Lectio per il sindaco con delega alla cultura: eccellenze e problemi del patrimonio culturale di Rimini

Lectio per il sindaco con delega alla cultura: eccellenze e problemi del patrimonio culturale di Rimini

Cinque testimonianze dell'epoca romana, la signoria dei Malatesta, la scuola di pittura riminese del Trecento, il castello di Brunelleschi e il Tempio di Leon Battista Alberti, il teatro del Poletti, la Pescheria e i dipinti del Cagnacci. Ma ci sono anche quattro problemi aperti e seri: riguardano il ponte di Augusto e Tiberio, l'Anfiteatro, il fossato cementato e un possibile tesoro nascosto in piazza Tre Martiri. Giovanni Rimondini: «Arriverà prima o poi un sindaco intelligente e colto al quale non parrà vero di legare il suo nome non alle tettone e culone felliniane ma al più grande in assoluto dei nostri architetti...Sono certo Jamil che quel sindaco sia tu».

INCONTRI RAVVICINATI

Jamil, noi ci conosciamo di vista; mi ha fatto piacere che lunedì 15 tu abbia risposto al mio saluto, quando sono passato davanti al tuo negozio di bellissimi tappeti persiani, malgrado il tormentone a cui ti sto sottopnendo, sei sportivo, complimenti.
Da mezzo secolo cerco di studiare e difendere il Patrimonio culturale di questa città bimillenaria, maltrattato da una serie di sindaci che vanno da Cesare Bianchini che distrusse il Kursaal al cessato sindaco che ha manipolato e compromesso un’architettura, unica in Regione, in Italia, in Europa di Filippo Brunelleschi e ha fellinizzato il centro storico. Spero proprio che tu sia il primo sindaco rispettoso del Patrimonio culturale di Rimini.
Per due motivi poi mi accanisco con ‘astio’ nella denuncia dei danni culturali del cessato sindaco e nelle proposte di rimedio. Il primo motivo è il senso di colpa perché Andrea, il cessato sindaco, è stato un mio allievo nel Liceo scientifico Alessandro Serpieri, quando era in via Covignano; decisamente non gli ho insegnato niente. Il secondo motivo è molto serio, perché il Nostro Patrimonio storico artistico è uno dei quattro punti che la rivista geopolitica “Limes” ha scelto come prerequisito della ripresa dell’Italia, a maggior ragione dopo la peste del 2020: la valorizzazione del nostro immenso Patrimonio culturale – gli altri tre punti sono: la posizione geografica, la chiesa cattolica, l’esercito -.

LE DODICI ECCELLENZE DEL PATRIMONIO CULTURALE DI RIMINI

Sono: LE TESTIMONIANZE DELL’EPOCA ROMANA: 1) IL PONTE DI SAN VITO, 2) IL PONTE DI AUGUSTO E TIBERIO con il porto romano, 3) L’ARCO DI AUGUSTO, 4) L’ANFITEATRO, 5) LA FORMA URBIS E LE MURA ROMANE DI ARIMINUM. LA CENTURIAZIONE C.D. RIMINESE-CESENATE.
La storia romana di Ariminum appare nella grande storia di Roma in due occasioni. Nel 217, durante la seconda guerra punica quando la città ospita un grande campo trincerato per due legioni. Forse il campo legionario di Ariminum è riconoscibile nella stretta e lunga linea di terra tra il ponte romano sull’Ariminus (poi Marecchia) e le Celle, difesa dal mare a nord e dal fiume a sud. Negli anni ’20 lo scavo del deviatore del Marecchia mise alla luce un acquedotto romano di terra cotta. Da censore Flaminio tre anni prima aveva costruito la via che porta il suo nome. Annibale preferì non attaccare la nostra città e cercare di infilarsi nella Flaminia, e fece scollinare il suo esercito con i Galli Boi nel territorio della futura Toscana in un posto sconosciuto. Gaio Flaminio eletto console per il 217 non si era fermato a Roma per le cerimonie sacre dell’ingresso del consolato, cavandosela con un sacrificio ad Ariminum per poi spostarsi nell’Italia centrale e cadere nell’imboscata del lago Trasimeno.

