Fatti e leggende sulla presenza o meno dei resti murari dell’anfiteatro sotto il Ceis

Fatti e leggende sulla presenza o meno dei resti murari dell’anfiteatro sotto il Ceis

In una lettera dell'ufficio tecnico del Comune di Rimini (1946) compare - forse per la prima volta? - l'affermazione che nell'area che ospita l'asilo svizzero "gli assaggi ripetutamente eseguiti non hanno dato luogo a rinvenimenti di ruderi". Ma quali riscontri abbiamo di questa tesi? Di certo venne smentita subito dalla Soprintendenza che parlò di "vestigia tuttora inesplorate".

C’è una nera leggenda che si aggira per Rimini da oltre un secolo, e narra dell’inesistenza dei resti murari dell’Anfiteatro Romano nell’attuale area occupata dal CEIS. A meno di possibili sviste o personale non conoscenze, non risulta che i sostenitori di queste affermazioni abbiano mai portato a suffragio della loro tesi, non solo prova alcuna, ma nemmeno riferimenti che ciò sia avvenuto in seguito a precise indagini archeologiche svolte in passato.
Con il mero intento di capire la fondatezza o meno di questo assunto, è stato opportuno consultare la documentazione che si è potuta reperire presso la Biblioteca Gambalunga, e segnatamente:
– Fondo Ispettori Onorari dal 1879 al 1914;
– Fondo Ispettori Onorari 1908 – 1923;
– Fondo Ispettori Onorari 1924 – 1932;
– Fondo Ispettori Onorari 1946.
In questo lasso di tempo si sono succeduti vari Ispettori Onorari ma, pur diversi, sempre accomunati da alta competenza e professionalità, dovizia e precisione nella produzione documentale relativa al loro operato. Poi per completare la ricerca è stato consultato anche il relativo carteggio del Genio Civile, presente presso l’Archivio di Stato di Rimini. In verità aleggia un’altra storia riguardante il fatto che sondaggi, dall’esito negativo, fossero stati eseguiti in un tempo imprecisato – dal 1946 in poi quindi – e in punti indefiniti ma anche questi, purtroppo, mai resi noti con prove e risultanze concrete.

PREMESSA
Il monumento non ha avuto una vita facile, sebbene tutelato come si ricorda nell’ultimo atto in proposito: “IL MINISTERO DELLA P.I. CON DECRETO IN DATA 18 AGOSTO 1913 DETERMINA UNA ZONA DI RISPETTO INTORNO AL SITO DELL’ANFITEATRO ROMANO DI RIMINI DESTINATO AD ASSICURARE LA PROSPETTIVA ED IMPEDIRE IL SORGERE DI COSTRUZIONI VICINE”. Carte Tosi, Ispettorato 1920-1923, fonte Biblioteca Gambalunga.
Si tratta di un secondo decreto di rispetto dell’area che peraltro non venne ubbidito, perché dalla parte della città l’area venne costruita e al Comune fu donata solo quella dell’Anfiteatro.

GLI USI IMPROPRI
Di queste vicende è stato scritto tanto per cui arriveremo a quelle recenti o relativamente tali, e per comprendere il perché oggi si è giunti alla paradossale situazione che avvilisce quel sito storico, occorre considerare alcuni importanti fatti avvenuti, tralasciando ovviamente i fenomeni di degrado, incuria, uso improprio e atti di vandalismo ai quali è stato soggetto nel tempo. Ma pure come utilizzo di “orto di guerra” gestito dai militari della Caserma d’artiglieria, che ne arrecarono qualche danno.
Il primo si riferisce all’episodio dell’intervento edilizio della Società Anonima Cooperativa Case Popolari degli anni ’20, cosiddetto Piano Regolatore Anfiteatro. Il secondo, la donazione da parte della predetta a beneficio del Comune di Rimini, avvenuta con Delibera del Podestà n. 15675 del 18 giugno 1930 (disponibile presso l’Archivio di Stato di Rimini).

UNO SCAVO ABUSIVO E NON SOLO
Fino al 1926 e precisamente il giorno 18 novembre, non si hanno notizie di scavi sia in prossimità che all’interno dell’attuale area interrata. La missiva che la Reale Soprintendenza alle Antichità dell’Emilia e della Romagna, in Bologna, a firma di Salvatore Aurigemma, indirizzata al Regio Commissario del Comune di Rimini, riporta un episodio occorso in quell’anno. Tra i punti di varia natura, spicca il capo II che così recita integralmente:

“Ho dovuto con mio rincrescimento vivo, ma non con stupore constatare che contrariamente alle mie ripetute diffide, il Presidente della Società Case Popolari ha fatto eseguire nella estate scorsa a insaputa della R. Soprintendenza, due saggi di scavo, allo scopo di stabilire il tracciato dell’anello stradale esterno dell’anfiteatro sul lato di levante e di delimitare la zona che potrà esser ceduta in vendita ai privati. Ho sporto alla Autorità Giudiziaria, nella mia qualità di Regio Soprintendente alle Antichità, regolare denunzia per esecuzione di scavi abusivi; ma ciò che importa qui che io significhi alla S.V. Ill.ma è questo che, come la Società Case Popolari non aveva alcuna competenza per l’esecuzione degli scavi, così assolutamente inaccettabili sono i risultati di detti saggi agli effetti della delimitazione sia dell’anello stradale sia delle aree che possono essere cedute per costruirvi villini. La S.V. Ill.ma si è resa conto di persona della maniera assolutamente irrazionale con cui i saggi sono stati condotti, e della impossibilità – di cui se solo questa R. Soprintendenza è competente a giudicare tutti possono aver la sensazione – di poter trarre da quei saggi elementi di un qualche valore ai fini che la Società Case Popolari si proponeva. Tuttavia – a parte quella che possa essere stata la presunzione perfino grottesca che possa aver avuto il Dirigente della Società di trarre degli indizi dai saggi esperiti – questa Soprintendenza conviene perfettamente sulla opportunità, anzi sulla necessità che razionali saggi vengano condotti al fine di stabilire e il luogo dove deve essere segnato l’anello stradale e la zona che è da cedere in vendita ai privati. ….”.
Relativamente agli scavi non autorizzati, effettuati al fine di stabilire il tracciato dell’anello stradale che delimitava la sagoma della parte non scavata, non si capisce se fossero stati eseguiti nella parte interna o esterna, ma avendo per oggetto l’individuazione della strada perimetrale, si suppone ragionevolmente che avessero comunque interessato la stessa rimasta quindi ancora intonsa. Poi uno stradello in rilevato (foto qui sotto), sempre abusivo, che attraversava il sito archeologico unendo le due vie opposte esistenti allineate tra loro, Via Sabinia e Via Vezia, del quale non si sapeva dove fosse stato scavato il terreno per quel fine.

Ma tra mille vicende complesse e difficili, conflitto bellico compreso, arriviamo al 1946 quando fu installato l’Asilo Svizzero. Nel frattanto però in molte corrispondenze si dichiarava l’auspicio di scavare l’area ancora non indagata a suo tempo dal Tonini.
È il 24 gennaio 1946 quando l’Ispettore Onorario, con Prot. 193, scriveva alla R. Soprintendenza Antichità Bologna: “Mi giunge notizia che nell’area centrale dell’Anfiteatro romano stia per essere sistemato un Asilo baraccato, donato dalla Confederazione Svizzera al Comune di Rimini. Si tratta di una costruzione a carattere provvisorio, che richiederà però opere di scavo, soprattutto per quanto riguarda la scolatura delle acque. Non so se codesta R. Soprintendenza ne sia stata avvertita, perciò mi affretto a parlarne per ogni provvedimento che essa crederà opportuno di prendere in merito…”.

Il 26 gennaio 1946 l’Ufficio Tecnico del Comune di Rimini scriveva al Sindaco, carta poi trasmessa all’ingegnere del Genio Civile, con oggetto “Progetto di sistemazione di un asilo con baracche donate dal Soccorso Svizzero”. Nella prefata si leggeva: “…l’area scelta per la sistemazione del nuovo asilo baraccato è parte di quella dell’Anfiteatro romano, e precisamente quella non scavata e nella quale gli assaggi ripetutamente eseguiti non hanno dato luogo a rinvenimenti di ruderi. Per l’utilizzo di detta area di proprietà del Comune, la competente Sovrintendenza e il superiore Ministero della Pubblica Istruzione hanno concesso il necessario benestare”.
Come si legge, esiste contraddizione tra le affermazioni “non scavata” e “gli assaggi ripetutamente eseguiti”; o l’una o l’altra direi.

Il 31 gennaio successivo il Soprintendente Giulio Iacopi rispondeva alla lettera che gli aveva rivolto l’Ispettore Onorario alle Antichità – Direttore del Museo Civico di Rimini in data 24/01, con una missiva del seguente tenore con oggetto “Anfiteatro Romano – Installazione provvisoria di baracche dell’asilo infantile”: “La ringrazio della cortese comunicazione inoltrata a questa Soprintendenza in data 24 c., n. prot.193. La installazione delle baracche dell’asilo infantile nell’area dell’Anfiteatro Romano è stata permessa dal superiore Ministero da me informato, a patto che i lavori di scavo per la canalizzazione non vengano approfonditi tanto da recar danno alle vestigia tuttora inesplorate. Comunque, Ella si compiaccia vigilare in vece mia, affinché il monumento non sia in alcun modo danneggiato, e mi tenga informato. Cordiali saluti”.
Molto più credibile ed attendibile, l’affermazione “alle vestigia tuttora inesplorate” in quanto proveniente da un Soprintendente che rappresenta un’istituzione archeologica dello Stato, unica titolata a trattare simili importanti argomenti.

