Si fa sentire anche a Rimini il terremoto alla guida dei movimenti ecclesiali provocato da papa Francesco

Si fa sentire anche a Rimini il terremoto alla guida dei movimenti ecclesiali provocato da papa Francesco

Fanno discutere le dimissioni anticipate di don Julián Carrón dalla presidenza della Fraternità di Cl. Ma una successione non facile attende anche la Comunità Papa Giovanni XXIII, considerato che Giovanni Ramonda è responsabile generale dal 2008 e secondo il decreto del Dicastero per i Laici, fortemente voluto da Papa Francesco, le cariche di vertice non possono durare più di dieci anni.

Le cariche di vertice dei movimenti ecclesiali non possono durare più di dieci anni. Così ha deciso papa Francesco. La notizia del momento sono le dimissioni di don Julián Carrón da presidente della fraternità di Comunione e Liberazione, che naturalmente ha ripercussioni anche nella Rimini della numerosa e storica comunità ciellina e del Meeting. Si è fatto da parte con una lettera ai «cari amici» nella quale spiega che la sua decisione, «in questo momento così delicato della vita del movimento» ha lo scopo di «favorire che il cambiamento della guida a cui siamo chiamati dal Santo Padre ˗ attraverso il Decreto sull’esercizio del governo all’interno dei movimenti ˗ si svolga con la libertà che tale processo richiede. Questo porterà ciascuno ad assumersi in prima persona la responsabilità del carisma» (qui). E’ abbastanza paradossale che il movimento che ha virato radicalmente la propria direzione di marcia sotto il pontificato Bergoglio, fino a mettere in ombra il carisma sbocciato da don Luigi Giussani, per cercare di allinearsi al magistero del papa venuto dalla fine del mondo, sia costretto oggi a pagare questo prezzo. Ma è questa la Chiesa di Francesco.
Con il decreto del Dicastero per i Laici, la Famiglia e la Vita firmato dal card. Kevin Farrell, dal titolo “Le associazioni di fedeli”, il Vaticano è intervenuto sulla materia in un modo che i predecessori del papa argentino non avrebbero mai nemmeno potuto immaginare. Nella nota esplicativa che ha accompagnato il decreto, sta scritto che «non di rado la mancanza di limiti ai mandati di governo favorisce, in chi è chiamato a governare, forme di appropriazione del carisma, personalismi, accentramento delle funzioni nonché espressioni di autoreferenzialità, che facilmente cagionano gravi violazioni della dignità e della libertà personali e, finanche, veri e propri abusi. Un cattivo esercizio del governo, inoltre, crea inevitabilmente conflitti e tensioni che feriscono la comunione, indebolendo lo slancio missionario». La Chiesa vuole invece favorire «il ricambio generazionale degli organi di governo mediante la rotazione delle responsabilità direttive», perché questo «apporta grandi benefici alla vitalità dell’associazione» (qui). E ha deciso di farlo mettendo in fila le nuove tavole della legge alle quali i movimenti ecclesiali sono tenuti ad uniformarsi, alla faccia dei carismi: «Per quanto concerne il rinnovo delle cariche di governo, il Decreto limita a cinque anni la durata massima di ciascun mandato nell’organo centrale di governo a livello internazionale (Art. 1), ad un massimo di dieci anni consecutivi l’esercizio di qualsiasi incarico in tale organo (Art. 2 § 1) con possibilità di rielezione solo dopo la vacanza di un mandato (Art. 2 § 2), eccetto il caso di elezione a moderatore, incarico che potrà essere esercitato indipendentemente dagli anni già trascorsi in altro incarico nell’organo centrale (Art. 2 § 3); la funzione di moderatore può essere svolta per un massimo di dieci anni in assoluto, dopodiché non si può più accedere a tale incarico (Art. 2 § 4). Consapevole del ruolo chiave svolto dai fondatori in diverse associazioni o enti internazionali, il Dicastero, al momento di approvarne gli statuti, ha spesso concesso stabilità agli incarichi di governo attribuiti ai fondatori stessi. In tal modo, si è cercato di concedere un tempo sufficiente per far sì che il carisma da essi ricevuto trovi adeguata collocazione nella Chiesa e sia fedelmente recepito da parte dei membri. In forza di questo Decreto, il Dicastero si riserva di dispensare i fondatori dai limiti stabiliti (Art. 5), se lo riterrà opportuno per lo sviluppo e la stabilità dell’associazione o dell’ente, e se tale dispensa corrispondesse alla chiara volontà dell’organo centrale di governo».

Carrón era a capo di Cl dal 2005, da quando cioè fu chiamato da don Luigi Giussani a succedergli. Le sue dimissioni hanno fatto scalpore, non solo perché l’attenzione dei media verso il movimento di Cl è sempre stata altissima, ma perché sono arrivate con ampio anticipo: due anni prima del termine fissato dal decreto del Dicastero per i laici e benedetto da Papa Francesco, diffuso l’11 giugno ma entrato in vigore a settembre e che deve trovare applicazione entro 24 mesi, quindi Carron avrebbe potuto rimanere in carica fino ai primi di settembre 2023.
Spetterà adesso alla Diaconia di Cl, cioè la struttura che ha la responsabilità di governo del movimento, preparare la successione, sulla quale ad oggi si naviga nel buio.
Ma se il terremoto si avverte un po’ anche a Rimini per il fatto che questa città è stata uno snodo molto importante per la vita di Cl, c’è una realtà che qui ha il proprio leader e che è chiamata ad una successione forse non facile. E’ la Papa Giovanni XXIII, il cui responsabile generale, Giovanni Ramonda, è in carica dal 13 gennaio 2008 e quindi dal decreto sulle “associazioni di fedeli” costretto a farsi da parte. Ha raccolto l’eredità impegnativa di don Oreste Benzi, morto il 2 novembre 2007 e per il quale è in corso il processo di beatificazione. Ramonda arriva alla Papa Giovanni come obiettore di coscienza quando ha solo 18 anni. La comunità che lo ospita è stata fondata nel 1968 per essere la casa degli ultimi, «non come assistenza ma come appartenenza» perché «è Gesù che condivide la vita degli uomini a partire dagli ultimi», per usare le parole di Benzi.

