Panzini in bicicletta da Milano a Bellaria: il viaggio che ha fatto storia compie 120 anni

Panzini in bicicletta da Milano a Bellaria: il viaggio che ha fatto storia compie 120 anni

Nel 1963 Sergio Zavoli fu premiato dall'Azienda di Soggiorno di Bellaria Igea Marina per un documentario dal titolo "Panzini ha cent'anni". Più anniversari si intrecciano nel 2023, compreso quello del celebre tour in sella alla "Opel" raccontato nella "Lanterna di Diogene". L’occasione per riscoprire uno scrittore pieno di sorprese. Il Comune di Bellaria Igea Marina si prepara ad accendere un faro su questo intellettuale dalla penna acuminata e spesso irriverente.

Letterati su due ruote
La “camera d’aria” aveva da poco fatto ingresso nella storia grazie allo scozzese John Boyd Dunlop, la ruota anteriore era stata promossa alle stesse proporzioni di quella posteriore, e quando i letterati cominciarono a tessere le lodi del “cavallo d’acciaio”, la strada verso il successo era decisamente spianata. Fu un attimo salire in sella sospinti dall’inno alla “glorificazione del ciclismo” di Vittorio Betteloni, o seguendo Lorenzo Stecchetti (alias Olindo Guerrini) declamare “sovra il ferreo corsier passo contento, come a novella gioventù rinato, e sano e buono e libero mi sento”. Arrivarono “la bicicletta” di Alfredo Oriani, e poi Giovanni Pascoli (“dlin… dlin… Mia terra, mia labile strada, sei tu che trascorri o son io?”), Gozzano, Renato Serra, solo per elencarne alcuni. Qualche decennio dopo (luglio 1941) Giovannino Guareschi inaugurava sul Corriere della Sera i suoi giretti in bicicletta “un po’ per gioco un po’ per dimagrir”. Giretti per modo di dire, come ben si comprende anche solo facendo mente locale al percorso: milleduecento chilometri, da Milano e ritorno toccando Parma, Bologna, Cesena, San Marino, Riccione, Ravenna, Ferrara, Verona, lago di Garda, d’Iseo, Maggiore e Orta, Sesto Calende e poi fin sotto la Madonnina. Della serie, era già stato inventato tutto a proposito della bicicletta, anche in chiave turistica e salutistica, tranne le piste ciclabili, problema che tra il dissolversi dell’800 e i primi del Novecento non si poneva proprio.
Ma a questa lista su due ruote ne manca uno supremamente ciclista, che pedalando sulla sua Opel ha lasciato più di ogni altro un’impronta indelebile nel racconto lento: Alfredo Panzini. Il suo capolavoro, La lanterna di Diogene, ha quell’incipit che non si può non ricordare: “L’undici di luglio, alle ore due del pomeriggio, io varcavo finalmente, dall’alto della mia vecchia bicicletta, il vecchio dazio milanese di Porta Romana. La meta del mio viaggio era lontana: una borgata di pescatori su l’Adriatico, dove io ero atteso in una casetta sul mare: questa borgata supponiamo che sia non lungi dall’antico pineto di Cervia e che, per l’aere puro, abbia il nome di Bellaria”. Bellaria, in ottima e abbondante compagnia, era meta del fior fiore dei letterati, le località turistiche della Romagna rifugio di scrittori nei mesi estivi e non appena. Lo sapeva bene Pier Vittorio Tondelli che compilò nel 1990 il saggio Cabine! Cabine!, una sorta di “geografia letteraria della riviera” (Fulvio Panzeri), e nel giugno dello stesso anno venne allestita al Palazzo del turismo della perla verde la mostra “Ricordando fascinosa Riccione”.

In questo scatto e in quello sotto, la Casa rossa a Bellaria Igea Marina.