Giulio Cesare, Museo Archeologico Nazionale di Roma.

Il passaggio di Gaio Giulio Cesare (100 – 15 marzo 44 a.C.) del fiume Rubicone, confine dell’Italia dai tempi di Silla, la notte del 10 febbraio del 49 a.C. e l’occupazione di Ariminum è il secondo momento.
Ma quale dei tre torrenti: Pisciatello presso Cesena, Fiumicino presso Savignano, l’Uso o Luso presso Santarcangelo e San Vito, è stato il Rubico dei Romani?
I primi due hanno documentazioni topografiche del X secolo – un doppio enigma perché l’uno esclude l’altro -, l’Uso ha 4 ponti romani che attestano un corso stabile dai tempi di Cesare ai nostri, mentre gli altri due hanno corsi stabili solo nella parte montana. A parte il ‘traditore’ Luigi Tonini, gli storici di Rimini ‘sanno’ da sempre che il Rubicone è l’Uso. Ma dove è stato il passaggio? Non sul ponte di San Vito, ma in luogo boscoso – una pineta costiera – poco prima della foce, a Bellaria-Igea Marina. Ma sono congetture, ovvio.

Anche Giulio Cesare Ottaviano (63 a.C. – 14 d.C.) ha passato il Rubicone per fare la guerra a Roma. Dopo l’uccisione di Cesare alle idi di marzo del 44 a.C., il lontano parente ventenne del dittatore assassinato era diventato formalmente il suo successore, con forte malcontento di Marco Antonio che voleva essere lui l’erede politico di Cesare. L’abile Ottaviano formatosi un esercito privato, tramite l’appoggio di Marco Tullio Cicerone, tramite il quale la sua posizione era stata formalmente sanata dal Senato – privatus cum imperio – aveva accompagnato i consoli Aulo Irzio e Vibio Pansa in guerra contro Antonio che assediava il cesaricida Decimo Bruto a Modena. La guerra contro Antonio si era conclusa a Modena con una sanguinosa battaglia. Entrambi i consoli erano stati uccisi – e Ottaviano venne sospettato del fatto strano della doppia morte – e Antonio era fuggito. Ma a questo punto Ottaviano aveva abbandonato il Senato e si era collegato con Antonio; in un’isoletta sul fiume Reno presso Bononia con Marco Antonio e con il ricco patrizio Emilio Lepido, che aveva preso il titolo di pontifex maximus che era stato di Cesare, aveva aderito a un triumvirato che avrebbe vendicato la morte di Cesare con liste di proscrizione. Il primo della lista era Marco Tullio Cicerone.
Poi Ottaviano passò il Rubicone, lungo la via Emilia, presso San Vito e marciò su Roma contro il Senato. Forse in ricordo di quella nuova violazione del confine d’Italia, fece costruire un grande ponte a otto arcate – o forse due ponti di 4 arcate, in seguito alla caduta del primo e al cambiamento del corso dell’Uso -. L’ARCO del 27 a.C e il PONTE del 14 – 21 d.C. Sono altri due monumenti eretti ad Ariminum dove Augusto tornò per seguire la campagna illirica di Tiberio nella sponda opposta dell’Adriatico, che segnalano una certa predilezione per la nostra città dove aveva mandato anche una colonia di veterani.

La Porta Magna del palazzo del Podestà con i primi emblemi araldici malatestiani, dei primi del ‘300.

6) I MALATESTA per la storia di una grande signoria e per il ricordo che ne hanno fatto poeti e scrittori nazionali e internazionali come Dante Alighieri (Firenze 1265-Ravenna 1321) – Paolo e Francesca canto V dell’Inferno vv. 70-142, Malatesta da Verucchio e Malatestino canto XXVII vv.46-48 dell’Inferno, ancora Malatestino “quel traditor che vede pur con l’uno” canto XXVIII dell’Inferno vv. 73-93 –. Non si contano i grandi letterati nazionali ed internazionali che hanno scritto di argomenti danteschi riminesi, cito Petrarca, Boccaccio, Byron, Eliot, Pound e ce ne sono molti altri.