La presenza della Papa Giovanni nel mondo intero.

Ramonda ha raccolto un testimone difficile, di quelli da far tremare i polsi. Duecento case famiglia in Italia e 41 all’estero, 13 comunità terapeutiche al di fuori dai confini nazionali, 93 case di accoglienza, 64 famiglie aperte, con un popolo di persone che bussano alle porte dei volontari e di tutti coloro che lavorano per la Papa Giovanni (ci sono anche 464 “dipendenti”): migranti, portatori di handicap, giovani in difficoltà, senza dimora, prostitute, emarginati e così via.
E la mappa della presenza dei discepoli di don Oreste nel mondo è impressionante: Argentina, Cile, Bolivia, Brasile, Colombia, Venezuela, Haiti, Cuba, Zambia, Tanzania, Burundi, Kenya, Ruanda, Camerun, Togo, Sierra Leone, Israele, Iraq, Libano, Bangladesh, Sri Lanka, Thailandia, Cina, Australia, e l’Europa intera. La Papa Giovanni ha una rappresentanza all’Onu, è attiva nelle zone di guerra con l’Operazione Colomba per promuovere il dialogo e la pace. E’ sufficiente questa panoramica per intuire quale complessità comporti tenere uniti i fili di questa esperienza ramificata nel mondo e attraversata da spinte interne di varia natura.
Una struttura operativa e missionaria di questa portata gestisce anche ingenti somme di denaro. I bilanci che vengono pubblicati sul sito internet dell’associazione ne sono la prova. Prendiamo l’ultimo. Stato patrimoniale: immobilizzazioni e investimenti 35 milioni, liquidità in banche e casse quasi 5 milioni, e aggiungendo crediti, rimanenze e ratei si ottiene una somma che supera di poco i 50 milioni.
Dal conto economico: proventi ordinari quasi 28 milioni, costi ordinari 26 milioni, eccetera eccetera. Avanzo di gestione del 2020: 1.189.939 euro.
Da dove derivano i proventi? Per il 46% sono “rette da enti pubblici”, il 26% offerte e fundraising, il 17% rette da famiglie, l’8% altri contributi. Alla voce costi, la gestione delle strutture e i costi generali pesano nel bilancio per il 47%, il personale per il 17%, l’attività sociale e la presenza nel mondo l’11%.
Il Comune di Rimini ci mette del suo per sostenere le attività della Papa Giovanni. Lo si capisce bene scorrendo la lista del contributi pubblici del 2020 (qui). Il totale dà circa 700mila euro. Sono contributi per i progetti Housing First, promozione e sostegno alla maternità, all’affido, progetto Sprar, unità di strada per senza fissa dimora, “albergo solidale” ed altro ancora. Fra gli enti che finanziano ci sono Regioni, vari Comuni, ministeri.
Due volti noti della Papa Giovanni con incarichi politici importanti nelle fila del centrosinistra sono Kristian Gianfreda, diventato assessore alle politiche per la Salute, Protezione sociale, Casa, e governance degli organismi partecipati non societari nella giunta del sindaco Jamil Sadegholvaad, e Stefano Vitali. Prima assessore col sindaco Ravaioli, poi presidente della Provincia ed ora tornato a tempo pieno a lavorare nella comunità di don Oreste Benzi. Il 24 ottobre in Duomo e alla presenza del prefetto della Congregazione delle cause dei Santi, card. Marcello Semeraro, è stata beatificata Sandra Sabattini, figlia spirituale della papa Giovanni. E com’è noto il miracolo riconosciuto dalla Chiesa per intercessione della Sabattini ha riguardato proprio Stefano Vitali.
Quale strada seguirà la comunità per adeguarsi ai voleri del Dicastero dei laici? Qualcosa è già trapelato: «Attualmente l’art. 12 dello Statuto della Comunità Papa Giovanni XXIII prevede che il Responsabile Generale sia eletto dall’Assemblea Generale per sei anni senza limitazione al numero dei mandati. L’art. 18 stabilisce che l’Assemblea degli associati residenti in ciascuna zona provvede ogni tre anni ad eleggere il Responsabile di Zona che deve essere confermato dal Consiglio dei Responsabili di cui diventerà membro di diritto. Anche in questo caso allo stato attuale non sono previste limitazioni al numero dei mandati». Quindi questi articoli dello statuto andranno cambiati. «Nell’Assemblea Generale di fine luglio, Giovanni Paolo Ramonda ha delineato il cammino dell’associazione che guida dalla morte di don Oreste Benzi per provvedere agli adempimenti richiesti. Nei prossimi due anni verrà modificato lo Statuto associativo secondo le indicazioni della Santa Sede. Infine si arriverà all’indicazione, nell’affidamento in preghiera allo Spirito Santo, del suo successore». L’associazione, stando a quanto pubblicato sul proprio sito a settembre, non ha quindi particolare fretta e conta di utilizzare tutti i due anni previsti dal decreto per mettersi “in regola”. Mentre per individuare il terzo responsabile, dopo Benzi e Ramonda, si affiderà allo Spirito Santo.

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