La lanterna di Diogene
Nel 2023 cade la ricorrenza di quel lungo, pensoso e allegro girovagare, dalla caotica capitale passando per Piacenza, Fiorenzuola d’Arda, Parma, Reggio, Rubiera, Modena, divagando poi per Lama Macogno, Pievepelago, l’Abetone e giù verso Savignano, San Mauro e Bellaria. Un viaggio dentro i luoghi ma ancor più dentro a paesi, cibi, costumi, e molto più in profondità in un dialogo serrato con il tempo che fugge e insegna, a chi lo sa interrogare. In fondo, una radiografia dell’uomo e delle sue eterne domande guardando in controluce il presente difficile e un po’ oscuro, come sempre è il presente.
Prima di proseguire occorre dire però che celebrare la bicicletta in quell’epoca non era proprio una passeggiata tutta in discesa. Il primo marzo 1900, Cesare Lombroso, sì proprio lui, il maestro dell’antropologia criminale, docente alla Reale Università di Torino, pubblicava sulla compassata e autorevole Nuova Antologia, un trattatello dal titolo minaccioso: “Il ciclismo nel delitto”. Le prime righe svelavano già molto: “Ogni nuovo meccanismo che entri nei congegni della vita umana, aumenta le cifre e le cause della delinquenza come della pazzia”. Ce l’aveva con il “biciclo”, straordinariamente importante “come stromento del crimine”. E diciamo che aveva visto lontano perché sosteneva che “l’uso diffusissimo di una macchina di un certo valore così facilmente esportabile, in specie da quelli che sono più agili, è un incentivo ed una causa di appropriazione indebita e di truffa”. Chissà cosa avrebbe rimbrottato oggi, che le biciclette vanno letteralmente a ruba. Ma se Cesare l’ombroso non vedeva nemmeno un lato positivo della nuova “macchina”, Panzini e molti altri intellettuali, essi stessi ciclisti convinti, invece ne coglievano il fascino e l’irresistibile attrazione.

Sergio Zavoli premiato a Bellaria nel 1963.

“Contentezza”, la definisce nella Lanterna di Diogene, “quando mi accorsi che il pedale rispondeva bene all’impulso, che le case andavano indietro e la verdura della campagna veniva avanti”. Il professore di lettere del “Parini”, quasi quarantenne, si era tolto la “divisa” che trasudava dignità dottorale, lo stiffelius, per evadere su strade polverose, afferrando al volo l’occasione per scappare dalla città e dall’insegnamento e rifugiarsi in Romagna. La peregrinazione e anche la finestra narrativa, si snodano da luglio al termine dell’estate,  delimitando ab origine, si potrebbe dire, la stagione balneare: la Lanterna termina che il sole del mattino si è fatto ormai “fosco” ed è comparso “il caligo”. Annota Panzini che “la stagione precipita verso l’inverno” e i vacanzieri se ne sono andati. Non a caso la mente televisiva di Sergio Zavoli concludeva il celebre documentario Panzini ha cent’anni, col quale vinse il premio giornalistico indetto dall’Azienda di Soggiorno di Bellaria Igea Marina nel 1963, con le immagini delle suorine che a settembre “vanno per la prima volta a bagnare i piedi nel mare dietro agli ultimi capanni. È segno, dicono i marinai, che la stagione è finita, che comincia l’autunno”. È uno dei numerosi anniversari panziniani che arrivano al pettine, gli altri li vedremo tra poco.
Panzini non era ancora “famoso” anche se aveva già scritto parecchio e la Lanterna di Diogene risulterà un eccellente richiamo per emergere. Occorrerà attendere il 1910 e il “battesimo” di due giovani ma già superlativi critici: Emilio Cecchi e il cesenate Renato Serra. Panzini ha quasi 50 anni quando la luce al neon della celebrità ne illumina il nome. Da quel momento se lo contendono case editrici e giornali.
La lanterna di Diogene è stata un parto lungo. Esce in volume nel 1907, ma prima compare in quattro puntate sulla Nuova Antologia tra luglio e agosto 1906, così com’era accaduto nel dicembre 1904 per uno dei capitoli – Nella patria delle anguille – che troverà sistemazione, con non poche modifiche, nell’opera di Panzini tra le più note al grande pubblico, col titolo A Comacchio. Il racconto contiene una delle pagine più artusiane mai compilate, quella sul brodetto di pesce, che ancora oggi fa venire l’acquolina in bocca: “la memoria non dimenticherà per lungo tempo l’afrore del brodetto classico, nel quale la cagnizza e la seppia, la triglia e la torpedine si erano dato convegno di nuoto nella più acidula e grata delle salse”. Non ce n’è per nessuno, da MasterChef in giù.

