Sindaci «stoppati»: la storia delle clamorose rinunce dei candidati vincenti targati centrodestra

Sindaci «stoppati»: la storia delle clamorose rinunce dei candidati vincenti targati centrodestra

Il primo a scendere dalla macchina elettorale già lanciata a tutta velocità fu Giorgio Lisi nel 2001. Misteriose le ragioni profonde della sua decisione. Con lui Forza Italia era accreditata alla vittoria. A due settimane dalla ufficializzazione della candidatura, con tanto di benedizione di Berlusconi, gettò la spugna. Quando la guerra si fa dura e il potere consolidato rischia davvero di dover abbandonare il palazzo del comando, nella battaglia entrano anche i colpi bassi. In vista del prossimo voto amministrativo ecco un piccolo «bignami» di quello che è stato e che si è ripetuto per ben tre volte.

In casa centrodestra chi parla, ragiona e pianifica, ad alta voce o nel segreto di riunioni più o meno carbonare, fingendo di prepararsi alla scampagnata del voto di maggio o giugno (oppure di settembre, deciderà il Covid anche questo) con la vittoria già in tasca, farebbe bene a studiare la storia delle elezioni comunali di Rimini. Mancano i manuali, almeno per ora, ma esistono le cronache scritte dai quotidiani e la memoria di chi certe esperienze le ha vissute direttamente. Quello che inizia con questa prima puntata è un piccolo «bignamino» pensato proprio con questo obiettivo. Il centrodestra ha avuto delle ottime cartucce da sparare. In particolare due. Entrambe erano decise, e avevano tutta la potenza di fuoco per riuscirci, ad impallinare l’avversario (sempre lo stesso, l’oncologo prestato alla politica), ma dalla sera alla mattina si fecero da parte. O furono costrette ad uscire di scena prima di potersi misurare con il candidato del centrosinistra. Stesso copione in anni più recenti col caso movimento 5 stelle. Cominciamo dal primo: Giorgio “Geo” Lisi.

Marzo 2001. Alberto Ravaioli (partito popolare), che era già diventato sindaco nel 1999 ma nel 2000 la Corte di cassazione lo aveva dichiarato decaduto dalla carica (a sostituirlo fu il f.f. Maurizio Melucci fino alle elezioni dell’anno successivo) per conflitto di interesse, si trova «sull’orlo del precipizio». Il titolo è del Carlino, che all’epoca punge il suo dirimpettaio e anche il partito di comando a Rimini. I Democratici dell’Asinello (in mezzo c’è anche Stefano Vitali, assessore ai servizi sociali del comune di Rimini) pilotati da ‘sua eminenza’ fumé Ermanno Vichi (già consigliere comunale e regionale con la Dc, poi presidente della Provincia coi popolari, giusto per gradire anche presidente Amia, e nel 2006 avrà anche uno scranno alla Camera con l’Ulivo) si mettono subito di traverso, con la motivazione ufficiale che l’«impeachment» potrebbe portare Ravaioli ad una nuova decadenza. Lo terranno a lungo sulla graticola. Anche fra i Ds non manca chi non digerisce il remake. «Giuseppe Chicchi gioca la partita dello smantellamento della candidatura Ravaioli» e addirittura pensa sulle prime ad una lista alternativa. Il capogruppo consiliare Giorgio Grossi non vuole Ravaioli. Deve arrivare a Rimini l’allora segretario regionale dei Ds, l’onorevole Mauro Zani, per riportare un po’ di pace («Tutti scontenti, ma nei ranghi», titola il Carlino). C’è una frattura, insomma, e il centrodestra può approfittarne. Anche perché mette in campo una punta giovane (45 anni), intelligente, preparata. E’ già stato consigliere regionale e nel 99 è entrato nel parlamento europeo con Forza Italia. E’ un creativo, sa il fatto suo, ha stoffa da vendere, è un ottimo comunicatore ed ha rapporti col mondo economico riminese, con quello associativo, con le realtà cattoliche: Giorgio Lisi. Nei primi sondaggi vola nel gradimento degli elettori e sorpassa Ravaioli. Silvio Berlusconi «incorona Lisi» (La Voce di Rimini), che incontra a Parma in occasione della manifestazione nazionale di Confindustria. Torna a Rimini col via libera: il 18 marzo 2001 “Geo” Lisi è ufficialmente il candidato sindaco del centrodestra. Il clima attorno a lui si fa euforico e lo sintetizza bene l’esponente di An Filippo Berselli: «Dopo le elezioni comunali di rosso a Rimini resterà solo il Sangiovese».
Quella del centrodestra non è mai stata una compagine ordinata e disciplinata e anche nel 2001 non si smentisce. L’indomani del nome di Lisi appena speso pubblicamente, An fa volare i piatti. «E’ partito con il piede sbagliato il candidato sindaco Giorgio Lisi e la sua candidatura potrebbe finire contro gli scogli se non indicherà subito come candidato vicesindaco Domenico Barletta», dice il diplomatico vicepresidente di An Sesto Pongiluppi. Non la pensano come lui né Gioenzo Renzi e né Filippo Berselli e lo strappo vede presto il rattoppo.

