Dall’Empireo parla Leon Battista Alberti: brividi per le sue parole sulle opere del Malafesta

Dall’Empireo parla Leon Battista Alberti: brividi per le sue parole sulle opere del Malafesta

"Bellezza è ragionevole armonia di tutte le membra in guisa composta che non si possa aggiungere o togliere nulla se non in peggio". Edizione straordinaria, bisognerebbe gridare nel distratto web: l'insigne architetto si è concesso a Moreno Neri. Il ponte e "le mura a Dei sacre", il fossato del Castello... Intervista impossibile. Ma non tanto. Le risposte di Leon Battista Alberti sono esclusivamente fondate su passi tratti dalle opere albertiane. E, all’incirca, anche le domande. E l'occhio alato tutto vede.

E ti vengo a cercare
Anche solo per vederti o parlare
Perché ho bisogno della tua presenza
Per capire meglio la mia essenza
(Franco Battiato, E ti vengo a cercare, 1988)

MN: Essendo anch’io partecipe del crocchio degli Accademici, sono qui nell’Empireo per invitarti al tuo giudizio insigne. Cadono questi giorni infausti e nelle natalizie bimillenarie (14/21-2014/2021) del Ponte di Augusto e Tiberio e nelle celebrazioni delle cerimonie natalizie e parentali (1417/1468- 2017/2018) di Signiore Sigismondo Pandolfo Malatesta. Ma non come soleansi solennizzare l’uno, il Ponte, nel periodo anniversario in cui gestò e si formo, e l’altro, il munifico principe di Rimini, nel medesimo periodo in cui nacque e mancò di vita, con le opere che presentemente si apprestano a Ponte e a Castello si fa la festa. Non porgo né foto né rendering, giacché tu, insigne architetto, con il tuo celebre occhio alato puoi direttamente abbracciare la vista dei due monumenti.

LBA: Me superi! Interdum nequeo non stomachari, cum videam aliquorum incuria (nequid odiosum dicerem: avaritia) ea deleri, quibus barbarus et furens hostis ob eorum eximiam dignitatem pepercisset, quaeve tempus pervicax rerum prosternator aeterna esse facile patiebatur.

MN: Illustrissimo architetto mio, non a tutti è data a intendersi la latina favella. Massimamente a taluni suoi colleghi, che gloriandosi pur ancho di aver studiato presso l’University of Florence son periti tecnici.

LBA: Infelice età vostra che per bassa fortuna o per difetto d’ingegno non hanno potuto impararla! Trasferisci pure nel volgare idioma, o tu che fai parte dell’onorato catalogo dei Platonici. Già vedo che ti sforzi di parlare nella mia guisa per farti da me meglio intendere.

MN: Beh, faccio del mio meglio. Ecco per chi non sapesse latino il frutto ruvido e incolto delle tue lodate parole: Per gli dèi! a volte non posso far a meno di ribellarmi a vedere come, a causa dell’incuria – per non usare un apprezzamento più crudo: avrei potuto dire avarizia – di taluni, vadano in rovina monumenti che per la loro eccellenza e lo splendore furono risparmiati perfino dal nemico barbaro e sfrenato; o tali che anche il tempo, tenace distruttore, li avrebbe agevolmente lasciati durare in eterno.
Tu che hai un ingegno immenso e quasi incredibile, sei dunque molestato da un pessimismo tanto sulla caducità della materia, che se non colpita da catastrofi naturali può tuttavia durare anche in eterno, quanto sui guasti procurati dalla mano dell’uomo (temporum hominumque iniuria, le ingiurie del tempo e degli uomini).
Cominciamo col discorrere del Ponte.

LBA: Lo ricordo. Opera degna di memoria le cui reliquie mirai con reverenza, mirai le prode ne li pilastri contro l’empito de l’acqua e anco le mura della città sulle ripe a difesa delle piene de l’acque che si spera sian perpetue.

MN: Ma, veramente, le acque, come il tuo occhio alato ha veduto, sono state deviate da decenni… Né si vuole pristinare ancho un flusso dolce, seppur il titolo del suo settennato celebrativo è Fluxus.

LBA: Me superi! Ma quanto tu mi dici e mi fai vedere al fatto delle mura, rammentati che alcuni edifici sono adunque publichi, alcuni di private persone, i quali tutti sono o sacri o profani. Fabricavano gli antichi le mura de la città con somma religione, e le sacravano a Dei, ne la cui tutela dovevano essere. Così sono le mura a Dei sacre e questo esser fatto con provvidenza dell’ottimo e grande Iddio, che si unissero gli animi de gli huomini e gli ingegni del popolo in un corpo.

MN: Mi sta dicendo che le mura, in quanto sacre, sono intangibili e solo un nemico della Città e dei suoi Dei potrebbe distruggerle?

LBA: Vorrei che chi fa professione intendesse il mestier suo. Quel che tu muti discorda tutta quella musica.

MN: E invece si agghindano le mura di legname e ferro e per farlo si bucano e si riturano e là si squarcano per far fenestre al terrazzamento.

