I monumenti simbolo di Rimini: la seconda “visita” tocca il ponte di Augusto e Tiberio

I monumenti simbolo di Rimini: la seconda “visita” tocca il ponte di Augusto e Tiberio

Dopo lo Stargate di Augusto e con lo stesso format del dialogo fra "prof" e studenti sulle tracce della storia della nostra città, Rimondini si occupa del bimillenario ponte di bianca pietra d'Istria. Spiegandone tutti i dettagli.

Il gruppo scolastico ha lasciato alle sue spalle l’Arco di Augusto e si è incamminato lungo il Corso, l’antico DECUMANUS MAXIMUS, la strada che taglia il CARDO MAXIMUS e forma la X di ‘decem‘. Quest’ultima via è oggi divisa nelle vie Garibaldi e IV Novembre, che attraversano piazza Tre Martiri, l’antico FORUM. Il CARDO è la trascrizione sul terreno del cardine o asse celeste intorno al quale gira l’universo. Buona parte dei ragazzi si è fermata nelle pizzerie e bar del percorso. Ma Alessia e Christian hanno seguito con pochi altri il professore, che si è fermato davanti alla chiesa di Santa Maria ad Nives. La descrive come opera probabile dell’architetto scenografo bolognese Francesco Galli Bibiena (famosissimo nel ‘700 nelle corti europee). Ma non entra.

ALESSIA
Prof che bella chiesina. C’è scritto VISITOR CENTER entriamo?

PROF
Io non vi ci porto, andrete voi per conto vostro se vorrete, ma dopo la mia visita.

ALESSIA
Ma perché?

Come termina il ponte romano nel plastico del Museo della Città, senza rampe e con un doppio piazzalino capriccioso. A chi sarà venuta in mente una simile errata banalità?

PROF
Il posto è arredato in modo tecnicamente bello e costoso assai, ma è stato fatto da sprovveduti in fatto di archeologia e storia romana. Vi segnalo uno solo dei tanti errori, ma gravissimo. Nella ricostruzione pittorica di Ariminum l’errore peggiore che viene fatto è la ricostruzione del ponte di Augusto e Tiberio senza piloni e con la strada antica a livello della platea del ponte, come è oggi. Lo stesso imperdonabile errore che hanno fatto nel museo con il plastico del ponte antico. Non era così, accidenti, non era così, sono decenni che denuncio questo banale errore in numerosi interventi, non voglio che Rimini faccia la figura di una città di somari agli occhi dei turisti colti. Ci sia stata una volta che i pseudo addetti ai lavori o le autorità amministrative ingannate mi abbiano risposto…
L’acqua del fiume lambiva la base delle pile e insieme le banchine del porto antico. Partendo dalla città una lunga rampa portava dalla fine del decumanus urbano salendo in alto alla platea del ponte – che oggi è al livello del Corso ma non lo era ai tempi dei Romani -; l’antico riminese che usciva dalla città, passata la platea del ponte, scendeva per l’altra rampa esterna fino all’inizio della via Emilia. Questa via, come saprete, al tempo di Augusto c’era già, l’aveva fatta costruire il console Marco Emilio Lepido con l’opera dei suoi legionari iniziando nel 189 prima di Cristo, dopo la presa della città gallica di Bona che poi diventerà Bononia. Andava fino a Placentia, non a Milano come oggi.

Una rampa del ponte di Adriano o di Castel S.Angelo a Roma, messa in luce in scavi non recenti

ALESSIA
Ma perché oggi non le vediamo queste rampe e la strada è al livello della strada del ponte?

PROF
Perché tutta l’area del ponte, e in parte l’area di Ariminum, è sprofondata di circa 4 metri per un fenomeno di subsidenza. La terra, cara ragazza, in genere non sta ferma immobile, orizzontale come i fogli di carta, ma per molte ragioni nel corso dei secoli si alza e si abbassa. Qui a Rimini sembra che persino i geologi che finora hanno studiato la geologia della città non tengano conto di questo movimento. Qui la subsidenza è cominciata poco dopo la costruzione del ponte nel 14 dopo Cristo e si è fermata ancora in epoca imperiale.

ALESSIA
Come fa a dirlo prof? Mi viene in mente che anche a Roma, dove siamo stati due anni fa con la scuola, i ponti antichi sono al livello delle strade moderne e le sponde del fiume sono come qui contenute da lunghi e alti muri.

