“Rimini non è una città degna di Pound”: Davide Brullo contro i puristi

“Rimini non è una città degna di Pound”: Davide Brullo contro i puristi

Risposta travolgente a chi pensa che non si possa onorare Pound, nemmeno con una banale dedica del "campone", perché il poeta è stato un "cattivo maestro".

Non amo i puristi – mi fa paura chi accampa pretese di purezza, chi pretende di dividere i buoni dai cattivi, chi sa chi salvare e chi condannare. I paladini della purezza, anzi, della pulizia, mi rimandano – sopruso inappropriato e gemellare – ai burocrati sovietici che punivano per sentito dire o ai randellatori in camicia nera che menavano per gioco.

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Il fatto. Il Comune di Rimini intende intitolare a Ezra Pound il “campone” che fa aureola a Castel Sismondo. L’atto pare ovvio: Pound non solo è transitato per Rimini, nel 1922 e nel 1923, ma ha fatto del principe di Rimini, Sigismondo Pandolfo Malatesta, il protagonista dei così detti “Malatesta Cantos”, la porzione VIII-XI dei Cantos. Era folgorato dal Tempio Malatestiano, il geniale ‘Ez’, tanto che un suo ‘discepolo’ recente, il poeta australiano David Brooks, ritiene che “Il Tempio è sostanzialmente la metafora dell’intero progetto poetico dei Cantos”. [David Brooks, va ribadita anche la fedina politica dei poeti in questi tempi idioti, non è un nostalgico dei fasci, tutt’altro: “La sua visione politica non ho mai neppure tentato di accettarla. Ma non è stata certo la prima grande intelligenza ad aver fallito durante gli immensi orrori e le contraddizioni del XX secolo”].

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Preciso. Intitolare un’area civica a Ezra Pound, in Rimini, è talmente ovvio che pare uno sgarbo. Un certo numero di anni fa, quando praticavo per “La Voce di Romagna”, scrivevo una cosa vergognosamente banale. A Pound non bisogna intitolare uno spazio e lavarsene le mani. Rimini deve diventare un centro di studi poundiani, che raccolga i massimi ricercatori nazionali e internazionali. Rimini, d’altronde, è la patria di un grande editore, Walter Raffaelli, che sugli studi poundiani ha fondato parte della propria autorevolezza. Insieme a lui, proponevo, variamo una immensa ri-traduzione dei Cantos, un lavoro complessivo compiuto dai poeti italiani, oggi. In effetti, Pound fu decisivo per la ricerca poetica di Pasolini e di Montale, di Giovanni Raboni e perfino di Tonino Guerra (che a ‘Ez’ dedicò un “giardino pietrificato”). Di per sé, altrimenti, l’intitolazione è una cretinata, una ghigliottina.

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La reazione. Ripeto, ho paura dei puristi, di chi vuole i puri di cuore, certo, evidentemente, di essere sempre nel giusto. L’intitolazione del ‘campone’ riminese ha infastidito Giovanni Rimondini, storico noto e attento. Con un certo stupore, da lui ho letto frasi un poco fanatiche come queste: “Tuttavia il nome di Pound evoca, soprattutto oggi in fase di ondata reazionaria montante, anche la maledetta responsabilità di una sua tragica scelta storica, l’essersi schierato dalla parte di terrificanti assassini nel folle tentativo di cancellare un popolo di persone e la sua cultura… Troppi giovani sono trascinati in questa marea montante di neofascismo, con il pericolo imminente di un governo Salvini che quella marea cavalca”. La conseguenza di queste frasi è culturalmente agghiacciante: col senno di poi Pound, morto a Venezia nel 1972, sarebbe la causa della “marea montante di neofascismo”, addirittura del “pericolo imminente di un governo Salvini”. In effetti, auspico a Salvini di leggere Pound: che sia un “pericolo” – non diverso da Renzi o da Di Maio al governo, I suppose, ma qui il discorso è un acquazzone verbale – è una idea di Rimondini, che c’entra con il tema in discussione? Faccio una sintesi aristotelica: non bisogna intitolare un luogo civico a Pound altrimenti il neofascismo s’infiamma e i giovani votano Salvini. Ribadire che questa è una idiozia, è idiozia.

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Fin qui, però, è poco. Intitolare un luogo civico è un gesto politico, per cui Rimondini fa bene a fare un discorso politico. Sono le motivazioni ‘partitiche’, però, a essere sbagliate, offensive. Più gravi ancora quelle culturali. “Non possiamo, a mio avviso, in questo momento perdonare i cattivi maestri, nemmeno se sono grandi poeti. Non possiamo da ‘uomini e donne responsabili’, onorare Ezra Pound con una dedica urbana, anche se non smetteremo di leggerlo, di citarlo e di ragionare sui Cantos”, scrive Rimondini. Non si può onorare Pound, a cui è riservata la gogna eterna, perché è un cattivo maestro. Ecco il paladino della purezza che mi fa paura. Obiezione astratta: poeti e scrittori sono quasi sempre ‘cattivi maestri’. Fanno scelte sbagliate, spesso fanno schifo perché non hanno la puzza sotto il naso, sono spogli e lebbrosi, vanno dove nessuno vuole andare, scrivono ciò che nessuno vuole leggere. Dante era bastardo e fondamentalista – infatti in alcune scuole statunitensi lo vogliono mettere al bando, troppo ‘scorretto’ –, Shakespeare era sottilmente antisemita, come Tomasi di Lampedusa, per altro, idem Thomas S. Eliot, a cui si unisce quel suo untuoso tradizionalismo. Dostoevskij era misogino, meschino, reazionario; Tolstoj un perverso ipocrita. D’altronde, Faulkner era un ubriacone, Hemingway un traditore compulsivo, Simenon un sessuomane, per non parlare di Pasolini. Vado, volutamente, per esempi scemi e sommari, che fanno scempio della ragione, che esiste perché sa che l’uomo è intriso nella contraddizione, figlia l’errore. Ma… come la mettiamo con Ungaretti che spera – fino a ottenerla – in una prefazione di Mussolini al suo libello di poesie? E con Elio Vittorni che incensava il Dux come grande scrittore, sulle colonne del “Bargello”? E con D’Annunzio e Pirandello, e con Malaparte e con Di Giacomo e Soffici, tutti firmatari del “Manifesto degli intellettuali fascisti”, perciò degni di ludibrio civico?