Giorgio Lisi macina, lavora sodo, riempie Rimini di manifesti elettorali freschi e incoraggianti. Ha le idee chiare su tutto, anche su come si dovrà formare la squadra di giunta, ovvero con un meccanismo premiante per chi porterà più voti e in base al cursus honorum: vicesindaco ad An, la coalizione che centrerà l’elezione di un solo consigliere comunale senza superare il 10% dei voti potrà sperare solo in un assessore. Al di sopra di questa percentuale due assessori. Comunque scelti sulla base del curriculum professionale e non solo di quello politico, e in piena autonomia.
Intervistato dal Carlino dice che comincerà la sua campagna elettorale «nella tana del lupo, ovvero nelle aree periferiche di Rimini dove più forti sono i disagi». Non la butta in caciara ma batte sul tasto di «una Rimini più bella: l’orgoglio riminese va recuperato su questo principio». Cinque i punti cardine del suo programma: «Vogliamo una città più libera, più sicura, più bella, più efficiente e più europea» (intervista alla Voce di Rimini). Uno che parla e si muove così nella palude del piccolo cabotaggio locale sembra una forza della natura destinato a non fermarsi davanti a niente e nessuno. Ma passano circa tre settimane dalla ufficializzazione della candidatura, che Giorgio Lisi traballa. Ai primi di aprile i quotidiani scrivono che è «a rischio la corsa di Lisi». Cosa? Lui che aveva fatto «una scelta di campo per Rimini e per l’Italia», come si legge sui manifestoni che lo ritraggono insieme a Berlusconi in tutta la città, vacilla perché il medico gli ha ordinato «un periodo di riposo assoluto»? Sì, perché sono queste le prime indiscrezioni che filtrano: «mal di schiena, troppo stress». Lisi «si trova lontano da Rimini». Col mal di schiena?

4 aprile 2001. «Lisi scende dal treno». Non è possibile. Eppure è così. Rinuncia alla candidatura e offre altre motivazioni: tutta colpa del segretario regionale di Forza Italia del tempo, Isabella Bertolini, rea di avere designato a Rimini un “paracadutato”, ovvero Giampaolo Bettamio, invece di Gianni Piacenti. Beato chi ci crede. «E’ vero che non sto bene, ma mi ritiro per ragioni politiche», dirà. Ma la Bertolini trasecola: «sulla decisione sicuramente sofferta di Giorgio Lisi di rinunciare alla candidatura a sindaco, credo abbia soprattutto influito lo stato di salute, lo stress nervoso accumulato nel tempo, perché altrimenti non riesco a spiegarlo, visto che i nostri rapporti sono sempre stati ottimi». Non si limita a questo: rimprovera a Lisi che «quando si hanno responsabilità che vanno molto al di là delle problematiche personali, certe decisioni dovrebbero essere molto ponderate» e «i ricatti, gli interessi personali non dovrebbero far parte della nostra logica, perché retaggio di un vecchio modo di pensare e di fare politica». L’affare si complica. In molti restano col dubbio a proposito delle vere ragioni all’origine della scelta di Lisi di farsi da parte.