Il Crocifisso di Giovanni da Rimini a Mercatello sul Metauro, 1309.

7) LA SCUOLA DI PITTURA RIMINESE DEL TRECENTO – Neri, Giovanni, Giuliano, Pietro, Francesco, Giovanni Baronzio e altri – con affreschi in diversi siti da Zagabria a Tolentino, con “fondi oro” nei musei italiani, europei e americani. Rimini potrebbe diventare un punto di partenza per viaggi nei cantieri dei pittori riminesi del ‘300, un centro di turismo culturale.

La “facciata” di Castel Sismondo opera di Filippo Brunelleschi.

8) CASTEL SISMONDO OPUS DI FILIPPO BRUNELLESCHI
Dalla fine dell’800 Castel Sismondo (1437-1446 e oltre) fa parte del regesto di Filippo Brunelleschi ad opera di uno storico italiano e uno tedesco. Appare in tutte le biografie del Brunelleschi nella sezione delle architetture ossidionali. A Rimini però in pochi ci credono. Quello che è rimasto visibile, dopo l’interramento del fossato, ossia “la facciata” del castello è un’opera ben condotta ma non interamente innovativa, come si capisce da molti indizi doveva essere il fossato, una sorta di canyon con i piani inclinati alti 10 metri che anticipa il fronte bastionato dei secoli XVI e XVII. La presenza del Brunelleschi a Rimini nel 1438 fornì delle idee nella costruzione delle mura di San Giovanni in Marignano nel 1442.

La facciata del Tempio Malatestiano opera di Leon Battista Alberti.

9) IL TEMPIO MALATESTIANO, OPERA DI LEON BATTISTA ALBERTI
Leon Battista Alberti (1404-1472) partecipò ai consigli di guerra del signore di Rimini e tracce di questa presenza si trovano nel suo de re aedificatoria e nei Ludi mathematici, con sperimentazioni le anterides base triangula i contrafforti a base triangolare – a San Clemente, S.Andrea in Besanigo, Mulazzano.

Nel Tempio, dove operarono anche altri architetti come Matteo de’ Pasti medaglista, ci sono le sculture di Agostino di Duccio, un affresco di Piero della Francesca – purtroppo fuori posto -, e uno splendido Crocifisso di Giotto – poco visibile – forse committenza di Malatesta da Verucchio.

IL PRIMO RINASCIMENTO RIMINESE mette Rimini nel numero delle città che hanno accolto per prime la grande rivoluzione culturale e formale fiorentina destinata a diffondersi in Italia e in Europa. Tre generazioni di artisti prospettici: Filippo Brunelleschi (1377-1448), che venne a Rimini due mesi nell’autunno del 1438, Leon Battista Alberti (1404-1472), Piero della Francesca che nasce a Borgo San Sepolcro suddito malatestiano (1416-1492).
Il SECONDO RINASCIMENTO RIMINESE è testimoniato dal palazzo Monticoli, opera di Bernardino Guiritti del 1508 – scultore ravennate che a Forlì aveva prodotto decorazioni plastiche su cartoni di Marco Palmezzano e in questo edificio riprende quasi contemporaneamente i progetti per una villa senese e un palazzo romano di Baldassarre Peruzzi – . Allo stesso Guiritti spetta la chiesa di Santa Maria della Colonnella, di committenza comunale del 1511. A Francesco da Carpi spetta il palazzo Maschi-Lettimi del 1513, ancora da ricostruire dopo la guerra, coperto da una rigogliosa, pittoresca vegetazione.

