da pittore di carrettini siciliani direi.
Guardandolo meglio si riconosce la mano del pittore dilettante e incisore Alessandro Bornaccini (notizie 1770-1828). Ci sono le stesse figure del libro di incisioni La storia di Rimino, di carattere popolaresco ma onirico e barocco, non prive di valore e di interesse. Te ne mando una che ritrae il martirio di Santa Colomba.»

Cosa rappresenta questa pittura ma, soprattutto, quale attinenza ha con la destinazione di questo spazio commerciale?
«Rappresenta l’episodio di Gesù condotto dinnanzi a Pilato. Il dipinto non ha visibili collegamenti con la funzione della Pescheria, come ne avrebbe avuti la vocazione di Pietro pescatore. Penso che si tratti di un pio ricordo ai pescivendoli e agli acquirenti, della Passione del Salvatore.»

Gianni, parlami ancora del Buonamici, se eventualmente esiste un suo ritratto e dove è stato sepolto.
«Seguimi Salvatore, facciamo quattro passi e rechiamoci nella chiesa di S. Bernardino.»

Giunti sul posto entriamo in quella bella chiesa.
«Il Buonamici è sepolto qui in questa chiesa, come già detto sua opera, in cui vi è pure un suo cenotafio dedicatagli dal fratello Antonio.»

IOANNI . FRANCISCO . EQVITI . BONAMCI
CIVI . ARIMINENSI
VIRO . INGENIO . PROBITATE . CONSPICVO
CVIVS . PERITIAM . IN . ARTE . ARCHITECTONICA
CELEBERRIMAE . VRBES . RAVENNA . VRBINVM . PISAVRVM
TEMPLUMQVE . HOC . MIRIFICE . COMMENDANT
ANTONIVS . BONAMICI . FRATRI . AMANTISSIMO
DE . PATRIA . OPTIME . MERITO
HOC . DOLORIS . MONVMENTVM . POSVIT
VIXIT. ANNIS . LXVII . OBIIT . IV . AVGVSTI . MDCCLIX

[Al cavaliere Giovan Francesco Bonamici, cittadino di Rimini, uomo di ragguardevoli ingegno e probità, la cui perizia nell’arte architettonica le celeberrime città Ravenna, Urbino, Pesaro e questa chiesa mirabilmente commendano, Antonio Bonamici al fratello amatissimo che ha ottimamente meritato il riconoscimento della patria, eresse questo monumento di dolore. Visse anni 67 era nato nel 1692, morì il 4 agosto 1759.]

Quanto al suo ritratto, Salvatore, potrai vederlo nella cimasa dell’epigrafe mortuaria, ed è probabilmente opera del Buonamici stesso. Ma c’è dell’altro che ora ti mostro.»

Cosa?
«Guarda, un altro ritratto in marmo dell’architetto è nel monumentale cenotafio voluto dagli eredi dell’arcivescovo di Ravenna Ferdinando Romualdo Guiccioli (governo 1741-1763) che concluse i lavori del duomo nel 1745, intrapresi dal predecessore Matteo Nicolò Farsetti (governo 1727-1741) affidati dal 1733 al Buonamici. È opera dello scultore bolognese Ignazio Sarti (1790-1854) che fu concluso dal figlio nel 1857.»

Ci lasciamo con l’impegno di Gianni di inviarmi le immagini che mi ha mostrato, giunte puntualmente qualche ora dopo. Non prima però di averlo ringraziato, ed invitato a pensare alla prossima proficua tappa culturale nella nostra città. Come sempre da una “semplice” epigrafe, una grande storia.
L’antica Pescheria. Ritengo che allora gli amministratori cittadini ebbero grande accortezza e saggezza nel realizzare un allestimento che permetteva una maggiore igiene nella vendita del pescato, cosa che – immagino – prima avvenisse in altre discutibili condizioni.
Poi una volta cessata la sua funzione, l’antica Pescheria fu adibita al mercatino di rigattieri e piccoli artigiani, specie in occasione delle festività natalizie, ed ancora oggi vi permane qualche commerciante di fiori.
Attualmente è una sorta di non luogo, ove stazionano nottetempo giovani avventori delle tante attività di mescita sorte nel suo intorno, che non si fanno scrupolo ad usare i banchi di pietra per sedersi, quando va bene, o anche per salirci sopra in piedi con vari impropri scopi. Poi spesso balzano alla ribalta della cronache episodi non proprio edificanti. Oltre al fatto che durante la recente emergenza sanitaria, detti banchi servirono per apparecchiate più o meno conviviali.
Un altro brutto esempio quindi, assieme al Castello Malatestiano e il palazzo del Podestà, di come si usano impropriamente e malamente i monumenti cittadini, aspetto che fa capire che chi non conosce e ama la storia, o la rifugge, non riesce poi a dare un senso, una logica funzione e fruizione a ciò che abbiamo da essa ereditato.

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