2023: gli anniversari panziniani e Bellaria Igea Marina
Ma quando era partito per il suo tour ciclistico da Milano a Bellaria? Ce lo dice un amico di Panzini, firma fissa al Corriere della Sera, Orio Vergani, valente scrittore e apripista del giornalismo sportivo. A metà marzo del 1954, scriveva sul Corriere d’Informazione: “Il giorno 11 luglio 1953 è passato, puntuale come tutti gli altri, senza che nessuno ricordasse come nella sua giornata canicolare coincidesse il cinquantesimo anniversario dell’inizio di un viaggio che ha lasciato un segno assai importante nella storia della letteratura italiana moderna…”. Se il 1953 segnava mezzo secolo da quell’11 luglio, nel 2023 si conteggia il traguardo dei 120 anni. La Opel, assicurava Vergani, nel 1903 “era da considerare una veterana” perché Panzini l’aveva “comprata dieci anni prima” e ci aveva già compiuto un altro viaggio, quello nella terra di Giacomo Leopardi. E che l’anno sia proprio quello lo attestano anche le cartoline che Panzini inviava alla famiglia nel corso della biciclettata in giro per l’Italia: “Lodi 11 luglio 1903. Cara Clelia, il sole è medicina eccellente contro i microbi. Non ti meravigliare se il mio animo è in pace. La bicicletta sta benissimo”. E ancora: “Piacenza, 11 luglio ore 9 di sera. Cara Clelia, eccomi a Piacenza. È doloroso dirlo, ma tutti i cimiteri, i fossi, i fiumi, hanno avuto orrore della mia malvagità e, non potendomi soffrire, mi hanno lasciato proseguire fino a Piacenza”. Il messaggio si chiudeva con una raccomandazione alla moglie, telegrafica ma ben mirata a richiamare l’attenzione su questioni molto pratiche della gestione domestica che forse qualche volta trascurava: “Chiavi, gas, porta”.
La terza e principale ricorrenza è questa: l’accademico d’Italia nasce il 31 dicembre 1863 a Senigallia e dunque 160 anni fa. E siamo alla quarta: nel 1983 si diedero appuntamento a Bellaria, su iniziativa del Comune, i maggiori studiosi italiani, da Carlo Bo a Giorgio De Rienzo, da Giuseppe Petronio a Giorgio Barberi Squarotti (in tutto una trentina). Gli atti del convegno furono stampati dall’editore Maggioli, a cura di Ennio Grassi: Alfredo Panzini nella cultura letteraria italiana fra ‘800 e ‘900. Accadeva quarant’anni fa.
Ma ce n’è anche una quinta: su impulso dell’Accademia panziniana di Bellaria Igea Marina e del suo presidente, il compianto Arnaldo Gobbi, in collaborazione con l’amministrazione comunale, il Convitto nazionale Foscarini di Venezia (al quale Panzini accede con una borsa di studio e completa gli studi liceali cominciati al “Giulio Cesare” di Rimini) e il Dipartimento di studi linguistici e culturali comparati dell’Università Ca’ Foscari, nel 2013 si è tenuto l’ultimo focus a più voci su Panzini, di respiro internazionale grazie alla partecipazione di Mary Ann McDonald Carolan (Fairfield University), anche in questo caso raccolto in volume, a cura di Mariangela Lando: Panzini scrittore europeo (Pendragon, 2014).
Volendo essere pignoli, occorrerebbe elencare anche altro: Il libro dei morti, 1893; Santippe, 1913, Rose d’ogni mese, 1933…
Il Comune di Bellaria Igea Marina – “la patria vera” di Panzini, ha sostenuto senza tentennamenti Carlo Bo – sta preparando le celebrazioni che terranno insieme tutta questa ricchezza di date e avvenimenti, solleticando il risveglio del cultore delle belle lettere che riposa nell’appartato camposanto di Canonica di Santarcangelo. Da quel 10 aprile 1939, quando morì nella sua abitazione romana, di acqua ne è passata sotto i ponti. Panzini non ha mai polemizzato in vita nemmeno contro i suoi più severi “giudici” (Gramsci e Croce), figurarsi se da morto ha proferito parola. Ma chissà che la tentazione a interrompere per un attimo il suo riposo eterno non l’abbia avuta, in qualche momento, riprendendo in mano la penna acuminata per ironizzare delicatamente, da maestro quale era nel genere, su quanti hanno pontificato su di lui a volte sparandole grosse e del tutto fuori bersaglio.