Nel SEICENTO sono di interesse europeo i dipinti di (10) GUIDO CAGNACCI (Santarcangelo 1601-Vienna 1663) che fu a Roma con il Guercino e morì alla corte di Vienna, pittore dell’imperatore Leopoldo I d’Asburgo. Il Guercino dipinse per Rimini lo splendido San Girolamo della omonima congregazione, in pinacoteca, e diversi dipinti per la collezione di Francesco Manganoni, dispersi e solo un paio ritornati a Rimini.

Il SETTECENTO si distingue per alcune opere dei fratelli bolognesi Ferdinando Galli Bibiena – il soffitto della chiesa di S.Agostino, altre sono state distrutte dalla guerra – e Francesco Bibiena – la decorazione della chiesa dei Gesuiti San Francesco Saverio –, architetti e scenografi di fama europea. Tramite la corrispondenza di Francesco Algarotti col francese Pierr-Jean Mariette, (11) la PESCHERIA, 1747, del riminese GIOVAN FRANCESCO BUONAMICI (1692-1759) venne conosciuta a Parigi.

Il Teatro di Luigi Poletti, 1842-1857.

12) Nel 1842 fu affidata da una commissione teatrale riminese a LUIGI POLETTI (1792-1869) la progettazione di un magnifico TEATRO. L’edificio, pensato come un tempio di Apollo, venne terminato e inaugurato da Giuseppe Verdi nel 1857. La sala o pozzetto fu distrutta dalla guerra. In seguito alle strategie dell’associazione RIMINI CITTA’ D’ARTE RENATA TEBALDI il teatro è stato ricostruito su progetto di PIER LUIGI CERVELLATI, purtroppo male eseguito e impoverito dall’UTC. Ora Rimini ha un’esecuzione del secondo millennio del suo nuovo antico teatro dell’Opera e potrà di nuovo stimolare giovani musicisti e cantanti. Cantanti cinesi, giapponesi e coreani stanno diffondendo la nostra lingua, senza capirla, nei teatri dell’Opera in tutto il mondo.

I QUATTRO PROBLEMI SERI DELLA POLITICA CULTURALE DI RIMINI E UN CRIMINE ARCHEOLOGICO

Caro Jamil e anche tu, cara Chiara Bellini, avete letto nell’essenziale i 12 punti che l’amministrazione culturale del Comune deve tenere presente. Non ho messo FEDERICO FELLINI tra i nostri punti culturali forti perché lui si considerava romano, come sua madre, o per meglio dire di cultura filmica romana. Aveva fatto la sua carriera e raggiunto la fama a Roma, non a Rimini.

RIMANGONO DA SEGNALARVI I QUATTRO PUNTI DI CRISI. DEI DODICI SEGNALATI

Il progetto piuttosto banale di sistemazione dell’area di San Vito acquistata dall’assessore Tiziano Arlotti per farne un parco archeologico.

Il ponte malatestiano di San Vito.

Appaiono i resti di un ponte augusteo a San Vito.

IL PONTE DI SAN VITO

Lo conosco da molti decenni, l’ho studiato e ho pubblicato un paio di ricerche. L’arco superstite molto bello è opera del ‘300, come si capisce dal tipo di muratura; da poco mi viene in mente insistentemente come committente non Galeotto ma Carlo I Malatesta, che a Santarcangelo aveva costruito la grande torre della rocca, ma non ho elementi per fondare una congettura. Marcello Cartoceti dell’ARRSA poi scavò e trovò il ponte romano che avevo immaginato, partendo dal molto materiale litico incastonato nel tessuto murario del ponte medievale. Tutta l’area apparteneva alla curia di Rimini. L’assessore Tiziano Arlotti acquistò per il comune di Rimini la parte di terreno dove dovevano esserci i resti del ponte. Un ponte magnifico a 8 o più arcate, che Marcello Cartoceti datò all’epoca augustea, giustamente a mio avviso. Già da allora si pensò ad un parco archeologico, con possibilità di visite al cantiere del ponte in fase di scavo.
A me venne in mente e lo scrissi su “Ariminum” che forse poteva trattarsi di due ponti di 4 arcate costruiti il primo sull’arco di un meandro dell’Uso e, dopo il suo rovesciamento – l’Uso ha inondazioni terrificanti tuttora – il secondo alzato sul nuovo letto scavato nella bisettrice del meandro. E’ solo un’ipotesi che può essere inverata o falsificata dai futuri scavi.

