Dal Kursaal all’accanimento sul Castello: la «rozzezza culturale e democratica» al potere

Dal Kursaal all’accanimento sul Castello: la «rozzezza culturale e democratica» al potere

La storia si ripete ... la prima volta come tragedia, la seconda come farsa. La rocca malatestiana derubricata a "contenitore", poi il vascone in cemento armato nel perimetro del fossato e infine la ciliegina: la prua del Rex. Il prof. Rimondini non sale sul transatlantico e svolge un sintetico ripasso su Castel Sismondo e su una certa impronta lasciata dai sindaci di Rimini.

GLI INIZI SPLENDIDI E LA DECADENZA DI CASTEL SISMONDO

Castel Sismondo era certamente il più famoso castello italiano del ‘400, oggetto di ammirazione di signori e condottieri e di componimenti poetici latini e in italiano. Fu descritto da Roberto Valturio nel de re militari; l’opera venne stampata tre volte nel ‘400 e tre volte nel ‘500 in Francia.
A Firenze sapevano che era opera di Filippo Brunelleschi, come attesta Antonio di Tuccio Manetti:
“fece uno castello, fortezza mirabile per lo signore Gismondo di Rimino” e come ripetono i documenti dell’Opera del Duomo di Firenze che danno il Brunelleschi a Rimini tra il 28 agosto e il 20 ottobre 1438. E a Rimini lo sapevano?, visto che il Valturio, parlando del fossato, afferma che “è opera di una grande mente e di un ingegno illustrissimo”. Non dice il nome, ma la grande mente non può che essere il Brunelleschi.
Assai probabilmente Castel Sismondo è l’unica opera difensiva del Brunelleschi realizzata e giunta fino a noi.
Nei secoli seguenti Castel Sismondo venne modernizzato e diventò Castel Urbano finché nell’800 fu utilizzato come prigione e venne interrato il grande fossato, che era sicuramente la novità architettonica con le sue scarpe e controscarpe, le parti oblique dei muri alte dai 10 ai 15 metri, come una casa di tre piani, che creavano dei canyon. Il Valturio definisce il fossato con due immagini: “a guisa di piramidi” e “come gli argini di un fiume”; quest’ultima immagine ricorda subito le bastionature seicentesche del Vauban. Non c’è dubbio che Castel Sismondo era più moderno delle rocche che Francesco di Giorgio Martini eresse nel feretrano per conto di Federico II di Montefeltro.

LE SCOPERTE DELLA FINE DELL’800 E DEI PRIMI DEL 900

Nella sua opera indefessa di ricerca di documentazione per gli artisti italiani al fine di precisare i regesti esatti delle loro opere, Gaetano Milanesi, famoso per il monumentale commento documentale alle Vite del Vasari, scoprì il libretto di Antonio di Tuccio Manetti con l’affermazione di sopra riportata.
Subito scrisse a Rimini per chiedere conferme dell’attribuzione. Ma dovette incontrare la resistenza di Carlo Tonini che non aveva mai sentito parlare del Brunelleschi. Gli rispose che il castello era attribuito allo stesso Sigismondo Pandolfo Malatesta. Il Milanesi propose allora di presentare il castello come opera congiunta di Sigismondo Pandolfo e del Brunelleschi, una sorta di onorevole compromesso che però a Rimini non venne accolto.
Ma che razza di sprovveduti erano i Riminesi dei primi del ‘900! Non si erano accorti che avrebbero avuto due monumenti rinascimentali di prima grandezza con le massime attribuzioni possibili: il Castello del Brunelleschi e il Tempio dell’Alberti. Rimini, la prima città del Rinascimento dopo Firenze!
L’attribuzione al Brunelleschi poi cresceva in potenzialità perché uno studioso tedesco, Cornelius von Fabriczy, in due opere del 1892 e 1902, studiando una trascrizione seicentesca dei documenti dell’Opera del Duomo di Firenze, scopriva che il Brunelleschi era venuto a Rimini alla fine dell’agosto del 1438 per quasi due mesi. Una ricognizione nei documenti dell’Opera ha confermato questa visita riminese del Brunelleschi.

