“A Castelsismondo facciamoci grandi mostre d’arte, come i forlivesi ai Musei San Domenico”

“A Castelsismondo facciamoci grandi mostre d’arte, come i forlivesi ai Musei San Domenico”

Invece di utilizzare la Rocca malatestiana come "contenitore" felliniano, l'esempio da seguire è quello forlivese. Come avveniva anche a Rimini negli anni migliori della Fondazione Carim, con le esposizioni di Linea d'ombra. Attrattive di un turismo qualificato.

Man mano che si materializzano gli esiti delle attenzioni gnassiane ai monumenti cittadini ed alle loro destinazioni, si palesa sempre più il vuoto pneumatico culturale che ha animato questi scialbi progetti. Rimini non inventa e non anticipa, anche se finge, insegue; ma non sa neppure inseguire perché lo fa verso cose effimere di basso valore spacciandole per grandi innovazioni. A tal proposito è assente la volontà e la capacità di organizzare grandi mostre perché, forse, ritenute inutili e non organiche al grande circo messo in piedi in questo ultimo settennato. Invece quegli eventi sarebbero senz’altro qualificanti per la città e attrarrebbero un turismo colto e qualificato che oggi qui non ci viene proprio. Un esempio? I musei San Domenico di Forlì.
In questo sito si stanno da tempo organizzando mostre strepitose di grande richiamo artistico e culturale, che hanno reso quel complesso uno tra i più visitati in Romagna.

Alcuni numeri e i temi di quelle più recenti? La mostra dedicata a “Piero della Francesca. Indagine di un mito”, che nel giugno del 2016 ha totalizzato ben 115.000 visitatori. Ma il dato più interessante è il record assoluto in fatto di presenze straniere (Germania, Francia e Austria) che per la prima volta tocca il 3% del totale; non è poca cosa. Proseguendo poi, il 44% degli utenti proviene dall’ambito locale e dal bacino emiliano-romagnolo, e la seconda regione italiana più rappresentata rimane la Lombardia. Con la conseguente permanenza media nella città compresa tra uno o due giorni.
La mostra “Art Déco. Gli anni ruggenti in Italia” nel giugno 2017 ha chiuso i battenti con 90.400 visitatori.

Ed ora quella in corso, “Tra Michelangelo e Caravaggio”, di cui già si preludono risultati certamente non inferiori alle precedenti, anzi.
E nelle entusiastiche dichiarazioni, che si leggono, dei fautori di questa iniziativa, si afferma di lavorare affinché ciò abbia un seguito nel tempo.
Questi i dati in una città come Forlì che, senza voler nulla toglierle, non ha la risonanza mediatica di Rimini. E tutto senza dilapidare denari per progetti definibili – benevolmente – bizzarri.

Immaginiamo ora una Rocca Malatestiana in cui è stato realmente riportato alla luce il suo fossato, restituendo a quella fabbrica la meravigliosa maestosità che meriterebbe; già di per sé un forte elemento epocale di risonanza e attrattiva culturale. Supponiamo poi che al suo interno una parte di essa sia destinata ad uno stabile museo del Rinascimento con una particolare sezione dedicata al suo committente e ai suoi architetti, mentre un’altra potrebbe accogliere annuali mostre di importanti artisti di richiamo internazionale. Il gioco è facile, qualcuno direbbe, anche perché ciò a Rimini sarebbe favorito dalla presenza di maggiori servizi e diversità di offerta turistica. Nessuna difficoltà perciò per superare quei numeri con grande facilità, e beneficio dell’economia locale soprattutto quella del centro storico.

E così mentre qui si continua a fantasticare di cifre spropositate di turisti che dovrebbero riversarsi a Rimini per vedere il Fulgor, o il Circamarcord ed altre amenità varie inutili da ricordare, altrove si fa sul serio con i fatti concreti.
Anzi si persevera, ostinandosi a relegare la Rocca Malatestiana ad un palcoscenico multimediale. Queste le differenze tra le due città poco distanti tra loro. Oltre ad un’altra fondamentale ed importante che sovrintende le precedenti; quella degli amministratori che le governano. E al fatto che a Rimini non abbiamo un semplice assessorato alla cultura, bensì “alle arti” sebbene silente di fronte a questo stato delle cose.

Salvatore De Vita

Fra il 2009 e il 2012 si sono tenute a Castel Sismondo le grandi mostre di Marco Goldin (Linea d’Ombra), avviate grazie alla lungimiranza di un presidente della Fondazione Cassa di Risparmio di Rimini che rispondeva al nome di Alfredo Aureli. Fra l’altro queste esposizioni, che portarono numeri importanti di visitatori, vennero realizzate con costi abbastanza abbordabili per le istituzioni riminesi che collaborarono finanziariamente: per la prima, “Da Rembrandt a Gauguin a Picasso”, stando ai numeri dichiarati dallo stesso Goldin, il contributo più cospicuo fu della Fondazione (300mila euro), mentre Comune, Provincia, Camera di Commercio, Fiera e Apt se la cavarono con cifre da 8mila a 28mila euro. L’investimento maggiore, 2 milioni, se lo sobbarcò Linea d’ ombra. L’ultima mostra del ciclo fu quella dal titolo “Da Vermeer a Kandinsky”, allestita dal 21 gennaio al 3 giugno 2012. Poi, purtroppo, finì tutto. Eppure la città trasse benefici oggettivi da quella esperienza e ne trarrebbe sicuramente anche oggi se, anziché le politiche culturali da circo Barnum, le istituzioni locali decidessero di puntare sull’arte (Riminiduepuntozero).