IL PONTE DI AUGUSTO E TIBERIO

Gli interventi del cessato sindaco intorno al ponte di Augusto e Tiberio (14 d.C. – 21 d.C.) contrastati da abitanti del Borgo e da storici riminesi, non hanno nemmeno affrontato i seri problemi del ponte romano, iniziati negli anni ’70 quando l’architetto brutalista Vittoriano Viganò (1919-1996) o il suo studio, mise le mani sul porto romano e malatestiano di Rimini. Distrusse una torre malatestiana per fare una discesa in cemento armato. Levò intorno al ponte una base di 4 metri di profondità di ghiaia producendo delle crepe. Certamente questa ghiaia doveva tenere fermo il movimento del ponte, ma le crepe produssero il panico. Per ‘rimediare’ i brutalisti circondarono il ponte con “le piastre intirantate”, enormi blocchi di cemento collegati “ma anche” separati per non creare danni al ponte in caso di un forte terremoto. Non voglio immaginare cosa succederà in caso di terremoto. Si produsse con questo scavo il lago di acqua sporca stagnante che tuttora vediamo.

Non ci fu solo questo, i brutalisti cementarono una parte dei blocchi sagomati del porto romano nel lato del Borgo – ahi!, Soprintendenza archeologica, che sei stata abolita dal rottamatore Matteo Renzi… – per una banchina che serve ai pesci perché non è riuscita mai ad emergere e giace là sotto l’acqua…
Ma vennero recuperati i pezzi dell’arco che Sigismondo Malatesta, bisnipote di Sigismondo Pandolfo, aveva fatto gettare in acqua per impedire l’entrata a Rimini delle truppe pontificie nel 1528, l’ultimo anno in cui gli ultimi Malatesta infierirono su Rimini.

Vedemmo anche le ben sagomate basi dei pilastri in forma di nave con la prora rivolta alla corrente che arrivava dalla parte sinistra del fiume, e sulla parete del muro del Borgo a destra di chi esce da Rimini si potevano leggere le fasi di una subsidenza, ossia dello sprofondare dell’area del ponte, del Borgo e di parte della città di Rimini. Il porto antico non venne riconosciuto, perché gli archeologi erano e sono ancora affascinati dal secondo porto romano, una balla riconoscibilissima di Cesare Clementini, contro la quale mi batto invano da decenni. E tutto rimase così in disordine finché arrivò il cessato sindaco con le sue idee imperiose e superficiali, e alcune anche suggestionate, creò un giardinetto sul disastro e bucò il muro palinsesto romano, medievale, settecentesco per i sostegni di una sua passerella.

La parte dell’Anfiteatro oggi visibile.