L’ATMOSFERA SPOSSANTE DEL MAINSTREAM RIMINESE

Per mainstream intendo l’insieme degli storici riminesi, i “Riministi”, uno zoo di studiosi molto tradizionalisti di cui faccio parte anch’io, credo, per quanto io sia assai poco tradizionalista.
Soltanto negli anni ’70 la notizia bomba dell’autoria brunelleschiana entrò nella nostra coscienza di storici ad opera del fanese Gastone Petrini, dapprima in senso fanocentrico.
A Rimini, se escludiamo Gomberto Zavagli, gli storici segnalavano la notizia ma senza crederci molto, veniva fuori una “consulenza” o robetta senza tanta importanza.
Si cominciò anche un restauro del castello in quel decennio sotto la guida di Piero Sanpaolesi, purtroppo con criteri modernistici che portarono a creare l'”ingombro” in cemento armato dell’apparato a sporgere del c.d. palazzo d’Isottta di cui esistevano gli indizi.
Ma almeno – erano gli anni ’70 della ribellione giovanile – in quegli anni le conferenze erano seguite da dibattiti e i restauri erano fatti aperti al pubblico. Dentro il castello un apposito percorso protetto permetteva al pubblico e alle scolaresche di seguire i lavori in tutto il castello. Oggi mettono dei teli per non far vedere quello che stanno facendo archeologi e muratori e per mettere tutti di fronte al già fatto.

L’ACCANIMENTO DI ANDREA GNASSI CONTRO CASTEL SISMONDO

Non credo che Andrea Gnassi sapesse dell’autoria brunelleschiana di Castel Sismondo o anche chi era Filippo Brunelleschi, non gliel’abbiamo insegnato, oppure quando ne abbiamo parlato non stava attento. Credo che abbia saputo del danno che stava facendo solo dopo la prima delle tre cribbiate o accanimenti contro il castello.

PRIMO ACCANIMENTO: IL “CONTENITORE”

Quando sentite parlare un architetto dozzinale di “contenitori” fate bene attenzione perché si tratta di una diminuzione del valore dell’architettura. Un contenitore è come un foglio di carta che avvolge un regalo, di per sé non vale niente. E non è certo il caso di Castel Sismondo. Andrea Gnassi ha decretato, da solo, senza discussione in Consiglio Comunale, di fare del Castello il contenitore di un Museo di ciaffi felliniani, cosa che Fellini avrebbe odiato, dato che la magia delle sue immagini viene diminuita nel vedere che le gemme sono fondi di bottiglia, gli ori porporina e i damaschi stracci stampati. Il castello invece è interessante in tutti i suoi dettagli. Certamente il progetto brunelleschiano è stato interpretato da capomastri e architetti esecutori, e assai probabilmente non realizzato interamente – la parte posteriore è medievale -, ma anche questi “tradimenti” dell’originale brunelleschiano sono importanti e da valorizzare.
Affinità elettive; un ministro dei Beni Culturali fai da te, saltando tutta la trafila burocratica, dopo un solo colloquio con Andrea Gnassi gli aveva destinato alcuni milioni di euro per il museo dei ciaffi felliniani. Gesti che nemmeno le favorite dei re di Francia potevano permettersi, nella Francia di antico regime.
E così il museo Fellini è diventato incombente.

SECONDO ACCANIMENTO: “IL FOSSATO”

Ci siamo messi a studiare il castello, Giovanni Maccioni e chi scrive, per una serie di immagini virtuali che fossero però precise il più possibile, e ci siamo accorti di novità e di parti originali del castello del ‘400 sfuggite sinora alle indagini. Soprattutto è emersa la centralità del fossato, purtroppo nascosto negli anni ’20 dell’800 dalle macerie della cattedrale di Santa Colomba (VI-XIII secolo), ma nel piano regolatore di Benevolo, l’unico che aveva del rispetto per la parte nobile di Rimini, destinato ad essere aperto.
Poi il genio assai poco colto di Gnassi, “di sua certa scienza” come un re di antico regime, senza consultazioni e decisioni del Consiglio Comunale che mette sempre di fronte ai fatti compiuti, decise per tutti che sarebbe stato bello impiantare nel fossato un vascone per avere un impianto di creazione di nebbie o per un telo d’acqua su cui proiettare brani dei film felliniani.
Idea del cribbio, ma l’aveva avuta lui e il fossato anteriore è stato devastato per più di un terzo.
Con il benestare del Soprintendente, malgrado esista un divieto di costruzione nell’area di rispetto del castello del 1915.