PROF
E’ vero, anche a Roma devono esserci stati fenomeni di subsidenza nell’area del Tevere, e oggi l’acqua nasconde i piloni dei ponti romani superstiti, ma le rampe c’erano, quelle del ponte Adriano o di Castel S.Angelo, le hanno scavate, e i muri di contenimento del Tevere sono stati costruiti dopo gli anni ’70 dell’800 quando Roma è diventata la capitale dello stato unitario.
I nostri muri che contengono il ponte sono dei palinsesti, costruzioni con modifiche fatte in molti tempi diversi, dall’epoca imperiale, a quella medievale, vi mostrerò la base di una torre del mille, a quelle ‘moderne’ erette nel ‘700, e ancora nell’800, quando misero in opera un idrometro, e nel ‘900.
Nel 1883, nel corso di scavi nel sito di Porta Bologna, in capo al ponte dalla parte della città oggi non più esistente, per la sistemazione di una pesa per carri del locale ufficio del dazio, Carlo Tonini afferma che venne trovata “una grande base di marmo greco”, evidentemente ai piedi orientali della rampa, una delle quattro che in antico, come aveva affermato anche Cesare Clementini, ornavano il ponte. Dovevano reggere quattro statue, ovviamente non sappiamo nient’altro, gli scavi richiesti da Carlo Tonini non furono eseguiti; la base rimase interrata, ma forse scavi futuri potrebbero riservarci delle sorprese.

Veduta del ponte, lato mare in una mattina di primavera, prima degli interventi intrusivi

CHRISTIAN
Prof cos’è il dazio?

PROF
E’ una tassa che dovevano pagare i commercianti che volevano portare in città i loro prodotti. La città manteneva le mura medievali e le porte, che ormai non avevano più uno scopo di difesa, per impedire che i commercianti entrassero in città con le loro merci senza pagare il dazio.
Porta Bologna era una porta medievale con un ufficio del dazio.

Il ponte di Augusto e Tiberio lato monte

Eccoci al ponte, il bianco colore della pietra d’Istria sembra avere catturato la luce…bè è un’esagerazione che voi mi perdonerete. Non sono molti i ponti antichi con gli ordini classici a Roma, in Italia e in tutto il mondo romano; il nostro ponte progettato non con la solita semplicità funzionale, ma con un’articolazione secondo gli ordini architettonici è probabilmente l’unico rimasto. Mettiamoci qui sulla sponda destra dell’antico fiume sfruttando la nuova passerella, così non siamo costretti a vederla. L’orlo superiore del ponte ha una rilevata cornice di ordine corinzio, con grossi modiglioni o sostegni della cornice, sotto la parete è liscia e contorna cinque archi, quello centrale più ampio e con una luce o apertura a due centri, cioè è come il risultato della sovrapposizione di due circonferenze per avere un’apertura più ampia ma la stessa altezza degli altri quattro.

Nei pennacchi degli archi, quei triangoli a due lati ricurvi, ci sono quattro edicole o tempietti con un piccolo timpano, o triangolo in cima completi di trabeazione e di lesene di stile ‘toscano’, ma non di proporzioni tozze come richiederebbe l’ordine, sebbene molto snelle.
Qui vediamo bene che se il nostro ponte è ben articolato architettonicamente, il gusto di quegli otto tempietti rimanda alle rappresentazioni pittoriche pompeiane. Ma su questo torneremo.
Negli anni ’70 del secolo passato scavarono e prelevarono una gran quantità di ghiaia per una profondità di quattro metri intorno al ponte. Per la prima volta, dopo quasi duemila anni, si videro i pilastri del ponte dai quali partivano gli archi. Erano bellissimi a forma di barca con la poppa verso mare e la prua verso monte strutturati in bugnato rustico, cioè in corsi di pietre sbozzate che l’acqua aveva reso quasi naturali, come i davanzali delle finestre del Bernini a palazzo Madama…

Arco centrale a doppio centro: in rosso la circonferenza sottesa alla parte in basso che allarga la luce, in bleu la circonferenza della parte alta dell’arco, che porta la luce all’altezza degli altri quattro archi, Elaborazione e foto di Andrea Serrau

Pompei villa dei Papiri, paesaggio con tempietti

CHRISTIAN
Prof perché dice “erano”, non ci sono più?