L’ANFITEATRO

Venne salvato da un piano di costruzione di “case [in realtà villini] per operai” da Vittorio Belli e Alessandro Tosi – due leoni che hanno difeso e aumentato il Patrimonio culturale di Rimini, che segnalarono al Soprintendente di Ravenna Giuseppe Gerola l’esistenza di mura romane – ancora poco conosciute dagli “addetti ai lavori” – e dell’anfiteatro. Il Gerola produsse un documento di protezione e salvaguardia. La cosa non piacque, ma negli anni ’30, sotto il podestà Pietro Palloni, l’impresa costruttrice donò il terreno dell’anfiteatro al Comune. Palloni vi fece piantare dei pini e continuare gli scavi archeologici già iniziati nell’800 da Luigi Tonini. Ci sono in Gambalunga le foto di questi scavi e si vede sotto e intorno all’arena ovale un condotto d’acqua praticabile nel quale scaricavano i fognoli dell’anfiteatro, ma non solo, poteva trattarsi anche di un condotto per l’inondazione dell’arena al fine di permettere rappresentazioni navali. Il condotto è pieno d’acqua, da qualsiasi parte provenga quell’acqua ci accerta che l’impianto idraulico dell’anfiteatro funziona ancora. Perciò chi dice che sotto i due terzi di terreno non scavato non c’è niente, mente per la gola.
Nel dopoguerra si accamparono nel giardino pineta degli anni ’30 le baracche di legno dell’Asilo Svizzero, benemerita istituzione educativa, ma senza il senso della storia e dell’archeologia, e anche della stabilità e del rispetto della legge. Perché tutti i bambini che hanno vissuto in un luogo dove non potevano stare per le leggi nazionali che proteggono le aree archeologiche e per rinnovati decreti di sfratto non rispettati avranno capito che da noi di fatto la cultura non è garantita dalle leggi che formalmente la proteggono. Il cessato sindaco ‘educato’ nell’Asilo Svizzero ne è un esempio: non si è fatto fermare da due decreti ministeriali che difendevano l’integrità di un’opera di Filippo Brunelleschi. Rimane da capire perché in questo è stato assecondato dal Soprintendente delle Belle Arti e del Paesaggio di Ravenna. E rimarrà da capire il destino dell’esposto fatto da Italia Nostra alla magistratura di Rimini. Si tratta sempre di trasferire l’Asilo Svizzero altrove per recuperare finalmente un monumento gigantesco di Ariminum.

Sgomento culturale. Una cementata dentro il fossato di Filippo Brunelleschi.

Giovanni Maccioni, ricostruzione della sezione del fossato di Castel Sismondo, in base al rilevamento col ponte morto di Antonio Zoli, corretta con i disegni di Pacifico Barilari e le misure di Roberto Valturio.

Giovanni Maccioni, ricostruzione del fossato di Castel Sismondo, per il Valturio: opus di una grande mente e di un ingegno famosissimo.

CASTEL SISMONDO

Castel Sismondo è diventato un problema col cessato sindaco. Nel Piano regolatore di Leonardo Benevolo, entrato in vigore nel 1999, era prevista la sua apertura, richiesta poi dal nostro maggiore castellologo l’ingegnere Dino Palloni e da altri importanti membri dell’Istituto Italiano dei Castelli, nelle due campagne di restauro del dopoguerra, nei due convegni, uno internazionale, e nelle diverse pubblicazioni della Fondazione Cassa di Risparmio di Rimini. Anche il cessato sindaco all’inizio sembrava intenzionato…poi, all’improvviso decide di piazzare il Fellini Museum nel “rudere” e di cementare il fossato, “tanto sotto non c’è niente”. Dirò in un prossimo intervento perché questa decisione estemporanea del cessato sindaco mi puzza di suggestione.

Ora Jamil, si tratta proprio di disfare, poco alla volta, cominciando dalla parte dove c’è l’arena e la tomba di Dracula, la cementazione armata che dagli anni ’60, a brutalismo defunto negli anni in cui fu accolto a Rimini, dilaga ancora.

UN PONTE ROMANO A RIMINI SCOMPARSO NEGLI ANNI ’70

C’era una volta un ponte romano a Rimini là, dove l’Ausa, prima di diventare una fogna, attraversa la via Flaminia (220 a.C.) davanti all’Arco di Augusto (27 a.C.). Il ponte era un palinsesto, in basso c’erano gli archi repubblicani, forse quelli di Flaminio, e sopra un ponte tardo antico più volte rifatto. Si vedono ancora le fotografie del caro estinto.
Un’amministrazione comunale della linea Bianchini – Gnassi, di quelli che non vedono la storia e la cancellano, negli anni ’70 l’ha fatto sparire, lasciando al suo posto un sottopassaggio. E’ grave? Jamil, esasperato faccio dell’ironia, no anzi del sarcasmo. In fondo di ponti romani ne avevamo già uno – che proprio in quegli anni veniva cementato – cosa ce ne facciamo di due ponti romani? Visto uno, visti tutti.