Parentesi di colore. Mentre va in scena questo dramma, tragedia, commedia – fate un po’ voi – il partito di governo a Rimini presenta il solito specchietto per gli allocchi: «la Murri sarà la colonia di vetro». La “Rimini & Rimini” sfodera il nuovo progetto (3 aprile 2001): fronte trasparente di 500 metri, parcheggi, negozi, aree pedonali. La stessa Murri che si può ammirare oggi in quel di Bellariva. L’eterna incompiuta. Riapre Castel Sismondo, restaurato con i soldi della Fondazione Carim, e ospita “lo splendore dei Malatesta», 200 opere per un valore di 500 miliardi. «Vogliamo farne il nostro Palazzo Grassi». Invece è diventato un Palazzo Gnassi fellinizzato. In quello stesso 2001 taglia il nastro la nuova Fiera e Lorenzo il Magnifico o Tutankhagnon che dir si voglia, non si smentisce: «Un’inaugurazione da 300 milioni» (La Voce di Rimini). Il “Marconi” chiude per una settimana e «dirotta» i voli su Forlì anziché su Rimini. Il vicepresidente di Aeradria Gabriele Morelli non la tiene: «A Bologna ci vedono come nemici e non come opportunità». E’ la solita storia. In quei giorni Aeradria apre ai privati: «Tutti d’accordo sull’ingresso di Assindustria nella società». Col senno di poi chissà che gli uomini di Assindustria in Aeradria non avessero fatto meglio a non farsi accettare. Scoppia lo «scandalo» del Caar di cui è presidente Paganelli, «è costato sessantaquattro miliardi e adesso ne serviranno altri cinque per cercare di sistemare le cose» (La Voce di Rimini). In giunta si discute l’ennesimo progetto «che dovrebbe stravolgere il lungomare, in spiaggia anche di notte, parcheggi sotterranei e gallerie». Maestri nelle promesse, un po’ meno nel mantenerle. Piero Meldini alla Voce assicura che è «sbagliato fellinizzare alcuni luoghi della città». Fausto Bertinotti, segretario di Rifondazione comunista, dice (intervista alla Voce di Rimini) che «il tessuto positivo della riviera è minato dal largo ricorso al lavoro nero, che è un’ala di piombo sul suo sviluppo». Nasce l’Agenzia provinciale per il marketing turistico. Confcommercio realizza un sondaggio fra chi frequenta il centro storico la domenica e il responso qual è? Mancano i parcheggi. A marzo del 2001 sbarca a Rimini la Fondazione Craxi che ha in Sergio Pizzolante il suo vicepresidente. Tutto cambia e tutto resta immobile a Rimini.

Torniamo alla Casa delle libertà. Il centrodestra (ma senza An, che manda avanti Liliana Cingolani) opta per Luca Spigolon e le sue prime parole mantengono i riflettori accesi su Lisi: «E’ vero che mi ritrovo in pista dopo la rinuncia di Giorgio Lisi, al quale rimprovero di aver buttato a mare un progetto su cui si sta lavorando da tempo, ma è altrettanto vero che affronto la realtà con spirito di servizio ma anche con idee chiare: Rimini la conosco e la vivo, non vengo dalla luna». Sarà una campagna elettorale pancia a terra per Spigolon. Sul cielo di Rimini si materializzerà anche la mongolfiera con Filippo Berselli appollaiato sopra, porteranno il loro supporto molti leader nazionali, da Fini a Bossi. Spigolon andrà al ballottaggio e intascherà quasi il 48% ma non sarà sufficiente. La sensazione generale è che Giorgio Lisi fosse portatore di un «quid» in più. Perché ha deciso di scendere dall’auto in corsa? O di «tagliare la corda» come si legge sulla prima del Corriere di Rimini? I commentatori più svegli sottolineano le «motivazioni ufficiali che non convincono». «E’ possibile rinunciare a fare il sindaco per difendere Gianni Piacenti?». «Di sicuro l’europarlamentare deve essere stato posto di fronte a condizioni molto forti per fargli decidere di gettare al vento una carriera politica già di alto livello» (La Voce di Rimini). «Gambizzato»? Da chi? La rinuncia resta «piena di misteri». Ma chi conosce i meandri più in ombra di Rimini sa che quando il gioco si fa duro allora non c’è esclusione di colpi. Alti, bassi, sotto la cintura. Tutto vale.

1 – continua