PROF
No ci sono ancora, ma annegati in una grande colata di cemento. Quei lavori furono tra i più trascurati e disastrosi fatti senza testa dalle amministrazioni comunali e statali a Rimini. L’avere alleggerito il ponte dalla pressione di quattro metri di ghiaia aveva prodotto qualche crepa di assestamento nella massa bimillenaria del ponte. Panico, oddio adesso il ponte crolla, subito a ricreare la pressione perduta con “piastre intirantate”, enormi blocchi di cemento collocati vicini al ponte e tra loro connessi in modo, dissero, che un eventuale futuro terremoto muovendo i blocchi di cemento non facesse crollare il ponte. Non oso pensare a cosa succederà in un futuro terremoto. Poi costruirono sulla sponda sinistra vicino all’arco del Borgo una banchina di cemento appoggiata al muro di pietra romano, banchina che non si vede perché è sempre sott’acqua. E infine distrussero una torre malatestiana per far posto alla prima rampa in cemento che discende sulle nuove banchine ‘alte’, ma non tanto alte perché diverse volte all’anno vanno sott’acqua. Da allora abbiamo anche noi, come a Venezia l’acqua alta.

Il concio di chiave dell’arco centrale lato mare è decorato con la corona di quercia decorazione assegnata ad Augusto dal Senato nel 27 prima di Cristo.Nel concio di chiave dell’arco vicino la ‘patera’, il piattino simbolo dei VIIviri Epulonum, il collegio sacerdotale dei sacri banchetti

Torniamo al ponte, prima di attraversarlo, adesso fate attenzione alle decorazioni che sono nei conci di chiave degli archi, prima dalla parte a mare e poi vedremo quelle della parte a monte.
Nell’arco centrale verso mare c’è una corona di quercia, la corona civica che era donata al guerriero che avesse salvato un cittadino o un guerriero romani. L’anno in cui Ottaviano venne chiamato Augusto, cioè persona sacra, che è il 27 prima di Cristo l’anno dell’Arco, il Senato gli attribuì la corona civica per avere concluso il secolo di guerre civili. Anche lui di cittadini romani ne aveva ammazzati un bel po’, la sua vittima più illustre, come è noto, era stata Marco Tullio Cicerone, che l’aveva appoggiato appena da ragazzo era arrivato a Roma, quale erede dell’assassinato Giulio Cesare, e si era trovato contro il capo del partito cesariano Marco Antonio; poi si era alleato con Antonio e aveva lasciato, malvolentieri, si disse, che il nome di Cicerone fosse il primo nelle liste di proscrizione, l’elenco dei cittadini nemici politici da uccidere.

Il concio di chiave dell’arco centrale lato monte è decorato con la variante decorativa del clipeum virtutis, lo scudo doro con lodi ad Augusto

ALESSIA
A lei, prof, Ottaviano Augusto non è proprio simpatico, vero?

PROF
No, non mi è simpatico, e nemmeno mi è simpatico il suo prozio-padre Giulio Cesare. E’ un punto di vista storico come gli altri, quelli che esaltano l’impero. A mio avviso, i due Giuli trasformarono per ambizione personale il regime repubblicano romano, che aveva se non tratti almeno delle potenzialità democratiche, in un impero ellenistico, declassarono i cives a sudditi, obbligati a inginocchiarsi e a prosternarsi davanti all’imperatore. Poi il ‘grande’ Augusto, avrà avuto anche “il controllo sulle circostanze”, ma non riuscì a salvare nessun erede di casa Giulia, la sua famiglia, perché sua moglie Livia, che era una patrizia della gens Claudia, riuscì ad eliminarli tutti, afferma Tacito, e a mettere sul trono imperiale i Claudi, una famiglia di pazzi scatenati: Tiberio, Caligola, Nerone. Lo stato romano mutò la sua struttura genetica, la plebe non fu più radunata nel Campo Marzio per votare… Naturalmente ci sono altre prospettive di valutazione storica di Augusto ben più diffuse e autorevoli di quella che io preferisco, tutti gli storici che amano il potere assoluto nelle mani di una sola persona e i fondatori di imperi e i loro intellettuali lo prediligono…

Nel secondo concio di chiave del secondo arco verso la città lato mare, è scolpita l’anfora, simbolo dei ‘XVviri sacris faciundis’ collegio sacerdotale dei curatori delle cerimonie religiose a Roma

Nel secondo concio di chiave dell’arco verso il Borgo, lato monte, è scolpito il ‘lituus’ il bastone col quale gli auguri delimitavano un settore del cielo per leggere i prodigi

