Il ritorno del Raffaello riminese: l’occasione per riscoprirsi capitale del Rinascimento. Intervista al prof. Giulio Zavatta

Il ritorno del Raffaello riminese: l’occasione per riscoprirsi capitale del Rinascimento. Intervista al prof. Giulio Zavatta

La lunga e delicata trattativa che ha riportato a casa un importantissimo dipinto appartenuto alla collezione privata di un personaggio anche parecchio discusso, soprattutto come banchiere. Audiface Diotallevi e la Madonna di Raffaello che porta il suo nome. Come prese la strada della Germania. E perché l'opera può diventare l'ambasciatrice di Rimini in terra tedesca. Segnando una fase nuova: "Rimini non ha fatto ancora sapere al mondo che è stata una capitale del Rinascimento". Parla il principale artefice di questa grande operazione culturale.

Giulio Zavatta è un giovane (riminese, classe 1974) docente di storia dell’arte moderna e metodologia della ricerca storico artistica al Dipartimento di Filosofia e Beni Culturali dell’Università Ca’ Foscari di Venezia. Si può dire che abbia avuto un ruolo decisivo nel ritorno a Rimini della Madonna Diotallevi di Raffaello Sanzio. Lui non ama i piedistalli sui quali salire per prendersi gli applausi. E’ uno studioso e bada alla sostanza. Ma è giusto dare a Cesare quel che è di Cesare.
L’avvenimento è davvero importante. Non solo perché dopo 178 anni il dipinto appartenuto alla ricca collezione di Audiface Diotallevi, un personaggio tutto da riscoprire, varca nuovamente i confini della nostra città, ma soprattutto perché consente di riaccendere i riflettori sullo splendore rinascimentale di Rimini, che da questo punto di vista ha tutte le carte in regola per farsi conoscere nel mondo, e in particolare per rinsaldare e far crescere un forte legame con la Germania. La Madonna Diotallevi può diventare l’ambasciatrice di Rimini in terra tedesca, come spiega il professore in questa intervista.

Allora professore, cominciamo dalla figura di Audiface Diotallevi?
Volentieri. E’ stato un personaggio molto interessante per Rimini, anzi direi cruciale. E’ stato il penultimo gonfaloniere di Rimini (dal settembre 1857 al novembre 1859), sotto lo Stato Pontificio. Si muoveva nel mondo finanziario e causò il primo grave fallimento bancario riminese. Ebbe e provocò dei problemi economici, tanto è vero che lo storico di Rimini Luigi Tonini gli dedica un epitaffio non troppo simpatico: “Vita cavalleresca, preteso diplomatico, banchiere incapace”.
Rimini sta vivendo un momento abbastanza entusiasmante: la città dei bagni punta anche all’impresa, molto ambiziosa, della costruzione del teatro, un cantiere che andrà avanti per molti anni e che avrà spese ingentissime. Diotallievi lo vuole a tutti i costi il nuovo teatro comunale, è anche colui che salda il pagamento di 784 scudi a Coghetti per la realizzazione del sipario. Diventa amico di Luigi Poletti, dal quale si fa costruire Villa Mattioli a Vergiano. Un personaggio sicuramente interessante, di quelli un po’ borlerline, che raccolse una importante collezione di dipinti antichi: i viaggiatori che venivano a Rimini nei primi decenni dell’800 dicevano che c’era poco da ammirare dal punto di vista artistico, se non per le chiese e per la collezione del marchese Diotallevi.

Cosa conteneva la collezione Diotallevi oltre alla Madonna che ritorna a Rimini dopo quasi duecento anni?
E’ un po’ difficile dirlo perché, anche a causa delle disavventure economiche, i suoi eredi la disperdono e non è mai stato trovato un inventario di questa collezione. Io sono riuscito a ricostruire circa una decina di dipinti, sufficienti per capire che il gusto era quello che andava per la maggiore nell’800: i cosiddetti “primitivi”, ovvero dipinti su tavola a fondo oro, un genere molto antico, precedente a Raffaello. Ci sono due dipinti di questa collezione che a Rimini sono ben conosciuti: uno è il “Crocifisso Diotallevi” (che in realtà apparteneva al fratello Adauto ma che verosimilmente proveniva dalla stessa collezione originaria), il Crocifisso di Giovanni da Rimini, e l’altro è il “polittico di Norfolk” di Giuliano da Rimini, di proprietà della Fondazione Cassa di Risparmio, entrambi esposti ai Musei comunali. Ho trovato notizie sul fatto che Audiface Diotallevi avesse nella collezione nientemeno che quadri attribuiti a Leonardo, Correggio, Bellini…, ma tutto va poi messo alla prova del vaglio della critica successiva. Per paradosso la Madonna Diotallevi era considerata “al ribasso”: il notabile riminese la riteneva di Perugino, mentre fu attribuita a Raffaello a seguito degli studi compiuti nella seconda metà dell’800.