In sostanza si sanciva che fino ad allora (1946) la parte in cui si stavano installando le baracche del CEIS, non era mai stata indagata.
Nel libro “Alla scoperta dell’Anfiteatro Romano”, uscito nel 1999, nel capitolo a cura di Maddalena Mauri dal titolo “Le vicende dell’Anfiteatro di Rimini tra erudizione e scavi”, a pagina 43 si legge:
L’indagine continuò ancora principalmente nel settore di nord-ovest presso le mura, ma ottennero risultati interessanti anche altri limitati saggi eseguiti lungo la parte sud-est fin a quel momento mai esplorata: in prossimità dell’ingresso ad est vennero in luce due piloni ben conservati, uno addirittura per una altezza di quasi tre metri,…”.

UN… PRESAGIO
Infine in una lettera del 4 febbraio 1946 inviata dal Direttore del Museo Civico e Pinacoteca alla Soprintendenza alle Antichità Giulio Iacopi, in relazione all’installazione delle baracche del CEIS nell’area dell’Anfiteatro, dopo avere dato notizia alla Soprintendenza e ricevuto rassicurazione del benestare del Ministero competente a motivo del carattere provvisorio, al contrario si preoccupava.

Egli affermava di avere visto un grosso incartamento e che guardando lo stesso…: “Ho l’impressione che si tratti di un’istallazione tutt’altro che provvisoria, sia per spesa che essa comporta (due milioni), sia per i lavori in muratura che vi sono previsti, sia per l’ampiezza dell’area da occuparsi”.
Ebbene, aveva visto giusto. Nel carteggio custodito presso l’Archivio di Stato nel Fondo Genio Civile nel frontespizio riepilogativo dello stesso, si riporta una somma inerente ai lavori eseguiti pari a Lire 2.302.000.
Lungimiranza, senso della realtà o conoscenza della “cura” riminese per i monumenti? Non è dato saperlo, ma quello che è certo è che aveva perfettamente ragione e già previsto cosa sarebbe accaduto in seguito.

INFINE
Abbiamo cercato di sintetizzare una vicenda che si protrae da tempo immemore focalizzandoci solo su pochi, ma determinanti, aspetti. Il primo che asserisce che l’area dell’anfiteatro non è mai stata esplorata, ed il secondo che la stessa ha visto alcuni – limitati – sondaggi in cui è emersa qualche evidenza.
In ogni caso tutte e due convergono in un’unica direzione, confermando la necessità di scavare la parte mancante del monumento che non potrebbe essere svanito nel nulla.
Vi è da aggiungere che i sostenitori del nulla sotto il CEIS, per ciò che mi consta, come già accennato non hanno mai portato alcuna prova tangibile a supporto della loro tesi.
Non sono uno storico né un ricercatore ma solo un amante della storia – quella vera – della città in cui vivo, e delle sue residue testimonianze culturali, che cerco con le mie modeste capacità di ricordare. Pertanto questa mia ricerca ha il solo auspicio che possa valere come spunto per un dibattito su un tema ormai improcrastinabile. Mi auguro che si possa giungere ad una chiarezza che risieda nell’esibizione di prove certe da parte di chi nega l’esistenza della restante parte dell’Anfiteatro laddove non scavato, o si astenga dal continuare ad affermare ciò immotivatamente solo per perpetrare una consuetudine, a quel punto priva di ogni fondatezza.
Ritengo inoltre che l’annunciata spesa per probabili sondaggi nell’area sia superflua, e che sarebbe quindi meglio impiegare quelle risorse economiche per una definitiva campagna di scavo e restauro, per restituire finalmente il monumento negato alla cultura Italiana, come tanti Ispettori Onorari e Soprintendenti auspicarono in passato. Sarebbe senz’altro un evento di risonanza culturale nazionale e non solo, nel quadro di una vera riscoperta delle radici storiche romane della città ed assieme ad altri aspetti negati parimenti trattati, darebbero alla stessa quella dignità che merita.
Rimini merita sia l’Anfiteatro che il CEIS, ma è evidente che entrambe le realtà non possono convivere nello stesso sito e ciascuna di esse abbisogna di una decorosa definitiva sistemazione. Non serve quindi affrontare il problema sotto l’aspetto ideologico ma, al contrario, dialogico, perché diversamente come si è dimostrato finora si esprime solamente il nulla procrastinando una situazione paradossale.

L’IPOTETICA ORIGINE DELLA LEGGENDA
Ma torniamo in conclusione alla lettera inviata dal Soprintendente Salvatore Aurigemma al Commissario straordinario del Comune di Rimini del 18 novembre 1926, ed in particolar modo al seguente periodo in essa contenuto: “tutti possono avere la sensazione di poter trarre da quei saggi elementi di un qualche valore ai fini che la Società Case Popolari si proponeva”; questa affermazione assai interpretabile se vogliamo, lascia intendere tante cose.
Per completezza di informazione diremo che a seguito della denuncia alle autorità da parte del Soprintendente Salvatore Aurigemma seguirono conseguenti processi giudiziari, in cui emersero altri aspetti molto interessanti; confidando nell’interesse e pazienza del lettore, li racconteremo in una prossima puntata.

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