La casa del tesoro pittorico sconosciuto.

UN TESORO PITTORICO NASCOSTO IN PIAZZA TRE MARTIRI

Distrutta all’80% nell’ultimo conflitto mondiale, il centro storico di Rimini col suo 20% non finisce di sorprenderci. Appena nominato Ispettore Onorario – cioè a dire senza paga – della Soprintendenza ai Beni Ambientali e Architettonici di Ravenna, che oggi, dopo l’abolizione delle Soprintendenze archeologiche fatta dal ‘rottamatore’ Matteo Renzi, personaggio politico del tutto digiuno di cultura, archeologia e storia, si chiama con titolo napoleonico Soprintendenza Belle Arti e Paesaggio, vidi dalle finestre della mia casa la demolizione di un palazzetto nascosto del ‘500. Sopra i muri delle finestre c’erano paesaggi cinquecenteschi e sul muro di un pianerottolo dall’intonaco scrostato era apparsa una figura femminile allegorica in grandezza naturale, drappeggiata con un mantello giallo. Ricordo ancora quel giallo ombreggiato di oro vecchio luminoso; mi era sembrato, visto col binocolo, una familiare figura di un pittore manierista bolognese, forse Prospero Fontana…non riuscii a vederlo da vicino e sparì con tutta la casa.

Jamil e Chiara Bellini capite il dispiacere che ho provato? E anche un dispiacere molto più grande quando ho visto cementare il fossato del Brunelleschi. Datevi da fare per consolarmi. Quando stavo nell’Indistinto prenatale l’Angelo delle nascite mi disse: A coso, te stanno a cercà. Te tocca de nasce. T’ho da farte na domanda sur Destino tuo: che vuoi fa’ nella vita nova: voi goderte la gioia rara de l’opre d’arte e de l’historia o voi fa li sordi? Ricordo benissimo d’avere detto: i soldi, i soldi, forse per qualche riminiscenza di vite precedenti. Ma l’Angelo o si sbagliò, oppure mi fece un dispetto e mi toccarono le gioie rare dell’arte e della storia; ed è vero che sono gioie profonde e dense; ma poi non ci sono solo gioie, soprattutto a Rimini, ci toccano anche dispiaceri altrettanto profondi e densi. E grandi sorprese.

Qualche anno fa, sfogliando le carte di un registro dell’archivio notarile di Rimini conservato nell’Archivio di Stato di Rimini, – per chi ha interesse era una perizia contenuta in atti del notaio Giovan Battista Martelli, registro 4185, 1781 – come spesso succede non stavo trovando quello che cercavo ma mi capitò una sorpresa strepitosa.
Nella perizia presentata il 4 settembre 1780, scritta dai periti Luigi Moretti e Domenico Bagli, è descritto dettagliatamente un palazzo della piazza “detta di S.Antonio”, oggi Tre Martiri. Il palazzo è un piccolo palinsesto veneziano trecentesco e riminese settecentesco. Nel 1780 era chiamato la casa di Pietro Pivi Angelini, e dei suoi eredi Filippo, Bartolomeo, Antonina, Felice e Orsina. L’avevano acquistata i Battaglini.