Panzini e Rimini
Ma Panzini merita di essere riscoperto anche a Rimini, dove la famiglia ha abitato, prima nel Borgo San Giuliano e poi a due passi dall’ex Collegio dei Gesuiti, in seguito ospedale e oggi museo della città. In via Tonini, al civico 8, campeggia ancora l’epigrafe che recita: “Questa è la casetta della mamma, dove trascorse la sua adolescenza Alfredo Panzini, accademico d’Italia, e il cui ricordo egli ci tramandò in pagine di amore e di pianto”.
Un testimone di primo piano per indagare la personalità di Panzini è sicuramente il riminese Luigi Pasquini, che in decine e decine di articoli per la stampa si è occupato dello scrittore. Uno su tutti: 4 settembre 1933, in Romagna si tiene il “settembre della poesia” e al teatro Vittorio Emanuele (oggi Galli), Panzini davanti a una sala gremita tiene una dotta lectio su Giosuè Carducci, di cui è stato allievo all’università di Bologna. Sullo sfondo il sipario del Coghetti (che non è ancora ritornato al proprio posto e senza nessuna giustificazione del clamoroso ritardo). È un oratore rodato Panzini: “Parla cheto, ma poi scatta e grida ogni tanto”, riferisce Luigi Pasquini sul settimanale letterario Quadrivio, “arriva alla citazione delle liriche e si butta indietro, assorto, mano chiusa sulla bocca, a rimasticarsi per sé la malinconia del Poeta…”. Alla fine “tutti sono in piedi ad applaudire, Panzini si inchina, raccoglie le sue robe e se ne va. Ma il pubblico lo rivuole, come se, non conoscendo il tipo, fosse un tenore al suo debutto”.
Sappiamo che Panzini fu frequentatore della Gambalunga, principalmente a partire dal 1931, e amico del bibliotecario (dal 1929 al 1952) Carlo Lucchesi, che si interessò agli affreschi del Trecento riminese nella chiesa di Sant’Agostino e che, giovane ventiseienne, fu anche alle prese con un duello alla sciabola contro Quintino Quagliati che aveva firmato un caustico ritrattino di Panzini, su un settimanale bolognese (10 agosto 1889): ne veniva fuori corteggiatore indefesso intento a godersi la vita balneare, “giovanotto bizzarro per mania di posare a la Carducci”. Ne uscirono entrambi leggermente feriti ma senza gravi conseguenze. Ne hanno scritto ampiamente Giuseppe Pecci e Nevio Matteini. Burrasche di gioventù. E poi la ben più seria e sofferta commemorazione di Giovanni Pascoli tenuta nella sala dell’Arengo (21 settembre 1924), molto significativa non solo per i contenuti, ma pure per il significato che lo stesso Panzini attribuì a quell’episodio, utilissimo come leva interpretativa dei suoi rapporti con il fascismo. E intellettuale organico al fascismo non fu mai, anzi dovette guardarsi le spalle dalle “sentinelle” del regime pur potendo contare sulla considerazione di Mussolini, del quale però intuì e anticipò il the end tragico: “Mussolini nel 1923 era un Dio! Ed io sapevo due cose: primo, che il popolo quando crea un Dio è per la volontà di crocifiggerlo. Questa cosa è accaduta in molti paesi del mondo, ma in Italia è (come dire?), una specialità. In secondo luogo in Italia esiste un’altra specialità: tutti quelli che vollero sanare l’Italia, non sono riusciti e la loro fine non fu beata…”.
Di luoghi e personaggi tra Bellaria e Rimini è fitta la produzione panziniana, non solo libraria ma anche giornalistica. Si è scritto, a ragione, che Legione Decima e soprattutto Il bacio di Lesbia sono in qualche modo legati alla Gambalunga – e al dialogo fitto intessuto da Panzini con Lucchesi, grecista e latinista – il secondo in modo speciale, tanto è vero che il figlio secondogenito di Panzini, Pietro (anche se per tutti Piero), donò il manoscritto alla biblioteca di Rimini perché, così motivò, “per la parte storica il libro fu, dirò così, documentato nelle severe aule della biblioteca Gambalunga”.

…e vigliacazz de rumagnol
Molti decenni fa si scatenò una specie di gara per “accaparrarsi” Panzini. È di Senigallia, no è di Rimini, nemmeno per sogno, è di Riccione, macché, è a Bellaria che ha stabilito il suo buen ritiro e lì ha composto parecchie delle sue opere, svegliandosi di notte per lavorare in pace e stimolato dal silenzio. Perché riccionese? La tesi, ardita, uscì sul Giornale dell’Emilia nell’agosto del 1951: siccome i genitori di Alfredo “sono detti di S. Lorenzo in strada”, con la nascita del nuovo Comune divenuta “patria riccionese”, allora “Panzini è di Riccione”, scrisse Arnaldo Bueri.
Nato “per combinazione” (parole sue) nelle Marche, di certo Panzini si è sentito a casa a Bellaria e più in generale in Romagna. “Nostra terra di Romagna”, ha più volte sottolineato. Una sua conferenza al Lyceum di Firenze, gennaio 1931, dedicata alla Romagna, fu raccolta in un piccolo volumetto e vi si trova il succo del Dna di una terra e di chi la abita. Memorabile il passo, tratto, con qualche aggiustamento, da Aldo Spallicci: “è leggenda ancor viva in Romagna che quando il signore Iddio ebbe creato il mondo, San Pietro gli dicesse: ‘La Romagna è fatta, e il romagnolo?’ E il Signore diè un calcio per terra e ne balzò fuori e vigliacazz de rumagnol in maniche di camicia, scoperto il petto, il cappellaccio alla brava. ‘Eccomi, o Signore’, disse, cioè: ‘A so iquà, ciò, b… de Signor!'”.
A proposito di Rimini, pare molto probabile che Federico Fellini non abbia mancato di abbeverarsi a certi testi, peraltro molto cinematografici, come la Lanterna di Diogene (o Il padrone sono me! dal quale non a caso è stato tratto un film), dove le pescivendole sembrano le antesignane delle donnone felliniane: “È tutta una processione di ragazze che vengono ad offrire la merce dei loro cesti. L’unica sottanella, succinta, disegna ampie forme femminee, seni che non sono materni e non si direbbero più verginali”.