Quindi una collezione decisamente di valore.
Assolutamente sì, era considerata la più importante in città, ma non solo.

Dove si trovava?
Verosimilmente in quello che ancora oggi è Palazzo Diotallevi, che fu pesantemente bombardato durante la guerra: alcune opere potrebbero essere andate perdute ed altre no. Sulla vendita della collezione Diotallevi le informazioni sono un po’ sfumate, ma portano verso la Francia, la Polonia, la Germania…Verrebbe da dire: peccato che la Madonna Diotallevi sia finita a Berlino, ma forse anche per fortuna, perché altrimenti non l’avremmo più potuta rivedere.

La Madonna Diotallevi come ha preso la strada della Germania?
Per una vendita avvenuta tra il 1841 e il 1842. Diotallevi, ancor prima della dispersione per necessità economiche della sua collezione, la vende ad uno storico dell’arte tedesco, Gustav Friedrich Waagen, che fu direttore della Gemäldegalerie di Berlino e anche il primo titolare di una cattedra universitaria di storia dell’arte. Come si può capire, s’intrecciano in questa vicenda una serie di personaggi anche di notevole caratura.

Di quali dimensioni è il dipinto?
Circa 50 per 70 centimetri, le tavole erano piuttosto piccole.

Quando e come sono nati i contatti per avere il prestito? Dalle notizie uscite si è ricavata l’impressione di una sorta di scambio: noi vi diamo il Bellini e voi il Raffaello.
Se posso permettermi una battuta, non è stato uno scambio di “figurine”. Della serie: Rimini ha concesso il Cristo di Giovanni Bellini e i musei statali di Berlino in cambio hanno ceduto il Raffaello. Non è così che vanno le cose. Anzitutto stiamo parlando di opere delicatissime e che normalmente non vengono spostate. Non è il caso di ripercorrere tutti i lunghi e delicati rapporti intercorsi sull’asse Rimini-Berlino, ma posso dirle che inizialmente i nostri interlocutori tedeschi ci avevano proposto, in vista della Biennale del Disegno, una mostra di disegni di Federico Barocci, uno dei più grandi disegnatori di tutti i tempi. Ho ritenuto che, anche nell’ottica del cinquecentenario della morte di Raffaello (1520, ndr), Rimini avrebbe dovuto puntare sulla Madonna Diotallevi: un evento del genere passa una sola volta nella vita. Questa mia insistenza ed altri fatti, il coinvolgimento di colleghi universitari, il dialogo a distanza con il direttore del Museo di Berlino e con Neville Rowley, uno degli organizzatori della mostra su Mantegna e Bellini (allestita alla National Gallery di Londra e dal primo marzo al 30 giugno prossimo al Gemäldegalerie di Berlino, ndr), tenuto da me e dall’ex assessore Massimo Pulini, hanno raggiunto l’obiettivo che ci eravamo prefissati. Sul quale ci terrei a precisare ancora un aspetto.

Prego.
Insegno ai miei studenti che le opere, soprattutto quelle di pregio, si muovono quando c’è una seria possibilità di avanzamento degli studi. Nel caso della Madonna Diotallevi è accaduto proprio questo: il Raffaello riminese lo restituiremo al Museo di Berlino con un surplus di conoscenze sia in merito al dipinto che al proprietario della collezione, in Germania poco conosciuto e che per circa un secolo è stato chiamato Diotalevi, con una l sola. Io ho scritto un progetto scientifico, che è stato ben accolto a Berlino, e alla fine sono cadute tutte le legittime perplessità che giustamente lo spostamento di un quadro delicato come la Madonna Diotallevi comporta. I nostri interlocutori hanno valutato che il prestito potesse valere il rischio proprio perché fondato su un reciproco vantaggio: Rimini potrà esporre un’opera importante dopo una lunga assenza, e Berlino potrà fare tesoro di una più approfondita conoscenza della Madonna Diotallevi e del proprietario della collezione, perché faremo un catalogo che conterrà anche studi inediti.

Ha avuto un ruolo nel risultato anche il presidente della commissione cultura del Comune di Rimini, Davide Frisoni, oltre che l’ex assessore Pulini?
Certamente sì, abbiamo lavorato insieme, soprattutto negli ultimi mesi e il suo è stato un apporto assai significativo. Frisoni è un artista e ha ben compreso la portata dell’evento, buttando il cuore oltre l’ostacolo per concretizzare la mostra, con uno spirito di servizio che merita senza dubbio di essere segnalato.