Ma Augusto, bisogna riconoscerlo, doveva amare Rimini, la abbellì con l’arco e il ponte, vi stette qualche mese quando Tiberio combatteva in Dalmazia per riassoggettare popolazioni che si erano ribellate.
Forse il ponte era già stato progettato nel 27 prima di Cristo, se consideriamo lo stile ‘manierista’ e non proprio tipico del classicismo attico che Augusto finì per adottare. Ne riparliamo. Finiamo intanto con gli ornamenti dei conci di chiave degli archi. Spostiamoci a monte dell’ingresso del ponte, per vedere l’altra parte, nel concio di chiave dell’arco centrale un clipeum virtutis, cioè uno scudo attribuito ad Augusto dal Senato, sempre nel 27 prima di Cristo, con incisi sopra alcuni elogi per il nuovo padrone dello stato, per il Dominus.
Corona civica e scudo della virtù li troviamo in altri monumenti, in monete ed erano collocati, tra due piante di alloro – sacre ad Apollo il Dio di Augusto – sulla porta della sua casa sul Palatino -. Vedete adesso sull’arco vicino a quello centrale verso il Borgo, scolpito una specie di piattino, è la patera simbolo del collegio sacerdotale dei VIIviri Epulonum, i sette sacerdoti addetti ai banchetti pubblici offerti agli Dei. Nel concio di chiave dell’arco vicino a quello centrale, vi è un’anfora per le libagioni, contrassegno dei XVviri sacris faciundis i quindici sacerdoti preposti alle cerimonie sacre.

Augusto in abito da augure col lituo

Là in fondo, nel secondo arco a partire dal Borgo, troviamo scolpito un lituus, il bastone con la cima a riccio che indicava il collegio degli Augure. Gli auguri che col lituo tracciavano le regioni della volta celeste dove valutare i prodigia, i segni degli dei indispensabili per conoscere la volontà degli Dei per ogni decisione importante dello stato romano. Augusto portava il lituo come fosse uno scettro.
Negli altri cinque conci di chiave gli ornamenti sono scomparsi, ma possiamo immaginare di integrarli con i simboli dei rimanenti collegi sacerdotali che Augusto presiedeva: i Pontifices che portavano due contrassegni: un mestolo, il simpluvium e l’acerra o cassetta per l’incenso, lui era diventato Pontifex Maximus, il capo della gerarchia sacerdotale, l’alto clero romano. Di seguito tutti i successivi imperatori furono Pontifices Maximi fino al 376 quando l’imperatore cristiano Graziano cedette il titolo ai vescovi di Roma, che lo portano tuttora. Le altre raffigurazioni potevano essere: il capuccio con una punta, l’apex che era simbolo dei quattro Flamines; la frusta dei Luperci, i giovani sacerdoti nudi che dal 13 al 15 di febbraio, i giorni dei Lupercalia, correvano per Roma flagellando le donne che incontravano perché si credeva che i colpi di frusta le rendessero fertili.

Iscrizione con i nomi di Augusto e Tiberio e i titoli imperiali

Ne rimane uno … bè vedo che siete stanchi e ve lo risparmio. Passiamo sul ponte, il pavimento in granito è stato sistemato dallo Stato col concorso del Comune di Rimini nel 1884. Prima c’erano i resti del pavimento originale con i solchi lasciati dai carri, ma lo stato della platea era così compromesso che lasciava colare l’acqua della pioggia sotto nelle strutture degli archi. Né la ghiaia che mettevano impediva le pericolose infiltrazioni. Vedete le due iscrizioni dedicate ad Augusto e a Tiberio, con i titoli consolari che ci permettono di datare il ponte, dal 14 dopo Cristo, che è anche l’anno della morte di Augusto e dell’inizio dell’impero di Tiberio, al 21 dopo Cristo, quando fu inaugurato.

Particolare dell’iscrizione con i restauri in ferro e calce ferrosa del 1853

CHRISTIAN
Sono blocchi messi male, prof… cos’è quella calce rossa scura che si vede nel secondo masso di sinistra?

PROF
Questo restauro un po’ rozzo, con ferri di sostegno davanti e dietro e calce arricchita di materiale ferroso è documentato nell’archivio della Provincia nell’Archivio di Stato di Forlì.
E’ un intervento del 1853, ed è interessante perché rispetta senza integrarli i frammenti originali, che alcuni volevano eliminare e sostituirli con una pietra nuova senza lettere; speriamo che un eventuale futuro restauro non lo elimini, perché per quanto elementare rappresenta un modo storico di restauro.