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Ecco, io ho paura dei paladini della purezza, degli spudorati censori degli errori altrui. Ma io capisco… capisco che l’arte spaventa, che al poeta non puoi mettere il bavaglio, perché il fuoco non ha misura, capisco che non capite. Cosa intendete fare, allora, avvoltoi del rancore, paladini del candore, istituire una lista dei libri che si possono leggere a scuola per edificare buoni cittadini, una lista con i nomi dei poeti e degli scrittori indegni di onori civici? Beh, fatevene una ragione: la letteratura non edifica, disintegra le convinzioni acquisite, le convenzioni comuni; rassegnatevi, sotto le sottane dell’artista troverete quasi sempre pozze oscure, un confessionale di fogne.

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A proposito dei puristi della purezza, mi schermo con Jean Cau, già segretario di Sartre, scrittore dal talento esasperante. “L’uomo di sinistra era una specie di santo, più virtuoso di Catone, più dolce di Gesù, bevitore d’acqua, fermo nei suoi propositi, deciso e al tempo stesso misurato nei suoi atti, il cuore colmo d’amore per l’umanità e di democratico orrore per la violenza. Vestito di bianco, il viso disteso, la voce calma, si chiamava Stalin e (così ci apparve in un film sovietico) coltivava le rose… A destra si fabbricavano le bombe atomiche, si sfruttavano i popoli sottosviluppati frustandoli a sangue, ci si lavava i piedi nello champagne e si sostenevano tesi cretine”.

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Ora. Precisare la grandezza lirica di Pound è puerile, non lo farò. Ricordare l’importanza culturale di Pound – ha galvanizzato Yeats, insegnato a scrivere a Hemingway, esaltato il talento di Eliot, aiutato Joyce a pubblicare e a campare – è da beoti, studiate. Marco solo un paio di cose. Primo: Ezra Pound ha pagato. Non ha ucciso, le sue parole valevano, per il regime fascista, quanto il due di picche, ma ha pagato. Ha pagato duro. È stato in prigione, al St. Elizabeths di Washington, dal 1945 al 1958. Lo avrebbero lasciato lì, nonostante gli appelli dei poeti e degli amici che gli dovevano molto (Hemingway in prima fila), non fosse stato per l’inchiesta pubblicata da “Esquire” nel settembre del 1957, The Question of Ezra Pound, a firma di Richard H. Rovere. Il giornalista ricordava, documenti in mano, che Pound, nel 1941 e nel 1942, aveva chiesto di poter rientrare in patria e gli “era stato negato il visto di rientro… se Pound fu messo nelle condizioni di non poter rimpatriare dalle autorità del suo paese, l’arresto e l’accusa di tradimento erano costituzionali?” (così Piero Sanavio, grande studioso di Pound, non certo ‘camerata’). L’accusa di incostituzionalità era circostanziata e clamorosa: il vero tradimento fu operato dal governo americano nei confronti di un proprio cittadino. Seguì la liberazione del poeta. Detto questo, il ‘tradimento’ di Pound si comprende leggendo i Radiodiscorsi trasmessi su Radio Roma tra 1941 e 1943 (e pubblicati dalle Edizioni del Girasole nel 1998): Pound parla di Yeats e di Joyce, di Eliot e di Wyndham Lewis, di teoria economica e di strategia politica, maledice l’ingresso in guerra degli Usa. Mi domando chi sia riuscito a dipanare la massa alchemica dei suoi ragionamenti.

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La dico svelta, ora. Secondo me siamo al rimbecillimento totale, alle statue costruite a testa in giù, ai valori morali – transitori e facilmente fraintesi – che soggiogano quelli estetici (assoluti), all’arte utile a fini politici. Al realismo socialista, all’utilitarismo letterario, al ghetto comminato a chi non la pensa come me. Chi riuscirà a discernere i Cantos, tra un po’? I paladini della purezza, che ignorano la nudità, il fango, il crollo, gli preferiranno i fogli pieni di brio sentimentale di un poeta a casaccio, dal generoso profilo pubblico: versi garbati, puliti, inoffensivi. Pur maledicendone la figura ‘pubblica’ Harold Bloom curò l’opera di Ezra Pound (Ezra Pound Edited end with an introduction by Harold Bloom, 1987), installandolo in posizione indiscutibile nel “Canone Occidentale”. Quanto al resto, l’intitolazione è un insulto. Rimini non è una città degna di Pound, non è una città per la grande poesia – difendano la propria, patetica, verginità.

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