Qual è l’importanza di questa Madonna nella produzione artistica di Raffaello?
Non è una delle Madonne più famose, però riveste una straordinaria importanza perché è una delle poche opere giovanili di Raffaello che si colloca a metà strada tra le suggestioni che ha appreso nella bottega del Perugino, suo maestro (e per questo motivo il dipinto fino ad una certa fase è stato attribuito a lui), e alcuni aspetti di novità che invece lo rendono autonomo rispetto al maestro. E’ un’opera cerniera, tanto è vero che Roberto Longhi studiando questa Madonna notava che il volto della vergine è molto arcaico e peruginesco e invece San Giovannino e il Bambino sembrano avere quasi una marcia in più in termini di dolcezza già raffaellesca, portando lo storico dell’arte ad ipotizzare che Raffaello l’avesse iniziata a Città di Castello e poi portata con sé a Firenze dove sarebbe stata terminata, quindi anche con una realizzazione differita. Che sia vera o no questa ipotesi, sicuramente ci aiuta a collocare la Madonna Diotallevi nel momento di passaggio in cui Raffaello si stacca da Perugino e, si potrebbe dire, diventa Raffaello, comincia a muovere passi autonomi e a far vedere quello che poi mostrerà in seguito dipingendo queste figure infantili davvero meravigliose.

Si parla di una assicurazione “salata” per la Madonna dell’urbinate, è così?
Sì, alcune decine di milioni di euro.

Molto di più rispetto al Cristo del Bellini.
In effetti è stato assicurato per 5 milioni di euro, decisamente troppo poco, una cifra giusta sarebbe 30 milioni di euro, ma questa operazione è servita anche a far capire che il nostro valore era tarato troppo basso.

La mostra si terrà dal 31 ottobre prossimo al 6 gennaio 2020.
Si sarebbe dovuta inaugurare a marzo, però le date sono state spostate in avanti sia per la lunga trattativa alla quale ho accennato sopra, e sia per favorire lo studio che confluirà nel catalogo. Tutto sommato ritengo si possa essere soddisfatti, anche perché in questo modo ci poniamo all’apertura delle celebrazioni dei cinquecento anni dalla morte di Raffaello.

Sarà esposta al Museo della città: si può anticipare qualcosa sull’allestimento?
L’esposizione chiaramente tenderà ad essere una sorta di “one-man show” perché è veramente molto difficile per qualsiasi altro dipinto mettersi a fianco di Raffaello senza, mi passi il termine, disturbare. Bisognerà studiare un allestimento suggestivo, io lo vorrei abbastanza sobrio per favorire un contatto intimo con quest’opera, ma naturalmente interverranno dei professionisti su questo aspetto.

Si prevede che la Madonna Diotallevi possa essere molta attrattiva per il pubblico?
Direi che il nome di Raffaello muove dei sentimenti rispetto ad un artista poco noto e una certa aspettativa c’è. Personalmente sarei molto contento se tanti riminesi potessero vedere la bellissima Madonna Diotallevi prendendo coscienza che Rimini è stata una città d’arte con capolavori assoluti. Non sono tante le città che possono vantare un Raffaello: in Regione c’è solo l’Estasi di Santa Cecilia a Bologna (nella Pinacoteca nazionale, ndr), e poi ci sono i Raffaello a Urbino… in tutto il mondo saranno una ventina le città che hanno dei Raffaello, quindi questo evento ricolloca la nostra città nella geografia raffaellesca, dalla quale era uscita. Il catalogo sarà intitolato “la Madonna Diotallevi di Rimini”, agganciando Rimini al cognome Diotallevi, che è estremamente riminese, in modo che questa Madonna quando sarà più conosciuta possa anche diventare ambasciatrice di Rimini in Germania.

Un Paese che ha già molti legami con la nostra città.
Certo, per la Germania Rimini ha un significato che non sfugge a nessuno e da questo punto di vista la mostra favorirà nuove suggestioni, legami ancora più profondi verso quei tantissimi amici tedeschi che Rimini l’hanno amata, frequentata e che continuano a farlo.

