«Stanco di assistere allo scempio di singoli edifici e di zone monumentali»: quando Zuffa presentò le dimissioni

«Stanco di assistere allo scempio di singoli edifici e di zone monumentali»: quando Zuffa presentò le dimissioni

La demolizione del Vescovado, i lavori che deturparono il complesso settecentesco della ex chiesa di S. Girolamo, la demolizione della facciata di Palazzo lettimi, e tanto altro... Ormai la misura era colma e l'allora direttore degli Istituti Culturali del Comune di Rimini pensò di farsi da parte. Ecco i fatti.

Nella martoriata Rimini del dopoguerra a causa dei bombardamenti subiti, come è ormai storia, si stava perpetrando la “soluzione finale” riguardante quei beni storici e culturali che erano stati risparmiati in tutto o in parte dalle distruzioni.
In quel contesto operò Mario Zuffa direttore degli Istituti Culturali del Comune di Rimini, personaggio di eccelso livello, oltreché scomodo, in un clima difficile e ostile in una città che aveva altre visioni circa il trattamento che avrebbe poi riservato al settore al quale egli era stato preposto a difendere.
Abbiamo già narrato in proposito molti episodi che hanno visto l’intervento di Mario Zuffa a salvaguardia dei monumenti cittadini, a volte – raramente in verità – riusciti ma spesso infranti contro il muro della già citata condizione che regnava in città.
Di certo è che da molte corrispondenze contenute degli Atti d’ufficio della Biblioteca Gambalunga, si può capire in quale difficoltà operasse il nostro protagonista e la frustrazione a cui era sottoposto; e, tra i tanti, un altro esempio fu in occasione della demolizione del Vescovado, divenuta occasione per ampliare il suo disappunto fino alla decisione di volersi dimettere nonostante fosse stato insignito dell’onorificenza per meriti culturali. Ma procediamo con ordine.
Nell’apposita cartella troviamo dapprima un biglietto autografo relativo al fatto della demolizione del Vescovado già avvenuta. Quella nefasta circostanza aveva “messo in luce varie strutture e decorazioni”. Proseguiva, il Zuffa, di avere visto “uno stemma malatestiano con la sigla (::) (Roberto?)”, oltre alla lapide di fondazione del Vescovado del Buonamici. Poi continuava affermando che al momento del recupero quale intendeva compiere, “le cose erano già state trafugate”, indicando inoltre il sospetto trafugatore, la sospetta antiquaria ricettatrice, e l’altrettanta sospetta acquirente. Nella nota a piè di pagina concludeva con “ne ho scritto (5 ott.) al Soprintendente ai monumenti”.

In seguito la prova che certificava il clima in cui Mario Zuffa cercava di condurre la sua missione in un terreno irto di ostacoli. Il 5 ottobre 1960 in una lettera indirizzata al Ministro della P.I. in Roma, rassegnava le proprie dimissioni quale Ispettore Onorario e nelle varie motivazioni riportava quella afferente alla demolizione del Vescovado segnalando, nel tema, un fatto inquietante.

“Nel giugno dello scorso anno stavo per spedire la lettera che allego in copia, ma ne fui dissuaso dal mio Sindaco (sono dipendente comunale) che mi pregò di occuparmi dei monumenti di Rimini”. Strana esortazione direi perché egli si stava proprio occupando di ciò per cui era stato “pregato”.
Poi nonostante già si occupasse, o meglio preoccupasse dei monumenti cittadini segnatamente alla loro sorte, evidenziava quanto riporteremo integralmente:
“Da allora sono avvenute altre cose – in parte previste – che mi hanno rafforzato ancor di più l’idea dell’inutilità assoluta della mia modesta opera”, ed elencava quanto avvenuto:
1. Demolizione del Vescovado settecentesco di G. F. Buonamici danneggiato dalla guerra con trafugamento di ogni avanzo della precedente costruzione del sec. XV di cui era la trasformazione.
2. Lavori vari che hanno deturpato il complesso settecentesco della ex chiesa di S. Girolamo.
3. Costruzione di un edificio in Piazza Tre Martiri in stridente contrasto, non dico estetico, ma edilizio con il carattere della piazza.
Ognuno di questi fatti è fonte per me di viva amarezza, tanto più che seguono ad altri non meno gravi avvenuti in precedenza, fra i quali l’illogica demolizione della facciata di Palazzo lettimi, gli arbitrari interventi alle absidi dell’ex chiesa di S. Michele in Foro, la distruzione dei pilastri dugenteschi nel Palazzo oggi della Banca della Agricoltura, la “impossibile” ricostruzione della casa Angherà e così via”.
E dopo una panoramica lucida, cruda e satura di rammarico, arrivava la conclusione:
“Amarezze mai compensate da un intervento positivo di codesto Ministero su qualche altro monumento e soltanto in parte attenuata dalla Medaglia d’argento per i benemeriti della Cultura e dell’Arte di cui sono stato oggetto…”. Poi rincarava il rammarico: “Compresso fra la spinta speculativa dell’edilizia privata e le incomprensioni della cittadinanza e delle Autorità locali, non confortato da un appoggio adeguato da parte delle superiori istanze delle Antichità e Belle Arti, stanco di assistere allo scempio di singoli edifici e di zone monumentali, amareggiato per i mancati, benché promessi, interventi di codesto Ministero in favore dei più cospicui monumenti, bisognevoli di urgentissimi restauri, non mi resta che altro che tirarmi in disparte, augurando a chi mi succederà miglior fortuna.
La prego, pertanto, On.le Sig. Ministro di volermi considerare dimissionario dall’incarico di Ispettore Onorario ai Monumenti di Rimini…”.

La storia ci insegna che le dimissioni non furono accettate e l’ottimo Mario Zuffa continuò ad esercitare il proprio incarico con dedizione e amarezza per ciò che nonostante il suo impegno avveniva intorno a lui fino al 1970.
Gli amministratori di allora non vollero o non seppero comprendere e riconoscere la preziosa opportunità che questo personaggio, dotato di grande intuito e lungimiranza offriva alla città; ma neppure si apprezzò che ciò avrebbe potuto creare una coscienza collettiva diversa circa l’approccio alla cultura, nella formazione in tal senso dei futuri amministratori e cittadini.
Nel prosieguo, e specie nell’ultimo decennio, nonostante la presenza di altri successivi titolati Ispettori Onorari ma anche di personaggi autorevoli della cultura, si sono continuati a perpetrare oltraggi ai residui monumenti culturali. È purtroppo una nera peculiarità tutta nostrana frutto di una non cultura, che ha sicuramente influito negativamente sul fatto che la città potesse divenire capitale di quell’alto significato.

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