Rimini non è un dancefloor da imbellettare con specchi e lucine, ma da almeno vent’anni viene governata come se lo fosse: si butta lì un parcheggio, si improvvisa una rotatoria (magari da intitolare a qualcuno per far contenti i vassalli), si apre un casello autostradale, si annuncia un’opera che in realtà non risolve. È la logica del cerotto.
C’è sempre un momento, a Rimini, in cui l’amministrazione comunale decide di sorprendere. Non con un progetto lungimirante, non con un piano organico di trasformazione della città, non con la capacità di costruire futuro. Ma con una “trovata”, una toppa peggiore del buco.
È il caso della nuova idea di espropriare gli alberghi chiusi e fatiscenti per “rigenerare” la zona turistica. Un provvedimento che sa di maquillage, di scorciatoia imposta senza un perché, né un come. E soprattutto senza una visione. A Rimini il turismo non è un accessorio: è stato, finora, spina dorsale.
Eppure, da vent’anni in qua, lo si tratta come un corpo da imbellettare, non come un organismo vivo da curare.
Abbiamo avuto il Parco del Mare: un progetto presentato come “rivoluzione” che ha spazzato via parcheggi, senza restituire una mobilità alternativa degna di questo nome.
Abbiamo avuto il PSBO, che doveva finalmente togliere i reflui dal mare: oggi, invece, i reflui ci stanno ancora.
Abbiamo avuto il Museo Fellini, costosissimo, voluto più per spirito celebrativo che per reale capacità di documentare e attrarre.
E potrei continuare con l’elenco delle cosiddette “grandi opere”, tutte figlie di una logica decisionista e verticale, dove il confronto lascia il posto all’imposizione e l’ascolto alle vetrine comunicative, ostile a ogni osservazione critica, ma pronta a imporre la propria volontà come verità assoluta.
Così si è amministrata Rimini: un misto di pianificazione politica in staliniano stile NEP, dove la rigidità dell’imperio si mescola a un improvvisato dj-set di balera provinciale, pronto a soddisfare i pruriti personali più che bisogni collettivi. Ma Rimini non è un dancefloor da imbellettare con specchi e lucine, ma da almeno vent’anni viene governata come se lo fosse: si butta lì un parcheggio, si improvvisa una rotatoria (magari da intitolare a qualcuno per far contenti i vassalli), si apre un casello autostradale, si annuncia un’opera che in realtà non risolve. È la logica del cerotto.
Un tempo, almeno, c’era la provincia: istituzione che, con tutti i suoi limiti, faceva da contrappeso, da oculato controllore degli eccessi dei soliti noti. Oggi, grazie alla sciagurata pseudo riforma Renzi-Del Rio, tutto si concentra nelle mani di chi dovrebbe essere controllato e invece si autocertifica, perché occupa le stesse poltrone di controllore e controllato.
La Regione? Scomparsa dall’orizzonte come il sole dietro il mare.
L’opposizione? Persa a litigare per intitolare rotatorie o a scavare inutilmente sotto quello che un tempo fu un anfiteatro. Nulla più. E allora eccoci qui, con la proposta degli espropri. Non un progetto di rigenerazione urbana, non una riflessione sulla nuova città turistica, sui nuovi stili di vita, di consumo del prodotto turistico, sui servizi che mancano, sulla mobilità sostenibile, sul rapporto con i cittadini. Ma un gesto calato dall’alto, che puzza di necessità propagandistica più che di strategia. Espropriare alberghi chiusi per farne cosa? Per consegnarli a chi? Con quali criteri? Per quali bisogni? Con quali risorse? A quale prezzo? Non c’è risposta, non c’è dimensionamento dei fabbisogni, non c’è proiezione su ciò che dovrà diventare Rimini fra dieci o vent’anni. Il turismo, senza servizi, è un gigante dai piedi d’argilla.
La Rimini che ospita milioni di persone non riesce a garantire parcheggi, trasporto pubblico efficiente, gestione dei flussi.
La Rimini che si vuole raccontare capitale culturale non riesce a produrre una stagione culturale all’altezza. La Rimini che si vuole capitale del benessere non ha un sistema sanitario e sociale pronto a reggere l’urto delle nuove fragilità. La Rimini che si proclama laboratorio d’avanguardia vive ancora con i reflui a mare, il traffico, che sarebbe solo frutto dell’opinione di radical-chic secondo taluni, e con l’eterno cantiere del lungomare. Ci vuole altro. Ci vuole una scossa, un colpo di schiena.
Ci vuole un tavolo vero, non l’ennesimo Piano strategico di facciata, ma un piano operativo condiviso. Bisognerebbe chiamare a raccolta tutti: cittadini, operatori, associazioni, studenti, residenti, non solo bagnini e albergatori. Bisognerebbe chiedere, progettare, immaginare una città che torna a essere dei riminesi. Dove non c’è posto per principi e imperatori, e nemmeno vassalli pronti a vendersi per un’intitolazione di una targa stradale. Dove la programmazione sia fatta sulla base di analisi serie, di dati, di bisogni reali. Rimini non può più permettersi il lusso dei cerotti, appiccicati sulle ferite prodotte dagli stessi che oggi, quei cerotti, vogliono attaccare. Rimini non può più permettersi di subire ferite inferte per scelte compiute per capriccio e per propaganda. Non può più restare sotto il giogo di chi confonde la città con la propria corte personale.
La sfida, adesso, è restituire Rimini ai suoi cittadini: farne di nuovo una comunità che decide, discute, progetta, e che sa dire no ai principi, agli imperatori e ai vassalli. Una città che non improvvisa, ma che si costruisce. La Rimini che serve non è, di certo, la vetrina di un principe assolutista, ma un laboratorio di futuro. Una città che torna a essere aperta, solidale, condivisa. Un luogo dove il turismo è cultura, i servizi sono diritti e i cittadini sono protagonisti, non spettatori. Solo così il turismo smetterà di essere la solita maschera tirata a lucido e tornerà a essere sostanza. Rimini deve riconquistare la sua anima di città aperta, solidale, fatta dai cittadini e non per i capricci di pochi.
Una comunità che decide insieme il proprio futuro, senza padroni e senza vassalli. Rimini deve ritrovare il respiro che l’ha resa unica: una città che non si chiude ma si apre, che non divide ma unisce.
Stefano Casadei
Segretario Provinciale Azione Rimini


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