Non ho mai visto un inventario così dettagliato da periti attrezzati che non esitano a valutare anche la quadreria con attribuzioni che non sembrano avventate.
Per esempio, descrivono e quotano le quattro colonne gotiche di facciata “N.° 4 Colonne, con Base, e Capitelli di pietra di Sanmarino poste nel portico del logiato della Piazza. Valutate tutte quattro S(cudi) 16” e due colonne veneziane interne: “Altre due Colonne con Base e Capitelli di Pietra d’Istria nel logiato a pianterreno nel primo Cortile vicino alla Scala considerate S(cudi) 8” [gotiche veneziane esistenti]. “Altre Colonne parimenti di Pietra d’Istria con suoi finimenti come sopra poste al logiato superiore di detta logia ascendenti a S(cudi) 6”. Queste non più in loco, ma in una stanza della casa.
E poi c’è una serie di dettagli pittorici che non mi sarei mai aspettato, perché era noto che le pitture affrescate sui muri delle case non si valutavano, ma queste sono speciali e quotate molti scudi. C’è da aspettarsi che si tratti di capolavori noti e di fama tramandata.
Riguardano due camere che danno sulla piazza al primo piano e una Galleria, così descritte:
“Solari in particolare di varj prezzi, li tre Solari cioè delle due camere che guardano sulla Piazza, e l’altra contigua a quella sono li pianciti di quadri Nostrani rotati e Sagramati valutati scudi quindici la canna; sono Canne piedi 45, 3 S(cudi) 51:79:6.” Le due camere che davano sulla piazza non sono voltate come le altre “a cielo di carozza” ma probabilmente a cassettoni di legno. Queste due sale solo di particolari strutturali costano come un piccolo podere. Segue: “Solaro del piccolo Passetto contiguo alla Camera grande della Piazza fatto come sopra, e valutato allo stesso prezzo in tutto Piedi 42, 2 S(udi) 6.”

Ed ecco la meraviglia: sotto il titolo “Pitture delle Camere” qualcosa che fa sognare:
“Pittura della prima Camera che guarda alla Piazza considerata S(cudi) 30. [è la camera grande] Pittura della seconda Camera che guarda come sopra considerata S(cudi) 15. Pittura della Camera contigua alla sud(dett)a considerata S(cudi) 8. Pittura della Galleria S(cudi) 5. Ornamenti di Stuccho: N.°7 Ornamenti di porte con stipidi e cimasa intaglio di Stuccho valutati S(cudi) 21. Un Camino posto nella Camera grande della Piazza ornato d’intaglio a Stuccho, ed altro Camino nell’appartamento de’ Mezzati su la Piazza S(cudi) 10.”

L’appartamento dipinto è valutato in tutto 146 scudi, il prezzo di un podere grosso.
Vien subito in mente Piero della Francesca (1416 (?)-1492) che abitò a Rimini dal 1482; non si sa per quale motivo. Vero è che la descrizione delle sale fa pensare più ad una sistemazione cinquecentesca che ad una del tardo quattrocento, ma non esclude quest’ultima possibilità. Un pittore di gran nome. Se non Piero potrebbe essere stato Giorgio Vasari? Ma il Vasari, a Rimini, ospite nel monastero di Scolca dell’abate Faetani, lo avrebbe scritto. Ci sono ancora?

Accompagnato dalla comune amica architetto Alessia Gattei, sono stato ricevuto dalla gentile signora che ha la fortuna di possedere la casa. C’era anche la signora anziana che ci ha detto che subito dopo la guerra l’architetto che il padre aveva incaricato dei restauri aveva visto le pitture e aveva proposto di metterle in luce, ma il padre non aveva acconsentito. Ragion per cui si può sperare che ci siano ancora. Più facile se sono affreschi, se sono di tempera le cose sarebbero più delicate. Spero anche che la signora giovane si decida a fare almeno un saggio di verifica. Faccio voti solo che lo affidi a gente del mestiere e non a fai-da-te che rovinerebbero quanto è rimasto. Mi piacerebbe prima di morire di vedere quelle “pitture” e già che ci sono aggiungo che mi piacerebbe anche di fare in tempo a vedere recuperato in parte intero il fossato del Brunelleschi, perché si inveri l’aspettativa di uno spazio piranesiano anticipato nel Quattrocento. Altrimenti pazienza, arriverà prima o poi un sindaco intelligente e colto al quale non parrà vero di legare il suo nome non alle tettone e culone felliniane ma al più grande in assoluto dei nostri architetti, l’immane Filippo Brunelleschi. Sono certo Jamil che quel sindaco sia tu.

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