In quale parte del Museo sarà esposto il dipinto di Raffaello?
E’ in fase di valutazione, un’idea iniziale era quella di esporla, riallestendole completamente, nelle stanze che ospitano il Cristo del Bellini. Va detto che nel periodo della mostra anche il Bellini sarà rientrato e il Museo di Rimini vivrà un momento di straordinario apogeo. Anche sulla collocazione faremo tesoro dei suggerimenti dei professionisti. La scelta espositiva all’interno del Museo deriva dalla necessità di rispettare precisi parametri di prestito, estremamente vincolanti, che vanno dal controllo pregresso della umidità, della luce, e poi la sicurezza ed altro, che solo il Museo può garantire. Dovranno essere installati nuovi allarmi, senza contare che la Madonna Diotallevi viaggerà con una guardia armata…, è un impegno notevolissimo, con cui Rimini fino adesso non si era mai misurata.

Fra il 2009 e il 2012 a Rimini Marco Goldin ha organizzato alcune mostre a Castel Sismondo, che anche in termini di presenze andarono bene: vede qualche analogia fra il ritorno di Raffaello e quella stagione?
E’ indubbio che Goldin sia un bravissimo imprenditore e che quelle mostre abbiano portato tanta gente. Io però non sono un imprenditore ma uno studioso e il mio punto di vista è che se 20mila riminesi avranno la consapevolezza della unicità, forse irripetibile, di avere un Raffaello a Rimini, il risultato sarà molto più importante dei 200mila visitatori delle mostre organizzate da Linea d’ombra. L’operazione Madonna Diotallevi costa meno di un decimo di una mostra di Goldin, e probabilmente il ritorno di questo dipinto da un punto di vista mediatico, se non dei numeri, avrà un impatto ancora maggiore per la nostra città e soprattutto per come è vista nel mondo: una capitale del Rinascimento. Rimini non ha fatto ancora sapere al mondo che è stata una capitale del Rinascimento, che ha avuto Piero della Francesca, Vasari, Raffaello, Leon Battista Alberti… i più grandi. Un confronto con la mostra che ci prepariamo ad inaugurare mi sentirei di farlo con quella sul Seicento inquieto (Castel Sismondo, 27 marzo – 27 giugno 2004, organizzata dalla Fondazione Cassa di Risparmio di Rimini, ndr): il catalogo di quella mostra è un caposaldo per lo studio del 600 a Rimini, la stessa cosa non si può dire per le mostre proposte da Goldin, seppure abbiano indiscutibilmente ospitato dei capolavori. Sono due modi molto diversi di intendere le mostre d’arte, anche se entrambe hanno la loro ragion d’essere. Una città matura come Rimini deve essere in grado di misurarsi sia con delle mostre da grandi numeri e sia con altre molto più culturali e capaci di consolidare la conoscenza.

Rimini a suo parere potrebbe aspirare a realizzare una grande mostra almeno ogni due o tre anni?
E’ un discorso di programmazione e di risorse: per il dipinto di Raffaello c’è voluto un anno e mezzo di lavoro. Partendo molto prima sarebbe stato possibile pensare ad una esposizione che tenesse insieme la Madonna Diotallevi e Raffaello giovane. Occorrono però una struttura, dei professionisti anche all’interno della macchina comunale e un budget cospicuo, difficile da programmare per una pubblica amministrazione che dispone di un bilancio redatto anno per anno. Ecco perché le grandi mostre in generale vengono organizzate da fondazioni, da privati o dallo Stato, e nel caso di Comuni parliamo di grandi città. In mancanza di risorse bisogna disporre di idee e conoscenze in giro per l’Europa e allora si riesce a portare la Madonna Diotallevi.

Un modello che funziona in Romagna è quello di Forlì, che coi Musei San Domenico sforna mostre di livello.
E’ un bel modello, condivido, che si basa sul fatto che i forlivesi hanno venduto la banca e capitalizzato la Fondazione, diventando in Romagna la realtà con maggiori risorse. Quel modello comunque è cambiato nel tempo: hanno fatto mostre intelligenti e anche coraggiose, portando grandi artisti e sapendoli collegare col territorio. Recentemente si sono viste mostre anche diverse, meno originali direi. In un certo momento pure Ravenna, sotto la guida di Spadoni, ha proposto mostre molto interessanti, pur con minori risorse ma grazie ad un taglio curatoriale forte.

L’arrivo della Madonna Diotallevi può segnare una fase nuova anche per Rimini?
Si, in precedenza il Comune non aveva promosso delle mostre così importanti, contrariamente alle città vicine, e questo potrebbe costituire un salto di qualità nella programmazione culturale: Rimini è una città che rispetto a Forlì ha potenzialità straordinarie perché, ripeto, qui hanno lavorato degli artisti di primaria importanza nel Rinascimento… la narrazione è molto più forte rispetto alle altre città della Romagna. Vedremo se la mostra darà una spinta in questa direzione.