ALESSIA
Prof piace anche a lei la decisione del sindaco di chiudere il ponte al traffico e di non far passare le macchine?

PROF
No Alessia, io sono del parere di Philippe Daverio, che è rimasto deliziato nel vedere che il ponte antico funziona ancora.

La base della torre alto medievale con la scultura di un fiore da una tomba romana repubblicana

Particolare

CHRISTIAN
Prof dov’è la torre di cui ci ha parlato?

PROF
Mettiamoci qui lungo la prima ringhiera del Borgo, dopo i primi pini di via Tiberio, la cui presenza la dobbiamo ai consigli di Pietro Porcinai, il miglioro architetto italiano di giardini, nell’immediato dopoguerra, vabbè ci sarebbe da dire qualcosa sui pini, i giardinieri del Comune li tagliano volentieri, ho il sospetto che li considerino piante fasciste, ma lasciamo stare. Vedete laggiù quel risalto del muro che fa spigolo?
In basso vi sono almeno tre letti di pietre scomposte e diseguali che sorgono dall’acqua. Sono pietre antiche raccolte dai monumenti distrutti, in una c’è anche un fiore scolpito che doveva fare parte di una grande tomba repubblicana a dado eretta a un lato della via Emilia, ne potete vedere un paio intere nel lapidario del museo.
Ma se volete conoscere l’aspetto di quest’area extraurbana e quello della via Emilia al tempo dei Romani, diciamo fino alla località delle medievali Celle, dove nasceva la via Popilia voluta dal console Publio Popilio Lenate nel 132 prima di Cristo, dovete immaginare una sorta di lunga tagliatella, stretta a monte dal fiume Ariminus, che le scorreva di lato, e subito bagnata dal mare dall’atra parte dove c’era la spiaggia, situazione in cui rimase fino al secolo XV circa. Doveva essere un’area con delle buone difese, e anche ben presidiata perché Annibale nel 220 avanti Cristo preferì non attaccare Ariminum e scendere a Roma per un’altra strada. Quest’area era servita da un acquedotto romano, scoperto alla fine degli anni ’20 del ‘900. quando scavarono l’alveo del deviatore del Marecchia.
Adesso ragazzi fatemi concludere il discorso sul ponte poi andiamo nello storico Caffè Pasticceria Vecchi, nata dal caffè del Commercio, quando era in piazza Cavour, nella seconda metà dell’800.
Da pochi anni la pasticceria Vecchi dalla piazza si è spostata nel Borgo. L’attuale padrona fa le paste ancora secondo le ricette di un manoscritto dell’800 che non fa vedere a nessuno. Chissà se oggi ha fatto le Cantarelle…
Allora ragazzi avete fatto caso alle otto tribune o tempietti, che cos’hanno di particolare?

ALESSIA
Sono vuoti.

PROF
Brava! Non sappiamo di preciso il perché non abbiano dei rilievi più che statue, presumibilmente di divinità. Il trono sacro vuoto è un tema antico, ma qui forse le divinità erano state previste.
L’imperatore che conclude nel 21 dopo Cristo il ponte, Tiberio, poco interessato alla sacralità di Augusto, potrebbe averle proibite. Non lo sappiamo con certezza in verità. Ma possiamo concludere: il ponte ha una valenza sacra e imperiale che richiama i grandi monumenti di Roma eretti da Augusto. Il suo stile ‘manierista’, proprio di un’architettura ispirata alla pittura, fa pensare all’architetto dell’arco e quindi autorizza l’ipotesi che la preparazione del progetto del ponte dati al 27 prima di Cristo, ma la sua costruzione sarebbe stata procrastinata fino al 14 dopo Cristo. Badate che è solo un’ipotesi. Ariminum con l’istituzione augustea dell’Italia con undici regiones regioni nel 7 dopo Cristo, che comprese anche tutta la Gallia Cisalpina e gran parte delle Alpi, non fu più la porta dell’Italia, col suo famoso in tutto il mondo Rubico flumen, ma solo una città della Regio VIII Aemilia. Come sede della flotta dell’Adriatico, Augusto le preferì Ravenna, meglio difesa dalle sue lagune e fondò il porto di Classe.

Fotografia d’apertura: il ponte di Tiberio in uno scatto notturno di Gianluca Moretti