LBA: Conviensi imprima dare opera che tutti i membri bene convengano. Converranno quando e di grandezza e di offizio e di spetie e di colore e d’altre simili cose corresponderanno ad una bellezza.

MN: Havendo a dirlo allo Soprintendente che il bello è un concerto di fattori! Il senno quaggiù ha raro ospitio. Né più v’è un Matheo de Pasti o un Ruberto Valturio, né un medaglista – i Fati non ce ne concessro di simiglianti – e fra nostri maiori massimamente havvi, per nostra disgratia, modestissimi renderisti, ignoranti costruttori e sfrenati vigilanti. Ma del Castello, preghiamvi tutti, riferiscimi!

LBA: Non si faccia castello nel mezzo al corso d’una valle, ma lo si cinga di un fossato ove di continuo l’acqua corre ugualmente.

MN: Si ragionava di ripristinare l’antico fossato, ma si ricopre l’intorno di chose pesanti, di bastioni e contrafforti di quello che oggi chiamasi cemento armato.

LBA: Sonovi molte ragioni per non fare queste aggiunte di passatoi al Ponte o di bastioni al Castello. Ma sola questa ti basti: bellezza è ragionevole armonia di tutte le membra in guisa composta che non si possa aggiungere o togliere nulla se non in peggio.

MN: Vedrai, o Vitruvio fiorentino, sono consigli spregiati. Qui si procede alla membro di veltro.

LBA: Do questo estremo consiglio: farsi familiare e amico a i poeti, a gli oratori, e a gli altri dotti e letterati, perciocché da simili belli ingegni se ne riceverà ornamenti ottimi; e sarà ancorché aiutato in queste inventioni, le quali si vendicheranno ne la opera la prima lode. Così giudico anchora che noi ci faremo più copiosi è più emendati ascoltandoli e leggendoli; pur che siamo più studiosi d’imparare, che dal guadagno.

MN: Ebbene, l’Iddea di incuria la intendiamo, ma quella di avaritia agli huomini astanti è men chiara.

LBA: Nulla si trova tanto contraria alla fama e grazia degli uomini quanto l’avaritia; niuna è sì chiara, et eccellente virtù, la quale non stia oscura, e sconosciuta sotto l’avaritia. Gioverà ricordar che l’avaritia fu sempre inimica alla lode e alla virtù. Lo animo intento al guadagno, raro potrà acquistare nome nella posterità.

MN: Rompo il tuo ragionare. Se intendo bene non bisogna costruire edificio alcuno con l’intento del guadagno, col fine dell’avidità a detrimento del bello e dell’elegante, della ricercatezza e dell’euritmia. L’unico suo scopo è la riproduzione di armonia e concinnitas celesti, tracce che se ben seguite lasciano intravedere nelle forme architettoniche del mondo reale la bellezza inestinguibile di quell’altro mondo metafisico.

LBA: Adunque altre sono le vere cagioni de l’Architettura che volere con avarizia, con brutte arti arricchire. Ricco è colui che non ha bisogni. Ceterum, i potenti e gli ambiziosi sono i più miseri, perché hanno bisogno di una quantità infinita di chose per essere felici. La bellezza deve imitare il modello de la natura, creatrice delle forme migliori. Di chose poche e minime si contenta la natura. Ma come tutto dì vediamo non rari effetti di questa corruttela e sceleratezza del vivere, di questa perturbazione dell’animo, dissoluto dalla ragione e condotto dall’avaritia, contro alle leggi e costumi degli Dei e degli huomini.

Leon Battista Alberti, presunto Autoritratto, placchetta bronzea, 1432-1434 circa, Washington, D.C., The National Gallery of Art

MN: Si pensa invece di tirare al guadagno più che mediante il valore e l’eccelllenza…

LBA: L’eccellenza non sia sottoposta al guadagno. Siavi a cura voi che cercate esser eccellenti, la prima chosa, il considerar che nomi e che fama si acquistarono gli Antichi. Vadino dietro a imparare essa perfetta arte, non perdonando né a fatica né a diligentia alcuna nello impararla e nello esercitarla. Non sarà alcuno che non confessi che è pur chosa brutta lo haver a far un mercato o fiera di un Monumento.

MN: Sia lecito dire che i tiranni di oggi circoscrivono gli spazi di que’ luoghi per, con vocabolo conveniente, valorizzarli, conciosia attribuire un valore superiore al precedente.

LBA: Ei mi piace, con signior Sigismondo Pandolfo, che noi calculiamo questa chosa, acciochè il nostro argomento sia più manifesto. È premio più morir entro al Tempio che per le botteghe.

MN: Tu che eri noto per il tuo senso del presentire, previsioni?

LBA: S’io fussi un di que’ calamitosi affermerei, s’el te piaserà, che questo turgido palazzo tra poco si sgonfierà, cacciando via con un vento il suo signore. Interim vale.

Le risposte di Leon Battista Alberti sono esclusivamente fondate su passi tratti dalle opere albertiane. E, all’incirca, anche le domande.

Immagine d’apertura: Scuola fiorentina, Ritratto di Leon Battista Aberti, prima metà del XVII secolo (galleria degli Uffizi, Firenze)