Una penna spesso irriverente
Ma chi è stato davvero Panzini? Può dire ancora qualcosa ai cittadini globali e ipertecnologici del terzo millennio? Può dire molto, a una condizione però: che si riesca a comprendere il posto che ha occupato nella cultura italiana (ma anche europea) tra la fine dell’800 e i primi quattro decenni del Novecento, la missione che ha esercitato e il lascito ideale ancora vivo. Purtroppo da questo punto di vista Panzini paga lo scotto di studi datati, mentre alcuni di quelli più recenti non riescono a liberarsi da quei filtri interpretativi che hanno contribuito ad affermare cliché sostanzialmente parziali, se non errati, sul professore della Casa rossa. Gli approfondimenti previsti consentiranno di analizzare anche questi aspetti.
Almeno tre i filoni della eredità panziniana che contengono enzimi ancora freschi. Il primo: la cura della parola e dunque del linguaggio, qualità che lo rendono assolutamente prezioso nel tempo presente. Il secondo: il radicamento nel passato, nella tradizione che fluisce dai secoli ancorata alla memoria e alla cultura, per non pencolare inebetiti verso le mode passeggere e i miti impettiti ma vacui. Mito, scrive nel suo Dizionario Moderno, “vale favola”, una di quelle “formule che muovono ogni tanto la coscienza delle masse”. Esempi: “liberté égalité fraternité, la legge è uguale per tutti, re per grazia di Dio, dittatura del proletariato”. Esempio ulteriore: progresso indefinito, “idea madre della civiltà moderna (per chi ci crede!)”. Terzo: nella riflessione sulla Grande guerra Panzini anticipa tutti e matura subito la consapevolezza di una frattura definitiva avvenuta nella coscienza europea, è – commenta – una crisi di civiltà che cerca soluzione nella guerra. Mentre tutta l’intellettualità gallonata continuava a vedere nella Germania il faro orientativo della grande cultura del vecchio continente, Panzini in un piccolo e insolito libretto, Il romanzo della guerra (1914), e su riviste e quotidiani, denunciava tutti i pericoli derivanti dalla “lezione” che quel paese voleva “impartire al mondo” (parole sue). Con l’andata al potere del nazismo, poi, la lezione fu palese a tutti. Come fu possibile tanta barbarie? Ce lo chiediamo anche oggi, costretti a registrare i crimini di guerra nel cuore dell’Europa e la minaccia della distruzione atomica. “Rispettare le singole patrie e le singole libertà”, reclamava Panzini. Era il 1916.
Panzini ha tanto da dire anche su temi oggi sulla bocca di tutti: il rispetto per l’ambiente e la difesa di un’agricoltura naturale. Un secolo fa metteva in guardia dall’impiego della chimica, perché “sono frustate per la terra”.
Il suo umorismo sottile, l’arte di saper guardare dietro l’apparenza delle cose, gli ha fatto scrivere fulminanti definizioni, amate da alcuni citazionisti eccellenti, come Enzo Biagi. Futurismo: “movimento artistico iniziato entusiasticamente da F. T. Marinetti, con tendenza al futuro e odio al passato”. E dopo aver ricordato alcune idee centrali del primo manifesto futurista (Date fuoco agli scaffali delle biblioteche… Demolite le città venerate. Non vogliamo più saperne del passato…) conclude: “Certo distruggere Dante e Omero equivale a far apparire grandi i pigmei”. Cavallo di Troia: “è l’inganno di Ulisse per abbattere Troia. Ulisse fu fraudolento, ma i troiani furono fessi. (La storia si ripete: pacifismo, internazionalismo, ecc. furono il cavallo di Troia dell’Ulisse tedesco)”.

COMMENTI

DISQUS: 0