TERZO ACCANIMENTO: LA SAGOMA DEL REX

Qualche giorno fa nel teatro ha chiesto agli Industriali di Rimini di dargli dei soldi perché?
Perché così ha una scusa per bypassare nuovamente il Consiglio Comunale e metterlo di fronte al fatto compiuto. E per fare cosa?
Vuole costruire una sagoma del transatlantico Rex con tanto di Gradisca in lacrime, e dove? Proprio davanti al castello. Sarà interessante ancora vedere se la Soprintendenza lascerà fare, malgrado il decreto del 1915. Non sarebbe la prima volta purtroppo e non solo per la vasca nel fossato.
Poi ha parlato anche di quello che intende fare intorno al platano bicentenario tra via Poletti e piazza Malatesta. Mi sembra ridicolo persino riassumerlo. Vuole creare sul povero alberone l’albero dello zio matto di Amarcord con la scala, la suora nana e un disco che ripeta all’infinito: “Voglio una donna”.

E tutto questo entro luglio!

Andrea Gnassi è l’ultimo rappresentante delle amministrazioni di origine veterocomunista che a Rimini hanno dato esempi di una rozzezza culturale e democratica senza esempi in regione. A Bologna i comunisti guidati dall’assessore Pier Luigi Cervellati avevano salvato la città dalla cementificazione selvaggia e dall’espulsione dei ceti popolari dalle periferie. A Rimini alle feste dell’Unità si vedeva il sindaco Ceccaroni a braccetto con l’imprenditore edile Amati.
Vecchi imprenditori mi raccontano ancora di mosaici distrutti durante la ricostruzione di Rimini, per costruire architetture squallide, sciatte e senza anima di sei piani.
E il primo sindaco comunista Cesare Bianchini aveva cominciato distruggendo con le sue mani il Kursaal. Male gliene incolse, perché rimase vittima di una congiura interna di palazzo federale forlivese…

L’APPELLO DELLA “RENATA TEBALDI RIMINI CITTÀ D’ARTE”

Lo zoccolo duro della Renata Tebaldi Rimini Città d’arte, che si è battuta vittoriosamente per dare a Rimini il suo Teatro polettiano – anche se alcuni corvi si sono attribuiti l’iniziativa, compreso il sindaco, il Teatro cari Riminesi lo dovete a noi*** – ha emesso un APPELLO per raccogliere le firme di quanti respingono le iniziative dispotiche di Gnassi e di quanti sanno chi è Filippo Brunelleschi e Sigismondo Pandolfo Malatesta e sono contenti che Rimini abbia una sua opera. Si rivolge soprattutto, in questi giorni, al Consiglio Comunale, ai Consiglieri di maggioranza che sentono nel cuore l’amore per la loro città e magari anche qualcosa dell’antico spirito democratico. Ma poi, se avremo forza potremo anche avere un peso nelle prossime elezioni per eleggere amministratori democratici non dispotici e non nemici della storia e dell’arte.

Immagine: la fotografia inviata da Gioenzo Renzi alla stampa che mostra cosa sta succedendo nell’area archeologica: «è stato realizzato un “vano tecnico” di circa 100metri cubi, nel fossato di Castel Sismondo, interrato ad una profondità di circa 4 metri, con muri perimetrali e divisori in cemento armato, comprendente un serbatoio di 45 metri cubi, un locale tecnico di 25 mq, una scala di accesso per ispezioni di circa 6 mq»; insieme ad un nostro fotomontaggio che trae spunto dalla presentazione fatta dal sindaco al teatro Galli: «una grande prua costruita in modo tale da apparire come se stesse uscendo dal Castello».

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